MAGGIO 2018

Ancorchè non relativo alla Nostra Storia, riteniamo utile segnalare questo significativo video sulla vera storia della città di Trieste dal quale traspare, ancora una volta, il vero “spirito” di questa Italia.

– Fondazione per Trieste LA NOSTRA STORIA

di Fondazione per Trieste, youtube.com, su segnalazione di Fonso Genchi

(foto da it.wikipedia.org)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=x9X0m4sFwFs&feature=youtu.be

 

 

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Dall’Istituto ricerche storiche Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo

– 12 aprile 1815. Murat è sconfitto a Casaglia: così cominciò il valzer che riportò il Borbone a Napoli

di Roberto Della Rocca, da istitutoduesicilie.blogspot.it

NAPOLI – La battaglia di Casaglia, combattuta il 12 aprile 1815, è uno degli scontri della breve guerra che, tra il 1814 e il 1815, infiammò la penisola italiana e che si combatté tra l'esercito napoletano del Re Gioacchino Murat, e le truppe austriache. Napoleone aveva abbandonato, complice una notte senza luna e la distrazione dei sorveglianti britannici, l'isola d'Elba ed era sbarcato a Cannes intenzionato a riprendersi Parigi, la Francia e, forse, a salvare le conquiste territoriali della rivoluzione del 1789.  I più grandi diplomatici d'Europa stavano invece discutendo a Vienna come ridisegnare le mappe del continente dopo la rovinosa caduta dell'Impero Francese tra l'incendio di Mosca e la defezione bavarese a Lipsia. 

Il momento era particolarmente delicato per il futuro assetto geopolitico dell'Italia e per il destino di Napoli. Gioacchino Murat, figlio di un bettoliere, apparteneva alla nuova aristocrazia rivoluzionaria. Generali e uomini di indiscusso valore militare come Lannes, Ney, Soult, MacDonald, a prescindere dalle proprie origini avevano raggiunto i massimi gradi dell'armata napoleonica ed erano stati elevati a 'nobili vittoriosi' (Ney fu duca di Eylau, piccolo borgo tra la Prussia e la Lituania dove fu determinante nella vittoria contro i russi nel 1807). Altri militari vennero elevati a sovrani: uno fu Bernadotte che avrebbe tradito Napoleone dopo essere diventato Re di Svezia (l'attuale casa regnante trae la sua origine dal maresciallo di Francia spedito a Stoccolma nel 1810) e l'altro fu Murat, che di Napoleone divenne cognato dopo aver sposato la preferita tra le sorelle del generale-Imperatore, Carolina.

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http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2018/04/12-aprile-1815-murat-e-sconfitto.html

 

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– Giuseppe Massari con la commissione d’inchiesta sul brigantaggio aprì le porte alla Legge Pica

di Giovanni Greco, da altaterradilavoro.com

Giuseppe Massari (Taranto, 11 agosto 1821 – Roma, 13 marzo 1884) è stato un patriota, giornalista e politico italiano. Deputato dal 1860 alla morte, coltivò l’amicizia di Cavour, del quale appoggiava in pieno la politica. Si fece notare per il suo impegno soprattutto in occasione dell’annessione al Piemonte dell’Emilia. Ha scritto numerose biografie sui protagonisti del Risorgimento e un Diario e fu componente della Commissione sul brigantaggio.

“L’agente segreto di Cavour – Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato”

 Giuseppe Massari fu segretario ufficiale di Cavour dal 1858 al 1860, suo consigliere decisivo e confidente per tanti affari segreti. Deputato di Terra di Bari al Parlamento napoletano, fu uomo di coinvolgente oratoria, autore prolifico, giornalista, consigliere presente agli incontri più importanti accanto al presidente del consiglio e, soprattutto, incaricato di missioni segrete per l’Unità.

 Considerò il brigantaggio il primo ostacolo per unificare l’Italia e nella sua relazione alla Camera del 1862 “Commissione d’inchiesta sul brigantaggio RELAZIONE STRALCIO di GIUSEPPE MASSARIsosteneva che gli agenti borbonici e clericali fomentavano il fenomeno del brigantaggio.

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http://www.altaterradilavoro.com/giuseppe-massari-con-la-commissione-dinchiesta-sul-brigantaggio-apri-le-porte-alla-legge-pica/

 

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– 1848: un 170˚ da rivisitare e ricordare

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Cade quest’anno il 170˚ della famosa rivoluzione del 1848 che è rimasta anche nel frasario comune come “succede il ’48” quando dei grossi guai accadono.

Una serie di articoli riguarderà questo tema fondamentale della storia duosiciliana che è il vero prodromo del risorgimento del 1860.

Cominciamo con scandire le date di quell’anno fatidico evidenziando gli avvenimenti più rilevanti.

Già a fine 1847 attorno al Faro sediziosi stranieri appiccano focolai a stento rintuzzati dai Regi.

Il nuovo anno si apre con i moti di Sicilia.

Gennaio 12

Scoppia la rivoluzione a Palermo grazie alla regia inglese (Lord Mintho),  ai settari internazionali sbarcati, ai nobili oppressi (loro sì dai Borbone) e ai loro nuovi servi della gleba i famosi picciotti.

Gennaio 29

Il Re Ferdinando si trova in grande imbarazzo con la Sicilia rivoltata e Napoli zeppa di sediziosi. Prima di prendere decisioni fa quello che nessuno storico postumo ha mai riportato: esce dalla reggia e incontra con una esigua scorta i popolani in varie zone della capitale. Ad essi chiede pareri e consigli che sono tutti orientati contro la rivoluzione dei signori e degli stranieri, con l’assicurazione che i Napoletani avrebbero combattuto per lui.

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http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8872

 

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– Angri, Regno delle Due Sicilie

di o’ sanfedista, da youtube.com

Conferenza ad Angri (SA) il 17 marzo 2018 del P2S e NBA sul Regno delle Due Sicilie tra falsi luoghi comuni e verità di archivio. Parte I : l'intervento del prof. Vincenzo Gulì

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=51uxDtT6tnM&feature=youtu.be

 

 

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– Come Ferdinando I (il “re lazzarone”…), difendeva i grani siciliani

(da una segnalazione di Pompeo De Chiara)

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(cliccare sulle immagini per ingrandirlle)

 

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– 4 aprile del 1860: la rivolta della Gancia apre la porta a Garibaldi e ai picciotti della mafia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

“All’erta tutti ppi lu quattru aprili, sangu ppi sangu,nni l’avemu a fari, sta sette impia l’avemu a finiri, la Sicilia l’avemu a libbirari”.

Queste erano le parole d’ordine che il 4 aprile di 157 anni fa i congiurati del convento della Gancia cantavano a squarciagola agli ordini dei capipopolo Francesco Riso, mastro fontaniere, e Salvatore La Placa, sensale di bovini. Era la fine di febbraio del 1860 quando il comitato liberale i cui autorevoli rappresentanti erano Michele Amari, Filippo Cordova, il marchese di Torrearsa, Mariano Stabile, Matteo Reali, Vito D’ondes Reggio contattarono appunto Francesco Riso e Salvatore la Placa, due capipopolo in grado, grazie al loro ascendente, di raggruppare gente sveglia e pronta a menar le mani.

Poi fu necessario incontrare i baroni e, attraverso loro i vari gabelloti di riferimento, vennero messe a punto le operazioni che portarono, inevitabilmente, ad accordi con la mafia per preparare e favorire lo sbarco di Garibaldi.

Racconta il barone Brancaccio di Carpino, a proposito del reclutamento dei volontari da arruolare:

“Era dura necessità reclutare gente di ogni risma, vi si era costretti da forza maggiore, e non potendo essere arbitri della scelta si doveva accogliere tutti coloro che dicevano di essere pronti alla scelta”.

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http://www.inuovivespri.it/2018/04/04/4-aprile-del-1860-la-rivolta-della-gancia-apre-la-porta-a-garibaldi-e-ai-picciotti-della-mafia-2/

 

APRILE 2018

– LA MEMORIA DI UN REGNO

di Roberto Maria Selvaggi, da altaterradilavoro.com

 

la guerra dei poveri contro gli invasori

La Lucania è una delle regioni del Sud che più ha sofferto in termini di …sacrifici morali e materiali durante le invasioni che nell’800 tormentarono il nostro meridione. Nel 1810 fu infestata da un francese della peggiore specie, inviato anche in Calabria da Gioacchino Murat.

E’ incredibile come per convincerci a dimenticare una dinastia come quella Borbonica, che ha dato al meridione una dignità mai più ritrovata, la storiografia ufficiale ci abbia fatto digerire come esempio di grande civiltà un regime sanguinario come quello murattiano.
Dal 1806 al 1811 gli Abruzzi, la Lucania e la Calabria furono perennemente in rivolta. Già nel 1799 queste regioni si opposero con tutti i mezzi alla penetrazione francese e giacobina; con il Cardinale Ruffo, calabresi e lucani contribuirono a riconquistare il regno ed a cacciare gli stranieri dal paese. Varie campagne di repressione furono messe in atto da Giuseppe Bonaparte prima e da Gioacchino Murat poi, ma l’indomito popolo di quelle regioni non si piegava.
La mistificazione a senso unico della storia del nostro mezzogiorno continua, soprattutto per il periodo che va dalla fine del ‘700 a tutto il 1860.

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http://www.altaterradilavoro.com/la-memoria-di-un-regno/

 

 

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– LA COSTITUZIONE DEL 1812: UN GRIMALDELLO PER L'ANNESSIONE BRITANNICA DELLA SICILIA

di Davide Cristaldi, da associazioniduesicilie.it

Ancora oggi, complice una celebrativa ed agiografica ricostruzione in chiave risorgimentale dei fatti accaduti durante l'occupazione militare della Sicilia da parte dell'Impero britannico, si tende a dipingere l'azione politica inglese in Sicilia (vedi "Costituzione Inglese" del 1812) come un albero i cui frutti sarebbero stati forieri di progresso civile ed economico. Tuttavia ben altri furono i frutti che quell'albero velenoso portava in seno: la sbandierata abolizione dei feudi in realtà non era che un inganno, l'articolo XI della Costituzione prevedeva soltanto la trasformazione dei feudi in "allodii", ovvero le terre si apprestavano a diventare proprietà private dei baroni.

Chi ha creduto fino ad oggi che l'imponente sforzo bellico ed economico dell'Inghilterra in Sicilia fosse gratuito e privo di ogni secondo fine dovrà ricredersi.

Il vero obiettivo dell'Inghilterra, infatti era la completa annessione della Sicilia, come lo stesso Lord Bentinck, plenipotenziario di S.M. Britannica, ammise in una lettera del dicembre 1813 al principe ereditario Francesco di Borbone, nella quale confidò il suo "sogno": "la Sicilia dovrebbe diventare la regina della nostre colonie".L'irricevibile proposta era questa, i Borbone avrebbero dovuto consegnare la Sicilia agli inglesi mentre ai Borbone sarebbe stato consegnato (oltre Napoli) il territorio Pontificio, o in alternativa un cospicuo sussidio in denaro e armi.

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http://www.associazioniduesicilie.it/portal/index.php?option=com_content&view=article&id=428:la-costituzione-del-1812-un-grimaldello-per-lannessione-britannica-della-sicilia&catid=36:news&Itemid=50

 

 

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– Voltaire, il guardiano della nostra prigione mentale

di Giuseppe Reguzzoni, da tempi.it

 

Chi era davvero Voltaire? Il difensore intransigente della tolleranza, nemico di ogni fanatismo e apostolo della nuova laicità, come lui ha voluto farci intendere e come ci è stato propagandato dalla scuola, o semplicemente un astuto impostore, abile nel cavalcare lo spirito del tempo e pronto a tutto pur di affermare se stesso? Da qualche decennio la storiografia più seria ha cominciato a mostrarci il volto nascosto dell’«apostolo della tolleranza», pur con pochi riscontri nella vulgata più comune e, in particolare, in quella scolastica. Abbiamo così scoperto un Voltaire arricchitosi con il traffico negriero, violentemente razzista e antisemita, ben poco scusabile con il richiamo al solito «ma quelli erano i tempi!», giacché altri autori, in quei medesimi tempi, seppero reagire con ben più coraggio e disinteresse. Abbiamo scoperto un autore geloso della propria fama sino all’astio, che non esitò a chiedere il licenziamento del giovane Rousseau, pur suo ammiratore, ma che rischiava di fargli ombra col suo genio.

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https://www.tempi.it/voltaire-il-guardiano-della-nostra-prigione-mentale#.Wrvy0pexVdg

 

 

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– Discorso di Ruggiero Settimo, presidente del Consiglio del parlamento rivoluzionario di Palermo

La storiografia ufficiale rappresenta i moti del 1848 come un tentativo dei Siciliani di staccarsi dal Regno delle Due Sicilie, ma i documenti ufficiali dicono invece che il 1848 altro non era che un 1860 finito male (per i nostri nemici).

Da un post di Davide Cristaldi sulla pagina Fb. di “Sicilia Borbonica”:

ruggero-settimo(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

 

 

MARZO 2018

 

A seguito di cortese segnalazione dell’Istituto per le ricerche storiche Due Sicilie, pubblichiamo:

Si riaccende il dibattito sui fatti dell’agosto del 1861. Intervista a Fernando Riccardi

di Gennaro Grimolizzi, da domus-europa.eu

 

Ci risiamo. Una cosa molte triste nella storiografia e nella pubblicistica. Minimizzare o vestire la divisa di questa o quella “squadra di intellettuali”. Fare la conta dei morti. Succede da decenni, da quando la pietra tombale, posta da chi decise che non si dovevano rivelare tanti aspetti di come venne “fatta” l’Italia, è stata rimossa da validi e, viste certe circostanze, coraggiosi studiosi dell’unità nazionale.

Pochi giorni fa “La Lettura”, inserto culturale del Corriere della Sera, ha dedicato una pagina intera al libro in uscita di Giancristiano Desiderio, collaboratore di Via Solferino e direttore del periodico “Il Sannio”. Eloquente il titolo dell’articolo. Come detto prima, “solo” tredici morti e non centinaia a proposito dei fatti accaduti nell’agosto del 1861 nel borgo di Pontelandolfo, in provincia di Benevento. Qui il Regio Esercito represse nel sangue la rivolta dei cittadini ancora vicini ai Borbone e critici verso chi voleva unificare con la forza e la prepotenza. Il Corrierone (un tempo), a proposito del volume di Desiderio, esalta le ricerche del giornalista campano. Le sue argomentazioni rivelano una volta per tutte, la verità sugli accadimenti di oltre centocinquanta anni fa. E viene in mente un avvocato che alla conclusione delle sue arringhe era solito dire: “Questi sono i fatti, Vostro Onore. Quelli veri!”. Per alimentare il dibattito su tante pagine di storia dimenticata o presentate con le vesti della minimizzazione partigiana abbiamo interpellato il giornalista e storico Fernando Riccardi, che da sempre studia gli episodi che fecero l’Italia e gli italiani.

L’ultimo libro di Giancristiano Desiderio, “1861 Pontelandolfo. Tutta un’altra storia”, rivede i fatti tragici di oltre un secolo e mezzo fa. Cosa ne pensa?

«La sua domanda ha bisogno di una risposta articolata. Intanto aspettiamo di leggere il libro prima di dare un giudizio, una regola di assoluto buon senso non a tutti cara. Gli articoli di presentazione apparsi sui mass media in queste ultime settimane lasciano intendere che Desiderio metterà a disposizione dei lettori e degli studiosi un apparato documentale ed archivistico in grado di sconvolgere ogni ricostruzione che fino ad ora è stata fatta di quei tragici fatti. Staremo a vedere. Per il momento si è limitato ad annunciare che i morti di quel 14 agosto 1861 a Pontelandolfo non furono centinaia ma soltanto tredici, come risulta dai “libri mortuorum” conservati nelle chiese parrocchiali del piccolo paese del beneventano. E qui già si può notare una piccola ma significativa discrepanza».

Quale?

«Nella targa affissa sulla parete esterna dell’ex chiesa dell’Annunziata, nei pressi della piazza principale del borgo, lì collocata nel 1973, compaiono i nomi di diciassette cittadini di Pontelandolfo “ignari, inermi ed innocenti” travolti “dall’inconsulto sterminio che nell’agosto del 1861 fece di questa terra un rogo consegnando alla storia i vostri nomi”, come recita la scritta apposta su quella lapide bronzea. Seguono i nomi dei caduti tra i quali c’è quello di Concetta Biondi, il simbolo del martirio di Pontelandolfo, ma anche quello di Michelangelo Perugini, l’esattore fiscale ucciso qualche giorno prima dai cittadini che non volevano pagare le tasse sempre più esose. E già qui i conti non tornano. Infatti se Desiderio parla di tredici morti, ne mancano almeno altri tre, come si evince scorrendo l’elenco impresso sulla targa ed escludendo lo sventurato esattore. A dimostrazione che la fonte dei “libri mortuorum”, pur importante, non è esaustiva. E lo dico a ragion veduta perché proprio in questi giorni sto per ultimare una ricerca sugli eventi, altrettanto drammatici, del 1799 in alta Terra di Lavoro e sto frequentando molto gli archivi parrocchiali. Sarebbe interessante che il nostro autore potesse darci, e non è detto che non lo faccia, la media dei decessi a Pontelandolfo negli anni immediatamente precedenti e poi confrontarla con quella del 1861 per vedere se si è registrato un significativo incremento. Ma anche in questo caso non dobbiamo che aspettare la pubblicazione del libro. C’è da fare, però, un’ultima considerazione. Nell’articolo di presentazione del libro apparso domenica scorsa sull’inserto culturale “La Lettura” del Corriere della Sera, l’autore svela quali sono state le sue principali fonti: i “libri mortuorum” degli archivi parrocchiali, la relazione di un sacerdote, Giambattista Mastrogiacomo, datata 15 agosto 1861, l’intervista del sergente Raniero Sacchi rilasciata il 19 agosto 1861 al giornale “La Perseveranza” e, infine, una lettera di tale Caterina Lombardi, di Pontelandolfo, datata 3 settembre 1861. In tutti questi documenti non si parla mai di strage, di eccidio ma soltanto di una manciata di morti, tredici per l’esattezza, confermando il dato rinvenuto nei “libri mortuorum”. Mi meraviglia molto non aver trovato citato in tali fonti il diario del bersagliere Carlo Margolfo (ma forse lo sarà nel libro) che aveva preso parte all’azione di rappresaglia, per punire il paese che si era reso responsabile, assieme alla vicina Casalduni, dell’uccisione dei soldati del tenente Bracci. Eppure è una testimonianza diretta, immortalata in un libro dato alle stampe nel 1992, che racconta come andarono veramente le cose e la cui lettura consiglio vivamente al collega Desiderio. In quelle pagine troverà lo spunto per arricchire il suo volume e per modificare le sue posizioni fin troppo dogmatiche».

Margolfo ed i suoi commilitoni ricevettero l’ordine di fucilare sul posto gli abitanti di Pontelandolfo…

«Esatto. E questo è un aspetto non di poco conto. Margolfo ed i suoi commilitoni dovevano eseguire l’ordine di fucilare tutti gli abitanti di Pontelandolfo, ad eccezione dei bambini, delle donne e degli infermi. Qualcosa, invece, non funzionò in quanto a farne le spese fu anche una ragazzina innocente come Concetta Biondi alla cui memoria è dedicata una graziosa piazzetta del borgo. Il saccheggio e l’incendio del paese, così come quello di Casalduni, provocarono la reazione in Parlamento di parecchi deputati che chiesero spiegazioni al governo. Ci furono interpellanze e dibattiti ma alla fine trionfò la ragion di stato.

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http://www.domus-europa.eu/?p=7540

 

 

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– La strage di Torino e la politica repressiva del Regno d’Italia (prima parte)

da altaterradilavoro.com

 

L’architetto Loreto Giovannone, ricercatore indipendente, dilettante, non legato al mondo neoborbonico, con Miriam Compagnino è autore dei libri “Italiani” (2013) e “Deportati” (2014) dove, con l’ausilio dei documenti d’archivio, è ricostruita la prima deportazione in massa di civili della storia d’Europa moderna e contemporanea. In questo suo articolo illustra le “malefatte” di Silvio Spaventa come Segretario del ministero dell’interno, retto da Ubaldino Peruzzi, nel settembre 1864 a Torino (m.j.).

 

 Il baratro della cultura storica. – Cento anni dopo la dichiarazione del Regno d’Italia, iniziò un processo lento ma irreversibile che ha messo una parte della storiografia ufficiale fuori dall’ambito etico e morale. Gli studi storici sul Risorgimento uscirono fuori dall’accademismo e della propaganda del regime liberale, alcuni ricercatori indipendenti, senza titoli accademici specifici, iniziarono a consultare i tanti archivi storici e le biblioteche sparsi nella penisola.

Indipendenti dalle Università e dalla politica, iniziarono un lungo lavoro, non sempre dal risultato di qualità, tuttavia tale da far emergere la “verità” storica sul Risorgimento, a suo tempo seppellita dalla versione ufficiale, dai programmi scolastici e dalle politiche pedagogiche ministeriali.

Questo movimento di storici dilettanti ha talmente spinto le ricerche nelle fonti documentali da portare negli ultimi anni la “versione ufficiale” presso che al collasso. Nell’immediato futuro il Risorgimento sarà una grave voragine della storia d’Italia, un buco nero nella storia politica e civile di un paese unificato ma mai realmente unito, diviso e socialmente discriminato nell’annesso sud.

La maledizione della verità storica manipolata e negata da accademici compiacenti ha colpito gli oltranzisti oramai arroccati su se stessi. Accademici sempre pronti a veicolare la cosiddetta “versione ufficiale” e ad “escludere” dai testi la verità principale del Risorgimento: la tragica e feroce guerra per annettere le popolazioni civili resistenti nel sud dopo la fine del Regno delle due Sicilie.

La politica di repressione messa in atto dal Ministero dell’Interno colpì ciecamente anche la capitale con la strage di Torino del 21-22 settembre 1864, cinquantadue morti, centottanta feriti, secondo la versione più comune.

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http://www.altaterradilavoro.com/la-strage-di-torino-e-la-politica-repressiva-del-regno-ditalia-prima-parte/

 

 

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– Menzogne parlamentari, sui Briganti Insorgenti

da altaterradilavoro.com e da pontelandolfonews

RICERCA EFFETTUATA SU “GOOGLE LIBRI” DAL LIBRO “ROMA E LE MENZOGNE PARLAMENTARI NELLE CAMERE… ” di Teodoro SALZILLO -Malta-1863

La menzogna è il furto del bene dell’intelletto, che il mentitore ce lo invola. Ogni verità e partecipazione del Sommo Vero, ed è mezzo per risalirvi, l’inteletto è perfezione della più nobile parte di noi, ogni privazine di vero per noi è grave perdita, ogni offesa del vero un grave delitto.

PREFAZIONE
La rivoluzione pervenuta a travolgere le menti con un falso filosofismo, a scambiare il senso dei vocaboli della lingua, a manomettere il retto ragionare con una logica tutta propria, a sublimare la sempre crescente illuvione dei più abbominevoli vizi e delitti (1) ed a canonizzare l’assassinio; dubbitando che i popoli non si facessero accorti dell’ inganno in cui erano stati trascinati, cercò una leva potente, la quale con la sua forza potesse tenerli desti ed indecisi.
L’ organizzatore della strage mondiale, Lord Palmerston, che della rivoluzione è il primo protettore, non pel bene della sociale Famiglia, ma perchè la mercantessa Albione ne traesse profitto, senza durar fatica, la rinvenne nella negazione del vero. E siccome questa figlia di Satana si è identificata con lui, così, onde avesse possanza maggiore, l’ha sollevata agli onori parlamentari. Difatti vediamo, che di essa si è servito a muovere guerra alla Chiesa, ed al Vicario di Cristo; di essa si è servito, per mezzo della virulente eloquenza di Sir Gladston ad attaccare l’immortale Re FERDINANDO II; di essa ha fatto uso, per mezzo della stampa venale a diffamare gli onesti e ad onorare della apoteosi i Regicidî; di essa si è servito nel Congresso di Parigi, per mezzo di Lord Clarendon, a rovesciare i troni d’Italia, segnando loro una dichiarazione di Guerra in un trattato di pace; alla fin fine di essa si serve tutt’ora ad assalire la Corte Romana, e l’Esule Sovrano FRANCESCO II, non che la bella, la religiosa, la Eroica, e la rassegnata Sua Consorte MARIA SOFIA, innanzi a Cui, ogni testa Coronata in segno di onore, di rispetto e di ammirazione s’inchina; ed attribuisce loro la causa del movimento nazionale che si verifica nel Regno di Napoli, dichiarandoli responsabili di quel sangue che si versa in quelle depauperate contrade, una volta floride e doviziose.

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http://www.altaterradilavoro.com/menzogne-parlamentari-sui-briganti/

 

 

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– La colonizzazione mitologica della Sicilia

di Rosa Cesano Del Puglia, da altaterradilavoro.com e da portaledelsud.org

 

“La favola è alcuna volta un adombramento della storia,

in maniera che sotto gli ornamenti di quella vi stiano

racchiusi dei fatti che si riferiscono o alla storia degli

uomini o della natura.”

Introduzione

La colonizzazione mitologica della Sicilia, non può prescindere né dalle fonti storiche, né da quelle letterarie o archeologiche.

Infatti, i racconti mitici, riscontrati presso scrittori e poeti greci o latini, spesso, non solo trovano riscontro in sede archeologica, ma per tanti versi, costituiscono, essi stessi, una fonte storica in quanto rappresentano il patrimonio culturale che gli antichi, quando non esisteva ancora la scrittura, ebbero del loro passato; insomma, la mitologia è un pezzo della memoria collettiva, che gli uomini conservarono nel corso di vari millenni, tramandata oralmente di generazione in generazione, e sublimatasi, poi, nelle leggende rappresentate mirabilmente nell’Iliade, nell’Odissea, nell’Eneide e in altre fonti letterarie.

Per gli antichi la narrazione di quei fatti era la loro storia.

Cap. I Storia, mito e archeologia

I.1 La storia

Le prime forme di scrittura furono gli ideogrammi, siamo circa nel 3000 a.C.. Intorno al 1500 a.C., ad opera dei Fenici cominciò l’abbandono degli ideogrammi e l’introduzione della scrittura lineare; nel IX secolo a.C., i Greci introdussero nella loro lingua l’alfabeto. Solo nel V secolo la scrittura greca divenne strumento di produzione storiografica. Al tempo della guerra di Troia, episodio importante nella storia dell’antichità, quindi non esisteva la scrittura di conseguenza nessuno fu in grado di scriverne la storia; i ricordi degli eroi, sia vincitori che vinti, furono tramandati oralmente; ma quando ebbe inizio la colonizzazione greca della Sicilia e dell’Italia meridionale la scrittura greca era conosciuta, anche se praticata da pochissimi addetti, e fu possibile tramandare ai posteri alcune informazioni essenziali che riguardano i primi popoli della Sicilia e i primi coloni greci giunti nell’isola.

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http://www.altaterradilavoro.com/la-colonizzazione-mitologica-della-sicilia/

 

 

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– Da una segnalazione di Placido Altimari

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– DIEGO FUSARO: Il Sud sottomesso dal Nord. La questione meridionale in Italia e in Europa

di Diego Fusaro, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=2q5wJ8Gs624&sns=fb

 

 

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– Patrizio Guillamat l’eroe della Real Cittadella

di Alessandro Fumia, da agorametropolitana.it

 

Il tenente colonnello Patrizio Guillamat l’eroe dimenticato della Real Cittadella di Messina, raccontato attraverso documenti inediti, capaci di svelare retroscena inimmaginabili prima di questa occasione. Alcune lettere segretissime, ci raccontano il suo servizio di controspionaggio e particolari raccomandazioni ricevute a Roma dal Papa, e attraverso gli ufficiali papalini, raggiungere un ministro di Francia che cercava una strada diplomatica a vantaggio del regno di Borbone; l’estremo tentativo di far capitolare la politica sabauda dai suoi propositi. La storia dei guerreggiamenti proditori inflitti a un regno, quello delle Due Sicilie, da parte sabauda, con alti e bassi, ha mostrato la faccia efferata di una dinastia predisposta alla violenza. I fatti guerreggiati pre unitari celebrati nell’assedio della Real Cittadella di Messina, nascondono delle sfaccettature poco conosciute. Durante i giorni dei preparativi bellici costruiti contro le truppe duo siciliane di stanza presso la fortezza di Messina, si costituiscono due episodi misteriosi. La presenza di agenti segreti napoletani attivi in forza di un codice militare, capace di mostrare al mondo l’organizzazione di un esercito, deriso dalla storia nazionale, mette sul piatto delle domande ancora oggi orfane di risultato, evase dalla storiografia moderna. Fra gli aneddoti più controversi, da osservare con particolare interesse, la posizione di un alto ufficiale dell’esercito napoletano, il tenente colonnello Patrizio Guillamat, comandante dello stato maggiore a Messina nella Cittadella, e la fine di mille civili scomparsi dalla conta finale. Due episodi significativi che s’intrecciano nella storia con i fatti eroici della resistenza borbonica a Messina. Luigi Gaeta, nella sua opera intitolata: Nove mesi in Messina e la sua cittadella; cronaca dei fatti avvenuti dal 24 giugno al 25 marzo 1861, stampato a Napoli nel 1862, a p. 102, segnalava un fatto insolito. Accadeva che il 21 gennaio 1861, giungesse nella piazza forte di Messina, il Dahomè, vapore Francese al servizio del Re, caricò di famiglie dei militari concentrati in quella piazza siciliana.

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https://www.agorametropolitana.it/patrizio-guillamat-leroe-della-real-cittadella/

 

 

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– Foggia, la Tomba della Medusa

Un’altra (l’ennesima) prova del legame indissolubile delle popolazioni del (odierno) Sud Italia. La testa che campeggia al centro del simbolo della Sicilia, la Triscele, richiama chiaramente la testa di una Gorgone, che erano tre: Medusa (la gorgone per antonomasia), Steno ("la forte"), Euriale ("la spaziosa"). A Foggia ritroviamo la Tomba della Medusa.

– Fogia cur me fugis cum te fecit mea manus

di Daniela Alemanno, da briganti.info

 

Cosa c’è di più fallimentare dell’ abbandono, dell’ incuria, del menefreghismo verso il nostro passato, verso le tracce che riemergono e che riportano a ciò che fummo e che ci ha resi tali ?

Foggia è una città martoriata, colpita al cuore dalla natura e dalla cattiveria umana; il terremoto del 1731 distrusse un terzo delle abitazioni e gran parte del suo patrimonio artistico e culturale; durante la Seconda Guerra Mondiale Foggia poi, venne presa di mira dai bombardamenti che rasero al suolo gran parte delle abitazioni e causarono più di 20000 vittime. In seguito alla distruzione bellica, la città venne ricostruita secondo uno stile fascista, di palazzoni addossati.

Eppure, tra quelle ricostruzioni “moderne”, il passato cerca di mostrarsi, di lasciar viva la memoria delle bellezze che furono, con il Duomo o i resti del cosiddetto Arco di Federico II. Già, i resti … un portale alto 7,38 metri e largo 3,20 metri,  costituito da un arco finemente scolpito: “Hoc fieri iussit Federicus Cesar ut urbs sit Fogia regalis sede inclita imp(er)ialis” (Ciò comandò Federico Cesare che fosse fatto affinché la città di Foggia divenisse reale e inclita sede imperiale). Questa la scritta che troneggia sull’ Arco. Perché Federico II, lo Stupor Mundi, scelse Foggia come sede imperiale e centro strategico del suo vasto impero, e dietro i resti di quel portale vi era un magnifico palazzo dotato, presumibilmente, di giardini, fontane, sculture, con interni costituiti da ampi saloni rivestiti di marmi preziosi e ancora  scuderie, magazzini e stalle.

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http://briganti.info/fogia-cur-me-fugis-cum-te-fecit-mea-manus/

 

– La Tomba della Medusa – Foggia

di FrancescoPaolo Gentile, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=2DjY7-8aF_Y

 

 

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– Rivoluzione d’Ottobre e supercapitalismo

da quieuropa.it

 

Chi finanziò la rivoluzione giudeo-bolscevica

anti-cristiana del 1917?

Ruolo del sistema bancario internazionalista e dell'élite 

anglo-americana e tedesca nell'ascesa del comunismo

Tutto, forse, è già stato scritto sulla Rivoluzione russa, ma una domanda inquietante non ha avuto ancora esauriente risposta. Chi finanziò la Rivoluzione? Quali furono, cioè, gli uomini o i gruppi che offrirono alla Rivoluzione il supporto economico necessario per il suo successo e per il suo consolidamento? (2) Si tratta di una domanda non retorica e non secondaria, che viene stimolata dal recente libro di Aleksandr Solženicyn (1918-2008) Lenin a Zurigo (3): un volume che, al di là dei suoi pregi letterari, ha il merito di offrire al grande pubblico uno squarcio di storia contemporanea, che fino a oggi aveva attirato l'interesse solo dei «sovietologi» o di qualche cultore di quel genere particolare di storia che va sotto il nome di «guerra occulta». Il lettore estraneo a tale tematica rimarrà certamente sconcertato nel vedere emergere, come reale protagonista delle pagine di Solženicyn, un personaggio fin qui ignoto ai libri di storia: Aleksander Israel Helphand (1867-1924), detto Parvus (foto grandi in copertina: primo da sinistra)  (4) , la cui figura sanguigna e ributtante giganteggia accanto a quella di Lenin (1870-1924), «l'unico al mondo che potesse veramente competere con lui e il più delle volte vittoriosamente, sempre avanti di qualche passo» (5). Parvus-Helphand non fu infatti solo l'uomo in casa del quale nacque l'Iskra, il giornale di Lenin, e che suggerì a Leon Bronstein Trotskij (1879-1940) la teoria della «Rivoluzione permanente» (6), tirando le fila del primo Soviet di San Pietroburgo, nel 1905; ma fu anche il veicolo del massiccio aiuto finanziario che Lenin ottenne dagli ambienti politici e militari tedeschi. «Fanatico rivoluzionario, non gli tremava la mano nel distruggere gli imperi; mercante fino al midollo, gli tremava la mano quando doveva contare i soldi»  (7). «Non c'era socialdemocratico al mondo – scrive ancora Solženicyn – del quale Lenin non sapesse con che chiave aprirlo e su che ripiano sistemarlo: il solo Parvus non si lasciava aprire e incasellare, e restava a sbarrargli la strada». 

http://www.quieuropa.it/rivoluzione-dottobre-e-supercapitalismo/

 

 

 

FEBBRAIO 2018

 

– Banche del Sud prosciugate dai capitali aurei imposti dai colonizzatori

di Luigi Maganuco, da quotidianodigela.it

 

Gela. La storia economica , di cui voglio affrontare in questo mio lavora, riguarda il periodo del Regno delle Due Sicilie,

completamente dimenticato dagli studiosi di economia politica, interessati a studiare l’economia dell’Italia unificata e perciò della politica economica messa in atto dai Piemontesi dopo il 1860.

Già nel secolo XVI esistevano nel Regno di Napoli i Banchi Pubblici dei luoghi Pii  che avevano lo scopo filantropico di fornire prestiti  su pegno senza interesse.

Questa funzione economica andava a sostituire il mutuo ad alti tassi, assicurato dai banchieri genovesi e dagli Ebrei. Fu proprio il vice rè di Toledo, Don Pedro, nel 1539 a suggerire al Governatore spagnolo la fondazione del SACRO MONTE DI PIETA’, uno dei banchi pubblici riuniti alla fine del settecento in un unico istituto divenuto poi Banco di Napoli.

Come affermato dal prof. Domenico De Marco, esperto di storia Economica ed accademico dei Lincei, ed Edoardo Nappi, studioso e responsabile dell’Archivio storico del Banco di Napoli, esistevano le Casse di Deposito delle case sante, che avevano rilevati alcuni carteggi relativi a depositi, prestiti e prelevamenti della cassa di deposito Casa Santa dell’Annunziata, custoditi presso l’archivio di stato di Napoli.

Questa documentazione farebbe risalire le origini del Banco di Napoli al 1463, ponendolo addirittura prima del Monte dei Paschi di Siena che fu operativo nel 1472.

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https://www.quotidianodigela.it/banche-del-sud-prosciugate-dai-capitali-aurei-imposti-dai-colonizzatori/

 

 

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– La prima lavatrice in Italia fu opera dei Borbone: poteva lavare 2000 lenzuola

di Federica Barbi, da vesuviolive.it

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             (Cliccare sull'immagine per ingrandirla)

 

Studiando la gloriosa Napoli del Regno delle Due Sicilie non si smette mai di scoprire primati ed egemonie varie, che confermano il ruolo di “grande” che la città partenopea ricopriva ai tempi dei Borbone. La dinastia borbonica ha permesso a Napoli di fare da apripista in tantissime cose, tra queste, c’è anche il “battesimo” in Italia di un elettrodomestico presente oggigiorno in tutte le abitazioni, di uso comune: la lavatrice.

Sì, perché i primi modelli italiani motorizzati risultano proprio nel Regno delle Due Sicilie, a Napoli, fin dal 1851 “in uso presso il Real Albergo de’ Poveri su modello di Luigi Armingaud ed in grado di lavare fino a 1000 camicie e 2000 lenzuola”. A testimoniarlo è la Disamina eseguita dal Reale Istituto d’Incoraggiamento de’ saggi esposti nella solenne mostra industriale del 30 maggio 1853 (Napoli, 1855, pp. 171-172).

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/233090-la-lavatrice-italia-fu-opera-dei-borbone-poteva-lavare-2000-lenzuola/

 

 

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– Controstoria dell’Unità d’Italia

di Carlo Coppola, da altaterradilavoro.com

 

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l’unità d’Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di “regime” stese, dai primi anni dell’unità, un velo pietoso sulle vicende “risorgimentali” e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d’influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II – il “Franceschiello” della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d’Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una “santa” e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente – d’essere stato – lui cattolicissimo – “la negazione di Dio”.

Soprattutto si minimizzò l’entità della ribellione che infiammava tutto il l’ex Regno di Napoli, riducendolo a “volgare brigantaggio”, come si legge nei giornali dell’epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della “cattiveria” dei Borboni contrapposta alla “bontà” dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d’Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

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http://www.altaterradilavoro.com/controstoria-dellunita-ditalia-di-carlo-coppola/

 

 

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– Per una storia dei rapporti fra il Regno di Napoli e l’Impero Russo

 di Marina di Filippo, da europaorientalis.it

 

Questo saggio nasce da una iniziativa del prof. Riccardo Picchio, che nel 1984 si fece promotore di un progetto di ricerca, denominato "Russica-Italica". L'iniziativa aveva come obiettivo l'individuazione e Io studio di documenti e testimonianze manoscritte dei rapporti fra Napoli e la Russia. Insieme con A. Carico, L. Gambacorta, G. Gigante, G. Moracci, A. Urusov, formammo un gruppo di testa all'Istituto Orientale di Napoli con il compito di effettuare ricognizioni sistemati-che nei vari archivi e fondi di biblioteche napoletane e di procedere alla costituzione di un corpus di documenti. Ciascuno, compatibilmente con i propri interessi e competenze, scelse per sé un settore di indagine nella prospettiva unitaria di una storia, ancora tutta da scrivere, tra Napoli e i Paesi slavi. Alcuni di noi elaborarono, in parte, i materiali raccolti in pubblicazioni,' senza però che si giungesse mai a convogliare i dati in una trattazione organica.

