– Catania: Il quartiere militare borbonico

Conosciuto anche come ex manifattura tabacchi

(foto tratta da: regione.sicilia.it)

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– Quando si riceveva a teatro…

(Teatro Massimo S. Elisabetta di Messina)

di Franz Riccobono

(immagine tratta da teatrovittorio.altervista.org)

 

            Il 12 gennaio 1852 veniva inaugurato a Messina il Teatro massimo S. Elisabetta. Erano trascorsi pochi anni di moti del ’48 ed il Sovrano, quasi a riappacificare gli animi, volle regalare alla città una nuova e prestigiosa sede ove “educare divertendo” i messinesi.

            In tale prospettiva, una parte dell’edificio, la più rappresentativa, fu destinata a sede del “Circolo della Borsa”, prestigiosa istituzione costituita dall’aristocrazia imprenditoriale di quei tempi lontani.

            Il “Circolo della Borsa” era stato fondato nel 1805 e, al suo interno, riuniva esponenti dell’aristocrazia peloritana, ma anche tanti imprenditori stranieri, che proficuamente operavano in città.

            Sin dalla sua apertura il teatro fu animato dalla presenza di questa attiva compagine sociale che, fra l’altro, arredò a proprie spese i locali prospicienti la via Ferdinanda (poi Garibaldi) e soprattutto organizzò tante iniziative non solamente in ambito artistico. Tra tali iniziative vale la pena ricordare i ricevimenti fatti in occasione della venuta in città di due sovrani, Ferdinando II di Borbone ed Umberto I di Savoia.

            Entrambe le cerimonie ebbero tale risonanza da dare luogo a due rispettive pubblicazioni che ci consentono, a distanza di tanti anni, di rivivere con la fantasia il fasto di quei momenti ed il prestigio di quell’istituzione, nella vita sociale e politica del tempo.

            Per dare un’idea dell’atmosfera felice vissuta dai messinesi in quella circostanza, riportiamo qui di seguito un brano dell’anonima cronaca sul ballo organizzato la sera del 25 ottobre 1852 nei locali del “Circolo della Borsa”, in occasione della visita di re Ferdinando II a Messina: “Ma non descriverem qui la gioia, la ricchezza, lo splendore di quella festa; non la magnificenza di quegli appartamenti, ai quali potrebbe dirsi che le arti di tutte le nazioni aveano portato il loro tributo. In quelle sale, che accoglievano quanto di grande, di squisito, di scelto può umana mente immaginare, un gran buffet era stato imbandito, e S.M. il Re ed i Reali degnaronsi di accettare i rinfreschi, che furon serviti dagli stessi Deputati della società.” (Tratto da: Viaggio di Sua Maestà il Re N.S. in Sicilia, Palermo, 1852).

   (foto tratta da it.wikipedia.org)        

Nel 1881 in occasione della visita a Messina di Sua Maestà Umberto I di Savoia, veniva organizzato, sempre nei locali del “Circolo della Borsa”, al teatro divenuto “Vittorio Emanuele” un ricevimento fastoso che venne ricordato dal messinese Antonino Cagliaferro in un’apposita cronaca a stampa.

            Il terremoto del 1908 danneggiò parzialmente la struttura del teatro, tant’è che pochi anno dopo il sisma, la vita del “Circolo della Borsa” riprende nei prestigiosi saloni, perdurando sino alla seconda guerra mondiale. Dopo i disastrosi eventi bellici, il Circolo riparte per una seconda volta nell’antica sede sino a quando questo verrà sfrattato dal Comune per procedere agli osceni rifacimenti, che videro lo stravolgimento dei monumentali ambienti umiliati da sconsiderate trasformazioni, come la nuova pavimentazione in  granito e il ribassamento dei soffitti, in cui oggi risultano annegate le teste delle cariatidi.

            Ancora oggi, il Circolo continua la sua attività nei prestigiosi ambienti di Villa De Natale, oggi Rodriguez, in Piazza Vittoria. Bene sarebbe, in occasione del ducentodecimo anniversario della fondazione, che una epigrafe venisse posta nel foyer del teatro Vittorio Emanuele a ricordo di un passato prestigioso che per oltre un secolo animò quei saloni su iniziativa di un élite di cittadini messinesi.

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– Il Castello Maniace di Siracusa

di Elio Tocco (ed altri Autori), da galleriaroma.it

Fin dai più antichi tempi di Siracusa l'estremo sperone roccioso concludente sul mare Ortigia fu sede di fortificazioni, sfruttanti l'eccellenza strategica dell'emergenza rocciosa, separata dal resto dell'isola da una profonda depressione naturale.

 Fu in questa sede che il generale bizantino Giorgio Maniace costruì alcune opere fortificate, delle quali nulla ci è dato di sapere, se non fosse per la tradizione che operò il trasferimento del suo nome al più recente castello federiciano. Fu questo il più antico, sebbene non il più arcaico, fra i castelli svevi di Sicilia e fra tutti, dopo quello di Augusta, certamente il più bello ed equilibrato nello studiatissimo rapporto compositivo che ne sposò perfettamente l'esigenza militare con la funzionalità della pianta e degli ambienti, in tutto degni di ospitare la dignità imperiale di Federico.

Preceduto da una serie di opere avanzate, delle quali non ci è giunta traccia, si erge su di un impianto perfettamente quadrato (m 41 x 41) scaturente da un quadrato di base, sostituito dall'impluvium, che ne diviene il costituente semplice, l'atomo concettuale.

 Il piano terreno era costituito da un unico ambiente, che se non raggiunge la studiatezza di quello augustano, doveva essere di grande suggestione; l'ambiente era scandito da regolari campate, concluse dalle caratteristiche volte a crociera, poggianti su di una foresta di sedici colonne centrali, più quattro semicolonne ai rispettivi lati e; le quattro colonne d'angolo.

 L'effetto derivante da questo ambiente, si è già detto, doveva essere straordinariamente suggestivo, nella fusione sia dell'elemento borgognone (le volte, le campate) sia del riferimento emergente da quello zampillio di colonne che ci sembra una soluzione ancora legata al gusto islamico.

 Ricavati entro lo spessore murario delle pareti nord e sud erano due grandi camini, dei quali nulla ci rimane, tranne che l'incasso di uno solo, ancora perfettamente leggibile.

Ai quattro angoli della costruzione quattro torri cilindriche ne risolvono gli spigoli, in un perfetto inserto dall'accuratissima opera muraria. A proposito della finitezza dell'opera muraria non si può non ripetere quanto l'Agnello ha provato, vale a dire che le stesse maestranze già impegnate nell'erezione della basilica del Murgo furono trasferite alle fabbriche del castello siracusano; maestranze sapienti, quindi, educate nei migliori cantieri d'Europa, veri maestri artigiani di tutta la nuova architettura dugentesca del vecchio continente.

