– Ustica: le strutture difensive e la colonizzazione Borbonica

di Giovanni Maduli

Settembre 2013

Destinata a luogo di confino e di pena, nella prima metà del 1700 Ustica era tuttavia abitata da pochi abitanti locali dediti principalmente all’agricoltura.

L’isola, come pure le altre isole siciliane, era da tempo immemorabile soggetta a continue scorrerie barbaresche di ogni genere che ne hanno compromesso per secoli il sereno e pacifico sviluppo.

Intorno alla metà del ‘700 Carlo III di Borbone, intenzionato a porre fine a quelle scorrerie, avviò una seria campagna di colonizzazione dell’isola predisponendo con Regio Decreto del 4 aprile 1759 non solo il ripopolamento dell’isola attraverso la progettazione di adeguati insediamenti civili, ma anche la realizzazione di idonee strutture difensive.

In data 14 marzo 1761 fu pubblicato il bando di colonizzazione il quale prevedeva l’assegnazione ai coloni fino a tre salme di terra e l’esonero decennale dalle tasse. Sconsideratamente, alla diffusione del bando, un notevole numero di abitanti di Lipari accorse sull’isola nel tentativo di impadronirsi delle terre prima che esse venissero destinate ai legittimi proprietarii secondo le normative del bando stesso e ciò per mettere le autorità di fronte al fatto compiuto. Ma non essendo ancora completate le necessarie strutture difensive essi dovettero subire praticamente inermi un feroce attacco corsaro nella notte dell’8 settembre 1762; molti di essi furono uccisi; altri tradotti in schiavitù in Tunisia da dove saranno liberati solamente nove anni dopo.

A seguito di quell’evento la colonizzazione dell’isola e la realizzazione delle strutture difensive subirono una brusca accelerazione.

Secondo quanto riportato dal sacerdote Michele Russo nelle sue “Memorie sull’isola di Ustica”, già agli inizii del 1800 risultavano completate:

– 2 torri di avvistamento e difesa con 3 cannoni da 18 ciascuna;

– il Forte della Falconeria dotata di 4 cannoni;

– il Rivellino (particolare struttura difensiva) di S. Giuseppe e il Fortino a mare con 2 cannoni ciascuno;

– 11 garitte lungo la costa presidiate dai soldati giorno e notte;

– un’armeria;

– la chiesa vecchia e la nuova;

– la casa del Governatore e del suo aiutante;

– gli alloggi per i militari, per il medico, per l’aromataio, per la levatrice e per i funzionarii governativi;

– tre magazzini di viveri;

– un forno pubblico, un mulino, il quartiere dei “disterrati” (galeotti);

– l’ospedale militare e otto cisterne pubbliche.

Nel 1805 il Re autorizzava l’usticese Antonio Favaloro a stilare la “Lista dei tre ceti”, cioè la lista, come diremmo oggi, degli aventi diritto al voto. La lista era costituita dal Ceto Civile, composto dai rappresentanti degli uffici pubblici; dal Ceto dei Maestri, composto dai muratori e dagli artigiani e dal Ceto dei Contadini. Per come scrive nelle sue pubblicazioni Vito Ailara, Direttore del Centro Studi di Ustica, “Con tale atto si abbandonava la prassi di nomina governativa del Sindaco e della giunta” e si avviava quella “della pratica democratica”.

Tuttavia, nonostante l’impegno non indifferente in termini economici per la realizzazione delle strutture difensive e per la colonizzazione agevolata dell’isola da parte dei Borbone, in occasione degli eventi del 1820 gli usticesi sembra abbiano dimenticato quanto fatto e quanto realizzato dalla casa regnante. Scrive ancora l’ Aliara: “Il vento impetuoso della rivoluzione durato tre mesi,…, aveva soffiato anche su Ustica, pur se ci si sarebbe aspettato di vedere gli usticesi a fianco di casa Borbone, che aveva profuso energie e fondi nella colonizzazione dell’isola”.

 

Le torri borboniche di avvistamento e difesa di Ustica

Ma l’attenzione dei Borbone non si limitò alla semplice colonizzazione dell’isola ed alla protezione della popolazione attraverso la realizzazione, come abbiamo visto, di idonee strutture difensive. Il loro impegno andò ben oltre, giungendo a prevedere sin dai primi anni del nuovo Regno una idonea scolarizzazione dei giovani. Scrive ancora l’ Ailara: “I Borbone, almeno riguardo a Ustica, furono illuminati. Infatti, già nel 1773, i Cappuccini, incaricati della cura dei primi coloni insediatisi dieci anni prima, vennero obbligati con decreto reale a destinare il vicario del parroco all’insegnamento dei giovani…”

Gli anni ’30 del 1800 si chiusero con un boom demografico, si contano infatti 1.133 abitanti, il 40 % in più rispetto al 1798.

Il 12 agosto 1843, dopo una ondata di emigrazione verso Lampedusa, probabilmente dovuta alla sempre maggiore insofferenza dei residenti nei confronti dei galeotti fra i quali spesso scoppiavano risse, fu pubblicato il bando del 22 luglio per il popolamento di Lampedusa. Per colonizzare l’isola Ferdinando II offriva tre salme di terra coltivabile, esenzione dalle tasse e difesa militare.

Nonostante tanti numerosi sforzi, anche ad Ustica i subdoli ideali della rivoluzione francese prima e dei moti del ’20 poi, ebbero una grave recrudescenza nei moti del ’48 e numerosi furono gli usticesi che si schierarono in favore delle “rivoluzione”. “Eppure”, scrive ancora l’Ailara, “gli usticesi avrebbero avuto buoni motivi per stare decisamente dalla parte dei Borbone, tante erano state le elargizioni e i benefici loro concessi”.

 

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Le notizie di cui al superiore articolo sono tratte dal sito centrostudiustica.it

http://www.centrostudiustica.it/

Al Direttore del Centro Vito Ailara va il nostro ringraziamento per la cortesia e disponibilità con le quali ha messo a disposizione il materiale di suo pugno.

 

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