Il dato generale acquisito da questa indagine riguardò la natura della documentazione censita, più adatta a ricostruire una storia dei rapporti politico-diplomatici tra i paesi, mentre scarsi risultarono, allora, i materiali documentari inquadrabili in una prospettiva storico-letteraria.

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http://www.europaorientalis.it/uploads/files/archivio_iv/6._napoli.pdf

 

 

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– Questione meridionale 9/ Salvare il Nord con i soldi del Sud: ecco servita l’Unità d’Italia

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

 

Gli avvenimenti del 1860, dal 1 gennaio sino al 7 settembre (giorno dell’ingresso di Garibaldi in Napoli), costarono al Regno delle Due Sicilie la somma di 55.248.618,79 lire, mentre il Piemonte, in quello stesso anno, aumentava il suo debito di altri 150 milioni di lire. Seguiva l’anno 1861 ed il Regno d’Italia s’inaugurava a Torino con un altro debito di 500 milioni di lire. A questa cifra andò ad aggiungersi il disavanzo che, dal 7 settembre 1860 al 31 dicembre 1861, fu accumulato di governi dittatoriale garibaldino, prima, e luogotenenziale sabaudo, dopo, pari a 127.496.812 lire.

A conti fatti, alla fine dell’anno 1861, il debito pubblico piemontese aveva raggiunto i 2 mila milioni di lire, una cifra astronomica per quei tempi, specialmente per un piccolo Stato come il Piemonte. Inoltre, al Sud, con un terzo della totale popolazione italiana, circolava il doppio di moneta che nel resto d’Italia messo insieme. In particolare, al momento dell’annessione, le Due Sicilie possedevano 443.200.000 di lire-oro, mentre tutti gli altri Stati pre-unitari insieme ne avevano 225.200.000; il Regno di Sardegna, in particolare, possedeva appena 27.000.000 di lire-oro. Ma c’è di più. Nel Regno di Piemonte, le riserve auree garantivano solamente un terzo della carta-moneta circolante (vale a dire che 3 lire di carta valevano 1 sola lira d’oro); nelle Due Sicilie, invece, venivano emesse principalmente monete d’oro e d’argento, e le riserve coprivano interamente quel poco di valuta cartacea ivi esistente. La valuta piemontese era, quindi, carta straccia, mentre quella napoletana era solidissima e convertibile per sua propria natura: una moneta borbonica aveva un suo valore intrinseco, in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale. In parole povere, mentre il Regno delle Due Sicilie era pieno di soldi, il Piemonte era pieno di debiti, tanto che, senza tema di smentita, possiamo affermare che l’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia.

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http://www.inuovivespri.it/2018/01/25/questione-meridionale-salvare-il-nord-con-i-soldi-del-sud-ecco-servita-lunita-ditalia/?refresh#_

 

 

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– La legione ungherese: il corpo garibaldino che cosparse il Sud di sangue e terrore

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

 

La legione ungherese fu un corpo militare costituito da Giuseppe Garibaldi, attivo dal 1860 al 1867. Era composto da esuli e soldati magiari che già avevano combattuto in passato al fianco del condottiero nizzardo, o che andarono ad aggiungersi in un secondo momento, prestando i loro servizi per gli eventi bellici che, tra il 1860 e il 1861, infiammarono il Mezzogiorno d’Italia.

Tale legione si contraddistinse per la ferocia e l’efferatezza delle sue operazioni, commesse durante l’invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie. Episodi particolarmente tristi e sanguinari, nei quali la compagine militare si rese protagonista furono, le stragi di Auletta, Montemiletto e Montefalcione.

Venne costituita, in Sicilia, tramite il decreto del 16 luglio 1860 col quale Garibaldi, instauratore di un governo dittatoriale sull’isola, autorizzò sé stesso alla creazione di suddetta legione che inizialmente era composta da un totale di 50 uomini. In un breve lasso di tempo, però, le cose cambiarono e le sue fila vennero ingrossate dall’aggiunta di nuovi elementi. Le cifre non sono univoche e c’è chi ha parlato di un minimo di 500 unità fino ad un massimo di, addirittura, 5.000, guidate dal colonnello brigadiere Ferdinand Nandor Eber.

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/233350-la-legione-ungherese-corpo-garibaldino-cosparse-sud-sangue-terrore/

 

 

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– NOI NON DIMENTICHIAMO LE TRE GIORNATE DI NAPOLI

21-22-23 GENNAIO 1799

di Vincenzo Gulì

 

Nel dicembre del 1798 l’esercito rivoluzionario francese, dopo aver deposto e imprigionato il papa, partì alla conquista di uno dei regni più ambiti, quello di Napoli. L’Inghilterra voleva impegnare i Francesi in questa invasione per potersi riorganizzare nella guerra sulla terra ferma dopo la vittoria in mare ad Aboukir. Il capo del governo Acton convinse re Ferdinando IV a schierarsi dalla parte degli alleati antifrancesi e l’intero esercito napoletano salì al nord per combattere oltre i confini al comando del generale austriaco Mack. Naturalmente le forze occulte che manovravano il tutto tenevano ben presenti alcuni obiettivi, il principale dei quali riguardava i due regni legittimamente retti da Ferdinando di Borbone (IV a Napoli e III a Palermo). Essi dovevano essere sconquassati e indeboliti per mutarli in vassalli di Parigi o Londra, secondo chi avrebbe alla fine prevalso. Per tale motivo al duce straniero Karl Mack von Leiberich questi poteri occulti riuscirono a fare assegnare degli aiutanti di campo che fungevano anche da interpreti tra il tedesco e il napolitano. Il comprovato valore strategico del feldmaresciallo fu quindi travisato con equivoche disposizioni alle truppe che vennero agevolmente divise e sbaragliate dall’armata di Championnet. Acton subito colse l’occasione per invitare il re ad abbandonare la capitale peninsulare e rifugiarsi nell’altra insulare in Sicilia. Nonostante forti e vibranti manifestazioni popolari e militari che incitavano alla resistenza nella città sebezia, Ferdinando partì con la corte e l’esecutivo il 22 dicembre lasciando quale vicario generale il principe Pignatelli Strongoli. Gli agenti britannici di Acton approfittarono dell’opportunità per affondare la flotta napoletana che con tanti sforzi si era riusciti a varare con il pretesto di non farla cadere in mano nemica (ma non poteva salpare con il re?).

Se l’esercito napoletano si era sfaldato nello stato pontificio quando rientrò nel suolo patrio riprese ardore anche per l’appoggio immediato e spontaneo della popolazione. Dal Tirreno all’Adriatico civili e militari nel nome di Re Ferdinando ripresero le armi infliggendo seri danni agli invasori. Il primo fu Fra Diavolo ma seguirono altri famosi come il duca di Roccaromana, Mammone, Giambattista Rodio (ex giacobino pentito), Giuseppe Pronio (Abate). In quel periodo nacque la celeberrima lotta popolare (detta poi guerriglia per il suo successo in Spagna) perché fatta, in difesa della patria invasa, da eserciti “non regolari” formati da civili, donne, religiosi, ex militari sbandati, legittimisti stranieri, tutti perfidamente definiti, per confusa semantica, briganti.

Championnet decise abilmente di dover prima prendere Napoli e poi soggiogare il regno. Così diresse l’armata sulla capitale eludendo i flebili e assurdi tentativi più che altro diplomatici di Mack e Strongoli di rallentare l’attacco.

Con i soldati regi disciolti, con il re costretto a trasferirsi, con le residue autorità accondiscendenti, con i nobili “francesizzati”, dopo ripetuti e vani tentativi di essere ascoltati per la difesa della capitale il popolo si organizzò.

Già direttamente al Re la Lazzaria aveva offerto il suo appoggio per salvare il trono, quindi viepiù in sua assenza fu rispolverata la prammatica carolina che cedeva i poteri al popolo in assenza del sovrano. Come consuetudine i Sedili si riunirono nel convento di San Lorenzo deliberando la difesa ad oltranza della capitale dalle orde francesi in arrivo.

I popolani s’impadronirono delle porte, delle fortificazioni e delle armi perseguitarono i filo giacobini locali, traditori della Patria Napolitana. Anche le strade d’accesso lato nord furono presidiate da Capodichino a Poggioreale.

Domenica 20 gennaio al Duomo una folla immensa giurò a San Gennaro di offrire la propria vita per la difesa della capitale, adottando una bandiera nera inneggiante al santo patrono.

La mattina del 21 quasi trentamila francesi partirono da Pomigliano, rasa al suolo per incutere terrore all’hinterland partenopeo e prevenire soccorsi alla capitale. Diviso in quattro colonne l’esercito rivoluzionario transalpino investì Capodimonte, il Carmine, Porta Capuana, tenendo in riserva il resto dei soldati.

Il furore dei francesi fu terribile ma i Lazzari, guidati da capi improvvisati, spesso autoelettisi sul campo (come Michele Marino detto ‘o pazzo, De Simone, Pagliuchella, Paggio) e coordinati dal principe di Canosa Antonio Capece Minutolo, furono sostenuti ormai da tutti gli abitanti, compresi i soldati regi sbandati, invitati al grido di “SERRA, SERRA”, e la lotta fu asperrima frenando l’impeto degli invasori. Combattimenti spaventosi si accesero ai varchi della città come il castello del Carmine, Ponte della Maddalena, Porta Capuana.

L’accesso settentrionale a Napoli è senza dubbio Porta Capuana dove il nerbo dell’armata straniera si diresse dopo aver superato la tenace resistenza a Poggioreale. La carica alla baionetta non atterrì i lazzari che ostacolarono l’avanzata in ogni modo. Addirittura i mucchi di cadaveri napolitani avanti alla porta monumentale servirono da trincea per rintuzzare i ripetuti assalti. I battaglioni del gen. Guillaume Philibert Duhesme furono bloccati avanti all’arco per ore e rischiarono grosso quando altri popolani sopraggiunsero di rinforzo. Lì prevalse l’arte guerresca del nemico che attirò in una trappola i napolitani riuscendo alla fine a entrare in città con immediato incendio e spargimento di sangue per tutti i disgraziati che si trovarono in zona, anche non combattenti e nelle proprie case, compresa la chiesa e il convento presso le mura. Era ormai notte in quel tristissimo lunedì ma i Lazzari respinti si barricarono soltanto attorno al varco conquistato dai francesi.

Altro punto delicato della difesa fu il Ponte della Maddalena che sopravanzava il fiume Sebeto, protezione naturale della città. Fu il miglior generale francese, il giovanissimo François Étienne Christophe Kellermann, a dover pugnare assai duramente con i Lazzari, spronati dalla statua di San Gennaro che sembrava sfidare il male della rivoluzione con la sua mano minacciosa. Con l’arrivo delle riserve i Francesi passarono nello stesso giorno il ponte ma furono subito impegnati in altri combattimenti al Mercato.

Martedì 22 si aprì quindi con la capitale invasa in più zone ma con un ulteriore vantaggio per i francesi. Infatti, i giacobini traditori della patria e del popolo napolitano erano riusciti ad impadronirsi di Castel Sant’Elmo e dei suoi cannoni e, seppure in pochi e probabilmente con l’aiuto anche di qualche loro donna che poi si vanterà dei loro misfatti, presero di mira la Lazzaria. Con i Francesi di fronte e i giacobini alle spalle i Napolitani non deflessero e disputarono vicolo per vicolo, casa per casa, palmo per palmo il terreno ai rivoluzionari. Fu una giornata apocalittica per gli abitanti di Napoli. Tra via Foria, Largo delle Pigne, via Chiaja, il Mercato si accesero furibonde mischie con i poveri lazzari che tenevano testa al più forte esercito del tempo con i suoi migliori generali a comandarlo.

I terribili echi della battaglia di Napoli erano però giunti agli abitanti dei dintorni che si stavano organizzando per marciare in aiuto della capitale. Fu quindi per l’invasore una fortuna che il 23 la città fosse totalmente espugnata con la fine delle ultime resistenze attorno ai castelli.

Nacque allora lo stato fantoccio della repubblica partenopea con i traditori che avevano aiutato lo straniero, la resistenza si spostò immediatamente fuori della capitale perché i regnicoli non si arresero mai e i Lazzari si ritirarono nell’ombra per prepararsi alla riconquista del cardinale Ruffo.

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/147939245285315/permalink/1622111827868042/

 

 

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– Questione meridionale 8/ Lo spread al tempo dell’Unità…

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

 

Alla caduta del Regno delle Due Sicilie conseguì l’ineluttabile deprezzamento dei titoli del debito pubblico borbonico che, al termine della parabola discendente naturalmente legata agli eventi negativi dell’invasione garibaldino-sabauda, si «allinearono al ribasso» (e non poteva essere altrimenti!) proprio con i titoli piemontesi. Infatti, fino alla prima metà del 1860, i titoli di Stato delle Due Sicilie godevano ottima salute; prova ne sia che – oltre ad avere una rendita consolidata del 5% – alla Borsa di Parigi quotavano il 20% in più rispetto al loro valore nominale. Al contrario, quelli del debito pubblico piemontese quotavano il 30% in meno. Esisteva, cioè, una forbice (adesso si chiama spread?!?) di ben 50 punti percentuali, quotando quelli delle Due Sicilie al 120% e quelli del Piemonte al 70% del loro valore nominale. È sufficiente consultare al riguardo gli scritti di Giacomo Savarese per rendersi conto dell’abissale divario qualitativo e quantitativo esistente, all’atto dell’invasione del Sud, fra le finanze napoletane e quelle piemontesi, in favore delle prime.
Quello dell’unità d’Italia fu, quindi, solo un vergognoso pretesto, utilizzato dall’usurpatore Vittorio Emanuele II di Savoia e dall’«arcicospiratore» suo primo ministro, per cacciare i legittimi sovrani e saccheggiare le ricchezze degli altri Stati della Penisola (in primis, quelle del florido Regno delle Due Sicilie), per evitare la bancarotta del misero e fallimentare Piemonte che, all’epoca, era indebitato fino al collo, a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour. Basti pensare che, per sola spedizione in Crimea (che comportò l’invio di 18 mila uomini, dei quali 14 morirono in combattimento alla Cernaia e 1.300 a causa di un’epidemia di colera), fu necessario ottenere in prestito dalle banche inglesi 1 milione di sterline; contratto nel 1855 dal Piemonte, il debito (comprensivo dei relativi interessi) verrà estinto solo nel 1902 ed a spese di tutti i contribuenti italiani. Durante il solo anno 1859, mentre il Regno di Napoli aumentava gli interessi del suo debito pubblico di 5.210.731 lire, il Piemonte aumentava gli interessi del suo debito pubblico di 58.611.470 lire: più del decuplo di quelli napoletani.
E’ utile evidenziare un altro aspetto cruciale, e cioè che sul Regno delle Due Sicilie, già condannato a morte dalle due grandi potenze capitalistico-massonico-liberali dell’epoca (Inghilterra e Francia), durante la «piratesca» avventura garibaldina e la «barbarica» invasione sabaudo-pimontese, si abbatté anche la speculazione finanziaria dei Rothschild e dei loro degni compari europei.

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http://www.inuovivespri.it/2018/01/18/questione-meridionale-8-lo-spread-al-tempo-dellunita/?refresh

 

 

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– Questione meridionale 7/L’industria al Sud ai tempi dell’Unità…

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

 

Verità scomoda: il sud aveva una sua cultura industriale, per alcuni aspetti superiore a quella del nord. Metallurgia, siderurgia, grandi poli tessili. Un’industria che al nord, ai tempi dell’Unità d’Italia ancora non c’era. L’esempio classico che si utilizza per negare la realtà è quello delle infrastrutture per i trasporti: poche strade e pochissimi chilometri di ferrovia come “prova” della presunta arretratezza del sud, dimenticando che la monarchia borbonica preferì sfruttare le coste e i trasporti marittimi, «tant’è che in pochi lustri la flotta commerciale del Regno delle due Sicilie divenne la seconda d’Europa – quella militare la terza».

Puntare sulla navigazione: «Un po’ quello che sta facendo adesso l’Unione Europea con il progetto delle autostrade del mare», aggiunge Pino Aprile.

«Quanto alla siderurgia, il più grande stabilimento italiano era in Calabria: da solo, aveva dipendenti e tecnici quasi quanto la gran parte degli stabilimenti siderurgici del nord». La più grande officina meccanica d’Italia e forse d’Europa era nel napoletano, a Pietrarsa, e divenne un modello copiato dagli stranieri: «Le mitiche officine di Kronstadt e Kaliningrad non sono altro che la copia, mattone per mattone, delle officine di Pietrarsa».

E così la cantieristica navale: i maggiori cantieri erano al sud. «Quando arrivarono i nuovi “padroni”, in realtà i locali furono messi in condizioni di minorità: tutte queste aziende furono declassate o addirittura chiuse, gli stabilimenti siderurgici di Mongiana che avevano 1.500 dipendenti si fecero consegnare la chiave, chiusero e vendettero come ferro vecchio. Ufficialmente la spiegazione fu che non era più tempo di stabilimenti siderurgici in montagna e lontano dal mare. Chiusa Mongiana, cominciarono a costruire Terni: ancora più in alto e ancora più lontano dal mare».

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– Cultura e scienza nella Sicilia borbonica

di Gabriele CalascibettaUniversità degli Studi di Palermo

È stata tramandata un’idea della Sicilia nel XVIII e XIX secolo in condizioni di isolamento e separazione dagli studi scientifici, culturali e tecnologici dell’Italia e del resto d’Europa, ma questa si rivelerà essere un’invenzione storiografica posteriore perché gli intellettuali siciliani non si ritennero mai isolati o separati dal contesto culturale europeo, anzi un fortissimo senso di appartenenza a ciò li spingeva costantemente a operare per poter adeguarsi ai modi e ai livelli delle più ‘culte’ nazioni, anche quando le condizioni dei tempi non favoreggiavano la cultura e i talenti. La società siciliana tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento era caratterizzata da un coacervo di qualità e arretratezza, una società che operava in sintonia con la scienza ufficiale europea.

Nei 126 anni di regno borbonico, la Sicilia e in generale tutto il Sud Italia furono investiti da radicali processi di cambiamento: limitazioni al potere del clero, tassazione dei beni ecclesiastici, espulsione dei Gesuiti e confisca dei loro beni, scioglimento del Sant’Ufficio, abolizione dei poteri feudali e di oligarchie cittadine, creazione di nuove istituzioni scolastiche, trasformazione delle Accademie di Palermo e Messina in Università avviarono un processo di ammodernamento dell’isola. Nel 1840 l’esquire John Goodwin, console d’Inghilterra in Sicilia, scrive in una sua relazione economico-statistica, intitolata Progress of the Two Sicilies under the Spanish Bourbons, from the Year 1734-35 to 1840, con esplicite parole di critica verso la dinastia borbonica per le sue incapacità di stabilire buone relazioni con i sudditi napoletani e siciliani, ma con un esplicito riconoscimento dei rapporti sociali e civili seguiti alla riforma. Per Goodwin la causa della crisi borbonica non stava nell’inerzia, nell’arretratezza, nell’incompetenza amministrativa, bensì nell’incapacità a governare politicamente una società in progresso e dinamica in cui emergevano nuovi ceti, gruppi sociali e professionali, idealità e aspirazioni politiche. Dopo la creazione del Regno delle Due Sicilie rivolte e rivoluzioni videro la partecipazione di ceti e gruppi diversi, in cui non mancarono le rappresentanze degli scienziati.

La Sicilia si vedeva perfettamente inserita in un circuito europeo costituito da reti artistico-letterarie, nelle quali circolavano visitatori attratti dal patrimonio di reperti archeologici, amanti della musica e dell’arte, spie, pittori e mercanti d’antiquaria. Già Carlo III nel 1755 con le prammatiche LVII e LVIII aveva avviato una politica di tutela della parte continentale del regno e delle sue antichità. Anche i Borbone restaurati si mostreranno attenti alla conservazione e fruizione dei beni culturali istituendo nel 1816 il Real museo borbonico. Nel 1827 venne istituita a Palermo una commissione di Belle Arti.

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https://iccararetestorica.wordpress.com/2017/11/25/cultura-e-scienza-nella-sicilia-borbonica/

 

 

 

GENNAIO 2018

 

– Da gustare le osservazioni sul mitizzato “eroe dei due mondi”

da altaterradilavoro.com

“………..Circa la invasione del Regno di Napoli si dissero e si stamparono cose iperboliche sul merito militare di Garibaldi, ed hanno innalzato costui al di sopra di Turenna, di Federico II, di Napoleone I. Senza spirito partigiano vediamo quali furono le battaglie vinte dal duce rivoluzionario, e qual merito militare dimostrò da Marsala al Volturno.

Per maggior comodo de’ miei benevoli lettori compendierò in poche pagine la Iliade garibaldesca ricavandola da’ fatti autentici, e che oggi sarebbe impudenza mettere in dubbio.

Garibaldi partì dal continente confortato dagli aiuti morali e materiali del governo sardo. Egli sbarcò a Marsala quando già sapea che la guarnigione era stata mandata a Girgenti per ordine del comando generale di Palermo: quella guarnigione a piedi comandata dal colonnello Francesco Donati sembrò pericolosa allo sbarco garibaldesco e due giorni prima fu mandata altrove.

Due legni inglesi fecero la spia contro i regï, e protessero lo sbarco di Garibaldi. Tre piroscafi di guerra napoletani che si trovavano in crociera nelle acque di Marsala, presero il largo fino che non si fosse effettuato quello sbarco.

Uno di quei piroscafi, il Capri, era comandato da Marino Caracciolo, che poi, come rilevasi dalla Difesa Nazionale di Tommaso Cava, a pag. 101, volle tenuto al fonte battesimale un figlio da Garibaldi, e costui memore de’ servizii ricevuti da quello in Marsala, accettò con piacere di farsi compare col primo che tradì Francesco II. Marino Caracciolo è quello stesso che poi entrò il primo nel forte di Baia e prese possesso a nome del compare.

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http://www.altaterradilavoro.com/da-gustare-le-osservazioni-sul-mitizzato-eroe-dei-due-mondi/

 

 

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– Sud: Il piano di deportazione di casa Savoia è scritto nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina.

di Ninco Nanco, da ninconanco.info

 

I lager non sono un’invenzione dei nazisti: già 150 anni fa i Savoia, hanno massacrato in Piemonte e Lombardia migliaia di soldati borbonici, rei di non essersi sottomessi al loro dominio. Vi dice qualcosa Fenestrelle? In seguito, i savoiardi pensarono di estendere il trattamento all’intero   Mezzogiorno recalcitrante. Comunque “i meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio”. Non si tratta dell’ultima provocazione leghista delle rozze sanguisughe razziste Bossi e Borghezio. E’ una cosa seria ammantata ancora oggi dall’eterno segreto di Stato. Provate a fare richiesta di atti e documenti in materia al Ministero degli Esteri. Intenzioni e progetto portano la firma di un Presidente del Consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese). Imperversa il 1868: l’Italia “unita” con la violenza, il saccheggio, l’inganno e il denaro dei massoni inglesi – certo non i Mille di Garibaldi – muove i suoi primi passi e deve affrontare il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte senza processo (con la famigerata legge Pica) sembra dissuadere i briganti, vale a dire i partigiani dell’epoca che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano, avendo già sterminato interi paesi, compresi i neonati (ad esempio: a Casalduni e Pontelandolfo) decide di cambiare strategia: deportare i briganti e loro sostenitori dall’altra parte del globo terrestre, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre un decennio e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare mattatoi per meridionali italiani.

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http://www.ninconanco.info/sud-piano-deportazione-casa-savoia-scritto-nei-documenti-diplomatici-conservati-allarchivio-storico-della-farnesina/

 

 

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– Brigantesse, c’è chi ha detto che non erano molte e quelle poche femministe

da altaterradilavoro.com e da brigantaggio.net

 

FILOMENA PENNACCHIO

Nata a Caselvecchio di Puglia nel 1845, all’età di 18 anni dopo aver ammazzato il marito, si diede al brigantaggio unendosi, di volta in volta, con le bande di Caruso, Ninco-Nanco e Schiavone, dei quali fu anche l’amante. Fu arrestata il 29 novembre 1864 nei pressi di Melfi (PZ).

La Pennacchio, il cui vero nome era Filomena De Marco, aveva sposato, giovanissima, un impiegato di cancelleria del tribunale di Foggia. Per la gelosia del marito, perché era “bella, occhi scintillanti, chioma nera e cresputa, profilo greco” (secondo la descrizione lasciatane dal De Witt), ed i conseguenti maltrattamenti, stanca alla fine, conficcò nella gola del marito un lungo spillo d’argento e se ne liberò. Ma doveva liberarsi anche lei dall’arresto, e si nascose nel bosco di Lucera, dove incontrò il brigante Giuseppe Caruso, e ne divenne amante. Ma divenne anche un’intrepida combattente ed una sanguinaria brigantessa. Anche Crocco la insidiava, e ci fu un duello rusticano tra Caruso e Crocco. Poi ci fu l’incontro con Giuseppe Schiavone, che per lei abbandonò Rosa Giuliani.

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http://www.altaterradilavoro.com/brigantesse-ce-chi-ha-detto-che-non-erano-molte-e-quelle-poche-femministe/

 

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– 14 BORBONE E 800 ZAFFERANO con BelSalento

di Giovanni Greco, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=PdejCOZJ40Y&t=67s

 

 

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– Questione meridionale 6/Unità d’Italia a mano armata, a spese del Sud ricco

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

 

E’ chiaro a questo punto che da 150 anni ci raccontano la barzelletta del Sud liberato dai Savoia per portarvi libertà, giustizia e progresso. E’ vero il contrario: la crisi del sud è cominciata proprio con l’Unità d’Italia, imposta col sangue e governata con l’aiuto della mafia, dopo una brutale guerra di conquista: stragi e deportazioni, da cui la tragedia dell’emigrazione, prima sconosciuta. Impressionante fu la rapina delle risorse: il sud era più avanzato nel nord anche sul piano industriale. E più ricco: il regno borbonico era il più solvibile d’Europa, mentre quello piemontese il più indebitato. Anche per mettere le mani sul bottino, i Savoia si convinsero a unire l’Italia.

Nel suo libro “Terroni”, Pino Aprile, descrive con puntigliosa documentazione una realtà sconvolgente: quella di un paese occupato, spogliato delle sue attività produttive, con centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile. Un paese “senza più padri”, costretti per sopravvivere a ricorrere – a milioni – all’emigrazione, per la prima volta nella loro storia. Tutto questo, dopo l’arrivo dei Savoia, che per prima cosa «ne depredarono le ricchezze, a partire dalla cassa del Regno delle Due Sicilie».

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http://www.inuovivespri.it/2018/01/02/questione-meridionale-6unita-ditalia-a-mano-armata-a-spese-del-sud-ricco/#more-31742

 

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– Coraggiosi, generosi e illuminati. ​I veri sovrani dell'Italia erano Borboni (e…)

di Pino Aprile, da ilgiornale.it

 

Una pessima dinastia, con un ottimo ufficio stampa, gli storici «sabaudisti» (dal 1830, per un secolo, gli archivi furono gestiti da un paio di famiglie, per «aggiustare» le versioni dei fatti in senso favorevole ai monarchi subalpini, incluso censura e distruzione di documenti, cui a volte provvide il re): questo fa la differenza fra i Savoia e i Borbone di Napoli.

Il rientro clandestino, con aereo di Stato (!?), dei resti del più discusso dei sabaudi, ripropone il confronto, squilibrato da un secolo e mezzo di diffamazione dei re delle Due Sicilie. Che lo si facesse nell'infuriare di sentimenti e armi del tempo, si può comprendere ma non giustificare; che si continui ora, no. «Re soldato» Vittorio Emanuele III? Scappò dinanzi al nemico, pensando solo a se stesso e abbandonando, senza istruzioni («Si arrangi», rispose a chi ne chiedeva) capitale ed esercito: 810mila militari catturati dai tedeschi finiscono nei lager o trucidati, come a Cefalonia. Mentre da Sud arriva Garibaldi con i suoi Mille (più la legione straniera inglese, e quella ungherese, e circa 20mila finti disertori piemontesi, e migliaia di picciotti a 4 tarì al giorno, e persino veri idealisti unitari: totale più di 50 mila) e da Nord si muove l'esercito sabaudo senza manco dichiarazione di guerra, Francesco II di Borbone si ritira nella fortezza di Gaeta per resistere, perché «io sono napoletano, si perda il trono e la reggia, e si salvi Napoli» (il deputato Castagnola: «Noi siamo piemontesi, piuttosto che tornare indietro, bruciamo Napoli e tutto il reame»).

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http://www.ilgiornale.it/news/cronache/coraggiosi-generosi-e-illuminati-i-veri-sovrani-dellitalia-1475674.html

 

 

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– Ancora sul bombardamento di Messina di gennaio 1908, subito dopo il terremoto…

da un post di Alessandro Fumia, storico e ricercatore, da pagina Fb. del 3.1.’18

 

Bisogna spulciarli bene, possibilmente variando le raccolte, e gli editori. Se queste notizie dovrebbero rimbalzare dalla testata parigina il Tempo, Le Temps, aspetta e spera, che una testata massonica vada ad inficiare su un governo amico e un sovrano "benefattore". Se invece si allarga l'orizzonte, allora tutto può accadere. Metto qui in evidenza, le memorie di un settimanale parigino, pubblicato nel 1909, in cui non solo si parla del bombardamento e degli incendi dolosi praticati dal governo, ma si cercava di dimostrare, che un corpo sepolto vivo era in grado di resistere parecchio tempo senza cibo e acqua; segnalando esempi tangibili provenienti da altri luoghi toccati dalle stesse sciagure. La notizia parla al passato come se esistesse una proposta, segnalazione corretta, visto che a pubblicare queste note è un settimanale, che doveva forza maggiore parlare al passato. Sta di fatto che nella raccolta dei numeri conservati e consultabili negli archivi della Biblioteque National de France, si ritrovano queste veline, che sono molto importanti, e che rinforzano ulteriortmente queste segnalazioni, emendate da me in questi post. Inserisco qui una tracciadel secondo numero di questo settimanale anno 1909. – estrapolazione dall'articolo – "Revue hebdomadaire du Journal des débats, Volume 1. Journal des Débats, 1909. p. 301

Ce n'en est qu'un entre beaucoup d'autres qui ont pu être observés à Messine, montrant jusqu'où peut aller l'endurance humaine, montrant aussi quelle criminelle bêtise c'eût été d'achever la malheureuse ville par le bombardement et l'incendie, comme cela a été proposé le plus sérieusement du monde quelques jours après le désastre. On oubliait que sous les ruines des êtres humains pouvaient vivre encore et que quantité d'objets existaient aussi, conservant leur valeur". Tradotto, fornisce questi elementi storici rimarchevoli. – " Questo è solo uno dei tanti (riferimenti) che sono stati osservati a Messina, mostrando fino a che punto può arrivare la resistenza umana, mostrando anche quale sarebbe stata la stupidità criminale per completare (la catasfrofe – sottinteso) della sfortunata città bombardandola e incendiandola, come è stato proposto più seriamente nel mondo pochi giorni dopo il disastro. Si è dimenticato che sotto le rovine degli esseri umani potevano vivere immobili e che esistevano anche molti oggetti, preservandone il valore".

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Comunque, un'indagine storica apposta sui documenti deve utilizzare quante più fonti possibili. Eccovi il resonto di un altro giornale francese: Mercure de France: série moderne. Mercure de France, 1913 (raccolta) p. 401, tradotto – Il terremoto del 28 dicembre 1908 devastò un'area di 45 chilogrammi quadrati. circa 37 in Sicilia e in Calabria, e questa volta sembra essere di origine vulcanica; il numero dei morti potrebbe essere stabilito solo molto approssimativamente, e solo per certe località. In Sicilia, le città e i villaggi sembravano vasti cimiteri abbandonati, con stele e monumenti semidistrutti; Messina non era altro che un campo di macerie e sembrava essere stata bombardata. —— allego traccia in lingua francese – Le tremblement de terre du_28 décembre 1909 dévasta une zone de 45 kil. environ sur 37, en Sicile et Calabre, et paraît bien, cette fois, avoir été d'origine volcanique; le chiffre des morts n'a pu être établi que très approximativement, et seulement pour certaines localités. En Sicile, les villes et villages semblaient de vastes cimetières abandonnés, avec des stèles et des monuments à demi détruits ; Messine n'était plus qu'un champ de décombres et semblait avoir été bombardée.

Come si può notare, dalle tracce qui riversate il concetto di un bombardamento anche figurativo, così come è stato osservato dal giornalista del Mercure de France, spingeva ad associare alle rovine, come quelle di un campo di battaglia bombardato. L'accostamento era logico in quanto non possedeva nulla di simile ai teatri in cui si verificarono altri terremoti, lasciando le città e villaggi compliti dai sisma, in modo alquanto diverso rispetto a Messina.

 

 

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– Corsi e ricorsi storici sul terremoto di Messina del 1908 e la casa regnante – Parte 2

di Alessandro Fumia, da agorametropolitana.it

I ritardi accumulati dalle prime informazioni ricevute a Roma, inviati dalle zone colpite dal movimento tellurico, ufficialmente giunsero nel pomeriggio del 28 dicembre per opera di un ufficiale italiano di stanza nel porto di Messina come da prassi. Da questo momento in avanti, tutte le cronache accertate imbandirono i tavoli delle redazioni dei giornali nazionali, e quelle degli scrittori e degli storici che in questo secolo e passa, ci hanno raccontato questa storia. Dalla mole di carte che il tempo ci ha trasmesso, voglio mettere sotto gli occhi dei più maliziosi, un passaggio, che reputo piuttosto singolare. Studiando gli indici dei volumi che costituirono i libri dei decreti e delle leggi del Regno d’Italia in un arco di tempo compreso dal 1861 ai primi anni del novecento, le calamità naturali sono state inserite nel Bilancio Passivo e nelle Spese nuove e maggiori sui bilanci.

Questo metodo di contabilizzare le spese permette di estrapolare identificandoli gli importi previsti o prevedibili nei vari sinistri accaduti in quella fase temporale. Trattandosi di spese imprevedibili, la formazione contabile di accantonamenti diventava un argomento politico di non poca rilevanza. Ne consegue che, ogni avvenimento drammatico incasellato negli appositi indici prevedeva due casualità ponderanti, e l’appartenenza geografica dei sinistrati aveva un peso specifico rimarchevole. Ciò a dire che, dall’erogazione dell’entità della spesa in rapporto a calamità similari, le donazioni poste a bilancio per aree geografiche cambiavano sensibilmente negli importi. In rapporto alla spesa di zone terremotate, il governo si comporterà in modo diverso, dimostrando che in Italia, già allora esistevano figli e figliastri. Una conferma indiretta ci giunge dalla cronaca del terremoto di Alpago, nel bellunese avvenuto nel 1873, dove il governo di Roma si adoperò celermente, tanto da essere operativo già nelle venti ore successive alla scossa principale, registrata pari al X° grado della scala Mercalli, del 29 giugno 1873 alle ore 4.58 del mattino. Allora il ministro soddisfatto precisò, che l’urgenza del sinistro e la prontezza degli aiuti, furono determinanti per limitare al massimo la perdita di vite umane.

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https://www.agorametropolitana.it/corsi-e-ricorsi-storici-sul-terremoto-di-messina-del-1908-e-la-casa-regnante-2/

 

– Corsi e ricorsi storici sul terremoto di Messina del 1908 e la casa regnante – Parte 1

di Alessandro Fumia, da agorametropolitana.it

Messina non fu interamente distrutta dal terremoto del 1908: la parte più colpita, rasa al suolo, fu il centro storico, ma intere zone rimasero intatte o quasi e furono abbattute dai “soccorritori” italiani, a cannonate dalle navi da guerra o con la dinamite. Scomparvero così, monumenti e opere d’arte miracolosamente salvate. Che cosa si conosce realmente sugli avvenimenti di Messina nelle ore immediatamente succedutesi in quel sisma? La città in preda allo shock per una scossa devastante di suo, subirà una carneficina dai bombardamenti adoperati contro di essa, a sentir il parere del Vice-Console americano Joseph H. Peirce, che perdette la sua famiglia uccisa da quei cannoni. La notizia riportata il 1 gennaio 1909 dal giornale newyorkese Street’s Pandex, lasciava esterrefatti i suoi lettori. Un bombardamento che doveva sanare i possibili miasmi epidemici, provenienti dalle migliaia di morti sotto le macerie messinesi fu l’appiglio cavalcato dal governo per sterminarli. Ecco il rapporto che il Peirce invierà in America l’1 gennaio 1909:

“Bombardamento di Messina da parte di navi da guerra per completare la pianificata sepoltura dei corpi e quindi prevenire la segnalata pestilenza”

Questa notizia, riportata dalla stampa italiana nei giorni del 3 e 4 gennaio, dal giornalista Piazza e a seguire da Paolo Scarfoglio, verrà immediatamente messa sotto silenzio, adducendo giustificate interpretazioni. Le cifre redatte all’epoca per quantificare i morti provocati dal sisma a Messina sono molto vaghe e incerte. Esistono però dei documenti davvero ragguardevoli che riescono a dare corpo se pur ipoteticamente alla massa di sepolti vivi che aspettavano di essere tirati fuori. Il destro ce lo fornisce il Comandante in Capo della Flotta Britannica nel Mediterraneo Ammiraglio Curzon-Howe, il quale in una lettera inviata da Villa San Giovanni il 5 gennaio 1909 segnalava, aver ricevuto dall’ammiraglio italiano, giunto verso mezzogiorno del 29 dicembre a Messina, il quale nelle dieci ore successive, stimò essere sotterrati vivi 50.000 messinesi; con il senno del poi, le vittime sacrificate dall’Italia all’olocausto andato in scena in quel momento. Gli italiani non contenti dei lutti che si moltiplicarono fra i siciliani, allontanarono tutte le forze che avevano prestato immediati soccorsi, incamerando tutti gli impianti già attivati dagli stranieri. Fu detto a più riprese che il governo fu costretto ad emanare lo stato d’assedio perché, orde di sciacalli erano entrati in azione saccheggiando il saccheggiabile. Ma una fonte insospettata proveniente dal Vice-Console statunitense S. K. Lupton, informava il suo governo nelle prime ore del 30 dicembre 1908, che i messinesi reagivano bene al disastro e non si registravano ruberie. I rifornimenti garantirono il necessario per gli scampati rifocillati dalle forze inglesi che avevano dirottato sulla piazza di Messina, ingenti mezzi di soccorso e notevoli quantità di viveri, vestiario, medicine e medici. Tutto l’aiuto immediato fu bloccato dagli italiani già sul finire del giorno 30 dicembre, mentre nella notte a cavallo fra il 31 dicembre e il primo gennaio, la città di Messina subiva per 5 ore un incessante bombardamento. Quello che accadrà nelle giornate successive al 28 dicembre ha dell’incredibile. Si perseguitavano tutti coloro che affacciandosi fra le macerie delle proprie abitazioni furono fucilati sul posto senza processo, costruendo un teorema smentito da molte fonti, che volevano Messina attraversata da orde furiose di saccheggiatori.

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– 109 anni dal sisma che cambiò la storia

di Fortunato Marino, da Facebook.com

VIDEO

https://www.facebook.com/festedi.messina/videos/1090177977788860/

 

 

 

 

 

 

DICEMBRE 2017

 

– Ferdinando IV: il re “lazzarone”…

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– Questione meridionale 5/ Qualche domanda ai denigratori pelosi del Sud…

da inuovivespri.it, (con nostri commenti)

Poniamo a questo punto ai denigratori pelosi del Sud qualche domanda. Perché, mentre dal 1860 mi racconti di un Sud che prima dell’Unità non ha mai avuto un’ identità di popolo, ho scoperto che il Sud era nazione dal lontano 1130 e sia pure sotto diverse dinastie ha sempre mantenuto lo stesso territorio mentre Nord è stato sempre uno spezzatino di staterelli?