Continua a leggere su:

http://www.galleriaroma.it/Siracusa/Monumenti/Castello%20Maniace/Castello%20Maniace.htm

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– Identità dimenticate: il convento della Gancia e l’Ospizio di Beneficenza di Palermo.

dai Quaderni dell’Archivio di Stato di Palermo.

Scuola di Archivistica Paleografia e Diplomatica.

da academia.edu

 

Siamo lieti di segnalare questo importante documento che testimonia dei tanti edifici pubblici realizzati a Palermo, anche a scopo assistenziale, sotto la dinastia Borbonica.

 

 

Decreto n. 2291 del 7 agosto 1834 con cui Ferdinando II di Borbone istituisce gli Ospizi di beneficenza di Palermo, Messina e Catania (ASPa, Intendenza di Palermo, b. 948, all.).

 

Tratto dal documento:

Sarebbe stato soprattutto durante il regno di Ferdinando II che la politica del governo borbonico di sostegno ai più disagiati e agli ultimi, sino a quel momento ancora in gran parte basata sull’elemosina e ormai palesemente inadeguata a una società profondamente mutata, avrebbe trovato anche a Palermo in svariate istituzioni assistenziali (Albergo dei poveri, Istituto dei sordomuti, Ospizio ventimigliano, Ospizio di beneficenza, Deposito di mendicità) lo strumento efficace per il control-lo e il reinserimento sociale delle classi più umili, nella consapevolezza che la sicurezza e la sussistenza rappresentassero «i due cardini su de’ quali riposa e si aggira la macchina sociale»; «LaCerere», n. 90, 8 dicembre 1838.”

 

Vai al documento:

http://www.academia.edu/3520373/Identit%C3%A0_dimenticate_il_convento_della_Gancia_e

_l_Ospizio_di_Beneficenza_di_Palermo

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– Il Palazzo Reale di Portici. La terza meraviglia di Carlo di Borbone.

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

 

Si dice che tre sia il numero perfetto. È forse per questo che Carlo di Borbone decise di far costruire oltre al palazzo di Capodimonte e alla Reggia di Caserta, il Palazzo Reale di Portici. Il sovrano scelse la costiera vesuviana dopo essere stato invitato, dal principe di Elboeuf Emanuele Maurizio di Lorena, a trascorrere una giornata nel suo palazzo di Portici. Quest’area si popolò ulteriormente dopo la costruzione della nuova Reggia poiché, essendo insufficiente a ospitare tutta la corte, molte famiglie aristocratiche fecero costruire splendide abitazioni nella zona circostante dando così vita alle Ville Vesuviane.

I lavori, iniziati nel 1738, furono commissionati prima a Giovanni Antonio Medrano e in seguito ad Antonio Canevari. Parteciparono alla realizzazione della struttura anche Ferdinando Fuga, autore del Palazzo dei Poveri, e Luigi Vanvitelli, ideatore della celebre Reggia casertana. La sistemazione del parco fu affidata a Francesco Geri, giardiniere maggiore di Sua Maestà. Le sculture e le statue, collocate all’esterno, furono invece realizzate da Joseph Canart. Aldilà del giardino si estendeva poi un bosco in cui i nobili di corte potevano svagarsi con il “gioco del pallone” o il “gioco delle fortificazioni”.

Il terreno scelto inizialmente da re Carlo era in parte occupato da precedenti costruzioni, come la villa del conte di Palena e quella del principe di Santobuono, che furono acquistate e inglobate nel progetto reale. Così facendo il sovrano ebbe un vastissimo terreno che si estendeva verso il Vesuvio e che fu recintato e popolato di selvaggina, mentre sul mare sorgevano grandi vivai per la pesca. Verso il 1750 l’edificio ospitò preziosi reperti provenienti dagli scavi di Ercolano e Pompei, iniziati da poco.

Durante la rivoluzione napoletana del 1799, la Reggia fu abbandonata e spogliata di numerose opere. Successivamente, nel periodo francese, Giuseppe Bonaparte ordinò il trasferimento delle antichità rimanenti nel Museo di Napoli. Fu Gioacchino Murat ad arredare nuovamente il Palazzo Reale. E con Ferdinando II di Borbone, la Reggia fu valorizzata dalla nascita della ferrovia Napoli-Portici. Nel 1872 fu aggiunto al complesso anche un orto botanico composto da due ampi giardini che coprivano una superficie di circa 9mila metri quadri. Includevano serre, vivai e laboratori per lo studio e la coltivazione sia di specie botaniche rare che di piante curative.

L’edificio, a tre piani, ha una forma quadrangolare, mentre il cortile è di figura ottagonale. Quest’ultimo è attraversato dall’antica strada regia delle Calabrie, attualmente viale Università. Sul lato sinistro ci sono la Caserma delle Guardie Reali e la cappella Palatina del 1749. Entrando nella Reggia si sale un maestoso scalone, lungo il quale in alcune nicchie si possono ammirare statue provenienti dagli scavi di Ercolano. Al primo piano vi sono la Sala delle Guardie, la Sala del Trono, un gabinetto Luigi XV e un altro cinese, entrambi con pavimentazione proveniente da Ercolano.

Particolarmente interessante il boudoir della regina Maria Amalia, salottino di porcellana esempio dell’eccellente lavoro svolto all’epoca dalla Fabbrica delle Porcellane di Capodimonte. Il parco, composto da giardini all’inglese, è invece caratterizzato dalla Fontana delle Sirene, dal Chiosco di re Carlo con un tavolino con mosaico e un anfiteatro a tre ordini di scale. Oggi la Reggia ospita la sede della facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Fonti: Giancarlo Alisio, “Urbanistica napoletana del Settecento”, Bari, Dedalo, 1993

Giovanni Rampoldi, “Corografia d’Italia”, Milano, Fontana, 1832

Fonte:

http://www.vesuviolive.it/cultura/82359-il-palazzo-reale-di-portici-la-terza-meraviglia-di-carlo-di-borbone/

 

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32.5

– ‘A Madonneja di Pizzo Calabro, tra leggenda e religiosità

di Daniela Alemanno, da briganti.info

“Nostromo!”
“A lli cumanne vuoste, Capitanio! Mal’aria e bà!”

“ Tiempo ‘a perdere non ce n’è”

“ Guagliú, curríte. Faciteve curaggio: ‘a Maronna ‘a Catena nce aiuta […] Guagliú, facímmece annòre: simmo Napulitane!”

“ Símmo Napulitane! Sciosciasciò!”

[da La Tempesta di E. De Filippo]

L’imbarcazione si dirigeva verso il porto di Sant’ Eufemia, al largo della Calabria. D’ improvviso il cielo si fece scuro, il vento iniziò a soffiare sempre più forte, il cielo in tempesta convinse le onde a gonfiarsi fino ad aizzare il mare burrascoso.  Ai marinai di Torre del Greco, insieme al loro Capitano, non rimase altro da fare che pregare. La Madonna di Piedigrotta era lì a guardarli e, con la sua benevolenza, ora li avrebbe condotti in salvo. Chiesero alla Vergine protezione, promettendole una cappella a Lei dedicata se avessero superato la tempesta. La nave scompariva tra le onde, il vento non ebbe nessun riguardo e  soffiando sempre più forte scaraventò tutti sulle ripide scogliere, trasformando l’ imbarcazione in un cumulo di macerie.

La tempesta finì. I marinai persero la nave, ma erano vivi e, nello stupore generale, notarono che anche il quadro della Madonna uscì intatto dalla burrasca.

No, non si tratta della trama della Tempesta eduardiana, trasposizione della più celebre opera di Shakespeare, ma è la leggenda pizzitana di un nubifragio avvenuto nel ‘600 che spiega la creazione della Chiesetta di Piedigrotta di Pizzo Calabro, la cosiddetta “Madunneja”. I marinai napoletani crearono una cappella votiva che risultò subito troppo esposta alle mareggiate e così, gli scalpellini del posto, che su quel tratto di costa si recavano per tagliare i blocchi di calcarinite, posero il quadro in una grotta dentro cui erano soliti ripararsi in caso di pioggia. Ma, nonostante il riparo, ben due mareggiate spostarono il quadro della Vergine riadagiandolo nel punto in cui fu trovato dopo la prima tempesta. Gli scalpellini considerarono il fatto non una coincidenza, ma il volere della stessa Madonna e così, di fronte a quel punto, iniziarono a “picconare” una grotta preesistente dove collocare l’ Effige sacra. Continuarono ad ingrandirla in svariate occasioni dando sempre più una forma concreta alla Chiesetta di Piedigrotta.

Intorno al 1880, il gestore di una cartoleria del paese rimasto affascinato dai racconti dei pescatori, decise di rendere ulteriore omaggio alla Vergine. Si tratta di Angelo Barone che, aiutato dal figlio, scolpì i blocchi di calcarinite presenti nella grotta per raffigurare statue rappresentati la vita di Gesù e dei Santi. Alla morte di Angelo, Alfonso suo figlio, continuò a lavorare all’abbellimento di Piedigrotta per altri 40 anni aggiungendo  altri gruppi di statue, capitelli con deliziosi serafini, bassorilievi con scene sacre, statue prodigiose come il San Giorgio che uccide il drago e il San Francesco di Paola. Alfonso dimostrò questa devozione alla Vergine fino alla sua morte.

Ma una storia bella non può finire così e nel racconto si aggiunge il ritorno al paese natio del nipote di Angelo e Alfonso, che anni prima emigrò in Canada. Si chiamava Giorgio Barone, era anche lui scultore e  si era recato a Pizzo per trascorrere due settimane di ferie, ma, dopo aver visitato la grotta, restò al paese due anni e restaurò completamente il lavoro dei suoi due predecessori.  Per poter lavorare, Giorgio e i suoi  allievi riducevano la roccia autoctona in polvere, la impastavano con una certa quantità di calce, cemento bianco e grigio e rinforzavano con dei ferri, detti comunemente in edilizia “tondini” , gli arti o le strutture di  alcune statue.

Nonostante sia un sito religioso, questo luogo è pura magia. La roccia nuda piena di conchiglie, le profondità complesse e ben articolate dalla maestria degli scalpellini, le statue, i chiaroscuri degli affreschi, i colori cangianti e i minerali che al tramonto riflettono i raggi del sole fanno esplodere all’ improvviso il misticismo del posto, rivivendo come in un film la leggenda, il lavoro degli scalpellini e la devozione degli scultori. Oggi “A Madonneja” è il primo monumento in Calabria per continuità e numero di presenze ogni anno, tra le più suggestive in Italia e nel mondo tanto da esser definita da qualcuno la “massima espressione della religiosità nel Sud Italia”.

Fonte:

http://briganti.info/a-madonneja-di-pizzo-calabro-tra-leggenda-e-religiosita/

 

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32.6

– La città cattedrale: viaggio alla scoperta del Duomo di Acerenza. La chiesa superiore e il borgo

da famedisud.it

(foto tratta da arteovunque.info)

 

Sorge al culmine di un territorio che vanta più di duemila anni di storia. Secoli di stratificazioni rendono il duomo di Acerenza (Potenza) un vero palinsesto di pietra, mentre nobili casati, leggende e misteri si intrecciano in una trama densa di fascino intorno ad un vero gioiello di architettura diviso fra Medioevo e Rinascimento.

Fa freddo, molto freddo mentre ci dirigiamo verso uno fra i borghi più belli d’Italia. Ufficialmente compreso nel club di quei centri (comuni e frazioni) che si distinguono per integrità del tessuto urbano, armonia architettonica, vivibilità del borgo, qualità artistico-storica del patrimonio edilizio pubblico e privato e servizi al cittadino, Acerenza svetta a quasi novecento metri sul livello del mare. Percorriamo il tragitto attraversando, negli ultimi venti chilometri che ci separano dalla meta,  altopiani spolverati da una recente e abbondante nevicata. Alcuni alberi spogli appaiono ricoperti solo da una leggiadra trina di cristalli di neve che riflette la poca luce diretta filtrante da un cielo plumbeo solo a tratti rallegrato dal volo maestoso ed elegante di numerosi falchi e nibbi reali, ora in coppia ora in solitaria. Sono tanti, e il loro volo non può non evocare idealmente gli antichi fasti medievali dell’arte della caccia col falcone a cui Federico II di Svevia dedicò un bellissimo trattato.

Paesaggi silenziosi si alternano ad altri popolati di bianche pale eoliche il cui rumore non supera quello di una leggera raffica di vento. Dalle curve che costeggiano l’antico borgo di Cancellara intravediamo Acerenza ergersi maestosa sulla sommità di un colle, colpita da un raggio di sole che fende il grigiore delle nubi e allarga progressivamente il suo campo d’azione sul borgo come un teatrale ‘occhio di bue’.

Di questa Cattedrale colpisce innanzitutto l’imponenza, specie quella interna, abbastanza inconsueta in un borgo tutto sommato di dimensioni contenute, oltre al fascino misterioso che le deriva dal colore grigio-rosato della pietra e da quella miriade di tracce del periodo precristiano che qua e là riaffiorano sulla sua superficie e all’interno. I lavori di costruzione iniziarono con il vescovo Godano, il primo ad avere il titolo di arcivescovo, ma proseguirono e terminarono con il suo successore, Arnoldo, che, grazie a sapienti maestranze francesi, messe a disposizione dai Normanni stessi, ultimò l’opera: la consacrazione della chiesa, intitolata a S. Maria Assunta e a S. Canio vescovo, risale al 1080.