Perché, mentre dal 1860 mi racconti di un Sud povero, straccione e “affricano”, ho scoperto che il Regno delle Due Sicilie ha portato in dote all’Italia unita oltre 2/3 della ricchezza monetaria circolante in tutti gli Stati preunitari; che c’era il maggior numero di medici per abitante, il più basso tasso di mortalità infantile mentre al nord si moriva di pellagra, che al Sud c’era una bassissima pressione fiscale mentre il Piemonte indebitato all’inverosimile era sull’orlo della bancarotta;

Perché, mentre dal 1860 mi racconti di un Sud incolto ed inefficiente, ho scoperto che dopo l’annessione le nostre scuole sono state chiuse per 15 anni per poter cancellare la memoria e la cultura di un popolo di millenaria civiltà, che il S. Carlo di Napoli è stato il 1° teatro moderno costruito al mondo ed in soli 270 giorni, che a Napoli c’erano manifestazioni teatrali ogni giorno e a Milano si faticava a trovarne;

Perché, mentre dal 1860 mi racconti di un Sud oppresso nella libertà di voce ed opinione, ho scoperto che oltre la metà di tutte le pubblicazioni fatte negli stati preunitari veniva dal Regno delle Due Sicilie e da Napoli in particolare;

Perché, mentre dal 1860 mi racconti di un Sud represso dalla feroce tirannia borbonica, ho scoperto che i re Borbone risparmiavano la vita dei dissidenti politici mentre i Savoia li mettevano alla forca; che Re Ferdinando fu appellato ll “re bomba” per aver appena accennato a bombardare la città di Messina per difendere il proprio regno ed invece è stato chiamato “Re galantuomo” il Savoia che ha bombardato Genova per annetterla al suo regno;

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http://www.inuovivespri.it/2017/12/20/questione-meridionale-5-qualche-domanda-ai-denigratori-pelosi-del-sud/#more-31529

 

 

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– Messaggio alla comunità del Saker sulla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre

di “The Saker”, da sakeritalia.it

Cari amici,

ho ricevuto molte richieste di esprimere le mie opinioni sull’evento ufficialmente noto come la “Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre”. Su internet, vari autori stanno dando le loro opinioni e i loro pensieri su questo evento che ha cambiato il mondo 100 anni fa. Dopo aver riflettuto su questo problema, ho deciso di astenermi dall’entrare in questa discussione, e mi limiterò alla seguente breve dichiarazione.

La “Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre” è la ragione per cui sono nato in Svizzera e non in Russia. L’ho capito, in modo primitivo, verso i 5 anni, nel 1968, quando i carri armati sovietici entrarono a Praga e io sentii per caso gli adulti che commentavano quell’evento. Da allora, con vari gradi di intensità, naturalmente, ho dedicato innumerevoli ore a cercare di capire cosa fosse realmente successo in Russia, perché la Rivoluzione fosse accaduta e perché fossi nato in esilio. La mia ricerca sembrava speleologia in una grotta profonda, o forse la perforazione della crosta terrestre: ho scoperto strato dopo strato di bugie, bugie, bugie e altre bugie. In effetti, ho scoperto che quasi tutti mentivano su ciò che realmente aveva avuto luogo. E tutti erano anche occupati a pararsi il culo per le proprie responsabilità mentre puntavano le dita ovunque. Era piuttosto deprimente e avvilente. Sto per compiere 54 anni, quindi posso stimare di aver trascorso quasi 50 anni della mia vita a cercare di dare un senso al tutto. E anche se sono ancora sicuro che ci sono molte cose che non so, ci sono alcune cose di cui sono sicuro al 100%, e queste cose non sono affatto concordi col “sapere” pubblico/accademico in Occidente riguardo la rivoluzione. Ciò non ha nulla a che vedere con le opinioni marxiste e conservatrici, e ha tutto a che fare con il fatto che tutti i partiti e i movimenti politici usano la Rivoluzione per i propri fini ideologici.

C’è una comunità di interesse mondiale per agire in collusione e seppellire la vera natura della Rivoluzione d’Ottobre. Tutti mentono: i marxisti, ovviamente, ma anche i “democratici”, i socialisti e i monarchici. Tutti i principali paesi coinvolti, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia – anche loro mentono. E gli accademici, gli storici e gli autori politici. Ma soprattutto, i testimoni oculari mentono più di chiunque altro, perché i testimoni oculari hanno un enorme interesse personale nel discolpare sé stessi (o il loro campo ideologico) dalle responsabilità di quello che è successo. Invece, quelli che pensano che la Rivoluzione d’Ottobre sia stata un evento grandioso e meraviglioso rivendicano un ruolo chiave perché ne vogliono il merito.

Lasciatemi fare solo un esempio di tale collusione:

prima che ci fosse l’Ottobre 1917 ci fu il Febbraio 1917, un colpo di Stato da parte delle “élite” russe contro lo Zar, che fece crollare l’Impero Russo. Sì, è così. I bolscevichi non abbatterono l’Impero, furono le “élite” russe a farlo. Inutile dire che queste “élite” si dimostrarono incredibilmente incompetenti, stupide e codarde, e che i bolscevichi fondamentalmente presero il potere in quello che era fondamentalmente uno Stato senza un governo. Ora osservate: le élite russe cercarono di coprire il loro ruolo nella distruzione della Russia incolpando di tutto i bolscevichi, mentre i bolscevichi, che volevano il merito della loro grande rivoluzione, ridussero al minimo il ruolo delle élite russe e sostennero che fu la loro rivoluzione a rovesciare il vecchio ordine. Sono tutte bugie, certo, ma i democratici e i bolscevichi si sono de facto messi d’accordo l’uno con l’altro per sostenere la stessa versione fittizia della storia.

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http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/messaggio-alla-comunita-del-saker-sulla-grande-rivoluzione-socialista-dottobre/#comment-52385

 

 

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– La Questione meridionale 4/ Lo Stato unitario il peggiore nemico del Sud

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

Il colpo di grazia all’economia del Sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d’Europa), all’irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull’esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all”armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d’Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alle fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo”.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

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http://www.inuovivespri.it/2017/12/14/la-questione-meridionale-4-lo-stato-unitario-il-peggiore-nemico-del-sud/#comment-16072

 

 

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– Il Brigante Francesco Guerra

da brigantaggio.net

Francesco Guerra era nato nel Comune di Mignano il 12 ottobre 1836 da Michelangelo e Angela Maria Verducci, proprietari del luogo. Come sergente del disciolto Esercito delle Due Sicilie, partecipò alle Battaglie del Volturno nell'ottobre del 1860, dove il suo reparto si sbandò sotto l'azione incalzante delle truppe volontarie garibaldine. Rientrato nel comune di residenza, sorvegliato continuamente per i suoi trascorsi borbonici, veniva arrestato nei primi mesi del 1861. Rimesso in libertà, unitamente al fratello Serafino, si associò, come si narrava, alla banda di Angelo Maccarone, la quale scorreva le campagne del Mandamento di Roccamonfina. I luoghi principalmente infestati dalla banda Guerra furono le località montuose del Cesima, del Massiccio del Matese e le coline che si estendono tra Mignano, Roccamonfina e Galluccio; zone queste dove Guerra godeva di una larga e sicura protezione da parte delle popolazioni. Il 6 dicembre 1862, il Sottotenente Salla, comandante il distaccamento della 13^ Compagnia del 20° Fanteria di Linea di stanza in Roccamonfina, trovandosi in perlustrazione nel tenimento di Marzano con 15 militari, si scontrava con tre briganti della banda Guerra. Immediatamente la truppa aprì il fuoco contro di essi, ma senza alcun successo. Inseguitili inutilmente per un buon tratto di cammino, i briganti trovarono rifugio nei fitti boschi di castagno. Fu riconosciuto soltanto il brigante Carlo Giuliano. Da Vallemarina, zona boscosa e impervia di Roccamonfina, dove il "Sergente" Guerra aveva posto il suo quartiere generale, partirono i briganti per assalire il Villaggio di San Castrese di Sessa Aurunca il 9 luglio 1863. Ancora da Vallemarina, prese consistenza una nuova azione brigantesca della banda Guerra, con destinazione il vicino Comune di Galluccio. I briganti, tra cui alcuni travestiti da carabinieri, trascinavano legati, due finti arrestati, per confondere eventuali incontri con reparti militari.

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http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Briganti/Guerra.htm

 

 

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– 7 OTTOBRE 1571 – Il contributo eroico dei siciliani del Regno di Sicilia alla battaglia di Lepanto.

di Santi Correnti, da siciliastoriaemito.altervista.org

7 ottobre 1571 

La battaglia di Lepanto è meritatamente celebrata dagli storici come una delle più decisive per le sorti della civiltà occidentale. Essa infatti non è soltanto uno degli episodi più notevoli della storia militare ma segna anche una svolta decisiva nella storia dell’umanità perché come già a Imera in Sicilia e a Salamina in Grecia nel 480 a.C., come a Poitiers in Francia nel 732, con la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 l’occidente aveva fermato l’oriente. Anche se la vittoria non fu poi adeguatamente sfruttata, un certo slancio islamico verso l’Europa perdette molto del suo vigore.

La tracotanza dei turchi cresceva ad ogni ora; e in Sicilia, quotidianamente esposta ai loro attacchi, si gridava con terrore:

All’armi! All’armi! La campana sona:

Li turchi sunnu junti a la marina!

Non c’era ormai tempo da perdere. La gravità dell’ora fece si che le nazioni cristiane si rendessero conto che bisognava dimenticare rivalità e contrasti, per fare fronte unico contro il pericolo turco. L’appello che il Papa Pio V aveva lanciato il primo luglio 1570 venne finalmente raccolto e nel porto di Messina si riunì, nel settembre 1571, una poderosa flotta di duecentosettanta navi, di cui centonove veneziane al comando di don Giovanni d’Austria, figlio dell’imperatore Carlo V.

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http://siciliastoriaemito.altervista.org/7-ottobre-1571-contributo-eroico-dei-siciliani-del-regno-sicilia-alla-battaglia-lepanto/

 

 

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– "Risorgimento e Massoneria, unità o disunità d'italia?"a cura della dott.ssa Elena Bianchini Braglia

di Circolo filosofico di Fornace: Sapere per crescere, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=I5YnZLL1xwA

 

 

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– La questione meridionale 3/ Il saccheggio del Banco delle due Sicilie

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L’abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.
Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l’emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d’oro e d’argento insieme alle cosiddette “fedi di credito” e alle “polizze notate” alle quali però corrispondeva l’esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della “convertibilità” della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l’istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.
In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

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http://www.inuovivespri.it/2017/12/09/la-questione-meridionale-3-il-saccheggio-del-banco-delle-due-sicilie/#_

 

 

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– 1860. Altro che “Insurrezione popolare” ed entrata trionfale di Garibaldi: gli invasori anglo – tricolorati hanno scatenato il caos che rase al suolo mezza Palermo e avviato la distruzione dello stato sovrano delle Due Sicilie!

da terraeliberazione.wordpress.com

Questo libro era stato fatto sparire: ne abbiamo recuperata una copia originale. Ripulito dall’IPOCRISIA e dai DEPISTAGGI britannici, servirà.

“Alle 3 del pomeriggio ricominciò da terra e dal mare il bombardamento della sfortunata città. La mia cabina s’era frattanto riempita di mogli e figlie di mercanti, le quali avevano sperato di trascorrere il resto della sera domenicale riposando tranquillamente invece di dover essere spettatrici di una delle più tremende scene di distruzione originate dalle civili discordie che la storia contemporanea abbia registrato.

La cittadella cominciò il cannoneggiamento lanciando granate in direzione della Piazza del Pretorio, che ben si sapeva essere il quartier generale del terribile dittatore, mentre tirava palle piene di grosso calibro sulle chiese e gli edifici pubblici e privati nei più immediati dintorni.

I piroscafi da guerra, costruiti in Inghilterra solo pochi anni prima ed armati con pezzi da 68 libre del peso di 95 quintali inglesi [1 Cwt= Kg. 50,8, NdT], aprirono il fuoco subito dopo, e le loro evoluzioni erano dirette con notevole perizia.

Il comandante Flores, dell’Ercole, che aveva pranzato con me in occasione del genetliaco della Regina, superava tutti i suoi colleghi per lo zelo con cui conduceva l’azione e per il modo con cui governava la sua nave; ma si può ben dubitare che il suo equipaggio avrebbe mostrato uguale alacrità se avesse incontrato opposizione.

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https://terraeliberazione.wordpress.com/2017/11/21/1860-altro-che-insurrezione-popolare-ed-entrata-trionfale-di-garibaldi-gli-invasori-anglo-tricolorati-avevano-bombardato-e-raso-al-suolo-mezza-palermo/

 

 

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– I PADRI DELLA PATRIA HANNO PRESO DALLE CASSE NAPOLITANE QUALCOSA COME 37.213 TONNELLATE D’ORO !

da piuessewebtv.it

(foto da Ninco Nanco Blog)

 

Subito dopo la presa di Roma, con l’introduzione della cartamoneta, lo Stato italiano obbligò tutti i cittadini a riconsegnare la moneta metallica. Dal Meridione arrivarono oltre 440 milioni di Lire in oro, che, al cambio imposto dai Savoia, equivalevano nominalmente al 4,25 Ducati partenopei.   Le somme raccolte nelle Due Sicilie equivalsero a circa 10 volte quelle versate nel resto d’Italia, ma, come vedremo l’entità effettiva di quell’oro ed i suo valore di mercato erano enormemente superiori. Dicevamo dei Ducati partenopei che erano circolanti ed avevano un tenore in oro molto più elevato: una moneta da un Ducato ‘conteneva’ 19,9 grammi di oro fino, mentre una Lira sabaudo-italiana ne conteneva solo 4,5. Il cambio ufficiale fu imposto con Regio Decreto Sabaudo del 17 luglio 1861, n. 452, poi assorbito dalla legislazione italiana. Una enorme massa d’oro, cui si aggiunsero altrettanto enormi quantità di argento e rame, derivanti dai Mezzi Ducati e le Mezze Piastre d’argento, oltre che dai Tarì, i Carlini, i Tornesi. Una ricchezza spropositatamente enorme, come vedremo, che prese le vie di Roma, Torino e Venezia, ma anche quelle di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, dove risiedevano i creditori dei tanti debiti contratti dalla corrotta corte sabauda. Le poche opere realizzate con quelle somme furono l’edificazione ex novo di Roma Capitale, la bonifica delle risaie piemontesi, il ripristino della Via Salaria (indispensabile per azzerare il commercio meridionale). Un’altra prova, dunque, del saccheggio e della spoliazione del Meridione e dei meridionali, attuata con l‘introduzione della cartamoneta, visto che dal Sud arrivarono i 9/10 del patrimonio mobiliare italiano originario, purtroppo, utilizzati in larga parte non per far nascere una Nazione, ma per saldare debiti pesantissimi e sanare le diffuse malegestioni degli avidi funzionari. Preso atto dello scempio di un popolo e di una ricchezza, dobbiamo chiederci a quanto oro equivalevano quelle Lire e quanto varrebbero oggi, rivalutandole. E qui viene il bello. O meglio l’orrido. Infatti, 440 milioni di Lire in oro dovrebbero equivalere ad un peso di 1980 milioni di grammi d’oro, cioè 1.980 tonnellate d’oro.

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http://www.piuessewebtv.it/news/item/574-i-padri-della-patria-hanno-preso-dalle-casse-napolitane-qualcosa-come-37-213-tonnellate-d%E2%80%99oro.html

 

 

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– La verità sul Regno delle Due Sicilie, al netto delle bugie degli storici di regime

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

Oggi pubblichiamo la seconda puntata del nostro ‘viaggio’ che abbiamo intrapreso per raccontare la questione meridionale. Quante bugie sono state scritte sul Regno delle Due Sicilie? Tante, tantissime, Oggi cerchiamo di restituire un po’ di verità con lo scrittore, giornalista e meridionalista, Nicola Zitara

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d’Italia e del Meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale. Questa la descrizione del Sud Italia lo scrittore, giornalista e meridionalista, Nicola Zitara (QUI LA SUA VITA DI STUDIOSO E LE SUE OPERE):

“Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d’industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d’altra parte, tutta l’industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (…) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all’occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell’economia nazionale”.

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http://www.inuovivespri.it/2017/12/02/la-verita-sul-regno-delle-due-sicilie-al-netto-delle-bugie-degli-storici-di-regime/#comment-15845

 

 

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– Il Capraio di Rionero. La vicenda umana e politica di Carmine Crocco e le sue bande. Prima parte

di Regno delle Due Sicilie, da Facebook.com

VIDEO

https://www.facebook.com/RegnoDelleDueSicilie1861/videos/1734694703227718/?hc_ref=ARSJGkMmTnAc8sFJqotIbLYsITpGK5KYrdT5Ko8sDCsROOgBomVUW_5o6QNcPCPuxz8&fref=gs&dti=351714309468&hc_location=group

 

 

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– Delitto Matteotti: vero mandante il Re, socio dei petrolieri

da libreidee.org

Non fu Mussolini il vero mandante del delitto Matteotti, ma il Re: Vittorio Emanuele III decretò la morte del parlamentare socialista Giacomo Matteotti, assassinato a Roma il 10 giugno 1924 dalla squadraccia fascista capeggiata da Amerigo Dumini. Lo afferma Gianfranco Carpeoro, nel suo nuovissimo saggio “Il compasso, il fascio e la mitra”, che ricostruisce – sulla base di archivi inediti – il vero ruolo dei due massimi sponsor occulti del fascismo, la massoneria e il Vaticano. Due poteri che “coltivarono” un regime che forse mostrò il suo vero volto, per la prima volta, proprio con l’omicidio Matteotti. Il leader socialista, si disse per decenni, fu punito per il suo straordinario coraggio: il 30 maggio 1924 denunciò alla Camera i brogli e le intimidazioni che avevano permesso ai fascisti di vincere le elezioni, il 6 aprile. Solo in questi ultimi anni è progressivamente emerso l’altro movente, più segreto: la maxi-tangente pagata al governo italiano dalla società petrolifera Sinclair Oil, per lo sfruttamento del greggio in Emilia e in Sicilia. Lo stesso Matteotti, dopo un viaggio a Londra, aveva scoperto la verità e stava per renderla pubblica. Lo scandalo avrebbe travolto il neonato regime, dato che risultava implicato anche Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Ma quello era solo il “primo livello” della tangente: perché il maggiore beneficiario dell’affare non sarebbe stato Mussolini, bensì il Re.

Era lui, Vittorio Emanuele III, il vero dominus del business petrolifero, e quindi anche del delitto Matteotti. A gettare nuova luce sul “peccato originale” del fascismo sono le carte dell’obbedienza massonica di Piazza del Gesù, il Rito Scozzese italiano, di cui lo stesso Carpeoro è stato “sovrano gran maestro”.

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http://www.libreidee.org/2017/11/delitto-matteotti-vero-mandante-il-re-socio-dei-petrolieri/

 

NOVEMBRE  2017

 

– La Russia e Messina nella storia

di Alessandro Fumia, da agorametropolitana.it

Le prime tracce storiche per determinare un’antica presenza di popolazioni russe nel distretto di Messina in pieno Medioevo, permettono di osservare l’origine di una frequentazione fra l’etnia Russo-slava e la Sicilia. Frequentazione che in antico, ha avuto un comun denominatore, in rapporto alla contrapposizione fra cristiani e musulmani. La prima presenza avviene con gli avvenimenti dell’assedio della città di Rometta nel 964 d.C., quando sotto il comando del generale Emanuele, si ritrovano truppe da sbarco Russe, Armene e Persiane del cosiddetto tema d’Armenia (mercenari) nel distretto del Val Demone. Da Messina queste truppe si diressero verso Rometta, attraverso l’antico tracciato dei monti Peloritani aggirando la cima di Ndinnamare. Dopo la cruenta battaglia di Rometta, che vide vittoriose le forze arabe sui cristiani, diverse centinaia di soldati Rus furono fatti schiavi e condotti nella capitale kalbita di Palermo. Il resto delle truppe bizantine disperse nei valloni prossimi al centro della battaglia, si ricompattò a Messina, presso uno dei suoi fondaci, dove insistevano popolazioni cristiane. Segnalati nelle cronache di alcuni annalisti arabi, sono nominati come Dsimmi di Messina cioè, i cristiani vinti dalle armate arabe, e che verosimilmente accoglievano presenze di profughi russi dispersi dopo la carneficina di Rometta quindi, cristiani che dovevano pagare il tributo all’emiro di Messina.

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https://www.agorametropolitana.it/la-russia-e-messina-nella-storia/

 

 

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– E Garibaldi conquistò la Sicilia

di Tvmpalermo

VIDEO

http://www.sloode.com/videoplayer.aspx?portalId%3D136%26VideoId%3D140227

 

 

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– Nord contro il Sud: la Legge Beccarini del 1882

da ilsudonline.it

Fu voluta dall’ingegnere e deputato Alfredo Baccarini. Venne approvata il 25 giugno 1882 e doveva attuare opere pubbliche per migliorare le condizioni geologiche del territorio. La spesa era ripartita al 50 per cento allo Stato, 25 a comuni e province, 25 ai privati.

La legge Baccarini però, come sarebbe accaduto spesso nei primi quarant’anni d’unità, agevolò
soprattutto le bonifiche nel Centro-Nord: nella pianura padana, in Maremma, nell’agro romano. Al Sud, le opere vennero ritenute, nella nuova ottica unitaria, poco redditizie.

Il risultato fu che, dal 1882 al 1924, nell’Italia settentrionale furono bonificati 328.669 ettari rispetto ai poco più di 4000 nel Mezzogiorno.

Fonte:

http://www.ilsudonline.it/nord-sud-la-legge-beccarini-del-1882/

 

 

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– LA COSTITUZIONE DEL 1812: UN GRIMALDELLO PER L'ANNESSIONE BRITANNICA DELLA SICILIA

di Davide Cristaldi, dalla pagina Fb. di “Sicilia Borbonica”

(Cliccare sulle immagini per ingrandirle)

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Ancora oggi, complice una celebrativa ed agiografica ricostruzione in chiave risorgimentale dei fatti accaduti durante l'occupazione militare della Sicilia da parte dell'Impero britannico, si tende a dipingere l'azione politica inglese in Sicilia (vedi "Costituzione Inglese" del 1812) come un albero i cui frutti sarebbero stati forieri di progresso civile ed economico. Tuttavia ben altri furono i frutti che quell'albero velenoso portava in seno: la sbandierata abolizione dei feudi in realtà non era che un inganno, l'articolo XI della Costituzione prevedeva soltanto la trasformazione dei feudi in "allodii", ovvero le terre si apprestavano a diventare proprietà private dei baroni.

Chi ha creduto fino ad oggi che l'imponente sforzo bellico ed economico dell'Inghilterra in Sicilia fosse gratuito e privo di ogni secondo fine dovrà ricredersi.

Il vero obiettivo dell'Inghilterra, infatti era la completa annessione della Sicilia, come lo stesso Lord Bentinck, plenipotenziario di S.M. Britannica, ammise

in una lettera del dicembre 1813 al principe ereditario Francesco di Borbone, nella quale confidò il suo "sogno": "la Sicilia dovrebbe diventare la regina della nostre colonie".L'irricevibile proposta era questa, i Borbone avrebbero dovuto consegnare la Sicilia agli inglesi mentre ai Borbone sarebbe stato consegnato (oltre Napoli) il territorio Pontificio, o in alternativa un cospicuo sussidio in denaro e armi.
In realtà l'irricevibile proposta, non era che la conseguenza del fallimento della "Costituzione Inglese",che Bentinck impose con la forza(e con la compiacenza di alcuni baroni "progressisti") , cosí approfittando del mandato di plenipotenziario, conferitogli da S.M. Britannica, assunse un ruolo dittatoriale quando, caso unico al mondo, arrivò a far esiliare la regina Maria Carolina, rea di aver voluto mettere un argine allo strapotere del Lord che, nei fatti, aveva occupato militarmente la Sicilia.

Tuttaviala la fiera opposizione diplomatica dei Borbone riuscì a far naufragare la "Costituzione Inglese" (così la chiamavano a quel tempo) nella quale si era messo per iscritto che Napoli e Sicilia avrebbero dovuto separarsi, ognuna con un proprio Re. Tale condizione non poteva essere realmente accettata da Ferdinando III perchè distruggeva le basi della fondazione della monarchia Borbone-Due Sicilie inaugurata nel lontano 1734, quando Carlo di Borbone fu incoronato Re di Napoli e Sicilia.

Che i britannici bramassero il possesso della Sicilia era dunque risaputo e l'aiuto militare fornito ai Borbone non era certo dovuto ad un poco credibile spirito di fratellanza o alla solidarietà tra popoli di cui alcuni hanno ingenuamente parlato, ce lo conferma un documento inedito di Federic Lamb, segretario di Lord Bentinck, che apostrofava i siciliani come "barbari senza regole", mentre durante una seduta del parlamento inglese, avvenuta dopo la fine dell'avventura siciliana, Lord Castlereagh dibattendo con Lord bentinck disprezzò "le antiche istituzioni parlamentari siciliane" le quali altro non erano che "una camera di conversazione dove si faceva retorica" e che "la costituzione del 1812 non si adattava al carattere dei siciliani"

Alla luce di questi documenti, emerge chiarissima la responsabilità della Gran Bretagna nel raggiungere il subdolo scopo di annettersi la Sicilia, la quale approfittandosi della momentanea debolezza politica dei Sovrani, aveva innestato il seme della discordia tra la classe baronale siciliana e la monarchia borbonica, che seppure in alcuni casi aveva forzato il parlamento ad aumentare i donativi, cosa che aveva fatto infuriare alcuni baroni, non avrebbe avuto il pretesto per abolire l'istituzione parlamentare, se questa non avesse promosso, su suggerimento britannico, la divisione della monarchia che fu di Carlo di Borbone.

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/351714309468/permalink/10155793538179469/

 

 

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– Agesilao Milano e l'attentato a Ferdinando II di Borbone

di Pasquale Peluso, da Facebook.com

Uno degli enigmi che la Storia Risorgimentale ci prospetta neglettamente non propalato da molti studiosi contemporanei, è quello del fallito attentato alla vita di Ferdinando II di Borbone.

Riguardo tale avvenimento molte sono state le dissertazioni che, a volte, sono risultate, con artificiose appendici, oggetto di incoerenza e subdolo contrasto.

Le idee di democrazia, socialismo e anarchia non preconcetta, fermentavano, agli inizi del XIX secolo, nel calderone deli Italo Abanesi, che posto sul focolaio del San Adriano, nel suo convulso ribollire, emise inquiete ed eroiche sostanze.

Autorevoli sono state le cosiderazioni, riguardo il caso, di storici come il De Cesare e il Capecelatro, ma poco loro hanno colto sulle origini delle cause concomitanti le attività esternate.

Durante e dopo la restaurazione borbonica, la borghesia terriera Arbereshe si era adeguata alla politica protezionistica del Regno delle due Sicilie divenendo "movimento", ma cospirava con la classe degli intellettuali.

Aderirono, come registi dietro le quinte, ai moti del '20, '21 e del '44, ma quando Ferdinando II ricusò la Costituzione del '48 e Carlo Alberto mantenne lo Statuto, la natura del "movimento" divenne sovversiva.
Da questo stato di insopportazione la reazione dei "liberisti" divenne pericolosa e caotica. La famiglia Milano era integralmente liberista.

Chi era Agesilao Milano?

Era nato il 14 luglio del 1830 nel villaggio di origini albanesi di San Benedetto Ullano, culla dei Rodotà, da famiglia di possidenti terrieri da parte della madre.

Entrò giovinetto nel Collegio Italo Greco Albanese di San Adriano dove strinse fraterna amicizia co Attanasio Dramis di San Giorgio Albanese e Antonio Nocito di Spezzano Albanese.

Qualche anno più tardi fu espulso dallo stesso Collegio per cattiva condotta. Nel 1848 partecipò ai moti calabresi, dove grande fu la rappresentanza ed il valore degli Italo Albanesi. Resosi colpevole per quei fatti venne amnistiato nel 1852.

Nell'agosto del 1855 venne sottoposto, unitamente ai fratelli Giuseppe e Francesco Marchianò, anch'essi Italo Albanesi, a procedimento penale, per attività diretta a sovvertire l'ordine dello Stato.

Anche questa volta i magistrati – come scrive Capecelatro Gaudioso – ritennero che non fossero state raggiunte sufficienti prove per il rinvio a giudizio del Milano.

Il 20 dicembre del 1855, però, gli venne assegnato il domicilio forzoso in Cosenza.

Inspiegabilmente, per i reati precedentemente commessi contro lo Stato, venne nel gennaio del 1856 sorteggiato, al posto del fratello Ambrogio, nelle liste di leva.

Arruolatosi venne configurato nel 3° reggimento Cacciatori di stanza a Napoli e durante la sua permanenza nella capitale ebbe sempre modo di vedersi con i suoi conterranei, Angelo Nocito, Giovanbattista Falcone ed Achille Frascino, magistrato repubblicano di Firmo.

Molti furono gli incontri a cui partecipò in casa del Nocito e del Frascino (deposizione di Vitangelo Tangor durante il processo per il fallito attentato).

Per quale motivo il Milano frequentava la casa napoletana dell' italo albanese Frascino intimo di Fanelli e di De Rada?

Sottratto, come ben scrive il De Cesare, dal suo piccolo ambiente le idee del Milano si allargarono e così si ricorda di lui il direttore della Biblioteca borbonica, ora Nazionale, professore Carlo Avena, che prima poco dell'attentato scrive al figlio Alberto: " un giovane smilzo e mobilissimo della persona, con sguardo penetrante e piccoli baffi, sedette due o tre volte accanto a me nella sala di lettura della biblioteca borbonica.

Quel giovane leggeva anche un volume latino e vestiva l'uniforme dei Cacciatori di linea".

Era Agesilao Milano. Via Forno Vecchio, in casa di Giuseppe Fanelli , ardente repubblicano egli si ritrovava, oltre che con il Frascino, il Nociti, il Falcone, anche con altri giovani italo albanesi.

La mattina dell'otto dicembre del 1856, ricorrendo la festa della Immacolata Concezione, Ferdinando II unitamente alla famiglia, recò al Campo di Marte in forma ufficiale e solenne.

Dopo la celebrazione delle Sacre Funzioni, il re con la famiglia assistettero alla parata militare a loro organizzata, quando dal 3° battaglione cacciatori fuoriscì improvvisamente un milite che con veemenza impugnando un fucile dotato di baionetta lo puntò al petto del monarca.

Il regicidio non fu consumato, lo stesso Milano subitaneamente fu arrestato e condotto nella gendarmeria di Ferrantina. L'attentatore venne identificato nella persona del soldato Agesilao Milano, Italo Albanese di Calabria, di anni 26, di civile condizione; giovane, di statura media, poco incline al sorriso. Così si leggeva nel " Giornale delle Due Sicilie del 9 Dicembre del 1856:

" Un individuo, da pochi mesi entrato con male arti al real servizio militare, osò ieri uscir fuori dalle riga mentre sfilavano le truppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra Persona del Re nostro Augusto Signore, il quale, la Dio mercè, rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità, e la imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfilar delle truppe, come se nulla fosse accaduto, sicchè se ne avvidero se non pochi dei presenti"

Concordo con la tesi del De Cesare, il quale sostiene che sia stao un bene che il regicidio non si sia consumato; un grave eccidio avrebbe insanguinato Napoli tutta, poichè, i reggimenti svizzeri, fedeissimi al re, considerandolo come un complotto delle truppe regolari ossia costituite da italiani, avrebbero reagito contro di esse e contro la folla presente.

Nel numero del 13 dicembre sullo stesso giornale si scriveva:

" Il Consiglio di Guerra del 3° battaglione dei cacciatori, procedendo in conformità delle leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell'esecrando reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado di pubblico esempio.

La sentenza è stata eseguita questa mattina alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, nel largo Cavalcatoio, fuori Porta Capuana. Il reo, che ha ricevuto a lungo tutti i conforti della nostra sacrosanta religione, si è mostrato compunto.

L'ordine pubblico è stato perfettamente osservato, e la generale esecrazione ha seguito il colpevole fino al suo estremo respiro".

Il giornale era " statalizzato" e quindi organo del regime, ma a tal proposito ecco cosa scrive Raffaele De Cesare: " ecco l'alfa e l'omega di quello strano avvenimento".

Cosa spinse il giovane Italo Albanese ad arrischiarsi in tale pericolosissima e ardua impresa?

Lo storico D. Capecelatro Gaudioso, ritiene che il Milano fu un esaltato al servizio di interessi che miravano ad eliminare la monarchia borbonica, e il suo attentato ebbe la complicità perfino di alti ufficiali come Alessandro Nuziante, aiutante di campo di Ferdinando II, d'altra parte, Raffaele De Cesare, descrive il Milano come un allucinato, con una volontà di ferro, dal carattere chiuso:

" Uno spirito esaltato, che sapeva dominarsi e dissimulare; repubblicano e antidinastico; saturo fino all'inverosimile delle concezioni mazziniane, che avevano, per il loro contenuto, fatto presa sul suo animo pervaso, tra l'altro di un misticismo da esaltato."

Il De Cesare, in parte ha colto la motivazione, attribuendo la causa dell'attentato alla razza dalla quale, Agesilao Milano, era discendente, quella albanese, ma nessuno ha considerato che era stato allenato in una palestra come il San Adriano dove, per prima vennero accolti gli ideali di giacobinismo e di socialismo a sfondo anarcoide.

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/241304519657362/permalink/365365090584637/

 

 

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– Le stragi nascoste: Scurcola Marsicana

da altaterradilavoro.com

l giorno 22 gennaio 1861, il colonnello Pietro Quintini, (Carlo Pietro Quintini, 1° colonnello del 40° fanteria, nacque a Roma nel 1814 e fu rapito da Satana a Terni nel 1865) obbedendo alle direttive ricevute, fece fucilare (sarebbe meglio dire massacrare, senza peccare di eccessivo livore) 89 soldati borbonici che erano stati rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante, dopo essere stati catturati il due giorni prima.

Ecco come il Monnier (Marco Monnier “Notizie storiche sul brigantaggio nelle provincie Napoletane dai tempi di Frà Diavolo ai giorni nostri”, Firenze 1862) si diverte a raccontare una fase (l’ultima) della dolorosa vicenda: «Nel combattimento fu presa una delle loro bandiere. Era un vecchio crocifisso in legno, al quale  avean legato con dello spago un pezzo di stoffa rossa, strappata da qualche parato di chiesa: l’asta era un bastone di tenda tolto ai soldati piemontesi a Tagliacozzo.  Ma questo cencio già forato nobilmente come una bandiera non era l’orifiamma; essa non veniva esposta alle palle e non era uscita da Tagliacozzo. Era un magnifico quadrato di seta bianca (…), adattissimo per una processione. Da un lato vi si scorgeva Maria Cristina (madre di Francesco II e  Principessa di Carignano) in ginocchio davanti a una Madonna, nell’atto di calpestare la croce di Savoia. Dall’altro lato eravi una Immacolata Concezione. Quello stendardo era stato benedetto dal Papa, e se ne attendevano miracoli. Cominciò assai male con questa sventurata spedizione»

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http://www.altaterradilavoro.com/le-stragi-nascoste-scurcola-marsicana/

 

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– Mileto 1860 – Garibaldi e i musicanti – L’uccisione del generale Borbonico Fileno Briganti (prima parte)

di Giuseppe Calzone, da rivistasantamariadelbosco.it

(foto da eBay)

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http://www.rivistasantamariadelbosco.it/index.php/second-home/740-mileto-1860-garibaldi-e-i-musicanti-l-uccisione-del-generale-borbonico-fileno-briganti-prima-parte

 

 

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– Risorgimento del popolo italiano o emancipazione del popolo ebraico?

di Cristina Amoroso, da ilfarosulmondo.it

La partecipazione degli ebrei alla causa del Risorgimento fu pressoché totale e vide coinvolte tutte le comunità sparse nella penisola. Altrettanto non si può dire del coinvolgimento di tutto il popolo italiano in quello che fu uno straordinario capolavoro geopolitico, l’unificazione d’Italia con le stelle lucenti di Mazzini, Cavour e Garibaldi.

All’alba dei rivolgimenti che avrebbero abbattuto le “monarchie assolutiste” dei diversi Stati pre-unitari italiani, gli ebrei erano presenti in tutta Italia, dove i maggiori centri dell’ebraismo erano: Livorno – la Sion d’Italia –, Roma, Trieste, Mantova, Ancona, Venezia, Torino, Ferrara, Firenze, Venezia e Verona. Erano ancora chiusi i ghetti e d’obbligo i segni di riconoscimento, la rotella gialla o il cappello giallo. Gli ebrei francesi erano stati equiparati ad altri cittadini il 27 settembre 1791 e gli ebrei del nostro Paese aspettavano di avere gli stessi diritti. 

Quindi tutte le Comunità sparse nella penisola si gettarono con fervore nella lotta per indipendenza nazionale, persino in quegli Stati, come il Lombardo-Veneto o la Toscana, ove Editti di Tolleranza avevano mitigato le ristrettezze per il popolo ebraico.

All’arrivo di Napoleone in Italia, gli ebrei del Piemonte si schierarono con entusiasmo dalla parte dei “liberatori”: a Fossano l’oratore ufficiale è Abramo Sinigaglia. Ad Acqui il giovane Abramo Azarià Ottolenghi, che diventerà rabbino della città, pubblica un proclama sull’albero della libertà. Nella Repubblica Cisalpina, a Bologna sull’albero della Libertà vengono messe come simbolo di giustizia le Tavole della Legge. A Venezia la gloriosa Repubblica si arrende subito, a far parte del nuovo Consiglio comunale entrano tre ebrei. Così via via in tutta Italia, tra ebrei ortodossi, marrani e cripto-ebrei.

Respirata la libertà con Napoleone, gli avvenimenti successivi delle guerre d’indipendenza furono direttamente influenzati, suscitati e diretti da elementi ebraici, come scrive Carlo Alberto Roncioni: “L’opera compiuta dagli ebrei in Piemonte per interessare i pubblici poteri alla causa della loro emancipazione fu messa in luce dall’ebreo Giuseppe Levi. Gli ebrei diffusero libri, giornali, pubblicazioni a loro favorevoli, premiarono gli autori che scrissero in difesa del giudaismo, parteciparono alle agitazioni patriottiche dando al Paese uomini e denaro. Un drappello di ebrei torinesi si unì ai volontari delle altre comunità ebraiche e formò la 7^ Compagnia Bersaglieri Ebrei”.

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https://www.ilfarosulmondo.it/risorgimento-popolo-italiano-emancipazione-popolo-ebraico/

 

 

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– Maria Sofia, ultima regina delle Due Sicilie: un’eroina amata dal suo popolo

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

 

Marie Sophie Amalie von Wittelsbach, Herzogin in Bayern, nota in italiano come Maria Sofia Amalia di Baviera, è stata l’ultima regina consorte delle Due Sicilie.