Continua a leggere su:

http://www.famedisud.it/la-citta-cattedrale-viaggio-alla-scoperta-del-duomo-di-acerenza-la-chiesa-superiore-e-il-borgo/

 

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32.7

 

– Villa Damecuta a Capri. L’imperiale dimora di Tiberio.

di Valentina Oliva, da vesuviolive.it

Anacapri, dal greco ànà “sopra”, è uno dei due comuni dell’isola di Capri.  Anacapri sorge in posizione più elevata rispetto a Capri, alle pendici del monte Solaro ed ha circa 7.000 abitanti.

Anacapri è la parte più selvaggia: intrisa di strettoie e scorciatoie  offre l’aspetto più vero e suggestivo dell’isola. Qui si possono, inoltre, ammirare luoghi ameni ma bellissimi: la grotta azzurra, la seggiovia per il monte Salaro e l’imponente Villa Damecuta.

Villa Damecuta è solo una delle dodici ville imperiali romane fatte erigere dall’imperatore Tiberio tra Capri ed Anacapri.

Purtroppo di tale villa ne restano solo poche rovine perché, così come le altre abitazioni, fu inesorabilmente danneggiata dall’esplosione del Vesuvio nel 79 d.C. e poi ancora dalle successive incursioni di barbari pirati.

La villa romana del Damecuta , posta sul promontorio di Anacapri, era formata da una loggia porticata di 80 metri, che culminava in un ampio belvedere semicircolare, da un quartiere residenziale con sala triclinare all’estremità ovest e da un altro nucleo abitativo. Sulle rovine della villa, nel Medioevo, fu costruita una torre di avvistamento.

All’estremità ovest della villa imperiale sorge la torre Damecuta che fu costruita nel XII secolo, periodo delle invasioni dei corsari saraceni, e fu poi usata come fortino dagli inglesi durante la guerra contro i francesi Al di sotto della torre medioevale sono stati individuati i resti di un cubicolo, all’interno del quale è stato rinvenuto un torso maschile di statua, preceduto da un vestibolo e da un terrazzamento probabilmente realizzato con funzione di belvedere; verso ovest, sotto la loggia, si trovano due ampi ambienti di soggiorno.

Dai recenti scavi eseguiti si è immaginato che la villa rappresentasse una delle più fastose dimore imperiali. La villa era colma di pavimenti di marmo, incantevoli stucchi e opere d’arte.

Dagli scavi eseguiti dall’archeologo Amedeo Maiuri si è anche palesata l’ipotesi che la Villa Damecuta avesse un passaggio segreto, voluto da Tiberio, che dall’interno della villa portava sino alla sottostante Grotta Azzurra.

La Grotta Azzurra è una cavità naturale lunga circa 60 metri e larga circa 25. In epoca romana  gli imperatori che trascorrevano lunghi periodi di vacanza sull’isola e pare che usassero la Grotta Azzurra come piscina privata e pare che Tiberio si fosse fatto costruire un passaggio tra villa Damecuta e la Grotta.

Infatti, al momento degli scavi, sul fondale della Grotta Azzurra sono stati rinvenute numerose statue romane risalenti a quel particolare periodo storico.

Fonte:

http://www.vesuviolive.it/cultura/archeo-vesuvio/87921-villa-damecuta-a-capri-limperiale-dimora-di-tiberio/

 

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32.8

 

– Opere pittoriche nella chiesa di S. Francesco di Paola a Sambiase

di G. Ruberto, da sambiase.com

La Spiritualità Minima tra arte e storia

Nota introduttiva a cura di G.Ruberto

Nella ricorrenza del 500 ° anno dalla morte di S.Francesco di Paola la comunità dei Padri Minimi ha reso pubblico,tramite un progetto grafico a cura di Gianna Maione architetto, il patrimonio storico,architettonico,dipinti murali e su tela esistente all'interno chiesa di S.Francesco di Paola a Sambiase. Il contenuto di questo progetto viene presentato anche attraverso il nostro portale www.sambiase.com allo scopo che arrivi nelle case e nei cuori dei devoti sambiasini residenti nelle contrade e nelle città del mondo.

 

Cenni storici sulla chiesa

La Chiesa di San Francesco, già conosciuta con il nome di Chiesa della Madonna degli infermi, risale alla seconda metà del 1400. II 20 giugno 1508, l'Arcidiacono della Cattedrale, D. Giovanni Senatorelli concede l'esistente Chiesa e il Convento annesso all'Ordine dei Minimi. I Padri l'acquisiscono ufficialmente il 3 aprile 1520. Per ringraziare il donatore dopo la sua morte, avvenuta nel 1522, i Frati seppelliscono i suoi resti all'interno della Chiesa stessa. II sisma del 1638 danneggia gravemente le strutture conventuali. Nel 1650 l'edificio ritorna a funzionare, anche se restano le tracce dei danni provocati dal terremoto. Il 12 aprile 1664 il Papa Urbano VIII proclama San Francesco Patrono di Sambiase.

Nel 1806 con l'abolizione della feudalità e la confisca dei beni ecclesiastici da parte dei francesi, il Convento viene chiuso. Viene riaperto nel 1820 e definitivamente chiuso nel 1866.

I Frati lasciano Sambiase.

I locali dei Convento vengono adibiti a scopi di pubblica utilità da parte dell'Amministrazione comunale (scuola, manicomio, pretura, municipio). Dopo quasi un secolo, nel 1954, Mons. Iacono eleva a Parrocchia la Chiesa di San Francesco dì Paola, nel 1955 i Frati del Santo Taumaturgo tornano a Sambiase.

 

La sua architettura

La Chiesa è a pianta basilicale. Ha una copertura a capanna, una facciata molto sobria ottocentesca, con lesene e un marcapiano che la suddivide in due livelli. Termina con un 'timpano' arrotondato con vasi di terracotta e la croce bronzea. All'interno un'ampia navata, coperta da volta a botte, con alle pareti lesene sovrastate da capitelli corinzi che individuano quattro campate. Le decorazioni sono in sobrio stile barocco. II presbiterio ha una copertura a calotta semisferica. Un arco a tutto sesto divide le due aree. La luce arriva dall'alto, attraverso delle aperture poste al di sopra della trabeazione che corre lungo il perimetro. Sull’ingresso il coro.

http://www.sambiase.com/index.php?option=com_content&view=article&id=15:opere-pittoriche-nella-chiesa-di-sfrancesco-di-paola-a-sambiase&catid=39:architettura-religiosa&Itemid=27

 

32.9

– Noto Borbonica

di Corrado Arato, da associazioniduesicilie.it

 

Verso la fine del settecento Noto(SR), uno dei centri più importanti del Val di Noto, distrutta dal tremendo terremoto del 1693, risorge a nuova vita e il suo piano urbano è definito. Si conclude una meravigliosa fioritura architettonica che ha visto impegnati ben tre generazioni di architetti e d abili artigiani. Riprende pian piano la vita di ogni giorno. La dinastia Borbonica salita sul trono di Sicilia, contribuisce alla rinascita economica della città con un gran numero di concessioni e privilegi.