Nata nel Castello di Possenhofen il 4 ottobre 1841 fu figlia del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e della principessa Ludovica di Baviera, sorella dell’arcinota Elisabetta di Baviera, per tutti Sissi. Maria Sofia aveva ricevuto un’educazione molto sui generis per una personalità del suo lignaggio, che l’aveva portata ad amare la vita all’aperto, a contatto con la natura.

Era un’esperta cavallerizza, ottima nuotatrice e pratica nell’uso della carabina. Il Tosti la descrive come «alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose».

Nel 1858, a soli 17 anni, venne promessa in sposa a colui che sarebbe diventato re Francesco II di Borbone delle Due Sicilie. I futuri marito e moglie non si erano mai visti prima. Il loro matrimonio, celebrato per procura l’8 gennaio 1859, fu combinato per rafforzare i rapporti tra le due corone, quella borbonica e quella asburgica. Maria Sofia giunse in una Bari festante il primo febbraio e solo allora vide per la prima volta il marito e suo suocero, re Ferdinando II di Borbone, sul quale già aleggiava l’ombra della malattia che di lì a poco gli sarebbe costata la vita.

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/219023-maria-sofia-ultima-regina-regno-delle-due-sicilie/

 

 

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– “Questione Meridionale, le origini”

da altaterradilavoro.com

Il periodo più doloroso della storia nazionale, origine dell’irrisolta Questione Meridionale, è quello del Brigantaggio tra gli anni 1860-1870, nella fase iniziale dell’Unità. Periodo ancora deformato, negli studi storici, da letture ideologizzate e unilaterali che non permettono una visione d’insieme dei fatti e delle tensioni ideali dell’epoca.

I primi 10 anni dell’Unità avrebbero dovuto esser fondamentali per la costruzione della nuova entità istituzionale; furono soltanto la prosecuzione dell’esperienza piemontese, allargata al Paese diventato più grande con le annessioni. Cambiò solo il nome, Regno d’Italia e non più di Sardegna. In questo contesto, che si sta rileggendo con correttezza da parte di una storiografia chiamata a torto “revisionista”, perché la ricerca storica di per sé è sempre revisionista, il Brigantaggio è fenomeno di ribellione all’occupazione delle truppe piemontesi nel Sud. Negli ultimi tempi iniziative e studi stanno cercando di offrire un quadro più aderente alla realtà, rispettando e recuperando la memoria storica dei protagonisti, in particolare le masse popolari. Si pensi in Lucania al Parco della Grancia dove si rappresenta il cinespettacolo “La Storia Bandita”, alla mostra su Brigantaggio e Risorgimento nel Museo di Picciano (Pescara). Tra le ricerche storiche che rileggono e reinterpretano la “guerra civile” tra esercito piemontese/italiano e i gruppi che si opposero, di grande rilievo è “Stato, società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibroduemila, Possidente (PZ), 2002, 171 pagine, € 10). L’autore è Ottavio Rossani, inviato speciale del “Corriere della Sera”, calabrese (di Soverato), poeta e scrittore anche di racconti.

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http://www.altaterradilavoro.com/questione-meridionale-le-origini/

 

 

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– Unità d’Italia: Un monumento fatto di menzogne difeso a tutti i costi

di Roberto Golisciano, da ondadelsud.it

Il Consiglio Regionale della Basilicata lo scorso 16 settembre con la mozione presentata da uno dei suoi consiglieri, ha annullato la precedente del 7 marzo scorso in cui si istituiva la “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”.

Non si poteva dare molto credito a quest’iniziativa italo-pentastellata, errata già nella titolazione in quanto, si presta a interpretazioni diverse ma nessuna confacente al nobile tentativo di giustizia. Comunque avrebbe potuto significare un importante momento di un lungo processo di maturazione e di riscatto di una nazione, l’italia, voluta e realizzata dalle superpotenze dell’epoca pre-unitaria.

Soltanto i miopi o coloro che sono in mala fede possono vedere, in una simile iniziativa, qualcosa di orrendo o di pseudo nostalgico.

Il sentimento della nostalgia, tra l’altro, si manifesta sempre verso le cose buone, vere ed autentiche, mai verso cose e fatti negativi.

Come siamo lontani dai tempi di re Ferdinando II di Borbone che ebbe a dire ed attuare in due sole parole più di quanto tutti gli articoli messi insieme di una qualsiasi carta costituzionale riuscirebbero mai a dire ed attuare: “La buona amministrazione dello stato è fondamentale cura del governo, in quanto da essa deriva la felicità dei Popoli”.

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http://www.ondadelsud.it/?p=13484#more-13484

 

 

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– L’anello di re Ferdinando II

I moti nel Cilento nel 1848 – Costabile Carducci e don Vincenzo Peluso

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

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Quest’estate a Villammare di Vibonati presso Sapri per la prima volta sono stati esposti i fatti delle trite e ritrite ‘rivoluzioni cilentane’ smascherando i falsi eroi che la storiografia ufficiale e menzognera ostenta da 150 anni tra gli sprovveduti intellettuali locali. Personalmente ho tratteggiato un losco personaggio fin qui esaltato, Costabile Carducci, giungendo a insperate e belle conclusioni. La famiglia di costui, chiaramente originaria della Toscana, era una delle tante emigrate tempo prima nel regno di Napoli per trovare rifugio e sostentamento. Il cattivo sangue non mente e il Carducci si lascia facilmente affascinare dalle sirene massoniche rivoluzionarie sin dal 1828, quando sogna che dal disordine nasca finalmente quel sistema di sfruttamento del prossimo che dal 1789 in poi tenta di governare il mondo, come purtroppo oggi è pienamente avvenuto.  La reazione borbonica fa abortire i moti del ’28 e l’incauto buonismo regio lo perdona lasciandolo preziosa pedina nelle mani settarie perennemente in complotto.

L’avidità del personaggio lo rende inquieto e fertile alle promesse straniere. Il famoso anno della rivoluzione mondiale del 1848 lo trova modesto locandiere e inflessibile gestore di una scafa sul Sele con tanti debiti per l’inadeguato tenore di vita. Un altro sovversivo del ’28 improvvidamente graziato dai Borbone, Antonio Leipnecher, lo contatta incaricandolo di far scoppiare in zona tumulti il 18 di quell’anno fatidico. Naturalmente secondo il collaudato cliché massonico: soldi dall’estero, collegamenti con i notabili esosi locali, ingaggio di delinquenti comuni per far massa.  Per il 17 tutto è pronto e Carducci anticipa addirittura la data: ordina il taglio del telegrafo a Castellabate e interrompe il passaggio sul fiume; in tal modo la sua zona è isolata e tutelata dalla forza pubblica per diversi giorni.  Gli avvenimenti a Napoli, con la Costituzione concessa il 27 dello stesso mese e il l’apertura del perfido parlamento rivoluzionario, vanno tutti a suo favore e si ritrova vincitore senza combattere e addirittura colonnello della Guardia Nazionale pretesa dai ribelli.  Quando re Ferdinando II, dopo aver consultato il popolo per le vie della capitale, comanda finalmente la reazione del 15 maggio gli agitatori scappano da Napoli con la protezione palese dei mandanti anglo-francesi sulle navi in rada. Costabile sbarca tra Calabria Citra e Principato Citra e tante di resistere alle truppe regie ma a Campotenese i facinorosi sono battuti e dispersi. Con pochi seguaci non potendo più illudersi di abbattere il legittimo governo, i vari capetti rivoluzionari propendono per le vendette personali approfittando della situazione ancora nono totalmente normalizzata. Così anche il taverniere di sangue toscano si dirige verso Sapri con l’intento di ammazzare un suo antico antagonista locale il sacerdote don Vincenzo Peluso, fedelissimo a Sua Maestà sin dall’invasione del 1799 quand’era giovanissimo. Il prete era divenuto un devoto regio osservatore locale e controllava continuamente i faziosi del posto. Carducci vuole approfittare del momento per liberarsi definitivamente di lui tramite un criminale del luogo appositamente assoldato. Ma quando costui scopre l’identità della designata vittima, desiste essendo stato beneficato in passato proprio dal religioso.  Il Peluso viene allora a conoscenza dell’imminente arrivo di Carducci per spargere gli ultimi veleni rivoluzionari proprio nei pressi della sua abitazione ad Acquafredda vicino Maratea. Lì si apposta con dei leali sudditi e, nella penombra della sera, i due gruppi si intravedono. Carducci spera che siano i delinquenti locali buoni per continuare la sedizione dopo l’avvenuta uccisione di don Vincenzo e grida <<CHI VIVA?>> Per averne conferma.  Ma non risuona né <<VIVA LA REPUBBLICA>> né <<VIVA L’ITALIA>>, come sognava ma un forte <<VIVA RE FERDINANDO!>> che gli raggela il sangue nelle vene.  Scoppia la sparatoria in cui è immediatamente ferito al braccio proprio Costabile che ha un’emorragia capace di indurre alla resa i suoi compari.  Noncurante dei problemi personali il Peluso porta il colpito a casa sua bloccando la perdita ematica che lo stava facendo perire. Dopo, com’è naturale, lo consegna ai gendarmi per tradurlo al carcere più vicino di Lagonegro. Qui s’impone la saggezza popolare perché i custodi intuiscono il prevedibile prosieguo della vicenda, simile a quello di vent’anni prima, con Carducci ritenuto colpevole ma graziato per l’eccessiva indulgenza dei giudici gradita al Re. Fatto è che strada facendo decidono di giustiziarlo da soli, buttando poi il corpo in un dirupo. L’arma più letale dei neogiacobini, l’informazione, tuona tempestivamente in tutta Europa accusando le autorità borboniche del ‘crimine‘ con condanne solenni da Londra, ampiamente diffuse, e smentite ufficiali, dopo la legittima reazione di Napoli, artatamente ovattate. In tal modo i ‘professorelli‘ di allora e di oggi ancora considerano Costabile Carducci un eroe, martire della tirannide del Borbone. Era invece uno squallido traditore incallito che si sarebbe sicuramente salvato dalla pena capitale se fosse stato presentato davanti a un tribunale. Avrebbe proseguito a fare il sovversivo, marciando assieme a Garibaldi una dozzina di anni più avanti e macchiandosi del sangue del suo prossimo come tutti i suoi degni compari e come invitava a fare ad un ufficiale sottoposto in una lettera (agli atti del processo della Gran Corte Speciale del Principato Citra sui moti cilentani) scritta quando comandava la Guardia Nazionale di Salerno: <<L’esorto a non risparmiare il sangue, e far danaro se vuole vedere progredita la nostra causa.>>

L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799 e seguenti. Un uomo leale, generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo, cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘ della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8531

 

 

OTTOBRE 2017

 

– Il Regno delle Due Sicilie? Era molto più ricco del Regno di Sardegna. Parola di Nitti

da inuovivespri.it

Il tema non è nuovo: il Regno delle Due Sicilie era più ricco del Regno di Sardegna? Insomma, nel Sud Italia, prima dell’unificazione – o presunta tale – del 1860 si stava meglio o peggio?

Ci sembra molto interessante un post pubblicato su facebook da Ignazio Coppola, che come i nostri lettori sanno è un collaboratore apprezzato di questo blog. Coppola riposta un passo di un grande meridionalista, Francesco Saverio Nitti, che ha giustizia delle bugie interessate che quelli che Antonio Gramsci, sempre a proposito della questione meridionale, definiva “scrittori salariati”, ovvero gli storici, o presunti tali, che ancora, su tale tema, negano la verità dei fatti.

leggiamo insieme la citazione di un passo degli scritti di Nitti:

“Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. Bisogna, a questo punto, riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande”.

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http://www.inuovivespri.it/2017/09/23/il-regno-delle-due-sicilie-era-molto-piu-ricco-del-regno-di-sardegna-parola-di-nitti/#_

 

 

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– Il Real Esercito delle Due Sicilie tra il 1830 ed il 1861

di Ilario Simonetta, da altaterradilavoro.com

 

Tra i primi provvedimenti adottati da Ferdinando II salito al trono l’8 novembre 1830 a soli venti anni, ci fu quello della ristrutturazione dell’Esercito che negli ultimi tempi aveva subito un processo involutivo veramente preoccupante.

Il giovane Sovrano agì con estrema decisione e severità e non esitò, con un ordine del giorno, a chiedere le dimissioni di un gran numero di ufficiali inetti ed incapaci, richiamando in servizio, reintegrandoli nel grado e nelle funzioni, gran parte di coloro che si erano compromessi nei moti del 1820. Riammise in servizio, destando grande scalpore, anche il Tenente Generale Carlo Filangieri, convinto, a ragione, che solo un Esercito ben addestrato, con soldati disciplinati e motivati avrebbe potuto sostenere con lealtà e fedeltà il Trono e difendere l’autonomia e l’integrità dello Stato.

Alla riforma dell’Esercito Ferdinando si dedicò con vera passione. Visitava ed ispezionava sovente le caserme, si tratteneva affabilmente con i militari dei vari gradi dei quali conosceva tutti i nomi. In breve tempo questi militari impararono a stimare ed amare il loro giovane Sovrano. Nel giro di 10 anni il rinnovamento dell’Esercito era praticamente concluso, con reparti disciplinati e fedeli alla Corona, ben addestrati, ben armati ed equipaggiati, degni insomma del più grande Stato Indipendente della Penisola, che godeva di grande prestigio in campo Europeo, nonostante i malevoli pareri di tanti storici di parte. I progressi furono evidenti. È appena il caso di accennare che nel 1842, sorse primo in Italia, l’Opificio Meccanico e Pirotecnico, fu istituito l’Ufficio Telegrafico, nacquero nuovi reparti e specialità, quali il genio idraulico e terrestre, l’artiglieria costiera, i lancieri (specialità della Cavalleria), ed il superbo Corpo dei Cacciatori, i bersaglieri napoletani.

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http://www.altaterradilavoro.com/il-real-esercito-delle-due-sicilie-tra-il-1830-ed-il-1861/

 

 

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– SHEKELESH – UN'ALTRA IMPORTANTE PROVA

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Un nostro prezioso amico mi invia questa cartina che evidenzia grosse mappature genetiche fatte da 23andMe, il laboratorio internazionale di genomica e biotecnologia con sede a Mountain View, in California, il più affidabile al momento.
Questa carta rappresenta la componente non celtica e non germanica dell'Italia e, nonostante la colonizzazione ellenica del Mezzogiorno, risulta essere ben distinta da quella Greca.
E' molto interessante notare che il patrimonio genetico "Italico" lo ritroviamo a Creta, a Cipro e in varie isole dell'Egeo, ma non ha nulla a che vedere con la Grecia continentale.
In Italia, il picco di questa componente autosomica si trova tra le regioni di Abruzzo e Mosile, ovvero dove comparvero i Piceni, popolo di certa origine orientale legato agli Shekelesh.

https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/21727978_483789131981776_397874761476600218_n.jpg?oh=9054f0936c5c523e212c9d311ef58830&oe=5A4E1691

 

 

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– Secreted, così cita un faldone, da cui trapela, una notizia sconcertante: il bombardamento di Messina del 4 gennaio 1909

di Alessandro Fumia, da Facebook.com

(foto da britannica.com)

Si invita alla lettura della discussione e dei successivi commenti.

Fonte:

https://www.facebook.com/alessandro.fumia/posts/1695002877201338

 

 

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– I RECORD DEL SUD. Nella Reggia di Caserta il primo ascensore del mondo

da ilsudonline.it

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Era il 1845, quando su richiesta di Re Ferdinando, l’architetto Gaetano Genovese
inaugurava la “Sedia Volante” nella Reggia di Caserta, primo vero ascensore, prima del
più noto americano Elisha Graves Otis.

L’articolato meccanismo presente all’interno della Reggia di Caserta, però, non fu il
primo nel suo genere, infatti nel 1843 un primo ascensore era stato costruito nel Palazzo
Reale di Napoli sull’esempio del montacarichi già presente nella Reggia di Carditello,
chiamato “Tavola Meccanica”.

La Tavola di Carditello, nel 1845, in concomitanza all’inaugurazione della “Sedia
Volante” casertana, fu trasformata da montacarichi in ascensore.

Fonte:

http://www.ilsudonline.it/record-del-sud-nella-reggia-caserta-primo-ascensore-del-mondo/

 

 

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– AZIONI DI BRIGANTAGGIO INSORGENTE AI CONFINI CON TERRA DI LAVORO E NELLA VALLE TELESINA

di Luisa Sangiuolo, da altaterradilavoro.com

La popolazione di Sant’Agata dei Goti, ai confini con Terra di Lavoro, sin dai primi di giugno 1861, si mostra fieramente ostile al regime sabaudo. Segue con compiacimento la spedizione organizzata da 40 ex soldati borbonici contro le carceri della vicina Caserta, per liberare i 110 detenuti disposti ad ingrossare le fila del brigantaggio (1).

Dal luglio al settembre ’61, San’Agata dei Goti diventa teatro di battaglia tra le bande assommanti a circa 300 uomini e rilevanti forze piemontesi, più disposte alle passeggiate militari che agli scontri diretti. I rapporti del sindaco Luigi Abanese, davvero allarmanti (2), inducono le autorità superiori a spedire in loco 10 carabinieri in soprannumero perchè facciano da guida alla truppa. I carabinieri trovano i sentieri che portano ai briganti di San’Agata dei Goti, contro cui sono impegnate in combattimenti due compagnie di bersaglieri, due di granatieri, 100 cavalleggeri del generale Pinelli, il 12° reggimento fanteria al comando del tenente colonnello Negri, 200 soldati spediti in due riprese (3) dal governatore di Caserta, 60 uomini del 62° di linea stanziati in Airola. A Durazzano, le Guardie Nazionali sono tutte imbelli e pronte alla ritirata, sotto la guida del capitano Pescitelli, la cui bonomia si era spinta ad affermare pubblicamente che Cipriano La Gala non turbava la pace di nessuno, consentendogli di godersi la festa al prospetto del paese nella ricorrenza dell’ottava del Corpus Domini, mandandogli per l’occasione un complimento di torroni, quasi si trattasse di un ospite gradito. Talchè, quando Cipriano decise di assalire in giugno il posto di guardia, andò subito da lui per essere aiutato a disarmare gli uomini, con lui percorse le vie del paese, entrando in ogni casa dove ci fosse un fucile pretendendone la consegna, cosa che i proprietari facevano di buon grado, tenuto conto dell’invito conciliante del capitano (4). Molti sono i capibanda che si aggirano intorno a Limatola.

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http://www.altaterradilavoro.com/azioni-di-brigantaggio-insorgente-ai-confini-con-terra-di-lavoro-e-nella-valle-telesina/

 

 

SETTEMBRE 2017

– Giuseppe Garibaldi…

di Antonio Pagano, da altaterradilavoro.com

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807 e morì a Caprera il 2 giugno del 1882. Il personaggio, esaltato come eroe dalla storiografia dell’attuale regime, era in realtà di ben diversa levatura.

Per poter far comprendere chi era veramente Garibaldi ho ritenuto di raccontare gli episodi della sua vita più significativi, quelli cioè a cui viene data più importanza dai suoi agiografi, solo nei fatti essenziali, senza cioè dedurne alcun commento, lasciando così ai lettori di farsene di suoi.

Attorno a questi episodi sono state pure inserite le più significative vicende storiche, durante le quali, e per conseguenza delle quali, quegli episodi avvenivano. In tal modo, mi pare, quegli stessi episodi riescono ad essere compresi e, soprattutto, riescono a delineare una immagine certamente più realistica della essenza del personaggio, definito dalla storia come “l’eroe dei due mondi”, ma che, a mio sommesso parere, fu un uomo, a dir poco, ingenuo, sia pure un avventuriero di diaboliche qualità, manovrato abilmente da un non tanto oscuro burattinaio.

 

I PRIMI PASSI

Il 26 dicembre 1832 Giuseppe Garibaldi, affiliato con il nome di “Pane” alla setta “Giovine Italia” fondata da Mazzini, si arruolò come marinaio di terza classe nella marina piemontese con il compito di sobillare e di fare propaganda della setta tra i marinai savoiardi.

La tecnica delle sette sovversive, con l’attivazione di episodi di rivolta quasi spesso irrealizzabili, era, infatti, quella di tenere sempre e comunque in stato di tensione i governi e quindi di provocare artatamente la loro reazione. In tal modo esse miravano a convincere, nel corso del tempo, le popolazioni che tutto ciò accadeva a causa dell’oppressione dei sovrani, sia a Napoli, sia negli altri Stati che non si uniformavano alle loro mire.

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http://www.altaterradilavoro.com/giuseppe-garibaldi-di-antonio-pagano/

 

 

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– LA SICILIANITA’ DEL REGNO

di Erminio De Biase, da altaterradilavoro.com

Nel suo saggio del 1960, Garibaldi: the Legend and the Man, Peter de Polnay afferma che la Sicilia era la via d’accesso a Napoli perché era sempre in fermento.[1] Un’asserzione che corrobora ulteriormente quella che è già un’opinione ampiamente diffusa, cioè quella che imputa ai siciliani le maggiori responsabilità della caduta del Regno delle Due Sicilie.

Questa convinzione, che affonda le sue radici nel fatto che tra siciliani e napoletani i rapporti erano sempre stati tutt’altro che di… buon vicinato, è ascrivibile al fatto che di sicuro essi non avevano mai perdonato a Napoli di avere usurpato a Palermo il ruolo di capitale, mettendo così, di fatto, l’isola in un ruolo secondario rispetto al resto del Regno.[2] Né bastò il fatto che, proprio per sottolineare che non si trattava di alcun presunto declassamento, non fu l’isola ad essere adeguata al resto del Regno ma quest’ultimo ad essere considerato alla stregua dell’isola, mutando il nome da Regno di Napoli a quello delle Due Sicilie.

La Sicilia, però, era ed è una sola e, quindi, forse, ai suoi abitanti sembrò pure offensivo sdoppiarne il nome, perché – come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa – noi siamo Dei e perché la ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità.”[3] Si aggiunga, poi, a tutto questo, che i siciliani si sentivano trascurati dai sovrani, cosa che alimentò (e non poco) la loro componente fortemente separatista se non addirittura indipendentista e che contribuì alla formulazione dell’accusa di empietà per la quale Napoli fu condannata; fu questo offuscamento, fu  questo secolare astio che, nell’estate del 1860, fece da fulcro sul quale, avrebbe fatto leva il grimaldello con cui i nuovi padroni, mascherati da liberatori, avrebbero scardinato l’ingresso di tutto un Regno.

La figura simbolo della negatività siciliana per eccellenza è quella di Francesco Crispi, il più infame personaggio, il più lercio rappresentante del cosiddetto Risorgimento, in cui si fondono tutti gli elementi più negativi dell’animo umano: il tradimento, l’inganno, la falsità, l’avidità, l’arrivismo senza scrupoli e chi più ne ha, più ne metta…

In natura, però, il cento per cento non esiste, per cui dimostrazioni di siciliana fedeltà allo Stato Borbonico ve ne furono parecchie. Tracce di sicilianità, per esempio, si trovano anche nel Brigantaggio che è generalmente ritenuto essere un fenomeno esclusivo della Basilicata e dell’Alta Terra di Lavoro, zone in cui la protesta antisabauda raggiunse i picchi più elevati.

Basta sfogliare le MEMORIE DI UN EX CAPOBRIGANTE di Ludwig Richard Zimmermann per trovare dei figli di Sicilia tra coloro che non esitarono ad affrontare l’invasore piemontese come, ad esempio, il capitano della milizia Antonio Salvati, comandante della II Compagnia formata da 45 siciliani, definito dallo stesso autore un galantuomo da capo a piedi, un eccellente ufficiale; un altro (anonimo) siciliano che incontriamo nella presa di Castelluccio, si vide spezzato il braccio sinistro nel momento in cui, con rabbiose imprecazioni, faceva fuoco con il suo fucile[4]; senza dimenticare, poi, il simpatico Fazio ed un altro suo conterraneo dalla barba nera e dallo sguardo indocile di cui pure non viene riportato il nome. A questi si aggiunga, inoltre, la banda di guerriglieri guidati in Sicilia dal Conte di Kalkreuth che, venuto a combattere come volontario per Francesco II, sarà fucilato dai piemontesi a Mola di Gaeta il 29 maggio 1862.

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http://www.altaterradilavoro.com/la-sicilianita-del-regno/

 

 

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– 15 agosto 1863, la legge Pica: permise all’Italia lo sterminio delle genti del Sud

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

Nell’agosto del 1863 le armi avevano smesso di rimbombare da tempo anche a Gaeta e a Civitella del Tronto, ultimi baluardi borbonici. Il trono che era stato di Carlo d’Angiò, Alfonso il Magnanimo e Carlo III di Borbone fu assimilato da quello di Casa Savoia. Il Regno delle Sicilie non esisteva più già da un paio d’anni. Il presente era così diverso e lontano da quel passato, il quale aveva reso in maniera unica Napoli e il Mezzogiorno protagonisti della grande storia, che tutto appariva caduco, invivibile ed impensabile fino a qualche mese prima.

In questo mondo nuovo, sorto dalle ceneri di un’età irripetibile, c’era però chi voleva continuare ad ancorarsi ardentemente a quel tempo. C’era chi non aveva esitato a mettere in discussione tutto, anche la propria vita, affinché quel passato potesse esistere ancora. Uomini innamorati della propria terra, identità e libertà, per la storiografia dominante: briganti.

L’Unità d’Italia era divenuta realtà, ma nel Mezzogiorno d’Italia si continuava a combattere. Malgrado la disparità di risorse, mezzi ed uomini, erano proprio i briganti a creare numerosi grattacapi all’esercito italiano con azioni di guerriglia ed avventurose scorribande in molti paesi con l’intento di portare la popolazione locale alla ribellione. Col passare del tempo un numero sempre maggiore di persone si aggregò al movimento di resistenza postunitario e la cosa preoccupò le autorità competenti.

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/210743-legge-pica-brigantaggio/

 

 

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– Durante il Regno delle Due Sicilie Palermo era pulita e a Napoli c’era la raccolta differenziata del vetro

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

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Oggi, pur pagando una salatissima tassa dei rifiuti, Palermo e Napoli sono sporche. Ma ci fu un tempo, durante il Regno delle Due Sicilie, in cui il servizio di pulizia delle due città funzionava benissimo. E erano previste pene severe per chi sporcava. E a Napoli, addirittura, c’era la raccolta differenziata del vetro  

Le vicissitudini della raccolta rifiuti che ormai da tempo affliggono drammaticamente e caratterizzano in negativo città come Palermo e Napoli, con le prospettive di dissesti finanziari per i Comuni delle due città inducono ad opportune riflessioni su quella che, nei tempi passati, fu allora, a differenza di oggi, un’oculata e responsabile gestione dei rifiuti da parte degli amministratori pubblici del passato.

Già nel lontano 1330 antichissime ordinanze della città di Palermo relative alla pulizia dei luoghi pubblici facevano obbligo ai bottegai di quel tempo di ripulire gli spazi antistanti ai loro locali da “li mundizi de li fogli et di li cannameli e che niuna persona digia gictari o farci gictari, quanto per fenestra quanto per porta, ne de jornu ne de nocte, ne mundiza, ne aqua lorda”. Per cui si faceva obbligo a tenere sempre tutto pulito e perfino le famose “balate della Vucciria”, che erano sempre lavate e splendenti, tanto da ingenerare il famoso detto per cui, per le cose impossibili da realizzare, si era usi dire “quannu siccanu i balati ra vucciria”.

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– LE SCUOLE CHIUSE NELLE DUE SICILIE CONQUISTATE…

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Da molte parti mi chiedono prove sulla notizia sempre più diffusa della chiusura delle scuole nel Sud dopo la Malaunità. Dopo un secolo e mezzo di accettazione pedissequa a acritica di tutte le fandonie tricolori senza avere alcuna prova o con prove assolutamente fideistiche, appena la revisione storica sta demolendo queste falsità si cambia ingenuamente atteggiamento pretendendo documentazioni totalmente inattaccabili. Il duopesismo trionfa ancora, grazie alla buona fede di tanti che amano la propria terra meridionale. Ma tant’è, ne siamo ben abituati! Pertanto contrapponiamo pure alle favole le verità di archivio! Nello specifico, ci si aspetterebbe una legge sabauda che discrimini apertamente le zone colonizzate dalle altre. La perfidia dei governanti italiani è molto più sottile di quanto possiamo immaginare. Escludere le regioni della Bassa Italia dall’istruzione avrebbe causato  ritorsioni assai pericolose in quegli anni in cui divampava ancora il fuoco sacro del brigantaggio. Invece la legge che regolava l’educazione nazionale pose solo una condizione indifferente per i non interessati e letale per gli altri, senza mai nominarli. Si affidò l’istruzione primaria ai comuni che dovevano organizzarla a proprie spese. Nel periodo in cui un fiume di denaro saliva la penisola per sequestri bancari o  salassi tributari (sempre nel pieno rispetto del duopesismo) praticamente solo i comuni del centro-nord furono in grado di aprire bastanti scuole. Altrove, cioè da noi,  assai raramente ciò fu possibile. Le classi meridionali sempre meno abbienti dovettero tenere i figli senza studio fin quando le condizioni della finanza locale migliorarono progressivamente. Passò quasi una generazione!

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– Massacro di Ruvo del Monte:  l’Esercito dei Savoia trucidò i cittadini per vendetta

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

Quel 10 agosto del 1861 Carmine Crocco, esponente di spicco del brigantaggio a capo di 80 uomini, assaltò il comune di Ruvo del Monte, nella provincia di Potenza. La cittadina subiva l’ingombrante presenza della Guardia Nazionale.

L’intento della spedizione era quello di dare vita ad una sollevazione popolare contro il potere del neonato Stato Italiano. La cittadinanza, provata dall’influenza della Guardia Nazionale ed aizzata dai briganti, decise d’insorgere e di schierarsi al fianco di Crocco e dei suoi uomini che dopo aver avuto la meglio nello scontro armato, liberarono il paese.

In preda all’euforia del successo e desiderosi di ripagare con la stessa moneta l’esercito italiano, tutt’altro che accomodante con le popolazioni del nostro Mezzogiorno, i briganti si abbandonarono al saccheggio. Vennero uccise 13 persone, incediate le case dei signori e distrutti gli emblemi dei Savoia. Quando il sacco terminò, alla compagnia di Crocco si aggregarono 32 ruvesi.

Lasciato il paese i ribelli vennero subito tallonati da un reparto delle guardie nazionali guidato dal maggiore Davide Guardi. Giunto a Ruvo del Monte il Giunti ordinò il rastrellamento della popolazione, rea di aver collaborato coi briganti, che venne fucilata immediatamente senza processo.

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– CAVOUR (quinta parte)

da altaterradilavoro.com

La politica economica e finanziaria di Cavour

Il primo trattato di commercio, concluso da Cavour con la Francia nel novembre 1850 in sostituzione di un precedente trattato del 1843 ormai scaduto, fu caratterizzato dalla forzata accettazione da parte piemontese di condizione piuttosto pesanti imposte dal governo di Parigi, il quale non aveva ancora cominciato a modificare la sua politica protezionista.

Il regno sardo dovette ridurre la tariffe doganali per vari prodotti francesi e ottenne solo qualche lieve diminuzione delle tariffe francesi per alcuni suoi prodotti. Lo stesso Cavour, nella discussione per la ratifica del trattato avvenuta alla Camera nel gennaio ’51, affermò che esso non corrispondeva “né alle esigenze della scienza, né ai veri interessi dei due paesi” ma aggiunse che non solo il trattato assicurava qualche vantaggio alle esportazioni piemontesi ma permetteva di rafforzare le buone relazioni con la Francia [o con qualche francese?]. La svolta in senso liberistico della politica commerciale piemontese si ebbe invece con i due trattati con il Belgio e l’Inghilterra nei primi mesi del ’51. La difficile situazione del bilancio fu esposta nella relazione da Cavour alla Camera nella quale delineò anche i punti principali del suo programma. Il ricorso al credito interno per sanare il disavanzo fu attuato con la vendita di 18.000 obbligazioni di Stato mediante una sottoscrizione. Il ricorso al credito estero per far fronte alle spese del programma ferroviario avvenne con un prestito concluso con la banca Hambro di Londra che fruttò al netto quasi 80 milioni.

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– Pino Aprile: Hanno paura della memoria. L’autore di “Terroni” contro gli storici.

da altaterradilavoro.com

Un gruppo di docenti aveva promosso una petizione per fermare l’iniziativa della Regione che vuole istituire la giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità

Altro che Lea Durante, roba da dilettanti, siamo all’uso «proprietario» e politico della storia, teorizzato da Alessandro Barbero, sull’onda degli storici «sabaudisti»: scegliere cosa narrare e farne miti fondanti, per formare patrioti. Quindi è pedagogia, politica; nessuna meraviglia, che la storia «non scelta», la raccontino altri. Il popolo vota (bene, male, come gli pare: è il difetto della democrazia, pur così malmessa); i rappresentanti eletti votano (bene, male, eccetera); sul Giorno della Memoria delle vittime dimenticate (e diffamate: guai ai vinti!) dell’unificazione d’Italia con saccheggi, stupri e genocidio, gli eletti dicono sì, all’unanimità o quasi, in Basilicata, Puglia, una mezza dozzina di Comuni, e la Campania stanzia 1,5 milioni di euro in manifestazioni, studi, approfondimenti.

Al che, altri eletti (nessuno li ha votati, forse si ritengono tali) ordinano al presidente della Puglia di ignorare il voto a loro sgradito; non «finanziare alcun momento pubblico» (clandestino, invece sì?) dell’iniziativa voluta dal parlamento regionale; non consentire che di storia si parli nelle scuole (da «non coinvolgere in alcun modo»), se non come deliberato da lorsignori.

Scusate, le orecchiette con le cime di rape: l’alice sì o no? Metti che uno si sbagli e parta una petizione… «Diremo agli studenti che il Mezzogiorno è arretrato per colpa dell’unificazione italiana?», scrivono i firmatari della petizione. No, perché, scusate, voi ancora raccontate che il Regno delle Due Sicilie era arretrato e sono arrivati i civilizzatori a dirozzarli, distruggendo le fabbriche o mandandole in rovina dirottando gli appalti al Nord, rubando l’oro delle banche e sterminando centinaia di migliaia di «arretrati», quindi poco male…? Leggete cosa scrive il ministro Giovanni Manna al re, rapporto sul censimento 1861, sul fatto che mancano 458mila persone, per la «guerra», rispetto al totale atteso; leggete, archivio Istat, con tabelle, i padri della demografia unitaria, Pietro Maestri e Cesare Correnti, sul fatto che, appena arrivati i piemontesi, al Sud, la popolazione, che cresceva più che nel resto d’Italia, smette di farlo e diminuisce di 120mila unità in un anno; o Luigi Bodio, capo della statistica, archivio Istat, sui 110mila giovani, quasi tutti terroni, renitenti alla leva, tutti morti, o «clandestinamente» emigrati (peccato che non si trovino…); o dei 105mila terroni, tutti maschi, scomparsi («emigrati» pure loro?).

Leggete dei 600mila incarcerati nel ‘61, dei 400mila ancora nel ‘71, riferisce il di Rudinì, in Parlamento, della mortalità nelle carceri che arrivò al 20 per cento; dei deportati, almeno 100mila, di cui 20mila, denunciò il Maddaloni, nel solo 1861. E dopo aver tacciato quali «fantasiose ricostruzioni», «leggende», «fole» le ricostruzioni degli eccidi sabaudi al Sud, ora che non si riesce più a negarli, ci è offerta come «onestà intellettuale» l’ammissione che «gli storici devono fare di più per portare alla luce e spiegare e stigmatizzare i numerosi episodi di violenza a carico delle popolazioni meridionali».

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AGOSTO 2017

– La storia del Sud/ La dignità di Francesco II e di Maria Sofia e gli indegni di casa Savoia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Il giorno 8 dicembre del 1860 dalla fortezza di Gaeta dove, con il suo esercito, cercava di resistere eroicamente e disperatamente all’assedio delle truppe italo-piemontesi di Cialdini, Francesco II, che all’epoca degli avvenimenti aveva appena 24 anni, giovane, debole e inesperto re (dopo la morte del padre Ferdinando II il suo regno durerà poco più di un anno) lanciò, ai popoli delle Due Sicilie, un appello di grande dignità e nobiltà e purtroppo premonitore delle disgrazie e delle sciagure che, sotto i Savoia, le popolazioni meridionali avrebbero drammaticamente, di lì a poco, patito e che, dopo gli errori e le debolezze iniziali, lo rivaluterà agli occhi del mondo.

Un documento che si può considerare una puntuale rendicontazione e una obbiettiva cronaca di quanto era avvenuto dallo sbarco a Marsala di Garibaldi sino a quell’inizio di dicembre del 1860 in cui, arroccato con le sue truppe nella fortezza di Gaeta, lanciò questo suo ultimo, disperato e significativo appello. Un appello che vale a comprendere, oltre che gli accadimenti di quei mesi, anche le sensibilità, l’umanità e le debolezze di questo giovane re che fu travolto fatalisticamente da avvenimenti e fatti molto più grandi di lui che è opportuno leggere attentamente per poterli meglio comprendere e giudicare.

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http://www.inuovivespri.it/2017/07/09/la-storia-del-sud-la-dignita-di-francesco-ii-e-di-maria-sofia-e-gli-indegni-di-casa-savoia/#respond

 

Qui di seguito il nostro commento:

 

Nel bell’articolo l’amico Ignazio Coppola (che saluto) precisa per due volte che: “nell’esporre i fatti su riportati, non si è intesa assolutamente fare l’apologia dei Borbone…”. Vorrei precisare che qui non si tratta di “apologia”, che è altra cosa, ma di riconoscere i fatti per quello che realmente furono. E se Francesco II può considerarsi un re dal carattere non certamente forte, ha dimostrato tuttavia con i fatti di essere comunque un re di altissimo profilo morale come si evince non solo dal documento pubblicato, ma anche e forse soprattutto dall’intera sua condotta in quelle vicende che lo videro, solo e ad appena 24 anni, soccombere sotto il peso di massonerie internazionali e di coalizioni internazionali desiderose di sradicare un regno solido, pacifico ma portatore di sani e profondi, ma scomodi,  principi morali e sociali. Val la pena precisare, ad esempio, che lasciando Napoli lasciò ai cittadini del Sud tutti i suoi averi, portando con sé solamente il ritratto della propria madre, Maria Cristina, di recente beatificata.

Sono profondamente repubblicano ma questo non può impedirmi, dopo averla studiata a fondo, di riconoscere che la dinastia dei Borbone è stata certamente una delle più grandi dinastie che il mondo abbia visto. Chi non conosce a fondo la storia di quella dinastia, basandosi spesso sul “sentito dire”, su “voci” che non hanno alcun fondamento, disprezza e denigra; ma si sa, “Chi non conosce disprezza…”.

Ben vengano dunque articoli come quello al quale qui si fa riferimento: la Storia, quella vera, non può e non deve avere tentennamenti di sorta. Le verità vanno riconosciute. Nel suo ultimo messaggio Francesco II fra l’altro scrive: “Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; che mai ha durato lungamente l’opera delle iniquità, né sono eterne le usurpazioni…”. E ancora: “…mi ritirerò, con la coscienza sana, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione ed aspettando l’ora inevitabile della giustizia”. Ecco il punto: “Non sono eterne le usurpazioni…mi ritirerò…aspettando l’ora inevitabile della giustizia…”. E le usurpazioni cesseranno, e l’ora della giustizia arriverà. Forse (e presto) ad iniziare proprio dalla Sicilia, cioè laddove ebbero inizio.

 

 

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– Giovanni Gabriele un eroico Ufficiale Borbonico caduto nella battaglia contro i “garibaldini”

di Geremia Mancini, da pescaranews.net

 

Giovanni, Liberato, Ferdinando GABRIELE nacque, il 1 febbraio del 1838, a Pescara da Don Giuseppe (all’epoca primo tenente del Genio) e da Donna Colomba Betti. L’atto di nascita fu registrato dinanzi all’allora Sindaco Pietro D’Annunzio. I genitori di Giovanni si erano sposati (come recita l’atto) nella “Regia Chiesa di San Cetteo” l’8 luglio del 1827. Il padre, nato a Chieti l’11 agosto del 1799, era di nobili origini e figlio del Barone Salvatore Giordano. La madre era figlia dei possidenti Don Angelo Betti e della “gentil donna” Teresa Betti. Tre anni prima di lui, precisamente il 7 dicembre del 1835, era nato il fratello Ferdinando, Cetteo, Antonio.

Servire l’Esercito e i Borboni fu per Giovanni una logica e quasi inevitabile scelta. Il giovane, di animo assai gioviale, all’occasione sapeva essere estremamente risoluto. Prima di lui scelse la strada militare il fratello Ferdinando. Poi toccò a Giovanni di entrare nel “Real Collegio della Nunziatella” per l’Accademia Militare. Quando, nel 1860, si scatenò la guerra contro il “Regno delle due Sicilie” lui fu, naturalmente, inviato in battaglia.

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http://www.pescaranews.net/focus/personaggi/18838/giovanni-gabriele-un-eroico-ufficiale-borbonico-caduto-nella-battaglia-contro-i-garibaldini

 

 

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– La laurea facile? Comincia con i garibaldini come ‘premio’ per la conquista del Regno delle Due Sicilie

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

I ‘diplomifici’ da Garibaldi ai nostri giorni. Non ci dobbiamo meravigliare se oggi la laurea regalata ai potenti e ai figli dei potenti è una pratica molto diffusa. ‘Scavando’ tra i documenti dell’impresa del ‘mille’, Ignazio Coppola ha scoperto che tante giovani ‘camicie rosse’, a Napoli, diventarono ingegneri e matematici per meriti sul campo… Lauree facili in cambio della partecipazione alla colonizzazione del Sud

Lauree facili, lauree regalate e lauree comprate Scandali all’ordine del giorno del cerchio magico leghista che qualche anno fa hanno riempito ignominiosamente e boccaccescamente, con buona pace del popolo padano, le cronache di tutte le testate giornalistiche e televisive nazionali e non solo. Questo delle lauree e dei titoli di studio “facilitati” è indubbiamente una prerogativa di molti politici del Nord e riguarda anche quelli non solamente di pura “razza” padana. Altro che “barbari sognanti”, come amano definirsi certi leghisti, sarebbe più giusto appunto che costoro, alla costante ricerca di lauree da comprare, si fregiassero del “titolo”, questo sì, di “barbari ignoranti”.

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– 1862. La pulizia etnica (prima parte)

di Antonio Pagano, da altaterradilavoro.com

Gennaio

Il 1° Castellammare del Golfo insorge al grido di “fuori i Savoia. Abbasso i pagnottisti. Viva la Repubblica”. Alcuni giovani si recano armati presso la casa del Commissario di leva Bartolomeo Asaro, che è ucciso. Sono uccisi anche il comandante della guardia nazionale, Francesco Borruso, con la figlia e due ufficiali, che si trovavano nella casa. Si forma in breve tempo un numeroso gruppo e le case dei filopiemontesi sono bruciate. Sono devastati gli uffici della Dogana e della regia giudicatura. Strappati i vessilli sabaudi, spogliati ed espulsi i carabinieri. Sono liberati tutti i detenuti. Le guardie e i soldati accorsi da Calatafimi e da Alcamo sono battuti e messi in fuga. Anche Alcamo è in rivolta con scontri a fuoco contro i carabinieri che hanno un ufficiale ucciso e quattro feriti. Una rivolta scoppia anche a Sciacca. Il motivo che ha fatto scatenare la ribellione è l’imposizione della leva obbligatoria la cui legge è stata pubblicata il 30 giugno 1861 nella Gazzetta Ufficiale. Tale obbligo, imposto da un esercito considerato straniero e invasore, è del tutto sconosciuto in Sicilia. Si risveglia l’odio atavico contro i “galantuomini” collaborazionisti, detti in lingua siciliana “cutrara”, che, con la venuta dei piemontesi, si sono accaparrati a basso prezzo tutte le terra demaniali, così non più usufruibile dai meno abbienti. Mentre i figli, pagando un riscatto all’erario, sono esonerati dal servizio militare.

Il 2 due navi da guerra sbarcano a Castellammare del Golfo centinaia di bersaglieri che, mentre le navi sparano colpi di cannone verso la montagna dello “sparaciu”, avviano un rastrellamento. Tutte le persone sospette sono immediatamente fucilate sul posto.

Il 3 arrivano nel porto di Palermo la corvetta “Ardita” e due piroscafi che sbarcano i bersaglieri del generale Quintini, costringendo i rivoltosi alla fuga. Sono fucilati di popolani ed alcuni preti. Compaiono sui muri manifesti inneggianti alle Due Sicilie e sulla reggia è issata u-na bandiera gigliata.

A Marsala oltre tremila persone sono arrestate ed ammassate per settimane in una catacomba sotterranea priva di luce ed aria.

Al ponte di Sessa un plotone di lancieri cade in un agguato e sedici soldati sono uccisi.

A Napoli scoppiano tumulti per l’applicazione della legge che ha imposto il decimo di guerra.
All’alba del 4 un gruppo di circa 40 guerriglieri accampatisi in una masseria nei pressi di Auletta (Salerno) è circondato da una compagnia di carabinieri, ma nonostante la sorpresa circa la metà riesce a sfuggire all’accerchiamento. Nello scontro a fuoco muore Gregorio Cucuma, comandante della resistenza salernitana, 14 sono fatti prigionieri. Anche Antonio Apuzzo, detto Caprariello, è arrestato e imprigionato nelle carceri di Salerno.
Tristany, accompagnato da una decina di ufficiali spagnoli e napolitani, ha un nuovo abboccamento con Chiavone, al quale ripete la richiesta di subordinare le sue forze partigiane per unificare la sua azione di comando affidatogli dal re. 400 uomini, tra spagnoli e belgi, sono già radunati a Roma per andare a rinforzare la resistenza di Chiavone.
Vi è uno scontro a fuoco il 5 nel territorio di Conversano (Bari), dove un drappello di carabinieri e guardie nazionali sorprende un gruppo di insorti: la maggior parte riesce a sfuggire alla cattura. Il comandante del gruppo, Giuseppe Siciliano, è catturato e fucilato a Foggia.

Il 7 i carabinieri riescono a catturare in una masseria di Colle, nei pressi di Benevento, i fratelli Angelo, Francesco e Giuseppe Martucci.

Il 16, nei pressi di Fresanti in Capitanata, vi è uno scontro tra insorti e cavalleggeri del “Lucca” che ne uccidono 8.

Il 22, sul Fortore, nel Foggiano, una banda di 140 guerriglieri a cavallo attacca una compagnia di fanti che sono decimati.

A Mugnano, caduta in un agguato, la banda di Angelo Bianco è distrutta dai bersaglieri e dalle guardie nazionali. I superstiti si rifugiano nel bosco della Torta.

Altro scontro avviene il 22 a S. Fele, in Basilicata, tra un gruppo di 40 insorti e una compagnia di guardia nazionale che è messa in fuga.

Alcuni reparti del 36° e del 39° fanteria circondano il 23 a Serracapriola 100 uomini della resistenza pugliese, ma la maggior parte pur subendo molte perdite riesce a sfuggire alla cattura.

Il 24 un drappello, di stanza ad Isola del Liri, sconfina nel territorio pontificio e arresta tre persone, ma la pronta protesta del comandante delle truppe francesi costringe i piemontesi a restituire gli uomini catturati.

Antonio Apuzzo, insieme con altri quattro insorti, evade dalle carceri di Salerno.

Con il mese di gennaio sono abolite le tariffe protezionistiche per effetto delle pressioni sul governo della borghesia agraria del Piemonte e della Lombardia. Queste disposizioni danno il colpo di grazia alle industrie dell’ex Reame provocando il definitivo fallimento degli opifici tessili di Sora, di Napoli, di Otranto, di Taranto, di Gallipoli e del complesso di S. Leucio, i cui telai sono smantellati e trasferiti al nord. Cessano ogni attività, tra le altre minori, le cartiere di Sulmona e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari sono trasferiti in Lombardia. Di una parte del complesso siderurgico, l’insieme degli edifici chiamato “Ferdinandea”, se ne impadronisce un liberale locale, che ne fa la sua residenza privata. Sono costrette a chiudere anche le fabbriche per la produzione del lino e della canapa di Catania. La disoccupazione diventa un fenomeno di massa e incominciano le prime emigrazioni verso l’estero, l’inizio di una vera e propria diaspora. Con gli emigranti vanno via dalle devastate terre napoletane e siciliane le forze umane più intraprendenti. Inizia l’affidamento degli appalti per i lavori pubblici ad imprese lombardo-piemontesi.

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– Un disegno Geopolitico ha cancellato il Regno delle Due Sicilie

di Anonimo Insorgente, da altaterradilavoro.com

Il contesto o quadro storico in cui si sviluppano gli eventi che poi hanno portato allo sfaldamento o per essere piu crudi alla spoliazione del Regno delle Due Sicilie e’ il contesto dell’affermazione del capitalismo mondiale. Lo storico inglese Hobsbawn parlava in un suo libro di trionfo della borghesia, in verita’ il titolo originale era “the age of capitslism”, perche’ per la prima volta nella storia della umanita’ dal 1848 al 1875 tutte le parti del mondo furono in connessione, e’ questa l’era in cui la Gran Bretagna invade con i suoi prodotti tutte le parti del mondo.

Secondo Adam Smith che e’ il teorico del liberalismo inglese, nella sua ricchezza delle nazioni che e’ la opera principale, l’ Inghilterra doveva diventare il negozio del mondo, un po come fanno fare alla Germania nei confronti della Europa. Quindi l’Inghilterra doveva prendere materia prima dai paesi arretrati, trasformarla e rivenderla a quegli stessi paesi a cui aveva rubato le materie prime. Questo e’ un protocollo che gli inglesi fanno con le oligarchie, con i politici dell’epoca e con ogni stato nazionale che non fosse una potenza.

L’Inghilterra dice alle oligarchie di queste nazioni ” fatevi una bandiera, componete il vostro inno nazionale, create un governo che meglio riesca ad imitare il vostro potere, non vogliamo che voi diventiate una nostra colonia, l’ importante e che noi facciamo affari con voi, l’importante e’ che noi entriamo nei vostri mercati che nell’800 non erano capitalistici, ma esisteva una economia domestica, ogni paese soddisfaceva i propri bisogni con le proprie produzioni.

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LUGLIO 2017

 

– CAVOUR (seconda parte)

di Carmine De Marco, da altaterradilavoro.com

La leggenda del Cavour imprenditore agrario – I

Nel 1837 Camillo di Cavour fu nominato dal padre, sempre preoccupato per la mancanza di un avvenire del figlio, amministratore della tenuta di famiglia di Leri. Nell’investitura, però, il padre si riservava “la generale sorveglianza”, forse ammaestrato dalle precedenti esperienze del figlio. La decisione di assumere la direzione di Leri, assumeva agli occhi di Cavour il significato di una scelta di fondo, destinata a determinare tutto il corso ulteriore della sua vita. Dichiarò di dedicarsi all’agricoltura deciso “a procurarmi un gran numero di scudi senza curarmi delle raccomandazioni delle associazioni agricole e senza curarmi delle utopie di fattorie modello”.

“Je tâche de me procurer le plus grande nombre d’écus sans m’inquiéter des mémoires des sociétés agricoles et des utopies des fermes modèles”. Tra i numerosi tentativi infruttuosi di cambiamento ed innovazioni troviamo quello di introdurre la barbabietola da zucchero: fu abbandonata dopo qualche anno. La conduzione della tenuta agricola proseguì per alcuni anni senza significativi risultati fino al 1843 quando Cavour, ancora poco soddisfatto dello stato dell’azienda agricola, chiese ad un grosso agricoltore, Giacinto Coiro, di voler cooperare alla direzione dell’azienda agricola. In seguito la direzione passò al solo Coiro (R1 R2). Gli storici ufficiali crearono al Cavour la fama di grande imprenditore agricolo, confondendo i fallimenti del Cavour con la sana amministrazione e con i buoni risultati del Coiro che, al contrario del Cavour, non inseguiva ipotesi non sperimentate o idee suggestive.

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– I TRIBUNALI DI GUERRA DEI SAVOIA DAI FRANCESI CHIAMATI SAVOIARDI

da altaterradilavoro.com

I bravi piemontesi misero subito in azione quello che da mesi era già preventivato: misero in stato di assedio tutte le province del Mezzogiorno continentale ad eccezione di quelle di Teramo, Reggio Calabria, Napoli, Bari e Terra d’ Otranto già abbondantemente massacrate dall’esercito sabaudo.

Il ministro della Guerra istituì Tribunali di guerra a Potenza, a Foggia, ad Avellino, a Caserta, a Campobasso, a Gaeta, a L’Aquila, a Cosenza che si aggiungevano a quelli di Bari, di Catanzaro, di Chieti e di Salerno. Il comportamento dei giudici militari di quei tribunali è stato a dir poco spregevole, orripilante: gli assassinii venivano legalizzati da un ufficiale facente le funzioni di giudice; le condanne a morte furono tante, tantissime, a volte anche senza processo. Quegli ufficiali mettevano a verbale solo qualche processo intentato dalla giustizia ordinaria, gli altri no.

Pasquale Stanislao Mancini, qualche anno più tardi affermò di volersi astenere dal meglio precisare le critiche verso quei tribunali di guerra, per non essere costretto “ a fare rivelazioni, di cui l’Europa dovrebbe inorridire” (Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano, 1983, pag 287)

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– Garibaldi in difesa dei briganti fucilati: “Come sono fieri quella caterva di smerdafogli ministeriali…”

da inuovivespri.it

In calce all’articolo il nostro commento…

Firma il suo commento solo con il nome: Carlo. Trattandosi di un commento ad un articolo che non è più in homepage, abbiamo pensato di pubblicarlo in questo post per dargli più visibilità e permettere a quanti più lettori possibili di leggerlo. Si parla di Garibaldi, personaggio cui questo blog, nella sezione Storia e Controstoria, ha dedicato tanto spazio con l’obiettivo dichiarato di smentire tutte la propaganda risorgimentale che ha spacciato l’invasione del Sud Italia come un’ottima operazione politica.

Carlo, con il suo commento, riporta in primo piano quei racconti della storiografia che parlano di un ‘pentimento’ di Garibaldi dopo la campagna del Mezzogiorno d’Italia, o quanto meno di una presa di coscienza degli inganni che si celavano dietro lo sbarco dei Mille e dietro l’annessione delle colonie meridionali.

Prima di farvi leggere il suo commento, che riprende uno scritto di Garibaldi (Giuseppe Garibaldi Scritti e discorsi politici e militari n° 1304 volume 6) non possiamo non sottolineare un aspetto già noto e che si ripete sempre quando si parla di Risorgimento: la censura. La storia ufficiale, infatti, non ha mai dato spazio alle considerazioni postume di Garibaldi. Nessuno a scuola ci ha parlato della sua critica all’invasione sabauda o le sue riflessioni sulla questione meridionale o sul brigantaggio. Perfettamente in linea con tutte le bugie della cultura ufficiale che ha tentato di fare digerire al Sud Italia il Risorgimento.

Ecco il commento di Carlo:

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– “Cominciava l’arte del boia”. Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour!

di Ubaldo Sterlicchio, da altaterradilavoro.com

Cavour fu un ambiziosissimo personaggio, amico di tutti i più influenti uomini della massoneria europea, frammassone egli stesso, che cominciò a farsi conoscere sulla scena politica con una decisione cinica: mandò incontro alla morte 15 mila soldati piemontesi in Crimea, al fianco di Francia, Inghilterra, Austria e Turchia contro i Russi, solamente per poter sedere al tavolo della pace e “guadagnarsi” l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra. Per le spese avrebbe provveduto il governo inglese… con un prestito di un milione di sterline; questo prestito verrà in massima parte rimborsato dal Regno d’Italia, che lo estinguerà solo nel 1902. In Crimea, i Piemontesi dovettero vedersela soprattutto con il colera, che ne fece morire 1300, fra cui il generale Alessandro La Marmora, fratello del comandante in capo, Alfonso: nel tanto esaltato combattimento alla Cernaia (agosto 1855), i Piemontesi ebbero appena 14 morti e 170 feriti. Al termine delle operazioni di guerra, furono tuttavia contati complessivi 5.000 morti: un terzo dell’intero contingente di spedizione. Ma in Crimea, oltre allo scandalo di nazioni cristiane che combatterono contro la cristiana Russia in favore dei Turchi, nello specifico caso del coinvolgimento del Piemonte, si arrivò addirittura al paradosso: il Regno di Sardegna, che si stava preparando ad una guerra di “liberazione nazionale” contro l’Austria, al momento sua alleata, combatteva per difendere le ragioni dell’impero ottomano, per secoli nemico storico della cristianità e “conculcatore dell’indipendenza e della libertà” degli stati della penisola balcanica. Camillo, all’età di nove anni, fu rinchiuso all’Accademia Militare, all’epoca considerata il rifugio dei somari. La terminò a sedici anni, con esami splendidi in tutte le materie, meno che… in italiano. Lo parlava male e lo scriveva peggio, perché la lingua di casa Cavour era il francese. Per tutta la vita, parlò e scrisse in italiano traducendo dal francese, mentre, in privato continuò a parlare e scrivere in francese. Dovevano correggergli i discorsi, che pronunciava con voce stridula e cercando le parole.

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GIUGNO 2017

– PER NON DIMENTICARE AFFINCHE’ IL LORO SACRIFICIO NON SIA VANO…..

da altaterradilavoro.com

*L’autorevole rivista Civiltà Cattolica stimò fino al 1870 in un milione le vittime borboniche dell’invasore italiano, per noi sottostimate. La guerra di liberazione era ancora viva nel 1880, quando un bersagliere scrisse di combattere ancora il Brigantaggio politico nell’avellinese. L’archivio dello Stato Maggiore dell’E.I. in Roma conserva sotto il segreto militare oltre 150.000 verbali, ognuno descrive un eccidio di partigiani borbonici nella repressione postunitaria. Si hanno indiscrezioni sull’esistenza di altri due archivi di eccidi praticati dall’Artiglieria e dalla feroce legione ungherese.

John Dickie, nel saggio “Una parola in guerra: l’esercito italiano e il brigantaggio, 1860-1870”, insiste soprattutto sulla natura coloniale del rapporto imposto dal governo unitario alle province appena annesse.

PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864: “Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette.”

Costantino Nigra, filologo, segretario di D’Azeglio e poi di Cavour, ambasciatore in Francia, nel 1861 scrisse a Cavour: «Mi avete mandato tra i negri. Meglio, mille volte meglio i negri dell’America del Sud».

Anonimo del 1863 – Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di  Napoli e Sicilia:Diciotto briganti distrutti… altri  presi e fucilati… Tutto il Gargano nello stato di assedio… le masserie chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia… la gente via per le campagne non  più che  con mezzo  pane in  tasca“. “E sì ne avvenne che, come a nembo di affamate locuste, ci vedemmo assaliti per veder consumato e perduto il prodotto delle  nostre fatighe; tanti nostri capitali accumulati, per processo di tempo, in fabbriche sontuose, in lavori di arte, in pubbliche istituzioni, in opifizi di varia sorte che davano costante lavoro al povero, e spandevano la pubblica ricchezza in tutte le parti del paese nostro”.

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– L’Unità d’Italia ha depredato il Sud. Eravamo ricchi e i Savoia ci derubarono

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

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Per non perdere la memoria di quella che rappresentò per il Sud la mala-unità d’Italia con la nascita della questione meridionale e siciliana e l’impoverimento del Mezzogiorno, vi propongo le testimonianze e quello che ne pensavano illustri economisti, uomini politici e storici del passato, che certo non possono definirsi filo-borbonici, come Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Giuseppe Ferrara, Beniamino Disraeli, Milan Kundera, Franco Proto Carafa,lo stesso Giuseppe Garibaldi, Antonio Gramsci, Carlo Levi, Carlo Giulio Altan e Luigi Einaudi.

Giustino Fortunato (1848-1932), economista uno dei più accreditati storici italiani, senatore del Regno d’Italia per numerose legislature ed uno dei più importanti rappresentanti del meridionalismo, in una lettera inviata il 2 settembre del 1899 a Pasquale Villari così tra l’altro testualmente ebbe scrivere:

“L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’Unità ci ha perduti. E come se non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali”.

Gaetano Salvemini (1873-1957), politico antifascista, socialista federalista, meridionalista e deputato del Regno così si esprimeva a proposito dei benefici che l’Unità ebbe a dare al Sud:

“Se dall’Unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.

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– SU ALCUNI GIUDIZI DEL CROCE, BENEDETTO!!!

di castrese Lucio Schiano, da altaterradilavoro.com

(foto da Società Dante Alighieri)

La spinta ad intraprendere questa nuova incursione nell’analisi di fatti o nelle contraddizioni tra le asserzioni pubbliche ed il comportamento privato di personaggi che si vuole proporre a modello per il resto dei mortali mi è stata offerta da due tra i tanti giudizi con cui il Croce, dall’alto della posizione raggiunta, ha assolto o condannato fatti o persone che – secondo i casi – hanno avuto il piacere o la disavventura di costituire l’oggetto delle sue riflessioni.

I fatti hanno poi dimostrato che – almeno relativamente a quelli presi in considerazione – i giudizi sono stati espressi o come quelli che era solito esprimere il Cavour su Napoli senza averla mai vista oppure senza adeguati e doverosi approfondimenti.

Ragionando con la cosiddetta “logica del sagrestano”, infatti, un minimo di buon senso imporrebbe che, allorché ci si accinge a consegnare alle pagine della storia o a quelle delle celebrazioni di Stato la figura di una o più persone, che, per virtù, correttezza, senso dell’onore e lealtà, dovranno essere proposte come modello sia per i contemporanei che per le generazioni future, la prima preoccupazione dovrebbe consistere nell’ accertare che le citate qualità dei personaggi che ci si appresta ad elevare agli onori dell’ altare facciano veramente parte del loro DNA e non siano, invece, un semplice comportamento di facciata, o addirittura una vera e propria mistificazione.

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http://www.altaterradilavoro.com/su-alcuni-giudizi-del-croce-benedetto/

 

 

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– Un giro in moto lungo il confine

di Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Nx8iq_MzWDI

 

 

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– 31 Maggio 1860: il giorno funesto del saccheggio del Banco di Sicilia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Il 27 maggio del 1860 data l’inizio della scientifica spoliazione e della rapina delle ricchezze e dei beni delle genti del Sud e dei siciliani. Con l’entrata di Garibaldi a Palermo ha, infatti, inizio il saccheggio che avverrà quattro giorni dopo, il 31 Maggio, della tesoreria del Regio Banco di Sicilia.

Dell’enorme tesoro in lingotti d’oro che allora il Banco di Sicilia conteneva e che fu saccheggiato da Garibaldi ne è testimonianza il fatto che poco meno di un anno prima (nel 1859) i dirigenti del banco siciliano avevano commissionato ad alcune imprese edili il rafforzamento della pavimentazione del Banco stesso resa pericolante dall’enorme peso della traboccante cassaforte in cui appunto erano contenute ingenti somme di denaro e enormi quantità di lingotti d’oro. Ad alleggerirla in quel maggio del 1860 e a risolvere i problemi e i pericoli del sovrappeso della cassaforte ci pensò, alla sua maniera, Garibaldi rapinando il contenuto della cassaforte e depredando i palermitani e i siciliani dei loro risparmi.
Il tutto avvenne in occasione dell’incredibile e inspiegabile ingresso di Garibaldi in una Palermo presidiata da 24000 borboni e dopo la farsa della battaglia di Calatafimi, dove grazie al tradimento e alla corruzione (il prezzo del tradimento ammontò allora a 14000 ducati) del generale Landi ,3000 borboni batterono in ritirata di fronte a circa 1000 garibaldini male in arnese e nella quasi totalità inesperti all’uso delle armi. In quell’occasione, proprio quando i borboni in numero nettamente superiore e attestati in una posizione più che favorevole, si accingevano a sconfiggere facilmente i garibaldini, il generale Landi , che già aveva intascato una fede di credito di 14000 ducati, un somma enorme per quei tempi equivalenti a 430 milioni di vecchie lire e 224mila euro dei nostri giorni, diede ordine al proprio trombettiere, di suonare il segnale della ritirata, lasciando sbigottiti ed esterrefatti gli stessi garibaldini che, a quel punto, non credevano ai propri occhi.

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MAGGIO 2017

 

Dall’Istituto ricerche storiche Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– Nel Ricordo di un grande Re a 158 anni dalla scomparsa

di Giovanni salemi, da istitutoduesicilie.blogspot.it

"…E che perdemmo noi miseri nell'Augusto FERDINANDO II! Il dirò breve. Noi perdemmo un Re modello di ogni eletta virtù, che adornar possa un Principe sentitamente Cattolico. E quando il dissi tale, io gli ho fatto ogni elogio. Dica chi vuole: io son pronto a dimostrarlo co fatti questo elogio, di cui voi già, onorandi Uditori, comprendete tutta la forza."

Con le parole dell'orazione del can. Don Rosario Frungillo, pronunciate il 3 giugno 1859 nel Duomo di Napoli nelle Solenni Esequie di S.M. il Re Ferdinando II officiate dall'Em.mo e Rev.mo Venerabile Cardinale Sisto Riaro Sforza, di cui quest'anno ricorre il CXL anniversario della salita al Cielo e che abbiamo ricordato in Roma lo scorso 21 Aprile, vogliamo ricordare la scompparsa di questo Grande sovrano avvenuto proprio a Caserta 158 anni fa.

"…Egli non è più fra noi, e s'involò alle tenerezze della sua Real Consorte e Famiglia, all'amore e alla riconoscenza più sentita de' suoi sudditi. Napoli, il Regno, l'Europa tutta ne udiva sbalordita annunziare la non aspettata, la troppo per noi crudel di partita."

Primogenito maschio di Re Francesco I, Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810 e morì a Caserta il 22 maggio 1859, ancora giovane. Un anno dopo la sua morte iniziò l’invasione del Regno.

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http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2017/05/blog-post.html

 

 

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– I Volontari Britannici e Scozzesi per Garibaldi del 1860

a cura di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

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La Legione Britannica e Scozzese – In Scozia Garibaldi era molto popolare. Le sottoscrizioni raccolte in Scozia a favore della causa italiana avevano permesso di noleggiare la vecchia nave a vapore a pala City of Aberdeen, utilizzata per portare in Sicilia la Spedizione Strambio partita il 10-11 luglio da Genova con i volontari garibaldini e successivamente utilizzata da Garibaldi per spostarsi con i garibaldini da Palermo verso Milazzo
Cfr : Scottish volunteers with Garibaldi – Janet Fyfe – Scottish Historical Review Trust – Edimburgo – 1978, pagg. 168, 180 (https://www.jstor.org/stable/25529302?seq=1#page_scan_tab_contents). La Legione Britannica ebbe una breve esperienza di guerra, dopo essere avanzati verso nord con Garibaldi. Anche se una metà dei volontari britannici erano entusiasti e si comportavano bene, c’erano un certo numero di “roughs” (teppisti) principalmente provenienti da Glasgow e Londra, che mancavano di disciplina, così la Legione acquisì il nome per il disordine simile a quello degli irlandesi papalini a Roma. Gli italiani dicevano con indulgenza: “… questi uomini non sono abituati ad un paese dove il vino costa poco”.

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http://belsalento.altervista.org/i-volontari-britannici-e-scozzesi-per-garibaldi-del-1860/

 

 

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– L’ETA DELL’ORO DI FERDINANDO IV

da altaterradilavoro.com

(immagine da il portale del sud)

La prima cosa che si sente dire di Ferdinando IV, successore di Carlo VIII al Regno di Napoli, è che fu incolto e grossolano. Infatti, cominciano col dire i suoi biografi, ebbe come precettore il Principe di San Nicandro, grande cavalcatore, grande schermitore, grande bevitore ma affatto versato nelle buone maniere, nelle lettere e nelle arti. Nulla si dice di Padre Francesco Cardel, dotto e pio gesuita tedesco che ne curò la formazione spirituale e intellettuale né peraltro si ricorda che l’educazione alla politica e agli affari di Stato glie la diede il toscano Bernardo Tanucci, nientepopodimeno.

È un modo di far storia, questo, non nuovo nel mondo (per la morale si chiama calunnia o diffamazione) ma che la storiografia moderna ha assunto come metodo scientifico. «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà» diceva Voltaire: di questa scuola ha fatto le spese, fra gli altri, l’intera dinastia dei Borbone delle due Sicilie, fino al punto che “borbonico”, anche sui vocabolari, vale ormai per oscurantista, retrivo, reazionario.

Ferdinando non fu né incolto né grossolano. Di lui, per esempio, ci restano tutti i diari privati che egli, puntualmente, secondo quanto gli raccomandava Padre Cardel, scriveva senza perdere un giorno, dietro ai più piccoli avvenimenti. Senza farne un fine letterato, queste migliaia di fogli rivelano una buona cultura e soprattutto una grande sensibilità d’animo e una solerte scrupolosità per i suoi doveri.

È notorio che Ferdinando, ancora giovane, sotto la reggenza del Tanucci, si interessasse di tutti gli affari di Stato e che, anche più tardi, volle sempre metter bocca in tutte le questioni, anche le più minute.

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– I primati sanitari del Regno delle Due Sicilie

di Luisa Carini, Federico Bizzarri, Enzo Cantarano, da difesaonline.it

I medici, le istituzioni e l'organizzazione sanitaria, sotto il regno (1734 – 1861) dei Borbone Due Sicilie, rappresentano, come in ogni epoca, lo specchio fedele della società, dei suoi fermenti, dei travagli culturali ed economici che si verificarono sotto la Dinastia.

Povertà, carestie, epidemie sono strettamente correlate ai turbolenti avvenimenti sociali che prepararono la Rivoluzione francese, i Moti carbonari, la Repubblica napoletana, la Restaurazione, ecc.

I Borbone governarono in un periodo relativamente fecondo per le conoscenze mediche: in realtà dall'empirismo e dalla osservazione si transitò, alle soglie della modernità, alla medicina come professione, il cui inizio, per convenzione è fissato agli inizi dell'ottocento. In effetti agli inizi del settecento si apre in tutta Europa il contenzioso tra le istituzioni universitarie dotte, autoreferenti, dogmatiche e conservatrici, rifacentisi ad una scienza statica di stampo pseudoippocratico-galenico e consorterie di empirici, barbieri, girovaghi da fiera che praticavano atti medici.

Nel Napoletano una maggiore tendenza alla moderazione nell'esercizio medico determinò indubbiamente tensioni minori tra queste categorie, ma, soprattutto, l'intelligenza sperimentale di medici dello stampo di Marco Aurelio Severino o del Cotugno rifacentisi al messaggio Ippocratico vero, evitarono episodi incresciosi tra le categorie esercitanti l'ars medica.

Gabriele Tedeschi, Enrico Granata, Antonio Cardarelli, Domenico Capozzi, Domenico Cirillo e tanti altri illustri medici furono, contemporaneamente, clinici valentissimo ed acuti docenti.

Il Collegio medico – cerusico con sede nel proto-ospedale del Regno – gli Incurabili – è l'espressione clinica della observatio et ratio che furono i capisaldi nella scuola medica Napoletana.

Nel settecento le prime istituzioni assistenziali furono ospizi per poveri reietti e abbandonati. Palazzo Fuga, più noto come Reale Albergo dei Poveri, sorto a Napoli, nel 1749, per volontà di Carlo III di Borbone, rappresenta il sogno dell'utopia illuministica che vuole raggruppare i poveri, gli indigenti, al di fuori della città reale. Analoga, ma meno nota, istituzione era stata fondata a Palermo già nel 1746.

Solo nell'ottocento si arriva alla nascita della medicina specialistica e dell' ospedale inteso come luogo di cura secondo l'accezione moderna.

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http://www.difesaonline.it/news-forze-armate/storia/i-primati-sanitari-del-regno-delle-due-sicilie

 

 

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Attacco al Monarca

a cura di Gaetano Fontana, da liberoricercatore.it

già pubblicato da Istituto per la ricerca storica Due Sicilie

Sono passati esattamente 150 anni da quando il porto di Castellammare la notte tra il 13 ed il 14 agosto 1860 è stato teatro dell’unica battaglia navale tenuta dai garibaldini durante la Spedizione dei Mille.

Vi chiederete perché fu “l’unica”. La risposta è molto semplice: le navi a disposizione di Garibaldi erano poche. Il “Piemonte”, ormai vuoto, fu devastato dai colpi di cannone ed andò in secca. Il giorno 12 maggio 1860 , lo “Stromboli” lo prese a rimorchio e lo portò prima a Palermo e poi a Napoli ove, restò inutilizzato nella darsena militare. Successivamente passò alla Marina Sarda.

Il “Lombardo” ebbe una differente storia. Restò in secca, semi affondato, a Marsala fino all’11 luglio 1860 finché, un certo Napoleone Santocanale, provvide al recupero utilizzando duecento operai e ben trenta pompe. Rimorchiato a Palermo fu iscritto nella Marina da Guerra Sarda.

Da qui l’esigenza di Garibaldi di riorganizzare la sua flotta seguendo il consiglio di Carlo Pellion Conte di Persano che diceva: “le navi Borboniche conviene pigliarsele e non distruggerle”.

Per la riorganizzazione Garibaldi poteva contare su molti Ufficiali della Marina Borbonica che erano pronti a sposare la “Causa Italiana”. Gran parte dei marinai invece, era rimasta fedele alla monarchia.

Tra questi ufficiali “traditori” c’era il capitano di vascello Giovanni Vacca che la sera dell’8 giugno 1860 trovandosi nella rada di Palermo si recò da Persano che era con Giuseppe La Farina a bordo della nave “Maria Adelaide”. I tre confabularono a lungo ed il Vacca s’impegnò di inalberare la bandiera Piemontese sul “Ettore Fieramosca” nave che comandava. Ma Persano non accettò in quanto voleva un pronunciamento generale della Marina Borbonica.

Il 9 luglio avvenne la famosa “defezione” del Conte Amilcare Angiussola Capitano di fregata della marina Borbonica che consegnò la pirofregata a ruote “Veloce” a Garibaldi. Quasi tutti gli ufficiali disertarono mentre, dei 179 uomini di equipaggio, 130 chiesero ed ottennero di ritornare a Napoli.

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http://www.liberoricercatore.it/Storia/attacco_monarca.htm

 

 

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– Fra’ Diavolo fu un patriota ante litteram e non un tagliaborse

di Alfredo Saccoccio, da altaterradilavoro.com

Spesso il nome di Michele Pezza è associato a quello di celebre brigante. Non ci sorprendiamo. E’ più difficile sradicare una leggenda che promuovere la verità e, quanto a quella che concerne Fra’ Diavolo, romanzieri e musicisti l’hanno ormai troppo diffusa da lunga pezza, senza parlare delle vecchie passioni antiborboniche, che hanno trovato gusto a deformare la realtà storica.

I francesi – è noto – dettero quell’appellativo a tutti i realisti che lottarono nel 1799 e nel 1806 contro la loro violenta conquista, come l’avevano regalato ai generosi figli della Vandea. E ciò, allo scopo di screditarne l’azione di valore e di fedeltà, oltre che di coraggio immenso. Però, già dal 1829, un ufficiale del regno italico, sereno e onesto storico, Cesare De Laugier, metteva in guardia contro l’infamia di quel titolo, così come, nel 1911, un autorevole storico francese, Jacques Rambaud, nella splendida monografia Naples sous Joseph Bonaparte, faceva notare che si era troppo abusato di quell’epiteto di brigante.

Quanto a Fra’ Diavolo, la storia che ha fatto luce sulla grande insurrezione di duecentomila volontari napoletani contro le due occupazioni francesi, e ne ha valutata la psicologia, non accomuna Michele Pezza né con Mammone, autentico assassino ed infernale uomo di sangue, né con altri, che, con il pretesto politico, nel primo momento dell’arrivo dei nemici ai confini del regno di Napoli, furono davvero briganti e malfattori.

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http://www.altaterradilavoro.com/fra-diavolo-fu-un-patriota-ante-litteram-e-non-un-tagliaborse/

 

 

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– La Storia è già scritta, non lo sapevate?

da complottisti.com

 

Corsa al petrolio, sconvolgimenti economici, scontro di civiltà, guerra sacra e chi più ne ha più ne metta, compreso il rapimento di soldati! Molti pensano che queste siano le ragioni per il quale molte o tutte le guerre nascono e si moltiplicano come tumori inesorabilmente mortali.

Purtroppo non è così, i motivi di questa violenza in realtà non sono “i” motivi ma “gli” strumenti per raggiungere un obiettivo previsto in realtà da molto tempo. La verità c’è, è sotto i nostri occhi ricoperti di melma fatta di tv, stress da troppo lavoro, alcol, droga, gadgets elettronici, ecc. La verità è nascosta tra le pagine della storia, non quella ufficiale, ma quella troppo spesso tenuta nascosta a noi povere cavie confinate nelle nostre piccole gabbiette di cemento e mattoni.

Tutto, o quasi, parte ufficialmente il 24 giugno del 1717, quando i “grandi capi” della massoneria si riuniscono a Londra e tracciarono le linee guida per il “Novus ordo Sec(o)lorum” in base ad un disegno nato dalle ceneri del pensiero di grandi profeti come Jan Amos Kominsky (noto come Comenius) a sua volta erede spirituale di Johann Valentin Andreae. Questi due signori si possono considerare i veri padri del mondialismo moderno, il loro pensiero spaziava dalla politica al sociale, dall’economia all’educazione, Comenius parlava di un mondo dove tutte le razze si sarebbero fuse in una sola, così come le religioni. Un mondo dove l’educazione scolastica sarebbe dipesa da un’unica università madre di tutte le altre e di fatto oggi è così. Una politica centralizzata nel quale il nuovo mondo si sarebbe riconosciuto come figlio di un unico governo mondiale.

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http://www.complottisti.com/la-storia-gia-scritta-non-lo-sapevate/

 

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– GIUSEPPE TARDIO BRIGANTE DEL CILENTO

di Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro, da youtube.com

(immagine da La montagna del Cilento)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=L1G293REHi4

 

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– Camorra e l’Unità d’Italia

da altaterradilavoro.com

Nel Regno delle Due Sicilie l’ambito di influenza della camorra, una organizzazione criminale segreta probabilmente giunta a Napoli dalla Spagna, con caratteristiche di setta, era limitata ai detenuti nelle carceri, al gioco d’azzardo ed alla prostituzione. In tali ambienti la camorra imponeva il pagamento di tangenti.

L’organizzazione criminale era perseguita dalla polizia borbonica, che inviava i camorristi al confino ed in colonie penali come quella in funzione alle isole Tremiti. Fu grazie all’alleanza con i liberali unitari ed al contributo decisivo dato alla conquista piemontese dell’ex Regno delle Due Sicilie che la camorra compì il salto di qualità decisivo, entrando nella polizia e negli apparati dello Stato. Tale processo fu avviato dal liberale e massone Liborio Romano (1793-1867), ultimo ministro di polizia del Re Francesco II di Borbone nel governo costituzionale del 1860, ma agente di Cavour, e poi primo ministro degli Interni di Garibaldi, dopo il suo ingresso a Napoli.