Particolare importanza assume l’istituzione da parte di Carlo III del “Consolato del Commercio (1748) con giurisdizione su ben 13 comuni del Vallo " i campi della nuova città irrigati dal fiume Asinaro sono oltremodo fruttiferi e ricchi". Rifioriscono in questa fase le tradizioni culturali e torna a riunirsi l’Accademia dei trasformati, mentre il barone Antonino Astuto crea un museo con medagliere, biblioteca e pinacoteca, vanto della città e meta di numerosi studiosi.

Nel 1788 Noto ottiene grazie alla liberalità di Ferdinando I il riconoscimento del Titolo ed Onori di Senato per il Magistrato urbano. Nel 1813 ottiene il Distretto militare con la presenza di una compagnia. Il 13 agosto 1837 l'Alto Commissario, Marchese Del Carretto ordina il trasferimento a Noto del Capoluogo di Provincia (ai danni di Siracusa) e dei tribunali, nominando intendente provvisorio il Marchese di S. Alfano, Pietro Landolina. Il 23 successivo, Ferdinando II ratifica l'operato del suo ministro. La gratitudine della città è subito pronta e si chiede il permesso di realizzare una statua al Re (7 settembre 1837).

La statua del Re, in figura di Imperatore romano, viene commissionata a Tito Angelini, e posizionata nel 1842 di fronte a palazzo Landolina (nel punto esatto dove oggi si trova il monumento ai caduti) nel quale la coppia reale per ben tre volte (1838 –1844) viene a dimorare ospite dei Marchesi di S. Alfano (in "Storia della città di Noto di S. Russo Ferruggia" c'è la bella descrizione delle visite reali “Le loro maestà entrarono a Noto all’ora una e mezza pomeridiana. Smontarono da carrozza a piè della gradinata del Duomo dove ad attenderli stavansi i magistrati, le autorità tutte, il capitolo e il popolo in festa”). Noto abbellisce il suo volto costruendo all'ingresso della città la Porta Reale così chiamata perché fatta costruire in previsione della prima visita a Noto del re Ferdinando II.

Vengono livellati il Corso "Il Cassero" e l'attuale via Cavour per collegare meglio la parte bassa della città con la parte alta. Nascono istituzioni culturali con il bene placido dei Borbone: la Banda Musicale nel 1840; la Biblioteca nel 1847; il Liceo voluto dall'intendente della provincia Salvatore La Rosa nel 1849. Viene costruito lo scalo di Calabernardo di cui si intuisce la necessità e l’importanza per il rilancio del commercio. In quegli anni Noto, appagando la sua antica aspirazione, diventa Sede Vescovile con la bolla “Gravissimum sane” del 15 maggio 1844 di Gregorio XVI e la chiesa madre diviene Cattedrale con giurisdizione su 14 comuni, il primo vescovo Mons. Menditto 1844-1850 stabilisce la sua sede in S. Maria dell'Arco. (Il 6 ottobre 2007 Mons. Mariano Crociata è stato solennemente ordinato "Decimo Vescovo della diocesi di Noto").

Il Cavaliere La Rosa fu, anche, promotore della costruzione del Teatro Comunale che vede la luce nel 1860. Per non parlare del sistema stradale che prima dei Borbone era costituito da semplici "trazzere" piste naturali, fu l'amministrazione Borbonica ad avviare, non solo a Noto ma in tutta la Sicilia, un piano di costruzione di strade carrozzabili dando così inizio alla realizzazione della rete stradale siciliana. Uno degli esempi più belli, nella zona di Noto, è la strada che collega Noto con Palazzolo Acreide dove c'è un bellissimo ponte dell’ottocento chiamato popolarmente " Ponte di Castagna" (maggiori notizie su questi aspetti si trovano in "Contributi alla Geografia Storica dell'Agro Netino" atti delle giornate di studio promosse dall’I.S.V.N.A , Noto Palazzo trigona 29-31 maggio 1998).

E’ quindi grazie all’amministrazione borbonica che Noto gode del periodo di maggiore prestigio nei tempi moderni, ascesa e che è legata alle fortune della dinastia. Con l’unità di’Italia il parlamento di Firenze, mettendo il luce la grande fedeltà di Noto alla monarchia borbonica, vota il trasferimento del capoluogo a Siracusa con lo spostamento definitivo dell’asse politico."

Fonte:

http://www.associazioniduesicilie.it/portal/index.php?option=com_content&view=article&id=170%3Anoto-borbonica&catid=37%3Alezioni-di-storia&Itemid=49

 

32.10

 

– Molise: Il Castello medievale di Vastogirardi

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

Questo castello doveva apparire come un’autentica cittadella nella quale hanno sede le funzioni di governo, sia civile (il palazzo del feudatario), sia religioso (la parrocchia), rappresentando così il centro dell’agglomerato urbano. 
La costruzione delle mura è il primo atto della fondazione di un centro urbano, e proprio l’etimologia della parola castello adoperata per indicare il borgo fortificato di Vastogirardi, che risale a castrum, rimandava al ruolo che ha avuto la murazione nella nascita del complesso abitativo.
L’andamento orizzontale è spezzato visivamente dalle torri che danno un senso di verticalità alle mura. Queste torri, o perlomeno qualcuna, che oggi sono allineate alla quota della cortina muraria, in precedenza, forse, erano più alte per poter consentire l’avvistamento a distanza. Di torri oggi ve ne sono tre, delle quali una rompitratta e due angolari, cioè il Torrione di Casa De Dominicis e quella a presidio della Porta la cui base poligonale, e non rotonda come le altre, fa ritenere che sia successiva, nella forma attuale, al XVI secolo.