Passato alla storia come il prototipo del traditore, Liborio Romano fece la fortuna della camorra, che utilizzò come propria manovalanza, arruolandola nella polizia e nella pubblica amministrazione e trasformandola da organizzazione criminale ai margini della società in una forza capace di condizionare la politica e l’economia dell’ex capitale del Regno delle due Sicilie. Giacinto de’ Sivo (1814-1867), il più importante storico dell’Anti-Risorgimento, contemporaneo degli avvenimenti, dedica diversi passaggi della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 al ruolo avuto dai camorristi: «Uscita la Costituzione – scrive de’ Sivo – il ministero la prima cosa pose Camorristi in uffizio. Lo stesso dì 27 giugno fece prefetto di polizia D. Liborio Romano (….) tenuto patrono e cima di Cammorristi …»

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– FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (3^ PARTE)

da altaterradilavoro.com

Istoria delli fatti accaduti a D. Michele Pezza dal giorno 17 DICEMBRE 1798 PER LA RIVOLUZIONE ACCADUTA NEL REGNO DI NAPOLI ALL’ENTRATA DE’ FRANCESI[1].

Essendo giunto l’ordine del Tenente Generale il Duca della Salandra, che tutte le popolazioni si fossero armate in difesa del nostro amabilissimo Sovrano Ferdinando IV Dio Guardi contro l’infame sedicente Repubblica, essendo D. Michele Pezza alias Fra’ Diavolo della Terra d’Itri provincia di Terra di Lavoro attaccato alla Corona, subito cominciò a fare unione di altri[2], scrisse lettere circolari per tutti i Paesi vicini che si fossero   armati   prestamente,   e   tutti   si   fossero   portati   da   lui   in   Itri,   anche   coloro   che   armi  non  avessero,   che dal  medemo  se  li  sarebbero  date,  in  maniera   tale   che  in termine  di  giorni  quattro  strinse  da  circa  10.000  [sic]  uomini,  e  si  portò  subito nel  Fortino  chiamato  S.  Andrea, che  sta  situato  nella  strada  che  da  Itri  si  cala  alla Città di Fondi  unico  passo  che  da  Roma  si  viene  nel  Regno  circondato  da  montagne, dove stava  il  Comandante  per  nome  Sicardi.  Questo  comandava  cinque  pezzi  di cannoni,  e  teneva  sotto  di  se  da  circa  1.000

[f. 2] uomini di Fanteria, Cavalleria, Fucilieri di Montagna ed Artiglieri, e si presentò dal suddetto Comandante con tutta la sua gente, a cui il Sicardi gli disse che colà non bisognavano, ma che l’avesse guardato le spalle che per il Fortino penzava lui, a cui rispose il Pezza che per le spalle non dubitasse, e stesse pur sicuro; allora subito si partì colla sua

gente, e la divise ne luoghi più opportuni che lui stimò, per dove i Francesi potevano passare per impadronirsi del Fortino, cioè a Sperlonga, a Migliograna, a Vallefredda, alla Madonna della Civita, S. Nicola ed altri luoghi, ed erano dalle Università mantenuti di tutto il bisognevole di bocca e di guerra.

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– LA VERA VERITA’ SECONDA PUNTATA

di piessewebtv VIDEAS, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Q-0aQO6bDXA

 

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– LA VERA VERITA’ TERZA PUNTATA

di piessewebtv VIDEAS, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Bkxn4SBJys4

 

 

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– Intervista ad Angelo Ciampi – Una storia che arriva dall’Argentina e che ha molto a che fare con la fede e la religione.

di Pasquale Guaglianone, da Rai.it

VIDEO

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-dace11ee-8927-49e2-b1d1-ae8ce8928051.html

 

 

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– Svevi contro Angioini: la guerra che insanguinò il Sud. E Napoli diventò capitale.

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

(immagine da terlizzilive.it)

Dopo quel 13 dicembre 1250, giorno della morte di Federico II di Svevia, molte cose sarebbero cambiate. Terminava quell’epopea ricca di cambiamenti ed innovazioni. Lo Stupor Mundi era morto lasciando un’eredità culturale importantissima: il frutto più superbo di tale politica fu certamente l’università. Il tutto condito da una considerevole crescita burocratico-strutturale del suo Stato.

A Federico II successe suo figlio Corrado IV che però, per motivi dinastici, si stabilì in Germania. Il Regno di Sicilia finì, dunque, nelle mani del suo fratellastro Manfredi, figlio illegittimo di Federico II. Sotto la sua reggenza numerosi furono i malcontenti che, alimentati anche da papa Innocenzo IV da tempo desideroso di estendere il proprio potere sul Mezzogiorno continentale, sfociarono in una vera e propria sollevazione contro il monarca svevo accusato di non riconoscere la giusta autonomia tanto alle città quanto al ceto feudale.

Compresa la pericolosità della situazione, Manfredi decise di farsi promotore di una strategia di decentramento amministrativo, favorendo anche l’inurbamento dei baroni. Furono così gettate le basi per la nascita di un nuovo ceto dirigente che avrebbe giocato un ruolo importante nella storia successiva del Mezzogiorno. Tuttavia il papa continuò ad ostacolare il sovrano svevo.

Successore di Corrado IV sul trono di Sicilia fu suo figlio Corradino, al quale lo zio Manfredi faceva da reggente fino al raggiungimento della maggiore età. In questo scenario si concretizzò il colpo di mano di Manfredi che, incurante dei diritti del nipote, si proclamò re di Sicilia.

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http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/193931-svevi-angioini-la-guerra-insanguino-sud-napoli-divento-capitale/

 

 

 

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– FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (2^ PARTE)

da altaterradilavoro.com

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http://www.altaterradilavoro.com/fra-diavolo-e-la-repubblica-partenopea-1799-2-parte/

 

 

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– LA NAPOLI SPAGNOLA (1 PARTE)

da altaterradilavoro.com

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http://www.altaterradilavoro.com/la-napoli-spagnola-1-parte/

 

 

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– Messina città industriale… poi l’Unità d’Italia! – prima parte

di Anna Giuffrè, da agorametropolitana.it

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http://www.agorametropolitana.it/messina-citta-industriale-poi-lunita-ditalia-prima-parte/

 

 

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– 1799 a Piedimonte Matese

da altaterradilavoro.com

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http://www.altaterradilavoro.com/1799-a-piedimonte-matese/

 

 

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– La vera verità, prima puntata

programma di approfondimento sulla storia dell’unità d’Italia

con:

Prof. Vincenzo Gulì

Avv. Ennio Apuzzo

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=HxLIv1OMGek

 

 

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– BRIGANTI? QUEI RIBELLI DEL SUD

di Gianni Lannes, da sulatestagiannilannes.blogspot.it

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http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/04/briganti-quei-ribeli-del-sud.html

 

 

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Da Aldo Cianci riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

" Perciò io, passeggiando nella vecchia via Toledo, meta prediletta da tanti napoletani purosangue nei giorni in cui Napoli era Napoli, ho sentito spesso il peso dolce di una eredità così nobile ed ho guardato con pietoso dolore tanti figli del popolino venduti a tutte le mode straniere dalle vuote minoranze di pseudo intellettuali. Ultimo napoletano nell' intimità del mio spirito, mi sentivo l' unico figlio spirituale della Tradizione napoletana tra gente che non solo l'ignorava ma che si vantava di ingnorarla. Solo dall' anima del popolino, anima disprezzata da tali minoranze, traspariva la genuinità sepolta della Napoli mia e dei miei avi.“

Tratto da  “Uno spagnolo a Napoli”

di  Francìsco Elìas de Tejada

 

 

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– Mafia, camorra e ‘ndrangheta: come il Meridione (e l’Italia) fu infettato dagli inglesi

di Federico Dezzani, da federicodezzani.altervista.org

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http://federicodezzani.altervista.org/mafia-camorra-e-ndrangheta-come-il-meridione-e-litalia-fu-infettato-dagli-inglesi/

 

APRILE 2017

 

 

– Era il 1787 quando Goethe ammirava il riciclaggio di rifiuti a Napoli

di Giorgia Cavera, da altaterradilavoro.com e da archivio.blogsicilia.it

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http://www.altaterradilavoro.com/era-il-1787-quando-goethe-ammirava-il-riciclaggio-di-rifiuti-a-napoli/

 

 

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– Storia dei Siculi

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com e da TGSud

VIDEO

 

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=410122076015149&id=100010520800176

 

 

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– Quella Tangente di Mazzini

di Giorgio da Batiorco, da altaterradilavoro.com

(foto da wikipedia)

La sollecitazione del maestro del “pensiero e azione” si riferiva agli interessi di Adriano Lemmi, che partecipava alle manovre per l’assegnazione dello sviluppo delle ferrovie del Sud e servi per finanziare “Il popolo d’Italia”, un giornale napoletano di tendenza filo-repubblicana.

«lo soltanto vi dico che mentre altri farebbe suo prò di ogni impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua».

Nero su bianco, scritto su lettera intestata e autografato con la firma di Giuseppe Mazzini il quale, ricercato dalla polizia come rivoluzionario aveva difficoltà a partecipare personalmente alle riunioni ma poteva “indirizzare” la discussione affidandosi a una quantità di amici che non gli mancavano. Giuseppe Garibaldi e Francesco Crispi erano i destinatari e si affrettarono ad accontentare l’amico in esilio.

Difficile sostenere con certezza che questa fu la prima tangente dell’Italia finalmente unita. Allora -come oggi – la corruzione non veniva certificata con timbri e marche da bollo. Tuttavia, in questo caso, il documento c’è ed è inequivoco. Accettando qualche margine di approssimazione, non è impossibile sostenere che gli affari sporchi sono cominciati con quella lettera di raccomandazione.

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http://www.altaterradilavoro.com/quella-tangente-di-mazzini/

 

 

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– Garibaldi e Anita? Ma quale grande amore! La vera storia della moglie morta strangolata. Da chi?

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Ed è del periodo riograndese l’incontro di Giuseppe Garibaldi con Anita, che la dice, anche qui lunga, su questo “gentiluomo” senza scrupoli. È lui stesso nelle sue memorie a raccontare dettagliatamente dell’incontro avvenuto nell’ottobre del 1838 con la donna che poi lo seguirà per undici anni nella sua avventurosa esistenza, condividendo le sue peripezie prima di finire abbandonata, morente, in fuga dagli austriaci nella pineta di Ravenna.

“Passeggiavo sul cassero della mia nave – ricorda il nizzardo – perso nei miei cupi pensieri. A un tratto, posai lo sguardo all’ingresso della Laguna dove vi erano alcune pittoresche e semplici abitazioni. Puntando il cannocchiale, che abitualmente tenevo a portata di mano quand’ero sul cassero, vidi una giovane e ordinai che mi portassero immediatamente a terra in quella direzione. Appena sbarcato, mi diressi dove avrebbe dovuto essere la meta del mio viaggio. Ma non trovai nulla. Per caso incontrai un abitante del luogo, che avevo conosciuto subito dopo il mio arrivo in città (si trattava di Manoel Duarte, il legittimo marito di Anita) e egli mi invitò a prendere un caffè a casa sua. Entrammo e la prima persona che vidi era la donna che mi aveva spinto a sbarcare. Era Anita”.

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http://www.inuovivespri.it/2017/04/08/garibaldi-e-anita-ma-quale-grande-amore-la-vera-storia-della-moglie-morta-strangolata-da-chi/#more-22872

 

 

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– Garibaldi ad Alcamo (Pa): un equivoco Decreto inganna i siciliani

da siciliainformazioni.com

(foto da keyword-suggestions.com)

In un mercatino di rigattieri, ho acquistato di recente un piccolo carteggio, atti di un’antica famiglia siciliana, umidi e mal conservati, apparentemente di interesse solo filatelico. Ad un esame più approfondito, ho trovato tra i vari fogli, un Decreto garibaldino originale.

 L’atto del Dittatore è citato come “Primo decreto di Alcamo” in alcuni studi, ma non avevo avuto occasione di leggerlo per intero e soprattutto di averne a disposizione un esemplare originale.

 Il documento è stampato tipograficamente su carta di scarsa qualità. Letta l’intestazione, ho controllato la data: “Alcamo, 17 maggio 1860” e poi, non senza sorpresa, ho letto il testo, che fornisce una risposta ad alcuni interrogativi sull’invasione garibaldina della Sicilia, posti anche sulle colonne di questo giornale il 9 giugno 2009.

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http://archivio.siciliainformazioni.com/cultura-arte/garibaldi-ad-alcamo-un-equivoco-decreto-inganna-i-siciliani/

 

 

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– Palermo: 4 aprile del 1860: la rivolta della Gancia apre la porta a Garibaldi e ai picciotti della mafia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

“All’erta tutti ppi lu quattru aprili, sangu ppi sangu,nni l’avemu a fari, sta sette impia l’avemu a finiri, la Sicilia l’avemu a libbirari”.

Queste erano le parole d’ordine che il 4 aprile di 157 anni fa i congiurati del convento della Gancia cantavano a squarciagola agli ordini dei capipopolo Francesco Riso, mastro fontaniere, e Salvatore La Placa, sensale di bovini. Era la fine di febbraio del 1860 quando il comitato liberale i cui autorevoli rappresentanti erano Michele Amari, Filippo Cordova, il marchese di Torrearsa, Mariano Stabile, Matteo Reali, Vito D’ondes Reggio contattarono appunto Francesco Riso e Salvatore la Placa, due capipopolo in grado, grazie al loro ascendente, di raggruppare gente sveglia e pronta a menar le mani.

Poi fu necessario incontrare i baroni e, attraverso loro i vari gabelloti di riferimento, vennero messe a punto le operazioni che portarono, inevitabilmente, ad accordi con la mafia per preparare e favorire lo sbarco di Garibaldi.

Racconta il barone Brancaccio di Carpino, a proposito del reclutamento dei volontari da arruolare:

“Era dura necessità reclutare gente di ogni risma, vi si era costretti da forza maggiore, e non potendo essere arbitri della scelta si doveva accogliere tutti coloro che dicevano di essere pronti alla scelta”.

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http://www.inuovivespri.it/2017/04/04/4-aprile-del-1860-la-rivolta-della-gancia-apre-la-porta-a-garibaldi-e-ai-picciotti-della-mafia/#more-22698

 

 

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– I Siculi

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

(immagine da ilportaledelsud)

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La resistenza di Caltanissetta ai moti “rivoluzionari” del 1820 che le valse l’appellativo di “Fedelissima”

– Babbaurra 1820, vincono i ribelli

di Salvatore Falzone, da repubblica.it

e da segnalazione di Davide Cristaldi su pag. Fb. di Notizie Neoborboniche

 

(immagine da scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net)

 

DODICI agosto 1820. Il Monte Babbaurra, 800 metri d' altezza, a cavallo trai territori di San Cataldoe Caltanissetta,è un punto strategico. Qui, tra ciuffi d' erba abbrustolita, sono sparpagliate le truppe sfasciate del principe Salvatore Galletti di Fiumesalato che un mese fa, nelle stanze del suo palazzo di piazza Marina a Palermo, ha deciso di capeggiare la rivolta degli autonomisti siciliani contro i Borboni prepotenti. APARTE pochi soldati, qualche tenente colonnello e un buon numero di abitanti sancataldesi, armati di fucili e coltellacci da cucina, fra le file delle milizie del principe c' è un po' di tutto: eroi, avanzi di galera, sediziosi, ladri di galline, violenti da strapazzo e alcolizzati cronici chiamatia raccolta dai comuni vicini. Nessuno di loro sa come si combatte una battaglia, ma tutti sono d' accordo: bisogna sgretolare i gruppi armati della borbonica Caltanissetta. A qualunque costo. Il principe ha promesso lauti bottini. Nel convento dei padri Cappuccini è ubicato il quartier generale di Salvatore Galletti. Lì dentro il principe è rimasto chiuso nei giorni precedenti, bevendo acqua e limone, mentre i suoi soldati conquistavano il monte Babbaurra dopo poche ore di combattimento. In cima al monte, a tre miglia da Caltanissetta e a uno da San Cataldo, Galletti ha posizionato 200 dei suoi 800 soldati. Che all' alba di oggi, dopo una notte stellata, si preparano a lanciare l' attacco decisivo. Ieri pomeriggio, l' Intendente della provincia di Caltanissetta Luigi Gallego Naselli ha inteso l' antifona ed è fuggito dalla città a gambe levate. Lo hanno seguito 150 fanti guidati dal comandante della Valle colonnello Favalli, il quale fino a quel momento aveva curato la regia delle operazioni di difesa, riunendo due compagnie di 150 uomini ciascuna e aggiungendovi 50 militi di fiducia della Compagnia mobile provvisoria. Stamattina, abbandonati dai loro prodi strateghi, i nisseni si sentono perduti. Inneggiano al re di Napoli, ma battono i denti per la paura.

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http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/07/17/babbaurra-1820-vincono-ribelli.html

 

 

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– La Memoria del Comune di Caltanissetta al Parlamento Nazionale del 15 gennaio 1821, sui moti del 1820

 

caltanissetta1-1820

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https://books.google.it/books?id=dKlOy0ouTNIC&pg=PA14&lpg=PA14&dq=fedelissima+caltanissetta&source=bl&ots=v4beQ8SDxw&sig=8Vbl8qErGbR6JHAwnMaaGpoxTDQ&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjr9sDTwIHTAhWM7BQKHdEKAzcQ6AEIMzAE#v=onepage&q=fedelissima%20caltanissetta&f=false

 

 

MARZO 2017

 

– L’impresa dei Mille vista da Antonio Gramsci: una mistificazione che ha ridotto in schiavitù la Sicilia e il Sud

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Nel contesto di quelle che, troppo spesso, sono retoriche manifestazioni sul Risorgimento, tra celebrazioni, polemiche e trionfalismi sarebbe opportuno ricordare quel che del Risorgimento e dell’impresa dei Mille ne pensasse e scrisse un grande intellettuale di sinistra del secolo scorso come Antonio Gramsci, che certo non si può tacciare di derive separatiste, antiunitarie o filo borboniche.

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http://www.inuovivespri.it/2017/04/02/limpresa-dei-mille-vista-da-antonio-gramsci-una-mistificazione-che-ha-ridotto-in-schiavitu-la-sicilia-e-il-sud/

 

 

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– PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DE’ MINISTRI DI SUA MAESTÀ’ IL RE DELLE DUE SICILIE

di Gianni Ciunfrini, da altaterradilavoro.com

Pietro Calà Ulloa (Napoli, 15 febbraio 1801 – Napoli, 21 maggio 1879)

TRADOTTE DAL FRANCESE PECAV. TEODORO SALZILLO Roma 1864

“…..I soldati della armata disciolta, rientrati nei loro focolari, vi portarono l’odio contro i piemontesi, ed il desiderio di vendicarsene. Si ebbe la goffaggine di lasciare insultare i prigionieri napolitani dai camorristi e dalle guardie nazionali; per le vie erano stati fischiati; si erano loro lacerate le divise che indossavano; si avevano preso ardire dì sputarli ancora nel volto.

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http://www.altaterradilavoro.com/presidente-del-consiglio-de-ministri-di-sua-maesta-il-re-delle-due-sicilie/

 

 

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– VASCELLO CAPRI (ANNO 1810)

di Errico Crisomolo, da altaterradilavoro.com

Il vascello CAPRI, fu varato nel Regio Cantiere navale di Castellammare, il 21 agosto 1810. Costituito da uno scafo in legno con carena foderata in rame (per la protezione dall’acqua marina e dai parassiti), la nave aveva tre ponti. I 74 cannoni ad avancarica ed a canna liscia, erano sistemati in batteria: una scoperta sul ponte e due coperte. Possedeva tre alberi a vele quadre (trinchetto, maestro, mezzana) e il bompresso a prua (albero sporgente ed inclinato di circa 30° rispetto alla superficie del mare). Andò in disarmo il 1847 e poco dopo fu venduto a Napoli per essere demolito.

Cenni di architettura navale: Il vascello da 74 cannoni comparve sullo scenario marittimo verso la fine del ‘700 e rappresentò un compromesso tra la potenza delle artiglierie e la manovrabilità rispetto alle precedenti unità armate con 100 cannoni ma meno evolutivi. Generalmente i cannoni più pesanti (fino a 4 tonnellate) erano sistemati sul ponte principale, sul ponte inferiore in batteria coperta, dai quali sparavano palle da 32 libbre, mentre i più leggeri, in batteria scoperta sul ponte di coperta, sparavano palle da 18 libbre. Il rinculo era assorbito dal movimento delle ruote dell’affusto. Alcuni vascelli, inoltre, avevano due cannoni da 12 libbre sul castello di prora (cannoni detti “in caccia” per colpire le navi in fuga) e 4 da 32 libbre sul cassero a poppa, detti “in ritirata” per bloccare la nave inseguitrice. Questi cannoni erano più lunghi ed avevano una migliore precisione. Le carronate erano cannoni con canna più corta, meno pesante e servita da meno uomini: in battaglia era più facile da caricare (a mitraglia) e da puntare; servivano per l’arrembaggio. Un’altra caratteristica delle unità in legno era rappresentata dalla carena ramata, altra innovazioni inventata in Gran Bretagna. Precedentemente la protezione contro la corrosione era ottenuta dipingendo, in più mano, la carena con una miscela di zolfo, sego, minio, olio di pesce e catrame e, alla fine, una passata di catrame minerale. Questo conferiva ai velieri il caratteristico colore nero con una fascia bianca o gialla in corrispondenza dei portelloni di murata dei cannoni.

Fonte:

http://www.altaterradilavoro.com/vascello-capri-anno-1810/

 

 

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– La verità sul 17 marzo 1861: ma quale unificazione italiana! Fu solo conquista del Regno della due Sicilie

di Pippo Scianò, da inuovivespri.it

Il 17 marzo del 1861, a Torino, il neo Parlamento “Italiano” aveva, com’è noto, proclamato la “nascita” del “Regno d’Italia” e conferito a VITTORIO EMANUELE II di Savoia, il titolo di Re D’Italia. Per quanto riguarda la “legittimità” del predetto Parlamento ci permettiamo di ricordare a noi stessi che quell’importantissimo organo istituzionale avrebbe dovuto, innanzi tutto, legittimare se stesso, per una serie di motivi che qui non possiamo neppure accennare, tanto gravi questi erano. Ci limitiamo ad una considerazione di fondo.

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http://www.inuovivespri.it/2017/03/23/la-verita-sul-17-marzo-1861-ma-quale-unificazione-italiana-fu-solo-conquista-del-regno-della-due-sicilie/#comment-9880

 

 

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– L'industria chimica di Messina al tempo della Coca-Cola

di Alessandro Fumia

 

Uno dei marchi commerciali più prestigiosi al mondo è senza dubbio quello della Coca-Cola; in realtà questo prodotto, se ha ragion d’essere, deve anche ringraziare per la riuscita del marchio,  l’ingegno di un figlio sconosciuto di Messina. La bibita americana ufficialmente, fu inventata dal farmacista statunitense John Styth Pemberton l'8 maggio 1886 ad Atlanta: anche questa memoria però, nasconde retroscena molto particolari e non del tutto pubblicizzati. Il prodotto farmaceutico che il Pemberton stava studiando non era un illustre sconosciuto, ma, la sintesi evoluta di un rimedio antiemetico, messo a punto la prima volta dal farmacista corso Angelo Mariani, il quale aveva creato il famoso vino Mariani: ovvero la combinazione di vino bordeaux con cocaina, ritenuto all’epoca sanatore di molti malanni. Il farmacista americano ebbe a modificare alcuni componenti aromatici  che servivano per commercializzare in America un nuovo brevetto, il vino di coca francese già prodotto a partire dal 1880. L’intervento del governo statunitense in rapporto al consumo di cocaina e agli effetti indesiderati provocati dal narcotico, bandendo quella droga dal suo territorio nazionale, limitavano la circolazione del vino Mariani, bloccando sul nascere lo sciroppo Pemberton. L’impedimento legislativo americano allora non scoraggiò il farmacista in essere, il quale, riconvertì il suo prodotto, veicolando un nuovo preparato farmaceutico, inserito nella categoria commerciale dei soft drink terapeutici; il nuovo sciroppo prevedeva altri ingredienti, inserendo una base di noci di cola dal gusto amaro e glucosio per aromatizzarne la poltiglia, trattato con alcool, così come conferma un'antica etichetta del 1885 conservata e studiata dal Dipartimento dell’Università di Buffalo. Successivamente il farmacista americano, inventandosi un prodotto che avrebbe sbaragliato i concorrenti in tutto il mondo, vi aggiunse dei componenti chimici allora sconosciuti nell'imbottigliamento per sviluppare anidride carbonica, eliminando l’alcool dal suo preparato portentoso. La trovata di utilizzare noci di cola dagli effetti sulla salute simili a quelli prodotti dalla cocaina, rimediavano alle nuove contingenze; associandovi al preparato l’acido tartarico e l’acido citrico sintetizzato e prodotto dall'industria chimica messinese, che fin dall'epoca borbonica si era specializzata a produrre, grossi quantitativi di cristalli di acido citrico confezionati in barile, inseriva sul mercato statunitense un prodotto mai trovato in nessun luogo al mondo. Infatti, era già noto, dalle produzioni e dalle miscelazioni in acqua, l’azione combinata di questi due acidi che producevano anidride carbonica. Il nuovo concentrato venne chiamato Coca-Cola dal tipico colore brunato, effetto dei pigmenti presenti nelle noci di cola dalle tonalità rossastre, e dall’utilizzo degli oli agrumati messinesi che si mostrano neri o marroni. Il cambio di strategia terapeutica (il prodotto era comunque osservato come un farmaco), ma anche commerciale, modificandone la natura di sostanza non alcolica, concedeva al preparato anche gli effetti benefici del più famoso rimedio contro il vomito e suoi spasmi viscerali. L’utilizzo dell’acido tartarico presente in grande quantità nell’uva e dell’acido citrico presente in notevoli concentrazioni negli agrumi, sviluppava nella reazione chimica anche un gusto lemon dal valore rinfrescante. La presenza di olio citrato nella bevanda, viene confermata dalle etichette del 1886. L’olio citrato era un preparato commercializzato dagli stabilimenti di Messina già a partire dal 1820, i quali rifornivano tutti i mercati europei e americani. Lo sfruttamento commerciale del composto, prodotto negli stabilimenti industriali messinesi, fu oggetto di una interrogazione parlamentare in una sessione del 1885, suscitata dalle osservazioni dell’Onorevole Damiani. In quel fondo di discussioni parlamentari, si chiarisce la strategia nelle produzioni avallate dalla ditta Aveline con sede a Messina, specializzata nelle preparazioni e sfruttamento agrumario, così come accadeva per la Sanderson e per altre presenze e marchi made in Messina. Il mercato per l’utilizzazione dei preparati chimici messinesi già dal 1885, si era fatto largo in Francia e un anno dopo aveva attecchito in Russia, Austria e Ungheria. Conosciuto e largamente adoperato in Inghilterra e in America nello stesso periodo in cui circolava in Europa, l’olio citrato lavorato dalle produzioni agrumarie, era un prodotto di punta delle produzioni industriali nella Città dello Stretto. In quel contesto industriale, Messina assunse un ruolo di primaria importanza per essere riuscita per prima, a produrre sale di acido citrico in granuli senza passare dal vecchio metodo molto costoso, non che producendo grandi quantità di acido tartarico, prima prodotto in modo limitato nel resto del sistema industriale occidentale. Infatti, l’industria chimica al tempo in cui operò Letterio Centorrino   trattava il campo della chimica alimentare con interessata partecipazione; la tecnologia allora non permetteva di accrescere produzioni che puntassero a modificare la conservazione delle merci alimentari, pur ritenendo questo campo necessario all'evoluzione industriale nel confezionamento dei prodotti agricoli. La trovata del messinese, premiata dalla burocrazia reale delle due Sicilie con medaglia d'oro, spingeva la sua industria a brevettare il metodo per inserire le produzioni della chimica alimentare fra le perle dell'industria di quel regno. Il fiuto di Guglielo Aveline, un rampollo di una delle famiglie più potenti a Messina, lo indusse a credere nel brevetto del Centorrino, sviluppando nei suoi stabilimenti chimici già conosciuti nello smercio di sostanze utili nel comparto vinicolo, anche la produzione di acido citrico in notevoli quantità. La sintetizzazione chimica di questo sale era non competitiva sul mercato internazionale visto i costi di produzione, avendo a scindere modiche quantità di acido citrico (10 grammi ogni cinque chili di poltiglia), dalla fusione di agro cotto sperimentato in Francia e in Inghilterra. La scoperta si deve ricondurre alle strategie di un farmacista e commerciante di Messina, quali fu Letterio Centorino che già a partire dal 1834, era riuscito ad estrarre dalla poltiglia di limone l’alcool, estrapolando il 15% di sale citrato ogni cinque chili di massa industriale. Questo metodo rimase sconosciuto e segretamente conservato nelle produzioni industriali di Messina, se un altro farmacista messinese Giuseppe Restuccia, asseriva di essere riuscito a copiare il brevetto svelandone il segreto per cristallizzare acido citrico, senza componente alcolica dalla lavorazione dei limoni ancora agli inizi del XX secolo; pubblicando il suo brevetto già a partire dal 1906 a quanto risulta senza successo. Da ciò si comprende che l’industria mondiale, continuava a cercare di carpire il segreto di Letterio Centorino che ebbe a fare, le fortune degli stabilimenti messinesi in quella fase storica. Da ciò si può osservare, che l’industria tardo ottocentesca, conoscesse le qualità dei lavorati messinesi in funzione del mercato degli additivi chimici; quando Messina era ritenuta la sede principale di quelle produzioni. Si che, tutti coloro che avrebbero voluto costruire i loro prodotti commerciali e anche il Pemberton rientrava fra quelli che se ne giovarono, per rendere appetibili e concorrenziali le loro merci, sarebbero dovuti ricorrere alla chimica industriale messinese. Le cronache d’epoca in America, confermano la nuova tendenza sulla preparazione del browm-drink del Pemberton. Il quale modificandone i componenti primitivi, programmava se pur inconsciamente, una rivoluzione nell’imbottigliamento di bevande non alcoliche senza precedenti. La nuova soluzione sciroppata,  di comporre un drink con “bubbles” attraverso l’utilizzo di aromi “fruit lemons with sweet fizzy”  sarebbe divenuta una trovata vincente.

 

 

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– Garibaldi in Sud America: un corsaro, predone e saccheggiatore al servizio dei potenti

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Giuseppe Garibaldi avventuriero giramondo che nel corso della sua esistenza, sia nella sfera pubblica che privata, riuscì come abbiamo visto in precedenti inchieste pubblicate su questo blog e come continueremo a vedere in seguito a combinarne di cotte e di crude. Girando il mondo in lungo e in largo, fu più volte fuggiasco e cambiò spesso identità per sottrarsi ai propri inseguitori, come quando, nell’agosto del 1835, s’imbarcò per la prima volta in direzione dell’America del Sud, precisamente verso Rio de Janeiro, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. E fu lì che iniziò la sua fulgida carriera di “eroe dei due mondi”.

Già, un “eroe dei due mondi” che si pose, da buon mercenario, al servizio dei potenti di turno e, in particolare, di Bento Conçalves, un latifondista e ricco allevatore che, per biechi interessi, più che per fulgidi ideali, si era ribellato al Brasile proclamandosi presidente della repubblica del Rio Grande do Sul, combattendo una sua sporca guerra e mandando allo sbaraglio i farrapos (gli straccioni): contadini, pastori e schiavi negri.

Garibaldi non trovò di meglio che entrare a libro paga del presidente Conçalves e ottenere da lui la patente di corsaro. Ossia, nel senso più letterale e meno nobile del termine, ebbe l’autorizzazione come avvenne in più occasioni a saccheggiare, sequestrare o depredare imbarcazioni per conto della Repubblica Riograndese, in cambio di buona parte del bottino delle navi catturate. Non poteva esserci per il nostro “eroe” esordio più onorevole nel Nuovo Mondo.

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– 1848: il fallimento delle ipotesi federali e di quella centralistica repubblicana

di Giuseppe Ressa, da altaterradilavoro.com

La storiografia ufficiale ha bollato Ferdinando II come un re insensibile al richiamo del principio di nazionalità italiana, ma la cosa è più complessa di quello che può sembrare e, per approfondire il giudizio, è indispensabile rivedere gli avvenimenti dall’inizio. Infatti, prima che naufragasse definitivamente il progetto federale, Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, era stato più volte sollecitato ad accettare la presidenza di un’ipotetica Lega degli Stati Italiani [1] e già  nel 1831 “i liberali italiani, riuniti in congresso a Bologna, decidevano di offrire al Re di Napoli la Corona d’Italia”[2] perché lo riconoscevano come il sovrano italiano più aperto verso i loro ideali. Nel 1832, Ferdinando II propose un accordo per ben due volte, in primavera e in inverno, al Regno di Sardegna, prima di mutua assistenza e poi allo scopo di abolire ogni influenza straniera in Italia;

il governo piemontese si rifiutò [3] anche perché il 23 luglio del 1831 aveva stipulato con l’Austria un trattato difensivo e questo gli bastava per sentirsi al sicuro contro eventuali attacchi francesi; questa proposta del re meridionale fu interpretata a Vienna come una mossa antiaustriaca tesa a liberare la Penisola dal dominio asburgico e provocò le ire di Metternich. Ferdinando II ci riprovò l’anno successivo: “nel novembre del 1833,  tramite il proprio ambasciatore a Roma, conte Ludorf, egli invitava il papa Gregorio XVI a farsi promotore di una Lega difensiva e offensiva fra i vari governi della penisola“ [4], ma l’invito non fu accolto; persino il mazziniano Attilio Bandiera, autore nel 1844, col fratello e altri, di un tentativo insurrezionale unitario, prima di morire, scrisse una lettera a Ferdinando II esplicitando la sua fede repubblicana ma anche la sua disponibilità a seguirlo nel caso volesse diventare il Sovrano costituzionale di tutta l’Italia.

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– La battaglia di Bauco: l’ultima vittoria dei “briganti” borbonici

di Fernando Riccardi, da altaterradilavoro.com

Nel lungo e travagliato decennio del brigantaggio post-unitario non c’è mai stata una battaglia vera, una di quelle in campo aperto. Ci fu, invece, tutta una serie di scontri repentini, di agguati improvvisi e fulminei, di colpi di mano, di azioni mordi e fuggi con le quali gli insorgenti filo borbonici riuscirono a mettere a mal partito il ridondante, e spesso inadeguato, esercito piemontese.. Un’eccezione, in tal senso, è ciò che accadde a Bauco, l’odierna Boville Ernica1, il 28 gennaio del 1861. Bauco era, ed è tuttora, un piccolo paese raggomitolato su di una modesta altura, protetto, fin dall’alto Medio Evo, da una robusta cinta muraria. Una terra di confine, se così si può dire. Pur essendo possedimento papalino, Bauco si trovava a ridosso della linea di demarcazione che fino al settembre del 1870 ha separato il regno borbonico prima e quello d’Italia poi, dallo Stato della Chiesa. Una striscia di territorio dove le bande godevano di una libertà di movimento pressoché assoluta. In caso di pericolo passavano facilmente da una parte all’altra lasciando gli inseguitori, costretti ad arrestarsi alla frontiera, con un palmo di naso.

Cosa che dava molto fastidio ai piemontesi i quali, ad onta dell’enorme dispiegamento di uomini e di mezzi, non riuscivano a venire a capo della rivolta. La minaccia per il comando sabaudo di Sora era costituito dalla grossa banda, più di 400 uomini, del conte alsaziano Theodule De Christen alla quale si erano aggiunti i “selvaroli” di Chiavone, accampata nei pressi dell’abbazia di Casamari. In territorio papalino, quindi, ma non così distante da non poter piombare in breve lasso di tempo a Sora e dintorni.  Il 22 gennaio del 1861 il generale De Sonnaz ordinò ai suoi soldati di oltrepassare il confine e di marciare contro i briganti. Colti di sorpresa e nettamente inferiori di numero gli insorgenti si ritirarono andandosi a trincerare nella munita cittadella di Bauco.

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– Il debito con il Banco di Napoli che Menotti Garibaldi – figlio dell’eroe dei due mondi – non pagò mai!

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

(foto da Cultura Italia)

Tra vizi privati e pubbliche di Giuseppe Garibaldi molti di noi si sono spesso chiesti con quali soldi lui, che si professava povero in canna, è riuscito a comprare l’isola di Caprera. Si disse grazie all’eredità ricevuta in seguito alla morte del fratello. In genere, come avviene per giustificare l’acquisizione di patrimoni e di grosse somme di denaro di dubbia provenienza, si tende, quasi sempre, a dire che provengano da una eredità ricevuta o, come accade oggi, da una vincita all’Enalotto. E il nostro buon Garibaldi non si sottrasse, con buona pace dei dubbiosi, a siffatta consuetudine.

Il suo rapporto con il denaro si può dire sia stato sempre enigmatico e conflittuale. Come conflittuale fu, nell’ultima parte della sua vita, il suo rapporto con le banche e il fisco, che lo tediavano per cospicui debiti pregressi del figlio Menotti, di cui si era fatto garante, e per tasse dovute e mai pagate inerenti la proprietà dell’isola di Caprera. Nel primo caso, il Banco di Napoli chiese a più riprese a Menotti la restituzione di un debito di 200.000 lire (l’equivalente di alcuni milioni di Euro dei nostri giorni) di cui il padre s’era fatto garante. Alla richiesta di far fronte al prestito concesso al Garibaldi Menotti di voi figlio, l’integerrimo eroe parecchio infastidito e arrabbiato così rispose:

“Ma che volete voi? Io vi ho liberato e pretendete anche che restituisca un prestito”.

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– Sapevate che Garibaldi era uno ‘scafista’? Trasportava cinesi che poi venivano venduti come schiavi!

 

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Tutto quello che avreste voluto sapere su Giuseppe Garibaldi e non avete mai osato chiedere. Vi hanno mai raccontato i libri di storia che il nostro ‘eroe’, oltre che avventuriero, corsaro e predone, quando era esule in America fu scafista ante litteram e anche negriero? Altro che heroe de ambos mundos!

Un po’ di tempo fa, sul giornale la Repubblica, nella rubrica della cultura, in un articolo di Guido Rampolli, campeggiava un titolo a tutta pagina:

“Garibaldi fu negriero? Un mistero non chiarito”.

E, più avanti, sempre sulla pagina culturale, ma nell’edizione siciliana dello stesso quotidiano, su un articolo a firma di Tano Gullo, a proposito della spedizione dei Mille, campeggiava il titolo:

“Garibaldi, l’effimera rivoluzione dei generale gattopardo”.

L’articolo tendeva a dimostrare quanto mai la spedizione fosse una grande mistificazione storica con conseguenze deleterie che poi si ripercossero sui siciliani.

Una volta si diceva che era impossibile e quasi un reato parlare male di Garibaldi. Oggi i tempi sono cambiati, anche se da parte di alcuni – che per fortuna sono sempre molti di meno – stoicamente, si è tenta ancora di stendere un pietoso velo di complice omertà su verità, altro che gossip!, che riguardano questo equivoco personaggio, verità sconosciute ai più.

Ma torniamo al buco nero e infamante dell’attività di negriero del predicatore della “fratellanza universale”.