É possibile la presenza di bucature nella muratura, finanche di finestre, pure nel passato, ma certo non nel numero di quelle odierne, perché esse per lo spessore rilevante della muratura sono facilmente attrezzabili a feritoie. Le feritoie vere e proprie sono numerose all’interno del castello dove dovevano servire a difendere l’ingresso.Le porte sono sui due opposti crinali del colle sul quale è situato il castello, nei punti più bassi, e ciò consente il deflusso delle acque piovane e lo smaltimento della neve che si accumula all’interno della piazza nei lunghi inverni di questa zona di montagna. Sulla porta che guarda verso il territorio rurale sono collocati gli stemmi nobiliari e un’iscrizione celebrativa della famiglia Petra, titolare del feudo, che nel XVII secolo operò la trasformazione del complesso edilizio: questi elementi decorativi esaltano il valore simbolico della porta che è il punto di transizione dal naturale all’urbano. La parte rivolta in direzione del Tratturo, la principale via di comunicazione del passato, costituisce un marcato segno territoriale visibile da chi si trovava a transitare lungo questo percorso di collegamento di livello interregionale. (Tratto da: Almanacco del Molise. Il Borgo fortificato di Vastogirardi. Francesco Manfredi Selvaggi. Edizioni Enne, Campobasso 1991.)

Fonte:

http://www.altosannio.it/il-castello-medievale-di-vastogirardi/

 

 

32.11

– Santa Maria di Cosmedin. Una delle chiese più antiche di Napoli.

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

Il suo nome deriva dal termine greco kosmidion, che significa “ornamento”, eppure oggi di ornamenti, in questa chiesa, ne sono rimasti davvero pochi. Santa Maria in Cosmedin è situata nel quartiere di Portanova, non lontano da piazza Mercato e corso Umberto I. Secondo una leggenda fu fondata nel 290 d. C. da Costantino, il primo imperatore romano cristiano, prima ancora che egli diventasse imperatore d’Oriente e d’Occidente e promulgasse l’editto di Milano. Le prime notizie sulla chiesa risalgono però all’ottavo secolo, molto probabilmente la sua costruzione fu successiva all’Augusto.

Probabilmente, all’inizio, fu frequentata da fedeli di origini bizantina poiché per lungo tempo nel complesso si mantenne la tradizione di celebrare le messe in lingua greca. Ai piani superiori alloggiarono numerosi sacerdoti e il vescovo Eustazio, che era venerato dai Barnabiti. Questi ultimi presero possesso della struttura nel XVII secolo. Chiamati così poiché provenienti dalla chiesa milanese di San Barnaba, i padri della congregazione dei chierici regolari di San Paolo cercarono, arrivati a Napoli, di installarsi nella chiesa di sant’Arcangelo agli Armeri, fu invece concessa loro la chiesa di Santa Caterina Spina Corona. Nel 1609 si trasferirono nella basilica di Santa Maria in Cosmedin. Dell’edificio originale era però rimasto ben poco, così i preti restaurarono il complesso ponendo le basi barocche che possiamo ammirare ancora oggi. Napoli all’epoca era divisa in cinque grandi regioni, Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova, ognuna delle quali possedeva il proprio seggio, ossia un luogo dove si riunivano le nobili famiglie del quartiere. Nello slargo della chiesa di Santa Maria in Cosmedin si trovavano il seggio di Portanova e i palazzi delle due famiglie più importanti del luogo: i Bonifacio e i Mormile. A dare queste informazioni sono i barnabiti stessi: “La chiesa de Santa Maria in Cosmodin comunemente detta di Porta Nova è posta al centro di questa città verso la marina da quella però alquanto discosta; è congionta al seggio di Porta Nova, uno de’ cinque seggi, cioè luoghi, dove si congregano li nobili di Napoli, né quali cinque seggi è divisa quasi la maggior parte della nobiltà napoletana, da’ quali cavalieri del seggio di Porta Nova s’è havuta detta chiesa”. Questa descrizione fa anche capire quanto questo complesso religioso fosse importante all’epoca per gli aristocratici napoletani.

Continua a leggere su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/113765-santa-maria-in-cosmedin-una-delle-chiese-piu-antiche-di-napoli/

 

32.12

– Napoli, un tesoro archeologico svelato ai piedi del Vesuvio

da euronews.com

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A Somma Vesuviana, a pochi chilometri da Napoli, sta ermergendo un tesoro archeologico: l’imponente e maestosa villa romana dove potrebbe essere morto l’Imperatore Ottaviano Augusto.

Il sito è ai piedi del Monte Somma, il vero Vesuvio, affermano gli archeologi – quello che nel 79 d.C. coprì Pompei e non solo. Risale invece al 472 d.c, l’eruzione che coprì l’area e la villa. Fino ad oggi sono stati scavati 2000 mq ma il sito potrebbe coprire un ampiezza di almeno 10.000 mq.

Antonio De Simone, archeologo: “Giovanissimo, Augusto diventa il padrone del mondo: a 72 anni è stanco, lui del potere non ne vuole sapere più, ha lasciato Roma, con le angosce dell’esercizio del potere. Passa gli ultimi anni della sua vita in viaggio o in residenze che non siano Roma. Al ritorno da questo viaggio stanco e ammalato, lui preferisce Nola, pur avendo in zona ville molto più belle e più importanti”.

Gli scavi hanno riportato alla luce numerose statue, le più belle del periodo augusteo, pitture risalenti al III secolo d.C e dunque ad un’epoca posteriore all’eruzione del 79 d.C .
Il sito archeologico è in continua evoluzione e pur essendo un cantiere di scavo ha fatto registrare già la presenza di più di 70.000 visitatori.

Fonte:

http://it.euronews.com/2015/10/28/napoli-un-tesoro-archeologico-svelato-ai-piedi-del-vesuvio/

 

32.13

Dall’Istituto ricerca storica Due Sicilie, pubblicato da Identità Insorgenti, riceviamo e volentieri pubblichiamo

– Napoli, il Real Albergo dei Poveri

di Carmine Sadeo, da Identità Insorgenti

 

Chi passa per piazza Carlo III non ha alcuna probabilitá di non notarlo. É uno degli edifici piú grandi d´Europa, addirittura la sua facciata é 100 metri piú lunga di quella della reggia di Caserta, nonostante l´opera rappresenti solo un quinto del progetto originale.

Progettato da Ferdinando Fuga per volere di Carlo III di Borbone, la struttura era volta all´accoglienza, al mantenimento, ed alla formazione scolastica e lavorativa delle masse povere del Regno delle Due Sicilie. Uno dei tanti scopi era anche quello di assicurare agli orfani della casa dell´Annunziata, i mezzi necessari per il sostentamento e l´insegnamento di un mestiere che li avrebbe potuti rendere autonomi nella vita quotidiana.

Iscritto nella Heritage world list, rientrando nel centro storico di Napoli (Lista Unesco dei patrimoni dell´umanitá) oggi all´interno si trovano palestre, una scuola calcio, alla via Bernardo Tanucci si accede ad un grande parcheggio interno, si organizzano eventi, ma nulla che possa veramente rendere onore alla struttura, tenendo conto dello scopo per cui venne progettata. Ma come era in passato l´albergo dei poveri? I primi segni di degrado dell´albergo portano al 1861, ed una descrizione abbastanza dettagliata di come era prima del 1861, e dopo, la si può leggere in una serie di articoli del 1871 de “Lo Trovatore”:

“Trattando noi di questa vastissima opera Pia che fu l´Albergo dei Poveri, eccellente creazione della caritá cittadina e del patriottismo dei nostri venerati maggiori, oggi purtroppo per la tristezza degli uomini divenuta oggetto di speculazioni, poiché non piú risponde all´alto concetto per cui venne formata, DISCACCIANDONE I POVERI…nel primo articolo dicevamo: Che le arti principali donnesche erano nell´albergo dei poveri fin dal 1815 mantenute sempre fiorenti e lucrative su vasta scala, onde le leggende apposte sotto i saggi di esse, messi in mostra nell´esposizione Marittima, che ne indicavano l´introduzione all´albergo erano erronee, false, bugiarde… Nel secondo articolo dimostrammo come moltissime altre arti appropriate alla condizione del Pio luogo, e tutte sorgenti di pubblica utilitá e ricchezza, sono ormai scomparse dall´albergo, e ripetiamo quali esse furono: Stamperia, litografia, ponzoni in acciaio, matrici di carattere a stampa, fabbrica di spilli, idem di piccoli chiodi, idem di piastre di fucili, idem di lime e raspe. Spaccio di piccoli lavori di bronzo, lavori di pietre del Vesuvio, fabbrica di vetro bianco e colorato, lanificio, manifattura di telerie, fucine. Scuola ed esercizio di fabbri muratori, fabbrica di matite e lapis, oreficeria, ed officina di bigiotteria. Dalla vasta fabbrica di panni tenuta da Raffaele Sava in S. Caterina a formiello periodicamente all´albergo arrivavano balle di tessuti, panni, affinché un numero sufficiente di donne, meno atte al lavoro, venissero applicate utilmente ad una specie di apparecchio di quei tessuti. Or bene, a tante specie di fabbriche, d´industrie, a tanti e si svariati mezzi d´insegnamento pratico che mentre educavano l´individuo al lavoro, ed erano per gli operai sorgente di lucro, poiché nella massima parte questo a vantaggio dei lavoratori andava, oggi che potrá contrapporre l´attuale albergo dei poveri, del quale ben puó dirsi EI FU ?

STAMPERIA: introdotta nel 1827, vi lavoravano 26 giovani, aveva 6 torchi, 40 cantaja di lettere di ogni specie, si lavorava per conto del ministero dell´Interno (ABOLITA DA 5 ANNI)

LITOGRAFIA: Vi lavoravano 10 disegnatori e 15 allievi dell´albergo (SPENTA DA ANNI)

PONZONI IN ACCIAIO: Introdotti a Napoli da un Siciliano istruito in Parigi presso il conosciuto artefice DIDOT, maestralmente manifatturati nell´albergo. Nel 1835 questa industria aveva acquistato un grado di importanza cosí alto che nei loro magazzini erano esposti DICIOTTOMILA LIBBRE DI METALLO LAVORATO, il quale importava la somma di 45 mila ducati, pari a 191.250 lire…Vi lavoravano piú di 100 operai (OGGI NON É PIÚ)

FABBRICA DI SPILLI: Produceva ogni anno 12mila Libbre di spilli, producenti 9600 Ducati pari a 40800 Lire, vi lavoravano oltre 100 lavoratori (ED OGGI? NON ESISTE).

FABBRICA DI CHIODI: Si producevano le “punte di Parigi”, piú di 100 operai (SPENTA) LAVORI IN BRONZO: Un ingegnoso VENEZIANO eseguiva con un suo ritrovato, bellissimi lavori, copiandoli spesso dall´antico, 9 lavoratori dell´albergo. (CHIUSO).

FABBRICA DI PIASTRE DI FUCILI: Due maestri, 5 allievi per gli ordini, 53 per lavorare, tutti dell´albergo ( É SPENTA).

FABBRICA DI VETRO BIANCO E COLORATO: 10 allievi dell´albergo e 20 esterni, sin dal primo anno della sua istallazione si vendettero oggetti per la cifra di 8mila Ducati pari a 34.000 lire (OGGI SPENTA).

LAVORI DI PIETRE DEL VESUVIO: Un maestro con allievi dell´albergo mantenevano viva questa industria(SPENTA).

LANIFICIO: 120 operai tutti dell´albergo, si producevano particolarmente i “peloncini”(spenta).

MANIFATTURA DI TELA: 50 telai, per 30 uomini e 20 donne, ove lavoravano 100 uomini e 50 donne senza contare i maestri Il direttore di questo ospizio in una mostra pubblica meritó la medaglia d´oro, e due volta quella d´argento, come venne decorato della medaglia d´oro anche il direttore della fabbrica di cristalli(OGGI NON ESISTONO).

FUCINE DI FABBRI FERRAI: 20 operai (ABOLITE).

FABBRI MURATORI: 40 operai (ABOLITI) Ecco in abbozzo cosa era l´Albergo dei Poveri quando ne reggevano le sorti , e ne amministravano le rendite uomini severi, e non capricciosi, ed impari all’ impresa; i quali ponendo in cima a tutto la soddisfazione della propria volontà, per un opera così stupenda di carità cittadina, di filantropia, di civile educazione , di benessere non solo dei poveri reclusi, ma del popolo tutto, che nel decoro ed incremento di sì grandioso Istituto, andava superbo di mostrare allo straniero come l’ Italia fu sempre culla del bello, e che sotto allo incantato Cielo di questa voluttuosa Napoli fioriron sempre : CARITÁ, GENIO, E LAVORO.

Le disposizioni che riguardano il vitto, l´alloggio, il vestiario, il mantenimento, la formazione scolastica e lavorativa degli “ospiti” dell`albergo sono davvero innumerevoli, ed un quadro di come doveva essere la politica sociale nel mezzogiorno d´Italia pre-unitario la si puó leggere dall´Almanacco del Regno delle Due Sicilie per l´anno 1842 : “I mendici, gli accattoni, crescenti in numero o perché loro manca un lavoro ed il modo di procurarselo, o perché inclini all´ozio, o perché malori e fisiche deformitá li inabilitano a faticare, hanno determinato il Re a volgere verso di essi le sue paterne cure per chiamare i primi a vita laboriosa e utile, per allontanare gli altri dal vizio, e per soccorrere gli ultimi nelle loro sventure, migliorando la sorte e la salute di tutti…con tali vedute si é ordinato lo stabilimento di 4 grandi depositi destinati con apposite dotazioni ad accogliere individui dei due sessi e qualsiasi etá:

1 – nella Capitale (Napoli) 2 – Terra di lavoro per il principato Ulteriore, Molise, Capitanata e Abruzzo 3 – Principato Citeriore, Basilicata e Calabria 4 – Terra di Bari e Terra d´Otranto. Per quanto riguarda la Sicilia: Palermo, Monreale, Caltagirone.