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FEBBRAIO 2017

 

PER NON DIMENTICARE

– 2, 3 febbario 1799 – L’eccidio di Ripa Teatina (Ch)

Furono massacrati otto frati del Convento

 

(foto tratta da mondodelgusto.it)

 

 

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– 13 febbraio 1861; capitolazione di Gaeta.

Gaeta ed i gaetani diedero ben vasto contributo di sangue e di eroismi al Risorgimento d’Italia: pagarono lo scotto più amaro e sanguinoso. Sull’antica Gaeta le artiglierie di Cialdini lanciarono quasi 160.000 bombe; sul Borgo ne caddero più di 35.000; una pioggia di 115.000 proiettili investì tutta la città. Case e palazzi furono colpiti, sventrati, abbattuti; al momento della resa c’erano ovunque cadaveri, rovine, ammalati e feriti.

– Antonio Ciano, Le stragi e gli eccidi dei Savoia, Graficart, Formia 2006, pag. 95.

(foto da luminous-lint.com)

Il bilancio delle vittime ufficiali dell’assedio, registrate al momento della firma della capitolazione.

Morti:      826

Feriti:      569

Dispersi: 200

Nelle stime sono esclusi i civili (in città se ne contavano tremila nel dicembre 1860) rimasti sepolti e uccisi dalle bombe piemontesi, ma naturalmente anche i militari morti negli ospedali per le ferite e il tifo nei mesi successivi.

Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli Editore, pag. 293.

 

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– Tramonto di un Regno

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

13.2.2017

Oggi i duosiciliani ricordano l’ultimo atto ufficiale del Regno delle Due Sicilie. La frase è tratta dal ‘Il Saccheggio del Sud’ di cui riportiamo uno stralcio che riguarda proprio il tramonto di quel 13 febbraio 1861. Il sole scende inesorabile oltre l’orizzonte e viene la notte cupa e terribile della malaunità italiana. Ma ogni tramonto ha la sua alba. Noi stiamo lavorando per questa…

 “Comunque tra i responsabili della roccaforte Rituccci e Marulli e il comandante sabaudo Cialdini vi sono contatti vieppiù frequenti nella prima metà di febbraio. Per la sfacciataggine dei Sardi, che in ogni tregua riattano ed incrementano le opera fortificate accusando di tali nefandezze proprio gli innocentissimi assediati, le trattative proseguono sotto il perenne duello di artiglieria. Da parte degli invasori si spara puntando maggiormente sulla quantità dei colpi, favoriti dalla maggior gittata e precisione dei pezzi in dotazione, avendo un bersaglio facile e rifornimenti senza alcun limite; ovviamente non ci si preoccupa di evitare di colpire le case civili e i presidi sanitari debitamente segnalati con grave nocumento per tanti disgraziati. Da parte dei Borbonici si risponde con veemenza ed impegno crescenti per la lenta diminuzione della quantità dei colpi.

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http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7899

 

 

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– Quando il massone Garibaldi si mise a disposizione della Chiesa di Roma. E gli ‘storici’? Tacciono…

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Forse non tutti sanno che Giuseppe Garibaldi il massone dei due mondi e primo massone d’Italia si mise per fame, per bisogno e necessità a disposizione del Papa e della Chiesa. A tal proposito vi raccontiamo la storia dell’eroe dei due mondi e il suo lungo e travagliato excursus di adesione alla massoneria e la sua contraddittoria disponibilità, lui massone impenitente, di mettere la sua spada al servizio di Pio IX e della Chiesa romana. Ma cominciamo dall’inizio.

Appunto dalla sua iniziazione alla “Fratellanza Universale” che avvenne nelle lontana America del Sud, a 37 anni, nel 1844 per poi concludersi con la sua consacrazione a Gran Maestro nel 1864. Il primo approccio di Giuseppe Garibaldi alla Massoneria avviene nel 1835, ai tempi della sua permanenza in Brasile, in seguito alla frequentazione dell’amico e compatriota Livio Zambeccari, a sua volta affiliato alla loggia massonica di Porto Alegre, ai tempi della Repubblica del Rio Grande do Sul.

In seguito, prenderà maggiore dimestichezza con “cappucci, grembiuli, mattoni e cazzuole”, iscrivendosi, nel 1844, a Montevideo alla loggia L’asil de la virtude (loggia irregolare). Sempre nello stesso anno e nella stessa città, aderisce alla loggia Les amis de la patrie sotto il Grande Oriente di Francia. Nel 1850, frequenta le logge massoniche di New York, per poi ritrovarsi negli anni 1853/54 “alloggiato” alla Philadelphes di Londra.

Ma è nel 1859 che in Italia è autorevole protagonista della ricostituita loggia del Grande Oriente d’Italia insieme, tra gli altri, a Cavour, a Filippo Cordova, a Massimo D’Azeglio e al gran maestro Costantino Nigra. Siamo nella immediata vigilia della spedizione in Sicilia e, come abbiamo visto, le massonerie di Londra e Torino, preparandola a puntino, avranno un ruolo determinante e incisivo per la buona riuscita dell’impresa.

A Garibaldi, entrato da “conquistatore” nella capitale dell’Isola, nel giugno del 1860 verranno conferiti, dal Grande Oriente di Palermo, tutti i gradi della gerarchia massonica (dal 4° al 33°) e la nomina a Gran Maestro. Officianti della cerimonia, che si svolse a Palazzo Federico, in via dei Biscottari, Francesco Crispi e altri cinque fratelli massoni. Alcuni giorni dopo, sempre a Palermo, il neo Gran Maestro, in virtù del massimo grado appena attribuitogli dalla gerarchia massonica, firma le proposte di affiliazione del figlio Menotti (1 luglio 1860) e di alcuni autorevoli componenti il suo stato maggiore: Giuseppe Guerzoni, Francesco Nullo, Enrico Guastella e Pietro Ripari (3 luglio 1860).

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http://www.inuovivespri.it/2017/02/10/quando-il-massone-garibaldi/#more-20674

 

 

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– LA GUERRA CIVILE NEL SALENTO – Cronaca storica della prima resistenza nel Salento – Luglio e Agosto 1861 – Il Regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

A Serracapriati in Terra d’Otranto (…) Tutti questi paesi subiscono dopo pochi giorni la repressione disumana dei piemontesi che uccidono, saccheggiano e danno alle fiamme le case. Molte centinaia di persone senza alcun motivo sono arrestate e deportate in Piemonte o in Lombardia.

Mentre il 21 luglio, l’ex sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, riuniva una folta comitiva di guerriglieri nei boschi vicini (Romano dà alla sua banda una vera e propria struttura militare caratterizzata da una ferrea disciplina), lo stesso giorno, il 21 luglio 1861, si verificava uno scontro tra un reparto di guardia nazionale e un gruppo di resistenza di Cellino S. Marco. 11 sono catturati e portati a Brindisi dove sono fucilati.

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http://belsalento.altervista.org/la-guerra-civile-nel-salento-cronaca-storica-della-prima-resistenza-nel-salento-luglio-e-agosto-1861-il-regno-delle-due-sicilie-e-annesso-al-piemonte/

 

 

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– L'INGHILTERRA, I MILLE E LA RUSSIA

di Giuseppe Iannello, da nexusedizioni.it/it

 

Centocinquant'anni fa lo sbarco dei mille in Sicilia che determinerà le sorti dell'Italia. Cosa c'entra la Russia? C'entra in una sorta di guerra asimmetrica (1) che ha come scenario l'Oriente, lontano e vicino, tra l'Impero Britannico, padrone dei mari, e l'Impero Russo, tutto continentale, euroasiatico, sempre più bisognoso di sbocchi sicuri sul mare.

Il Regno delle due Sicilie era un fedele alleato dello Zar e rappresentava una potenziale mina (2) vagante nel cuore del Mediterraneo. La guerra di Crimea, promossa con abilità e astuzia da Lord Stratford de Radcliffe, aveva impedito lo scivolamento dell'Impero Turco nella sfera di influenza russa. Ora c'erano da eliminare i Borbone, poco docili ai diktat commerciali di Londra e in possesso di una possente e moderna flotta. Nasce così quella che è stata definita una delle più capillari e pianificate opere di corruzione (a suon di piastre turche – la moneta che contava nelle acque del mare nostrum) di tutti i tempi.

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http://www.nexusedizioni.it/it/CT/linghilterra-i-mille-e-la-russia-5424

 

 

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– Il boccaccesco matrimonio di Giuseppe Garibaldi con una minorenne un po’ ‘vivace’…

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

Se Giovanni Boccaccio anziché nel 1300 fosse vissuto qualche secolo più avanti avrebbe certamente scritto una versione aggiornata del suo Decamerone con protagonista principale l’ ‘Eroe dei due Mondi’, alias Giuseppe Garibaldi, narrando con dovizia di particolari il matrimonio della stagionata camicia rossa con una giovanissima rampolla della nobiltà lombarda di allora, la marchesina Giuseppina Raimondi.

Chi meglio di Giovanni Boccaccio avrebbe potuto infatti narrare, aggiornando la sua celebre opera narrativa, il matrimonio celebrato esattamente 157 anni fa, nel gennaio del 1860, a Fino Di Mornasco, in provincia di Como in riva all’omonimo lago, tra il biondo ‘condottiero’ del risorgimento e la già citata marchesina, di cui pochi, per il complice silenzio della storiografia ufficiale, conoscono l’esistenza. Ma andiamo alla cronaca rosa-nera di quell’evento che, da lieta, nel breve giro di poche ore (infatti durò il breve spazio di un mattino) si trasformò in tragi-comico. Una vicenda che, in conclusione, finì per coprire di ridicolo il nostro ‘Eroe dei due mondi’.

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http://www.inuovivespri.it/2017/02/04/il-boccaccesco-matrimonio-di-giuseppe-garibaldi-con-una-minorenne-un-po-vivace/

 

 

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– Mafia e camorra hanno un papà. Si chiama Peppino Garibaldi

di Giuseppe Scianò, da ora-siciliana.eu

 

Al fine di evitare che ogni volta le commemorazioni della nascita di Giuseppe Garibaldi si trasformino in una riproposizione di quell’agiografia risorgimentale, che dal 1860 in poi è servita per alienare culturalmente il Popolo Siciliano e i Popoli del Mezzogiorno d’Italia, riteniamo doveroso ricordare, seppure sinteticamente e in ordine cronologico, i fatti che caratterizzarono la conquista, appunto, della Sicilia e del Mezzogiorno, nel più severo rispetto della verità storica.

Iniziamo con la partenza della cosiddetta Spedizione dei Mille. Con una sceneggiata mal recitata (ma che è il preludio di tante altre commedie e purtroppo anche di tragedie che avrebbero caratterizzato la conquista del Sud), la sera del 5 maggio del 1860 un manipolo di “audaci”, guidato da Nino Bixio fece finta di “rubare” alla Compagnia Rubattino due grossi piroscafi che stavano lì, placidamente alla fonda, destinati a essere catturati dai futuri Padri della Patria e opportunamente riforniti di tutto compreso il plenum dei rispettivi uomini di equipaggio che, a loro volta, fingevano di dormire.

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https://www.ora-siciliana.eu/blog/mafia-e-camorra-garibaldi/

 

 

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– “Le due Italie” è un buon incipit per raccontare il Risorgimento

da altaterradilavoro.com (Tratto da Massimo Viglione, 1861. Le due Italie. Identità nazionale, unificazione, guerra civile, Ares 2011)

 

Un colpo d’occhio dato con serenità intellettuale e lucidità mentale sulla storia d’Italia degli ultimi duecentoquindici anni nel suo insieme, non può non coglierne come filo conduttore la violenza, frutto della divisione ideologica che mette radice in un preciso momento della nostra storia. Basti per il momento, al fine di introdurre il discorso, ricordare un fatto evidente quanto dimenticato: noi siamo l’unico popolo al mondo – di sicuro almeno nel mondo occidentale – che negli ultimi due secoli ha subito tre guerre civili, fra le quali la più nota, quella tra fascisti e partigiani, è in realtà di gran lunga la meno cruenta delle tre. Ben più tragica fu la guerra civile precedente, dal 1860 al 1865, che vide da un lato italiani piemontesi e «piemontesizzati» al seguito di Casa Savoia, e dall’altro italiani che non furono d’accordo a farsi piemontesizzare.

Stiamo naturalmente parlando della guerra condotta dal neonato Stato italiano contro i ribelli borbonici del Meridione, noti con l’equivoco appellativo di «briganti». Tratteremo in seguito tale triste pagina della nostra storia. Altrettanto tragica – soprattutto dal punto di vista ideologico – era stata la prima delle guerre civili, quella fra giacobini e insorgenti ai tempi dell’invasione napoleonica. Per iniziare a fornire una prima immediata spiegazione di tale fatto, occorre tener presente che c’è un anno fatidico nella storia degli italiani, una data di cui nessuno o quasi sa nulla, che mai si ricorda, e che invece svolge un ruolo d’importanza capitale, molto più del 1848, del 1861, del 20 settembre 1870, del 1915-’18, del 1922, anche dell’8 settembre ’43, e poi del ’45, del 2 giugno ’46, del 18 aprile ’48, e così via. È l’anno 1796. Come detto, questa data non dice nulla a nessuno, e anche il lettore forse sarà perplesso. Eppure è così. Il 1796 sta all’Italia come il 1789 sta alla Francia.

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– L’inno di Mameli? Non è l’inno della Repubblica italiana, ma quello dei massoni!

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

Questo inno massonico ha anticipato e accompagnato la ‘conquista’ del Sud da parte di quei ‘briganti’ dei Savoia. I massoni si schierarono con i piemontesi per massacrare le popolazioni del Mezzogiorno che si ribellavano alle angherie e alle prepotenze di Vittorio Emanuele e dei suoi sgherri. Una ribellione contro un invasore volgare e ignorante che gli storici prezzolati hanno definito “lotta al brigantaggio”. In realtà, i “briganti”, come già detto, erano i Savoia e i massoni che li spalleggiavano!  

Vi siete mai chiesti perché il nostro inno nazionale inizia con la parola “fratelli” ? E, su questo vi siete mai data una risposta? A tal proposito vale bene ricordare che l’inno di Mameli non è mai stato l’inno ufficiale della Repubblica italiana, bensì un inno ufficioso o, per meglio dire “precario” come, del resto, lo è la maggior parte di tutto ciò che avviene in questo nostro Paese. A ben vedere, per quanto infatti diremo, il “precario” e ufficioso inno di Mameli si può definire a buon diritto l’inno che la massoneria impose alle nascente Repubblica italiana nel lontano 1946 in sostituzione della “marcia reale” che aveva caratterizzato il precedente periodo monarco-fascista.

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– Dagli Angioini ai Borbone: breve storia di Napoli Capitale attraverso 6 secoli

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

 

Tanti sono i primati e le bellezze che rendono grande Napoli. Infinito il retaggio culturale, stratificata e complessa la sua storia, ma tra le tante ricchezze che devono renderci orgogliosi di essere napoletani, spesso se ne dimentica una e non di poco conto: Napoli è stata capitale, tra le più importanti e grandi d’Europa.

Già prima d’essere omaggiata di tale titolo, Napoli vanta una storia importantissima che affonda le sue radici in uno sfavillante passato magnogreco, fino a giungere ai fasti imperiali sotto l’egida di Federico II di Svevia. Si sa che nel 1137 Ruggiero II d’Altavilla conquistò la città e la inglobò nel suo Regno di Sicilia, che fu una delle realtà politiche tra le più brillati nell’Europa dei secoli XII e XIII. Malgrado la capitale di quel regno fosse Palermo, Napoli acquisì sempre più importanza, fino a diventare nel 1266 la residenza di Carlo d’Angiò che, grazie all’investitura papale ed alle vittorie militari su Manfredi e Corradino di Svevia, si appropriò del titolo di re di Napoli e Sicilia.

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/179605-dagli-angioini-ai-borbone-breve-storia-napoli-capitale-6-secoli/

 

 

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– La storia negata: prima del 1860 il Sud era più ricco del Centro Nord Italia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

È ormai ricorrente, da parte di una prevalente pubblicistica che ha avviato da tempo una attenta e illuminata revisione storica, l’opinione che, prima dello sbarco dei Mille, nel Regno delle due Sicilie era in atto un vero e proprio miracolo economico. Un pubblicistica che, attraverso studi e documentate ricerche, tende a dimostrare, a differenza di quanto sinora ci hanno raccontato, che nel Sud, ancor prima dell’Unità d’Italia, era stato avviato un proficuo e significativo  processo di industrializzazione.

Quando Garibaldi, prima del 1860, si incontrò in America Latina con gli emigrati, questi erano quasi tutti settentrionali. I meridionali, a quel tempo, a casa loro ci stavano bene. Il Regno delle due Sicilie possedeva la seconda flotta di Europa (9.848 bastimenti con 259.910 tonnellate di stazza totale), un debito pubblico ininfluente, una moneta forte. Il complesso siderurgico di Pietrarsa, nel Napoletano, vantava un fatturato che al Nord si sognavano.

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http://www.inuovivespri.it/2017/01/27/la-storia-negata-prima-del-1860-il-sud-era-piu-ricco-del-centro-nord-italia/#comment-6879

 

 

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– Le banche siciliane (e in generale del Sud): come le hanno saccheggiate, da Garibaldi ai nostri giorni

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

Dal 1860 ai nostri giorni la Sicilia è una colonia dell’Italia. Tale affermazione, tutt’altro che paradossale e peregrina, con i dovuti riscontri, viene legittimata da quanto per più di 150 anni è avvenuto ai danni sistema bancario siciliano e meridionale da sempre predato e saccheggiato dagli istituti di credito del Nord.

Il saccheggio della banche meridionali inizia con l’entrata di Garibaldi a Palermo, nel maggio del 1860, quando il liberatore nizzardo, senza colpo ferire, si impossessò di 5 milioni di ducati d’oro, equivalente a 86 milioni di Euro dei nostri giorni, contenuti nelle ‘casse’ del Regio Banco di Sicilia. Quando giungerà a Napoli, il duce delle camicie rosse ripeterà la stessa operazione con il saccheggio del Banco di Napoli in cui erano contenuti 6 milioni di ducati equivalenti ad attuali circa 90 milioni di Euro. Con questi atti di pirateria bancaria inizia il saccheggio delle banche meridionali sino ad allora floride e le cui riserve auree riempivano oltre misura i depositi dei Banchi di Sicilia e di Napoli.

Le ingenti somme sottratte servirono a pagare le spese di guerra e le malversazioni della spedizione garibaldina e, di esse, la rimanente gran parte verrà trasferita a Torino servirà poi ad implementare le asfittiche ‘casse’ delle Banche dei Savoia. Con questo atto di pirateria e di appropriazione indebita dei risparmi dei siciliani e dei napoletani inizia, senza soluzione di continuità e sino ai nostri giorni, il drenaggio delle ricchezze e delle risorse economiche dei meridionali a beneficio degli istituti di credito e dell’economia del Nord.

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http://www.inuovivespri.it/2017/01/21/le-banche-siciliane-e-in-generale-del-sud-come-le-hanno-saccheggiate-da-garibaldi-ai-nostri-giorni/

 

GENNAIO 2017

 

– Un po’ di Storia…, di Mario C. Cavallaro, Mcc – Libbri, Giarre (Ct)

 

 

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– Il brigantaggio nell’area salentina Ciro Annicchiarico di Grottaglie, detto “Papa Giru” e il massacro di Martano

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

(immagine da altritaliani)

Il brigantaggio salentino nel corso dei secoli ha  dato vita sia al semplice banditismo, ma anche a movimenti di ribellione ideologica e lotta politica, come è stato per il BRIGANTAGGIO in generale dell’Italia meridionale pre e post unitaria (vedi scheda). Ciro Annicchiarico detto Papa Giru è stato un celebre brigante preunitario pugliese (nato a Grottaglie in provincia di Taranto), ebbe una vita rocambolesca, passando da prete a brigante. il famoso sacerdote/brigante la cui esistenza non solo ha scritto le pagine della storia dei primordi del brigantaggio nell’area salentina, ma è egli stesso un personaggio complesso ed ambiguo che oscillò con molta disinvoltura tra la Carboneria ed i Borbone, tra la Chiesa e la Massoneria, tra la vendetta o la violenza e la difesa delle aspirazioni sociali del popolo. Nato il 15 dicembre 1775 a Grottaglie in provincia di Taranto, morì fucilato a Francavilla d’Otranto (la attuale Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi) il 18 febbraio 1818 dopo una vera e propria campagna militare condotta dal generale Borbonico Richard Church (irlandese).

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http://belsalento.altervista.org/il-brigantaggio-nellarea-salentina-ciro-annicchiarico-di-grottaglie-detto-papa-giru-e-il-massacro-di-martano/

 

 

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– Savoiardi, Torinesi, Piemontesi così hanno fatto l’Italia

da altaterradilavoro.com

La notte del 18 ottobre del 1853 una moltitudine di popolo si affollò sotto la casa del Conte Camillo Benso di Cavour. Quei cittadini non volevano inneggiare al loro primo ministro, volevano solo dimostrare la loro rabbia nei confronti di uno speculatore. Cosa era successo? In quell’anno i raccolti di grano erano stati scarsissimi in tutta Italia, persino nel Regno delle Due Sicilie, di solito super produttore di tale primaria fonte di nutrimento. Ma, mentre Ferdinando II di Borbone, per calmierare i prezzi ed evitare rivolte e speculazioni, ne faceva acquistare subito grandi quantità all’estero, in Piemonte, governato dal primo ministro massone, le cose andarono diversamente. Il liberalissimo ed osannato ministro piemontese approfittò subito della carestia, fece incetta di grano a fini speculativi, riempì i granai personali anziché far sfamare i poveri. La folla inferocita, fra grida e vituperi, mandò in frantumi i vetri delle finestre della villa superprotetta del ministro speculatore che diede ordine alla forza pubblica di sparare sulla folla. Molti popolani morirono, altri furono incarcerati. Quella notte Cavour, oltre che speculatore, divenne anche assassino. Il giornale l’Indipendente ammonì il primo ministro ad aprire i suoi granai per far sfamare i poveri torinesi che lo accusavano di incetta immorale e contro legge. Il giornale fu denunciato per diffamazione e difeso dall’avvocato liberale Brofferio della Bigongia. Questi confutò davanti alla Corte le accuse dimostrando che il Cavour aveva ammassato grani, in violazione della legge. Dalla difesa fu esibito anche un atto notarile attestante la partecipazione del primo ministro al 90% delle azioni della Società Mulini di Collegno, il cui presidente, fu dimostrato, era il Cavour stesso. La magistratura era a quel tempo completamente asservita al potere politico in Piemonte e nonostante ciò gli imputati furono assolti.

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http://www.altaterradilavoro.com/savoiardi-torinesi-piemontesi-cosi-hanno-fatto-litalia/

 

 

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– SICULI IN SARDEGNA

di Claudio D’Angelo, dalla pagina Fb. di Storia di Sicilia…..come Storia del Popolo siciliano

Nel neolitico, tra i popoli che occuparono la Sardegna, in una zona vicino Cagliari rileviamo la presenza di una tribù molto vicina ai Siculi… i Siculensi.
Si trattava di un’antichissima colonia trapiantata dall’Italia; Tolomeo li elenca tra gli abitanti dell’isola di Sardegna ai suoi tempi, stabiliti nella parte orientale, nel lato cioè più accomodato allo sbarco dall’Italia.
Abitarono a sud dei Celsitani e dei Corpicenses e a nord dei Neapolitani e dei Valentini, il loro territorio era ubicato nella subregione storica del Sarrabus, ricco di miniere di argento.
Non disdegnamo dal ritenere che possa trattarsi di una parte dei Shikalayu o Shekelesh che si dislocarono al fianco dei loro fratelli Shardana in Sardegna al rientro dai territori del Mediterraneo orientale.

 

 

 

PER NON DIMENTICARE…

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

– Il 3 gennaio 1862, a Castellammare del Golfo (Tp), vengono fucilati per brigantaggio:

 

– Angelina Romano, di appena otto anni e due mesi

– Don Benedetto Palermo di 43 anni, parroco del paese

– Anna Catalano di 50

– Mariano Crociata di 30 anni

– Angelo Calamia di 70 anni

– Antonio Corona di 70 anni

– Mariano Crociata di 30 anni

– Marco Randisi di 45

 

ANGELINA, di Michele Carilli – Vincitore Assoluto Musica XXX Premio Mondiale di Poesia Nosside 2014

di PremioMondialMosside, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=e-ScaxohHro

 

 

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– 3 gennaio 1894 – La strage di Marineo (Pa)

(immagine tratta da ildialogo.org)

 

Il 3 gennaio, Giacomo Merli, comandante della

truppa, gridò ai suoi soldati: «Caricare! Puntare!

Fuoco!». E fu una carneficina. Pur di reprimere il

movimento dei Fasci, le truppe regie spararono

contro una folla inerme: 17 le vittime innocenti.

Fonte:

https://piazzamarineo.files.wordpress.com/2011/01/pa0201-pa03-29.pdf

 

 

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– Palermo, 6 gennaio 1980 – Assassinio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella

Il 6 gennaio 1980 veniva assassinato a Palermo il Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella. Nell’esemplare discorso indirizzato al Presidente Sandro Ppertini in visita ufficiale, Mattarella difende esemplarmente le ragioni della Sicilia ma anche quelle di tutto il Sud.

(foto da comunicalo.it)

– Il discorso del Presidente Piersanti Mattarella davanti al Presidente Pertini

di I Nuovi Vespri, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=34NSMbPJZzY

 

 

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– 20 gennaio 1893La strage di Caltavuturo (Pa)

 

(foto tratta da youtube.com)

Era mezzogiorno del 20 gennaio 1893, il giorno di San Sebastiano.Nel pomeriggio, una compagnia di fanteria arrivata da Palermo scatenò una caccia all’uomo sulle alture circostanti il paese, arrestando molti dei contadini scampati alla strage. I corpi degli assassinati furono lasciati per quasi due giorni sul selciato prima che ai familiari fosse consentito di dare loro sepoltura.

Fonte:

http://www.siciliafan.it/la-strage-caltavuturo-del-20-gennaio-del-1893-cruciano-giallombardo/

 

 

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– 21 gennaio 1799: Rivolta dei Lazzari a Napoli

– Gennaio 1799: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli

di Francesco Pappalardo, da storialibera.it

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

La reazione armata delle popolazioni del Regno di Napoli – organizzate in gran parte nell'esercito della Santa Fede – contro la Repubblica Napoletana del 1799, va inserita nel più ampio contesto del così detto Triennio Giacobino (1796-1799) o, cambiando angolo di visuale, dell'Insorgenza (1796-1815), cioè dell'insieme delle sollevazioni contro-rivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia. Nascono in quel periodo effimere repubbliche, sostenute soltanto da minoranze «illuminate», che ritennero giunta l'ora per concretizzare le loro utopie o, più prosaicamente, per impadronirsi dei beni ecclesiastici e delle terre comunali su cui gli abitanti esercitavano gli usi civici da tempo immemorabile. Le popolazioni, anziché lasciarsi incantare dalla Libertà astratta e letteraria dei riformatori, insorgono concordi in difesa delle loro tradizioni e delle residue libertà concrete, mostrando che il vero elemento unificatore della nazione italiana era rappresentato dalla comune identità religiosa e culturale. La Rivoluzione, infatti, è avversata dagli italiani perché percepita nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma soprattutto straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo.

Continua a leggere su:

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/rivoluzione_francese/repubblica_napoletana/articolo.php?id=412

 

 

 

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Sulla rivoluzione del ’48 a Palermo (e in tutta Europa); proviamo a scavare un po’ di più:

– Il 1848, anno delle rivoluzioni e della Rivoluzione

di Massimo Viglione, da ilgiudiziocattolico.com

(immagine da  fra Cielo e Terra)

La “Primavera dei popoli”, come la definì Karl Marx, ebbe, a seconda degli Stati ove si manifestò, caratterizzazioni e finalità differenti: in Svizzera, in Francia e a Vienna (Paesi che da sempre possedevano unità ed indipendenza) fu rivolta eminentemente finalizzata allo sconvolgimento sociale; nei territori asburgici ebbe carattere di movimento nazionale per l’indipendenza e, nel caso specifico dell’Italia e della Germania, a ciò si aggiungeva anche la necessità dell’abbattimento dei vari Stati allora esistenti e della unificazione generale in una sola entità politica.

Per comprendere a pieno quanto accadde in quei giorni occorre naturalmente inquadrare il tutto nel più vasto fenomeno di quel processo secolare – comunemente denominato “Rivoluzione” – finalizzato alla totale sovversione della civiltà, della società e della Tradizione cristiana e europea – in atto ormai dalla fine dell’età medievale. Il ‘48 infatti non avrebbe mai potuto avere luogo senza che in antecedenza fosse avvenuta la Rivoluzione Francese, né potrebbe mai oggi essere compreso se non alla luce della immensa portata storica, politica e sociale di quell’avvenimento capitale per la storia dell’umanità. Stesso identico ragionamento vale per la Rivoluzione Francese in rapporto alla Rivoluzione Protestante, e quindi alla rivoluzione culturale umanistica, inevitabile presupposto ideale e ideologico per il futuro movimento razionalista e illuminista.

Non stiamo dicendo certo nulla di nuovo: ci appelliamo a riguardo all’insegnamento di Pontefici come Leone XIII e Pio XII, e all’autorità intellettuale di tanti maestri del pensiero cattolico.

Continua su:

http://www.ilgiudiziocattolico.com/1/275/il-1848-anno-delle-rivoluzioni-e-della-rivoluzione.html

 

 

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– Quando Mazzini scriveva ai massoni siciliani: il papato è incompatibile con il trionfo della vostra istituzione

Dagli «Scritti editi e inediti» (SEI) di Giuseppe Mazzini

 

Ai Fratelli di Sicilia

[Lugano] 27 agosto l863.

Fratelli.
Abbiatevi una stretta di mano da me ed una parola di gratitudine e di augurio.
La stretta di mano è a voi come patrioti dell'Isola iniziatrice. La parola usata e d'augurio è a voi come Massoni. Voi avete una importante missione da compiere: quella di restituire la Massoneria all'antico spirito dell'istituzione. E dico: restituire, perché la Massoneria non fu, nei periodi nella sua potenza, straniera, come poi la fecero, ai destini politici dei popoli. Fu dall'origine la santificazione del Lavoro. E il Tempio, simbolo d'un ordinamento sociale, racchiudeva nel concetto tutta quanta l'attività umana. Molay cadde vittima d'un re e d'un papa.

Piú dopo, la Massoneria dava parola d'ordine ai suoi: L.P.D. lilia pedibus destinam e distruggeva infatti i gigli di Francia. Gli Illuminati erano repubblicani. Fu soltanto nell'epoca del suo decadimento che l'istituzione si ridusse a formola di amicizia e di carità mutua, accogliendo principi nel suo seno. Il risorgere d'un Popolo è solenne occasione al risorgere dell'istituzione. E voi lo intendete e lo farete intendere ad altri. L'Italia Una e Repubblicana deve essere il Tempio dal quale la bandiera che non conosce padroni se non Dio nel cielo e il Popolo in terra, insegnerà amore, fratellanza d'uguali e associazione delle nazioni.

La vostra fede abbraccia tutta quanta l'Umanità. Ma la Patria è il punto d'appoggio della leva, l'altare dell'Umanità.

Siate dunque Italiani per potere operare colla forza di venticinque milioni di liberi a pro' dell'intero mondo. Fate che i vostri non dimentichino nelle forme lo spirito. Il simbolo senza l'idea è cadavere.
E i massoni del XIX secolo e d'Italia devono essere piú vicini d'un passo alla rivelazione dell'Idea che non quelli dei secoli addietro.

Voi volete gli uomini fratelli; volete dunque che sia abolito il privilegio ereditario governativo. Il Gran Maestro non è né può essere ereditario. Voi volete la luce per tutti. Voi dunque volete abolire il monopolio della luce e della scienza in un solo individuo. Il Grande Architetto dell'Universo non ha vicarii in terra, se non quelli che piú lavorano col sagrificio all'edificazione del suo Tempio. Guardate al Papato, e dite se la sua caratteristica è il sagrificio.

Monarchia e Papato adunque sono incompatibili col trionfo della vostra Istituzione.
Non lo dimenticate.

Fonte:

http://www.iltimone.org/32041,News.html

 

 

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– La trattativa tra Stato e mafia comincia nel 1860, con Garibaldi in combutta con mafia e camorra

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Senza l’appoggio dei picciotti della mafia, Garibaldi e i Mille, una volta sbarcati a Marsala, avrebbero trovato grandi difficoltà. Invece, grazie ai mafiosi, trovano la strada in ‘discesa’. Idem a Napoli, dove i camorristi giravano con la coccarda tricolore. La testimonianza del boss, Joseph Bonanno. Le tesi di Rocco Chinnici. La lunga stagione dei delitti ‘eccellenti’. Fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio, dove perdono la vita, rispettivamente, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e gli uomini e le donne delle rispettive scorte). Con quest’ultimo, ammazzato perché si opponeva alla trattativa tra mafia e Stato.

Quando oggi parliamo di trattativa “Stato-mafia”, non possiamo non andare indietro nel tempo e riferire questo vituperato ed aborrito binomio alle origini del nostro Paese inteso nella sua accezione unitaria. In parole povere, questo sodale rapporto tra la mafia e lo Stato nasce con l’unità d’Italia o, peggio ancora, con la mala unità d’Italia che, sin dai tempi dell’invasione garibaldina in Sicilia, si servì per le sue discusse e dubbie vittorie del contributo determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli.  

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http://www.inuovivespri.it/2017/01/07/la-trattativa-tra-stato-e-mafia-comincia-nel-1860-con-garibaldi-in-combutta-con-mafia-e-camorra/

 

 

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– “Dobbiamo davvero continuare a raccontare ai nostri studenti che il divario che c’è oggi tra Nord e Sud risalga a prima del 1860?”

da altaterradilavoro.com

Non è sempre come la raccontano i testi scolastici di storia. Non lo è quando la storia parla il linguaggio dell’Unità e dell’Unificazione. Non quando tratta i fatti del 1860.

Non quando semina la convinzione che il sottosviluppo del Sud fosse presente già prima dell’Unificazione e non dice invece che il sottosviluppo parte proprio dal 1860, soprattutto a causa dell’Unificazione, realizzata con metodi non democratici, violenti, teste mozzate, e soprattutto con un grave danno economico dovuto all’unificazione monetaria tutta a vantaggio del Nord ma a svantaggio del Sud. Il quale all’epoca deteneva monete in gran quantità e con un valore superiore quattro volte quello della moneta piemontese.

Per non parlare del debito pubblico, di entità trascurabile fino a quel momento al Sud, e pesantissimo al Nord. E non si parli neppure di arretratezza culturale o scientifica, poiché l’elenco di primati spettanti al Sud sono davvero tanti (si veda la scheda pubblicata sotto) sebbene non vengano ricordati con la dovuta attenzione. Sono queste le tesi che la professoressa Antonella Musitano, docente di lettere presso la Scuola media Istituto Comprensivo “U. Fraccacreta” di Bari Palese, espone nel suo ultimo libro intitolato “Sud, tutta un’altra storia” (Ed Laruffa, 196 pagg.).

Tesi che la professoressa, autrice di precedenti volumi tra i quali “Il Sud prima dell’Unità d’Italia” (coautrice Adele Pulice) e “Il Brigante Gentiluomo”, propone ai propri studenti e anche a quelli più grandi in occasione delle tante conferenze alla quale è invitata in giro per l’Italia. Il libro indaga nelle pieghe della storia, nella polvere degli archivi, nelle vicende del periodo risorgimentale e della difficile Unità, “alla ricerca di quella verità – spiega la professoressa Musitano – che non trova ancora spazio sui testi scolastici e la cui conoscenza e divulgazione non può più essere procrastinata se davvero si vuole costruire, dopo oltre 150 anni, un’Unità che non sia solo politica ma anche, e soprattutto, sociale ed economica”. In un percorso riccamente documentato, l’autrice analizza l’origine del brigantaggio, della protesta contadina e del pregiudizio antimeridionale, e pure il punto d’inizio di un divario economico Nord-Sud che – rimarca Musitano – non ha eguali in nessun Paese moderno e civile e dimostra come tutti questi problemi siano collocabili all’interno della nostra storia unitaria.

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http://www.altaterradilavoro.com/dobbiamo-davvero-continuare-a-raccontare-ai-nostri-studenti-che-il-divario-che-ce-oggi-tra-nord-e-sud-risalga-a-prima-del-1860/

 

 

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– SICULI GIUNTI IN ITALIA

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

Una delle prime zone in cui giunsero i Siculi nella nostra penisola fu un territorio che comprendeva Marche e Abruzzo, che raggiunsero via mare dalle coste Dalmate intorno al 1800 a.C..
In quella regione fondarono numerose città tra cui ricordiamo Ancona, Numana, Hatri (oggi Atri), Ascoli Piceno, Preti (oggi Teramo), ma stanziatono anche nel Maceratese (Caccamo, Pitino).
La loro città di riferimento divenne ben presto Palma dove si pensa fosse collocata la reggia del re Siculo Aso (che in Sanscrito significa Spada)… da lui prese nome il fiume Aso e altri luoghi nei dintorni.
I Piceni furono diretti discendenti dei Siculi, lo deduciamo non solo da prove archeologiche, ma anche dal collegamento con il re Siculo Aso, basti pensare che in epoca molto remota i Piceni vennero chiamati Asilj o Asulani, e la loro città di riferimento divenne Asuli (oggi Ascoli Piceno).

 

 

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Da “inuovivespri.it” riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– Quando casa Savoia, 155 anni fa, fece fucilare Angela Romano, una bambina di 9 anni

di Ignazio Coppola

(foto da calabresi.net)

Parliamo della rivolta dei Cutrara, andata in scena nei primi giorni di gennaio di 155 anni fa a Castellammare del Golfo. Fu la rivolta dei poveri Siciliani, che non volevano passare cinque anni della loro vita al servizio dell’esercito piemontese. I giovani delle famiglie ricche pagavano e venivano esentati dalla leva. I poveri dovevano piegarsi alla prepotenza di casa Savoia. Da qui la ribellione repressa nel sangue dai ‘galantuomini’ di Torino. Che passarono per le armi vecchi, donne e persino una bambina. Una storia di violenza e di crudeltà che i libri di storia del nostro Paese ignorano

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Ricorre in questi primi giorni di gennaio il 155° anniversario della rivolta dei “Cutrara”. Una rivolta che, per parecchi giorni, agli albori dell’unità d’Italia, insanguinò Castellammare del Golfo. Avvenimenti dei quali, come è spesso successo nella storia del nostro Paese, s’è persa la memoria e ogni traccia. Una vicenda che gli abitanti di questa cittadina siciliana del Trapanese, attraverso associazioni culturali e le istituzioni locali, con varie iniziative, meritoriamente stanno cercando di riportare alla luce squarciando così un pietoso velo che sinora ha condannato all’oblio quei tragici avvenimenti che, proprio perché facenti parte della nostra storia, ci sembra opportuno ricordare.

Il primo gennaio del 1862, a poco meno di un anno dalla proclamazione del regno d’Italia, buona parte degli abitanti di Castellammare del Golfo, stanchi delle sopraffazioni e dei soprusi subiti in così breve tempo, sopratutto per le esose tassazioni e l’imposizione del servizio militare obbligatorio, scese in piazza al grido di “Abbasso la leva e morte ai Cutrara”.