Stendhal (1783-1842) sull´Albergo dei poveri scriveva cosí:  “Albergo dei Poveri, primo edificio. È molto più impressionante di quella bomboniera, tanto vantata, che si chiama a Roma “Porta del Popolo”.

Fonte:

http://www.identitainsorgenti.com/storia-e-identita-lalbergo-dei-poveri-fu-rivoluzionario-laboratorio-casa-daccoglienza-e-molto-di-piu/

 

32.14

– Alcuni degli istituti assistenziali del Regno

da

“Città e modelli assistenziali nell’Italia dell’Ottocento”

di Giovanna Da Molin, Cacucci Editore, pagg. 19, 20, 21.

Ci scusiamo per la non ottimale qualità delle immagini.

Cliccare sulle immagini per ingrandirle.

 

Fonte:

https://books.google.it/books?id=HJDHAgAAQBAJ&pg=PA19&lpg=PA19&dq=elenco+albergo+dei+poveri+borbone&source=bl&ots=aBNs8nj8m-&sig=9lqf5IiGBQYKj_0iVZPH5n6W0Jw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi9m6OI4OrJAhVFoA4KHV4RB24Q6AEINjAG#v=onepage&q&f=false

 

32.15

– Il “Cristo velato”

da una segnalazione Fb. di G. C.

 

RAIMONDO DI SANGRO

tratto da Napoli Segreta di Antonio Emanuele Piedimonte
da Art Dossier….fonte Clara Miccinelli

 

" Nell'Archivio Notarile Distrettuale di Napoli è stato rintracciato il contratto tra Raimondo di Sangro ed il Sammartino per la realizzazione della statua.

In esso si legge che il 25 novembre 1752, alla presenza del notaio Liborio Scala, le due parti, il Principe ed il Sammartino, si accordano sulla realizzazione del Cristo Velato.

Lo scultore si impegna ad eseguire di TUTTA BONTA' E PERFEZIONE UNA STATUA RAFFIGURANTE NOSTRO SIGNORE MORTO AL NATURALE DA PORRE SITUATA NELLA CHIESA GENTILIZIA DI D. SIG. PRINCIPE (…) CIOE' UN CRISTO VELATO STESO SU D'UN MATERAZZO CHE STA SOPRA AD UN PANNEGGIO E APPOGGIA LA TESTA SU DUE CUSSINI, APPRE' DEL MEDESIMO VI STANNO SCOLPITI UNA CORONA DI SPINE TRE CHIODI E UNA TENAGLIA;

Raimodo di Sangro, oltre a procurare il marmo necessario, si obbliga AD APPRESTARE UNA SINDONE DI TELA TESSUTA, LA QUALE DOVERA' ESSERE DEPOSITATA SOVRA LA SCULTURA; ACCIO' DIPOICHE', ESSO PRINCIPE L'HAVERA' LAVORATA SECONDO LA SUA PROPIA CREAZIONE; E CIOE' UNA DEPOSIZIONE DI STRATO MINUTIOSO DI MARMO COMPOSITO IN GRANA FINISSIMA SOVRAPPOSTO AL VELO.

IL QUALE STRATO DI MARMO DELL'IDEA DEL SIG. PRINCIPE, FARA' APPARIRE PER LA SUA FINEZZA IL SEMBIANTE DI NOSTRO SIGNORE DINOTANTE COME FOSSE SCOLPITO DI TUTTO CON LA STATUA.

VICEVERSA IL SIG. JOSEPH S.MARTINO SI OBBLIGA PURANCHE ALLA POLITURA ED ALLUSTRATURA DELLA SINDONE; DI TAL ARTE PER LO SBALORDIMENTO DEL PIU' ATTENTO OSSERVATORE.

Il Sammartino si impegna inoltre A NON SVELARE AL COMPIMENTO DI ESSA (STATUA) LA MANIERA ESCOGITATA DAL PRINCIPE PER LA SINDONE RICOVRENTE LA STATUA.

Nell'atto notarile SI CONVIENE ANCORA CHE TUTTO IL LAVORO RISULTERA' DI DETTO SIG. S.MARTINO.

 

 

32.16

– L’acquedotto Borbonico in località Feudo (Sant’Eufemia)

da lametino.it

Lamezia Terme – L'associazione “…dei 40 Martiri” pochi giorni fa si è recata in località “Feudo” – precisamente fra gli ulivi della tenuta agricola dell'azienda De Lorenzo, ex proprietà del Barone Nicotera – per verificare la segnalazione di un abitante della vicina Sant'Eufemia, riguardante la possibile presenza di un altro antico acquedotto, simile a quello già rinvenuto in data 20 gennaio nei pressi di Caronte.

Sul posto i componenti dell’associazione hanno potuto constatare come la struttura si sia conservata integra nel tempo, conservatasi intatta nonostante l'evidente fattura secolare, riconducibile all'epoca Borbonica. La custodia della originalità architettonica è da ricollegare anche allo scrupolosa attenzione dei proprietari del fondo, i quali hanno saputo mantenere e tutelare la struttura nella sua integrità, salvaguardando il cospicuo bagaglio storico insito in quelle splendide arcate.

L'acquedotto in questione, largo circa 1,80 m, s'innalza dal piano campagna fino ad arrivare ad un altezza massima di circa 6 m, tutto questo estendendosi approssimativamente per 350 m. “Questo acquedotto, sconosciuto a molti lametini e dimenticato dagli organi di competenza, – scrivono dall’associazione Quaranta Martiri – attingeva sicuramente l'acqua dal torrente Cantagalli, dal quale è costeggiato parallelamente per qualche centinaio di metri. La magnificenza e la solennità di questa costruzione comunicano l'importanza che assumevano queste opere di canalizzazione in zone prettamente agricole, favorendo la crescita dei centri abitati vicini: mezzo di sostentamento delle genti e linfa di vita per gli ulivi storici, i quali oggi ci regalano il nostro celebre oro verde”.

L’associazione rende noto che, per confermarne le origini, è stato inviato tutto il materiale all’Archivio di Stato per avere conferma sulla struttura.

Fonte:

http://www.lametino.it/Ultimora/lamezia-scoperto-acquedotto-borbonico-in-localita-feudo.html?fb_ref=Default

 

 

 

 

 

 

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