La causa scatenante della rivolta fu data, appunto, dall’introduzione della lunga leva militare obbligatoria (alla quale sotto il Borbone i siciliani erano esenti) la cui legge istitutiva, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale del 30 giugno 1861, prevedeva  discriminatamene che i figli dei poveri, non potendosi comprare l’esenzione, prevista dalla legge, erano costretti ad una lunga leva di ben 5 anni, mentre al contrario ai figli dei ricchi – appunto i Cutrara (cappeddi o galantuomini) – potendoselo permettere e pagando profumatamente venivano esentati.

Il primo gennaio 1862, esattamente 155 anni addietro, gran parte della popolazione capeggiata da due popolani Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo insorse contro questo stato di cose e contro queste ingiustizie. Dopo avere piantato una bandiera rossa al centro del paese si pose alla caccia dei notabili locali – per l’appunto i Cutrara – i nobili e i borghesi, simbolo di queste discriminazioni e di questi privilegi.

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– 1833 la crociera del Regno anticipa il Love Boat e la Pirofregata Ercole

di Errico Crisomolo, da altaterradilavoro.com

 

Oggigiorno vedere navi da crociera, vere città galleggianti, attraccate nei porti di tutto il mondo, è una cosa normale. Ma quando nel 1833 la FRANCESCO I, prima nave da crociera al mondo, entrò nel porto di Costantinopoli, destò lo stupore di tutta la popolazione e l’ammirazione del Sultano.

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http://www.altaterradilavoro.com/1833-la-crociera-del-regno-anticipa-il-love-boat/

 

 

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– BENEDETTO CROCE E LE MEZZE VERITA’

 

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Su Il Mattino G. Di Fiore riporta una lettera di B.Croce che a fine secolo dice alcune verità sui Borbone. Già dieci anni prima Gladstone aveva ritrattato il suo famoso giudizio sulle carceri e quindi sul regno della negazione di dio (che mettiamo a posta in minuscolo) perché, dichiarò,  le prigioni mai viste e la calunnia  vincente strumento di guerra. Il nostro parere è alquanto diverso dall’articolo in questione. Passim si notano  troppi luoghi comuni  agevolmente stroncabili .Onestà intellettuale e libertà di pensiero  di Croce che parla ancora di falsi testimoni nei tribunali borbonici ? Proprio lui che ha venduto la sua penna ai suoi padroni Savoia? Che ha sottratto gli atti processuali del 1799  per  essere l’unico a interpretarli e diffonderli? Che ha costruito la sua carriera sulle menzogne risorgimentali, imponendo la direzione dolosamente parziale della ricerca storica? Se  Croce attribuisce valutazioni favorevoli allo stato duosiciliano dopo averlo autorevolmente e autoritariamente distrutto e aver assistito alla sua completa scomparsa culturale, lo fa solo per l’insostenibile paragone con le nefandezze enormi di quello sabaudo. Quanto vale difendere la memoria di un condannato a morte giustiziato da anni proprio da quelle falsità che rappresentano ancora il suo cavallo di battaglia?  Resta tuttavia il fatto da sbattere in faccia a tutti i suoi “sacerdoti” intellettualoidi quando ripetono trionfalmente le misere condizioni dei prigionieri politici nelle galere borboniche. Citiamo uno stralcio della missiva ispirata dagli atti processuali a Spaventa: <almeno gli ergastolani di Santo Stefano, come il Settembrini e lo Spaventa ricevevano ogni sorta di libri (e lo Spaventa quelli, pericolosi e rivoluzionari allora, di filosofia tedesca), e studiavano e scrivevano>.

Se veramente Croce avesse fatto resipiscenza sui Borbone non avrebbe forgiato una scuola di cocciuti loro nemici tra l’intellighenzia italiana inalterabile  da oltre un secolo.  La considerazione finale è semplice. Sapendo non poche verità sui Borbone le tenne  prudentemente nell’ombra per il suo arrivismo. Da non laureato divenne ministro della istruzione nazionale (nihil sub sole novi per la situazione odierna…) e quindi seppe mettere a frutto i fraudolenti e perfidi consigli dello zio S. Spaventa che lo allevò nel peggiore dei modi. Silvio Spaventa, traditore in esilio della patria duosiciliana, che da funzionario di polizia perseguitò i briganti napolitani con accanimento infinito e torture inaudite. Ma di che stiamo parlando?

Fonte di riferimento: http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/croce_lettera_poco_conosciuta_giustizia_borbonica-2150089.html

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7749

 

 

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– Federico II: Il Sud al centro del Sacro Romano Impero. Malgrado la lotta col Papa.

di Antonio Gaitop, da vesuviolive.it

 

Il Mezzogiorno d’Italia è sempre stato culla di cultura e storia. Fucina di tradizioni e memoria. C’è stato un uomo che aveva compreso tutta la complessa bellezza di questo retaggio e cercò di omaggiarlo, col lustro e con gli onori che tuttora meriterebbe. Quest’uomo non è si è contraddistinto solo per i suoi regali natali e le gesta politiche, ma è stato grande anche per cultura ed intelletto. Celeberrimo è il contributo ed il trasporto che Federico II di Svevia ha riservato alle regioni del nostro Mezzogiorno. Impareggiabili i lasciti con i quali egli ha nobilitato questa terra: l’università degli studi di Napoli, che porta il suo nome, e Castel del Monte su tutti.

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/i-figli-illustri-di-napoli/171440-federico-ii-il-sud-al-centro-del-sacro-romano-impero-malgrado-la-lotta-col-papa/

 

 

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– LE TRE GIORNATE DI NAPOLI DEL 1799

da altaterradilavoro.com

 

Agli inizi del mese di gennaio del 1799, l’armata francese agli ordini di Championnet, straordinario personaggio che alle brillanti doti di generale unisce quelle di abile politico, si ritrova, senza colpo ferire, libera la strada per piombare su Napoli, grazie all’improvvida ritirata, dal munitissimo campo trincerato di Capua, delle truppe avversarie guidate dal generale Mack, il quale, peraltro, nell’operazione di sganciamento, perde oltre la metà dei suoi uomini. Praticamente una disfatta senza combattere.

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http://www.altaterradilavoro.com/le-tre-giornate-di-napoli-del-1799/

 

 

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– LA SICILIA

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

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Molti storici antichi indicano che vari luoghi, abitati dai Siculi, vennero chiamati Sicilia… vediamone alcuni:
• Stefano Bizantino – l’Isola di Nasso (o Naxos) fu chiamata “Sicilia minore” o “Piccola Sikelia”; lo stesso nome era stato dato a un isolotto nel Canale di Eubea;

• Esichio – colloca la Sicilia nella Tracia; poi aggiunge che i Siculi che abitavano la Tracia hanno lasciato il nome di Sicilia nell’Epiro;

• Ebert – una regione della Tracia occupata dai Siculi era chiamata Sicilia;

• Jean Bérard – una collina nei pressi di Atene si chiamava Sikelia;

• Pausania – ad Atene si narrava che i Pelasgi della città erano stati un popolo di stirpe sicula sbarcato dall'occidente in Acarnania – sia che i Siculi dell'Acarnania provenissero direttamente dalla costa tirrena dell'Italia centrale, della quale erano originari, sia che si voglia intendere che la migrazione avesse avuto la Sicilia (gli Elimi) come sede intermedia, la loro origine italica è indiscutibile;

• Plinio – in Peloponneso vi era un’altra Sicilia; infatti esisteva una località chiamata Sikelia;

• Plinio Seniore – Quando i Siculi occuparono il Piceno e la Gallia, il senso comune ci dice che tal tratto fu chiamato Sicilia (per Gallia intendeva le marche settentrionali – vedasi Senigallia);

• Servio – il Piceno, in età arcaica, si chiamò Sicilia, dal nome dei Siculi che vi si erano stabiliti;

• Dionigi – un quartiere di Tivoli ancor oggi conserva il nome di Siciliano, perché ci sono ancora dei Siculi.

(nella cartina vengono riportate le varie indicazioni degli storici)

Fonte:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=360482097645814&id=100010520800176

 

 

DICEMBRE 2016

– LA FINTA RIVOLUZIONE FRANCESE (by Rothschild), LA TRUFFA DELLE TRUFFE, DOVE EBBE INIZIO LA SCHIAVITÙ MODERNA

da complottisti.com

(immagine da mondointasca)

‘La rivolta spontanea del popolo francese il 14 luglio, la cosiddetta rivoluzione ‘Francese’ è una truffa.

La Rivoluzione detta “francese”, fu un colpo di Stato ad opera dei club massonici (Jacobins) finanziati dai banchieri, tra gli altri Laborde de Méréville, Boscary, Dufresnoy , sostenuto dal partito del Duca d’Orléans, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia e sostenuto dall’ Inghilterra tramite l’ordine cavalleresco Saint-Georges … L’obbiettivo era ribaltare tutto, distruggere le tradizionali Istituzioni del Paese (monarchia, religione) per sostituirle con un ordine “nuovo” , un Francese nuovo: il “cittadino”.

Alla fine: l’Inghilterra ci guadagnò; la Francia arretrò senza possibilità di recupero.
Questi furono i risultati. Parlare oggi di «rivolta del popolo», è raccontare una grande burla smentita dai dati storici.

Considerandosi “patrioti’, i rivoltosi sinceri (non parliamo degli istigatori pagati …) non sapevano di essere manipolati dalla massoneria (Grande Oriente di Francia del Duca di Orléans e massoneria inglese) .

I “rivoluzionari” hanno dato l’esempio di un disprezzo inaudito per l’idea stessa di rappresentatività: “I 749 membri della Convenzione furono eletti in un tale clima di terrore organizzato, che le astensioni raggiunsero il 90% … tenendo conto delle modalità di censo elettorale e del diniego di diritto al voto per le donne, questa Assemblea rappresentava meno del 3% di questo popolo ” (Jacques Heers, Un homme un vote?, Editions du Rocher, Monaco 2007, p. 208-209).

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http://www.complottisti.com/la-finta-rivoluzione-francese-by-rothschild-la-truffa-delle-truffe-ebbe-inizio-la-schiavitu-moderna/

 

 

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– Arpino al tempo dei Francesi, Gennaio 1799

di Raimondo Rotondi, da altaterradilavoro.com

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http://www.altaterradilavoro.com/arpino-al-tempo-dei-francesi-gennaio-1799/

 

 

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– … e fu così che i Savoia , con una truffa, s’impadronirono di Venezia e del Veneto!

di Manfredi Mosca, da inuovivespri.it

Sentite condoglianze, amici del Movimento Venetista! Oggi 7 novembre 2016, ricordiamo e celebriamo il 150esimo anniversario di quando, a cavallo della Bella Rosina, il re galantuomo, al secolo Vittorio Emanuele II, Re d’Italia per grazia di Dio (e degli inglesi) e soprattutto per volontà della Nazione (quale?) entrò da padrone a Venezia. La dimostrazione che l’Italia è nata male e sbagliata dal Veneto alla Sicilia

Era appunto il 7 novembre del 1866 e l’Italia aveva vinto a sua insaputa la terza guerra di indipendenza.

Per chi volesse saperne di più rispetto all’iconografia ufficiale, vi raccontiamo noi per filo e per segno quell’epopea e così capirete come è stata “fatta” l’Italia senza italiani.

Nell’aprile 1866 il già glorioso Regno d’Italia concluse una alleanza militare con la Prussia, e contro l’Austria, proprio per unire la Venezia e il suo territorio, al Regno. Per la verità gli austriaci si erano detti disposti a consegnare il Veneto all’Italia senza colpo ferire, ma il Re galantuomo, al quel non fregava niente dei giovani soldati italiani che sarebbero morti in quel conflitto, per onorare la parola data ai Prussiani (e fu quella la prima e l’ultima volta nella storia di quella sciagurata dinastia), scese in guerra

Mentre l’Italia si copriva di “gloria” per terra e per mare (sconfitte pesantissime a Custoza e Lissa), i Prussiani, gente seria, portarono l’Austria al collasso e la costrinsero all’armistizio a Nikolsburg.

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http://www.inuovivespri.it/2016/11/07/e-fu-cosi-che-i-savoia-con-una-truffa-simpadronirono-di-venezia-e-del-veneto/#more-16513

 

 

PER NON DIMENTICARE…

 

– Tagliacozzo, 8 dicembre del 1861

L'8 dicembre del 1861, a Tagliacozzo, i piemontesi fucilavano il generale catalano José Borges, valoroso legittimista che aveva messo la sua sciabola al servizio di Sua Maestà Francesco II di Borbone, catturato, assieme ai suoi uomini, presso la cascina Mastroddi nel comune di Sante Marie. 

(da istitutoduesicilie.blogspot.it)

 

 

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– Caltagirone (Ct), La battaglia del 29 dicembre 1945

58 giovani eroi dell’ Evis contro 3.000 soldati italiani.

di Pippo Scianò, da ora-siciliana.eu

Era il 29 dicembre del 1945. A Caltagirone, in località Monte San Mauro, si svolse l’epica battaglia che coinvolse 58 giovani dell’Evis (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia) guidati da Concetto Gallo e le truppe dell’esercito del Regno d’Italia, circa 3.000 uomini, comandate dal generale Fiumara dotate di mezzi e di armi pesanti. Fu un evento che ebbe riconoscimento politico anche in campo internazionale.

La battaglia si protrasse dalle 9 e 30 del mattino al tardo pomeriggio e si concluse dopo che Concetto Gallo aveva fatto defilare tutti i suoi uomini attraverso sentieri inaccessibili con lo scopo di restare solo ad affrontare, con il suo suicidio, la resa finale. Contravvenendo agli ordini dello stesso Gallo, due giovani “evisti”, Giuseppe La Mela e Amedeo Bonì, restarono al fianco del loro comandante fino alla fine, rappresentata dalla cattura. Mentre il suicidio, tentato, non era riuscito.

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http://www.ora-siciliana.eu/blog/giovani-evis/

 

 

 

NOVEMBRE 2016

 

– L’Inno di Paisiello suonato a suo tempo a Palermo durante le riprese del film “Dimenticare Palermo”, ma anche durante le processioni in onore della Patrona della città, Santa Rosalia.

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

VIDEO

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7506

 

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– Pio IX e la vittoria di Mentana

da centrostudifederici.org

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http://www.centrostudifederici.org/pio-ix-la-vittoria-mentana/

 

 

 

PER NON DIMENTICARE

– 7 novembre 1860: la strage di Roseto Valfortore


Il 7 novembre 1860 cinque inermi cittadini, tra cui 3 ragazzi ventunenni ed un ex soldato borbonico padre di famiglia, vengono trucidati dai garibaldini solo perché rei di essere simpatizzanti borbonici.

Tratto da:

http://www.ilfrizzo.it/Storia0993.htm#.U1JDEyTbpd0.facebook

 

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– Il cambio nel 1859 era 1 Ducato = 4,25 Lire

da altaterradilavoro.com

Un Ducato Napoletano equivale quindi a lire 31.223,47, pari a 16,13 euro.(moltiplichiamo per 443milioni) Tutto il sistema monetario era garantito in oro nel rapporto uno ad uno, la lira piemontese invece era garantita nel rapporto tre ad uno (ogni tre lire in circolazione erano garantite da una sola lira oro).

La monetazione delle Due Sicilie risaliva ad un sistema di 2500 anni prima, con le zecche della Magna Grecia.

LA LATRINA Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 sopprime il nostro millenario sistema monetario il governo unitario messo fuori corso il Ducato con la legge del 24 agosto 1862, triplicó in un sol colpo la massa monetaria incamerata con l’annessione delle Due Sicilie. chiuse tutte le banche al sud, che normalmente servirebbero a favorire lo sviluppo dell’indotto economico e delle imprese…

Fonte:

http://www.altaterradilavoro.com/il-cambio-nel-1859-era-1-ducato-425-lire/

 

 

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– Ma che Storia importante ha Arpino, da Re e non………Ciociara

di Raimondo Rotondi, da altaterradilavoro.com

(immagine da wikipedia)

Nel 1744, tornando dalla vittoriosa battaglia di Velletri, Carlo di Borbone sostò in Arpino, dove decretò la restituzione alla città di alcune prerogative fino a quel momento arrogate dal Duca di Boncompagni.

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http://www.altaterradilavoro.com/ma-che-storia-importante-ha-arpino-da-re-e-non-ciociara/

 

 

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– Chiaffredo Bergia, il cacciatore dei briganti

di Pino Picciariello, da ondadelsud.it

Per anni mi sono compiaciuto di ammirare l’imponente edificio che si affaccia sul lungomare Nazario Sauro di Bari, che ospita il comando della legione carabinieri di Puglia più altri comandi minori territoriali.

L’edificio è uno dei bellissimi ed eleganti palazzi costruiti nel periodo fascista dall’allora podestà di Bari Araldo di Crollalanza divenuto poi ministro dei lavori pubblici nel periodo mussoliniano.

Un giorno ho alzato gli occhi in alto e sull’ingresso principale ho letto una scritta che subito mi si stampata in mente, come un marchio a fuoco segna la pelle di un animale: CASERMA BERGIA!

Mi aveva incuriosito quel cognome “straniero” e comunque avevo pensato che fosse stato un carabiniere probabilmente distintosi in una azione della prima o seconda guerra mondiale o in un coraggioso atto di valor civile …

Ebbene grande è stata la mia meraviglia quando pochi giorni fa, in un archivio del mio ufficio, ho rinvenuto un “calendario storico dell’arma dei carabinieri del 2015”.

All’interno sono riportate alcune foto di ufficiali dell’arma nelle pose antiche tipiche del 1800 e primi anni ‘900, foto ricordo che li ritraggono insieme a mogli, figli e propri commilitoni subordinati.

Nella prima viene citato il maggiore generale Trofimo Arnulfi che “…dopo aver organizzato il servizio dei carabinieri in Lombardia nel 1859 viene a Napoli nel 1861 e vi istituisce la legione carabinieri in Campania. Quindi da ciò si deduce che nel nostro regno Duosiciliano i carabinieri non esistevano prima della c.d. unità d’itaglia.

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http://www.ondadelsud.it/?p=13162#more-13162

 

 

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 – Maria Sofia regina e le losche manovre savoiarde

da insorgenza.it

MARIA SOFIA di Wittelsbach,ultima regina delle Due Sicilie, nacque   in Baviera, il 4 ottobre 1841 

Divenuta regina a soli diciotto anni, Maria Sofia si interessò della conduzione del Regno, auspicando l’amnistia per i detenuti politici e promuovendo, contestualmente, un risveglio “mondano” di Napoli. 

Il 6 sett. 1860, alla vigilia dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, la coppia reale sobillata dal traditore Liberio Romano che consigliava vivamente di abbandonare il Regno , lasciandone a lui la reggenza , la coppia reale si imbarcò per Gaeta  nella convinzione che le potenze europee non avrebbero tollerato oltre i soprusi del Piemonte e sarebbero intervenute, e dove Francesco avrebbe rivelato, in oltre cinque mesi di scontri con i Piemontesi, un coraggio e una fermezza ammirevoli.

Maria Sofia divenne il simbolo stesso della resistenza del Regno: vestita di un costume calabrese di foggia maschile, passava in mezzo ai soldati per incoraggiarli, decorando i più valorosi con nastrini da lei stessa confezionati. Durante il lungo assedio si espose costantemente al fuoco nemico e assistette di persona i feriti. La regina-soldato divenne un mito anche tra i militari piemontesi, che la scrutavano attraverso i loro binocoli; la stampa europea diffondeva la sua immagine, mentre da ogni parte le giungevano messaggi di ammirazione.

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http://www.insorgenza.it/maria-sofia-regina-e-le-losche-manovre-savoiarde/

 

 

OTTOBRE 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– Palermo, 1 ottobre 1862: 13 vittime

(foto da contessioto.blogspot.com)

Il 1° ottobre a Palermo furono accoltellati simultaneamente, in luoghi diversi, tredici persone. Uno degli accoltellatori, inseguito e arrestato, confessò che gli era stato ordinato da un “guardapiazza” (quello che oggi viene chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati pagati con danaro proveniente dal principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, delegato da Vittorio Emanuele II. Da successivi controlli fatti dal piemontese sostituto procuratore del re Guido Giacosa, evidentemente all’oscuro delle criminali intenzioni del governo piemontese, venne accertato che i moltissimi omicidi, avvenuti anche prima e molti altri dopo, avevano il solo scopo di “sconvolgere l’ordine” per poter permettere e giustificare la feroce repressione così da eliminare impunemente la resistenza siciliana antipiemontese. L’indagine, che portò a riconoscere la responsabilità di quei sanguinosi crimini al reggente della questura palermitana, il bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico affiliato carbonaro con La Farina, fu, comunque, subito chiusa.

Fonte:

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1862f.htm

 

 

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– La strage del pane a Palermo del 19 ottobre 1944

di paesemio 1958, da youtube.com

(foto da ora-siciliana.eu)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=nYwC36TCZ0I&feature=youtu.be

 

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– 29 ottobre 1949 strage di Melissa

Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 29 ottobre 1949 la polizia entrò della tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza.

Vista la resistenza dei manifestanti la polizia aprì il fuoco: tre persone furono uccise: Francesco Nigro, di 29 anni, Giovanni Zito, di 15 anni, e Angelina Mauro, di 23 anni, che morirà più tardi per le ferite riportate, oltre a 15 feriti.

Fonte:

https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Melissa

 

 

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– IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SAN MAURIZIO CANAVESE NEL 1861

da appunti2008.blogspot.it

(immagine da m.ebay.it)

ITALIANI, DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E DEGLI ALTRI STATI ITALIANI "PREUNITARI",  DEPORTATI E RINCHIUSI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO E STERMINIO DAL 1860 IN POI.

Quanti sono gli Italiani del Sud  e degli altri Stati Italiani "preunitari" fatti prigionieri di guerra militari e civili e deportati e rinchiusi nei vari campi di concentramento e di sterminio dal 1860 in poi?

Se ne perde il conto!

Il Campo di Concentramento di San Maurizio Canavese, nella Zona delle Vaude, presso Lombardore, che è qui sopra illustrato in una stampa dell'epoca, era il più grande delle decine di campi di concentramento e delle centinaia di luoghi di detenzione per i prigionieri delle guerre dal 1860 in poi, e, a suo tempo, contenne contemporaneamente fino a più di 10'000 prigionieri di guerra duosiciliani, ma dato che molti venivano avvicendati, dato che vi era: chi moriva per la durissima vita, senza ripari di alcun genere dalle intemperie e dormendo per terra all'addiaccio, chi si ammalava e veniva spostato in qualche ospedale militare, chi comunque con varie motivazioni veniva spostato altrove, se del caso anche presso altre carceri militari ordinarie o straordinarie e punitive come la famigerata Fortezza di Fenestrelle, chi accettava di abiurare dalla fedeltà al suo Stato e veniva fatto entrare nei ranghi dell'esercito dei vincitori,  è ovvio che per quel campo si avvicendarono molti più dei 10'000 prigionieri di guerra che furono il livello numerico massimo di coloro che vi erano contemporaneamente imprigionati .

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http://appunti2008.blogspot.it/2015/04/campo-di-concentramento-di-san-maurizio.html?m=1

 

 

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– LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO: POCHI NATI E TROPPI STRANIERI – ARRIVA IN ITALIA IL LIBRO CHE HA SOLLEVATO UN BEL CASINO IN FRANCIA, PERCHÉ SOSTIENE CHE ROMA È COLLASSATA TRA TROPPE TASSE E IMMIGRATI – LA STORIA SI STA RIPETENDO?

di Rino Cammilleri, da dagospia.com

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(immagine da digilander.libero.it)

Perché l' autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò b) una persecuzione fiscale che c) distrusse l' economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite d) l' immigrazione massiccia.

Che però si trascurò di governare.

Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d' oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l' Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L' Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione.

Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

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http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/caduta-dell-impero-romano-pochi-nati-troppi-stranieri-arriva-132995.htm

 

 

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– I tanto bistrattati Borboni(e) primi anche nel regolamento antisismico

di Mimmo Stirparo, da ilcirotano.it

A Trento effettuato un test su una parte del Palazzo Vescovile di Mileto

Borboni maledetti? Ferdinando II ed i suoi eredi maledetti? No di sicuro! Fu vero il contrario, perché questo re, controverso e trattato dalla stampa del tempo come “Re Bomba”, in realtà lasciò all’erede Francesco II il più ricco regno della penisola e, perché no, anche uno dei più moderni certamente per quei tempi. Non certamente come lo dipinse “la propaganda risorgimentale, che doveva giustificare l’aggressione contro il Regno delle Due Sicilie, creò attorno ai sovrani partenopei una delle numerose ‘leggende nere’ che ancora infestano tanti manuali scolastici e che popolano l’immaginario popolare. ‘Borbonico’ è un termine dispregiativo: è sinonimo di oscurantismo, inefficienza, barbarie. La realtà, invece, fu ben diversa. A leggere la storia senza pregiudizi, ci si accorge che il regno borbonico fu caratterizzato, oltre che da ricchezza culturale e artistica, anche da benessere materiale, commerciale, agricolo e industriale” come scrive Don Leonardo Calabretta. Durante tutto il secolo borbonico, la Calabria culturalmente conobbe una graduale evoluzione che la liberò – scrive Brasacchio – dall’ambito abbastanza limitato dello scolasticismo e delle erudizioni municipali, aprendo orizzonti nuovi attraverso anche il numeroso stuolo di sacerdoti che non disdegnarono di abbracciare il vangelo massonico ed illuministico e di vivacizzare la cultura attraverso la fondazione di Accademie letterarie e poetiche. Fu proprio con i Borbone la riscoperta della Magna Grecia grazie alle Tavole di Eraclea affiorate nel 1732, agli scavi di Ercolano e Pompei e le campagne archeologiche avviate a Locri da Domenico Venuti, allora direttore della Real Fabbrica Ferdinandea delle Porcellane.

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http://www.ilcirotano.it/2013/09/11/i-tanto-bistrattati-borboni-primi-anche-nel-regolamento-antisismico/

 

 

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– Londra: Cavour assassinato, l’Italia doveva restare docile

da libreidee.org

Cavour assassinato da un complotto e avvelenato dal medico personale del sovrano, Vittorio Emanuele II, con il quale lo stratega dell’unità nazionale era ormai in rotta. Lo dicono le carte rinvenute a Londra da Giovanni Fasanella, già autore di libri come “Colonia Italia” e “Il golpe inglese” (Chiarelettere, scritti con Mario Josè Cereghino). Già nel 2011, l’autore metteva in luce il ruolo occulto della Gran Bretagna nell’Unità d’Italia, a partire dalla protezione assicurata dalla flotta di sua maestà alla spedizione di Mille, con navi da guerra al largo della Sicilia, pronte a intervenire per dare manforte a Garibaldi. Robustissimo il movente geopolitico: se le élite risorgimentali del centro-nord avevano ormai deciso di spingere per l’unificazione del Belpaese, utilizzando il Piemonte e la massoneria, la nuova Italia doveva restare assolutamente sotto tutela inglese, dato il cantiere aperto nel 1859 per il Canale di Suez. La penisola sarebbe diventata la piattaforma-chiave del Mediterraneo per i traffici dell’Impero britannico. Per unire il centro-nord, Cavour aveva usato soprattutto l’arte dell’imbroglio. Il sud invece era stato colonizzato brutalmente, con il genocidio. “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”? Cavour non fece in tempo. A liquidarlo però non fu la malaria, come si disse, ma il cianuro.

Lo scrive Fasanella nel suo nuovo libro, “Italia oscura”, scritto con Antonella Grippo. Premessa: inutile stupirsi se così spesso, nella nostra storia recente, emergono strane “trattative” tra il potere istituzionale, attraverso settori dei servizi segreti e la criminalità mafiosa. Quello era il metodo inaugurato proprio da Cavour, che reclutò la mafia in Sicilia e la camorra a Napoli per governare i nuovi terrori, largamente ostili all’unificazione e conquistati manu militari, dall’esercito piemontese. La resistenza dell’esercito meridionale (pur superiore) fu molto debole? Certo: l’intelligence di Cavour aveva “comprato” gli alti ufficiali delle Due Sicilie. A pagare il prezzo della conquista, con anni di legge marziale e stragi inaudite, fu la popolazione del Sud: mezzo milione di morti, si calcola, più 15 milioni di profughi, emigrati poco dopo, per lo più in America.

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http://www.libreidee.org/2016/09/londra-cavour-assassinato-litalia-doveva-restare-docile/

 

SETTEMBRE 2016

PER NON DIMENTICARE

– 2 settembre 1862 – Eccidio di Fantina (Me)

di Ignazio Coppola, da

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

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Fantina è un paesino del Messinese. Qui il 2 Settembre del 1862, le truppe piemontesi, al comando del maggiore Giuseppe De Villalta, si resero protagoniste di un eccidio di un gruppo di garibaldini in ritirata, dopo che il loro capo – Garibaldi – era stato bloccato sull’Aspromonte dal ‘presunto’ re galantuomo. Vi raccontiamo un atto di rara vigliaccheria che la dice tutta sullo schifo delle truppe sabaude, i cui metodi non erano molto diversi da quelli che, anni dopo, la Germania di Hitler utilizzerà per fare fuori gli ebrei   

Fra le tante verità negate dalla storiografia ufficiale del risorgimento in Sicilia, ossia gli eccidi, nell’Agosto del 1860, di Bronte, di Biancavilla e dei paesi del circondario etneo ad opera del generale garibaldino Nino Bixio – ed ancora la rivoluzione repressa nel sangue di Alcara Li Fusi, nel Maggio dello stesso anno, ad opera di un’altro generale garibaldino, Giovanni Interdonato, di cui troviamo traccia nel libro di Vincenzo Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio – e le successive rivolte anch’esse annegate nel sangue dal generale Pietro Quintino, a Castellammare del Golfo, il 3 gennaio del 1862 (che potete leggere qui) e poi ancora quella di Palermo del settembre del 1866 detta ‘La rivolta del sette e mezzo’ (durò infatti 7 giorni e mezzo) in cui, in una Sicilia tenuta, di volta in volta, in perenne stato d’assedio sino alla rivolta dei Fasci siciliani, furono massacrati migliaia e migliaia di palermitani dalle truppe piemontesi del generale Raffaele Cadorna, ve n’è una passata anch’essa nel dimenticatoio della storia del nostro risorgimento che va sotto il nome di eccidio di Fantina.

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http://www.inuovivespri.it/2016/09/02/oggi-e-lanniversario-delleccidio-di-fantina-uno-degli-atti-vili-compiuti-da-piemontesi-in-sicilia/#_

 

 

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– Palermo, 16 – 22 settembre 1866: La Rivolta del Sette e mezzo

(così chiamata perchè durata sette giorni e mezzo)

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(immagine da palermo-meridionews.it)

Non si è mai saputo il numero effettivo dei caduti fra la popolazione, ma molti storici stimano quel numero in diverse migliaia.

Per avere un’idea di ciò che avvenne in quei giorni a Palermo, è “esemplare” la lettera che un ufficiale piemontese, Antonio Cattaneo, indirizzava ad alcuni suoi amici: “Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti ci capitavano. Anzi il 23 settembre, condotti fuori porta circa 80 arrestati si posero in un fosso e ci si fece fuoco addosso, finché bastò per ucciderli tutti”.

Ma ancor più raccapricciante, quando lo stato d’assedio posto dal generale Cadorna era stato già revocato con il ritorno, si fa per dire, alla legalità, fu quanto accadde tra il 12 ed il 15 gennaio del 1867. Due gruppi di detenuti, senza alcun processo e senza alcuna sentenza, furono fucilati dalle truppe durante l loro traduzione a Palermo. Stesso destino per altri cinque prigionieri provenienti da Misilmeri, fucilati ad un paio di chilometri dal capoluogo.

 

– Mafia e Unità d’Italia, Casarrubea:”La mafia è alle radici del Risorgimento”

da timesicilia.it

Continua su:

http://timesicilia.it/mafia-unita-ditalia-nato-luovo-la-gallina/

 

 

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– Quando Garibaldi rubò i soldi al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli

di Ignazio Coppola, da timesicilia.it

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http://timesicilia.it/garibaldi-rubo-soldi-al-banco-sicilia-al-banco-napoli/

 

 

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Quando Garibaldi, i garibaldini e l’Unità d’Italia legittimarono mafia e camorra

di Ignazio Coppola, da timesicilia.it

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http://timesicilia.it/garibaldi-garibaldini-lunita-ditalia-legittimarono-mafia-camorra/

 

 

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Radici storiche dell’Autonomia siciliana:

Dalla “Gran Contea” al Regno di Sicilia superpotenza internazionale

da noisicilianiliberi.it

Continua su:

http://www.noisicilianiliberi.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/10/Radici-storiche-autonomia-5.pdf

 

 

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– La scomoda verità del terremoto di Messina e Reggio del 1908 conservata negli archivi russi

di Antonio Petrone, da lalibreriaculturale.altervista.org

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http://lalibreriaculturale.altervista.org/la-scomoda-verita-del-terremoto-messina-reggio-del-1908-conservata-negli-archivi-russi/

 

 

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IL RAGIONIER Vittorio Sacchi e le finanze del Regno delle Due Sicilie
di Antonio Ciano

 

NITTI ha ascritto che..

[… ]Dei Borbone si può dare qualunque giudizio: furono fiacchi, non sentirono i tempi nuovi, non ebbero altezza di vedute mai, molte volte mancarono di parola, molte volte peccarono; sempre per timidità, mai forse per ferocia. Non furono dissimili dalla gran parte dei principi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta…”12). A suffragare le affermazioni di Nitti ci viene in aiuto il signor Vittorio Sacchi, amico del Conte di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, mandato a Napoli dal Ministero piemontese per regolare e governare le finanze napoletane dal 1° aprile al 31 ottobre del 1861. La finanza napoletana, organizzata da un uomo di genio, il cavalier Medici, era forse la più adatta alla situazione economica del paese. Le entrate erano poche e grandi e di facile riscossione. Base di tutto l’ordinamento fiscale era una grande imposta fondiaria. Questa era così bene organizzata che rappresentava un vero contrasto col Piemonte, dov’era assai più gravosa e di difficile riscossione. Riferisce il Sacchi nella sua relazione al governo piemontese:” Il sistema di percezione della fondiaria era incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro che si avesse forse in Italia. Lo Stato, senza avervi quella minuziosa ingerenza, che vi ha in Francia e nelle antiche Province, ( del Piemonte, ndr) ove si fece perfino intervenire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, aveva assicurato a periodi fissi e ben determinati l’incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte di contabili.”(Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Nord e Sud, Editori Laterza,1958, pag 473).

 

 

AGOSTO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– 16 agosto 1905: la strage di San Rocco

dagrammichele.eu

Grammichele (FILEminimizer)

«Compagni noi dobbiamo unirci contro i civili, contro i cappeddi. Abbasso le tasse , abbasso i cappeddi.»

La folla si diresse verso il Casino dei civili situato a piano terra del Palazzo Comunale, dove ha sede adesso l’ufficio turistico. Il Casino fu assaltato, tutto fu dato alle fiamme, ma il vero obiettivo del popolo erano le cartelle esattoriali, distrutte quelle, i grammichelesi avrebbero finalmente consumato un’antica e repressa vendetta.

Una volta che la situazione degenerò il sottotenente diede ordine ai soldati di mettersi in posizione sulle scali antistanti la Chiesa Madre e sotto evidente pressione di Basilicò fu dato fuoco.

Erano le 9 del mattino del 16 agosto 1905. Morirono sul colpo 7 persone fra di loro un bambino di 10 anni, altre 6 morirono in seguito alle ferite; 41 persone nei giorni seguenti furono incarcerate.

Fonte:

http://www.grammichele.eu/16-agosto-1905-strage-di-san-rocco/

 

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– 14 agosto1861, le stragi di Pontelandolfo, Casalduni e Campolattaro

da comune.casalduni.bn.it

“Che non rimanga pietra su pietra…” (ordine del gen. cialdini al col. negri)

Un gruppo di donne e bambini si rifugiarono nella chiesa di Pontelandolfo nella speranza di trovare lì la salvezza: furono ivi rinchiuse ed arse vive.

Non si conosce con esattezza il numero delle vittime, stimate fra cento e mille a Pontelandolfo; forse un po’ meno, ma sempre numerosissime, a Casalduni e Campolattaro. Fu la più grande strage della cosiddetta unità.

 

Dopo una marcia di 13 ore i militari circondarono il paese, in modo da uccidere chiunque cercasse la fuga. Uccidevano e saccheggiavano al grido di soldi, soldi; strappavano gli orecchini dalle orecchie delle donne. Uccidevano gli uomini, violentavano le donne più belle, prima di uccidere anche loro. Saccheggiarono la chiesa, poi raccolsero fieno e legna secca, stipati nella stalle e li accatastarono sugli usci delle case dove avevano rinchiuso i contadini che poterono solo scegliere di morire con una pallottola alle spalle o arsi vivi. Le fiamme dei mobili di legno ammucchiati nella stanze a piano terra distrussero tutto ed arsero vivi gli abitanti, mentre i soldati banchettavano con polli, pane, vino.

A Casalduni i militari entrarono sparando all’aria; uno del posto precedeva i soldati, indicando le case da ardere, prima quella del sindaco. I vecchi, e quanti rimasti furono   uccisi a colpi di baionetta. Le donne furono stuprate prima di esser assassinate. Il paese fu completamente incendiato.

Fonte:

http://www.comune.casalduni.bn.it/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=50:unita-ditalia-il-racconto-della-strage-e-delleccidio-di-casalduni-e-pontelandolfo-nel-sannio-beneventano

Per approfondire:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?s=giustizia+tarta

 

 

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– Bari Borbonica

di Onda del Sud, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=YvS10cFEDzM

 

 

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– STORIA DI UN GENOCIDIO | I VANDEANI – Film ITA

di e si accordarono nell’animo e nell’opera, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=W33-Pm8bjso

 

 

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– Da Garibaldi ai massoni agli inglesi ai Savoia. Viaggio dal 1861 alla mafia di oggi

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

Continua su:

http://belsalento.altervista.org/da-garibaldi-ai-massoni-agli-inglesi-ai-savoia-viaggio-dal-1861-alla-mafia-di-oggi/

 

 

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– Cosi affossarono il Banco di Napoli!!!!

da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/cosi-affossarono-il-banco-di-napoli/

 

 

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– ITALIAOSCURA: LA STORIA CHE NON C'È SUI LIBRI DI STORIA! Giovanni Fasanella

di byoblu.com, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=G4O4kNbmX0U

 

 

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– OSCURANTISMO ITALICO

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

Continua su:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=279445385749486&id=100010520800176

 

 

PER NON DIMENTICARE

– La strage di Pietrarsa (Na), 6 agosto 1863

Con le baionette innestate i bersaglieri, le spade sguainate gli ufficiali e le daghe tese carabinieri e sbirri, tutti andarono alla carica inseguendo gli operai in sciopero, che altro non chiedevano se non il ritorno alle precedenti migliori paghe e minore ore lavorative (8 ore). Nel fuggi fuggi generale molti caddero subito, altri furono feriti, altri ancora gettatisi in acqua furono fatti segno dei colpi dei militi.

Deceduti:

Domenico Del Grosso

Luigi Fabbricini

Aniello Marino

Aniello   Olivieri (morto  successivamente)

Feriti:

Leopoldo  Alti

Salvatore  Calamazzo

Mariano  Castiglione

Giuseppe  Caliberti

Domenico Citara

Antonio   Coppola

Aniello  De   Luca

Ferdinando Lotti

Alfonso   Miranda

Non si conosce il numero dei deceduti successivamente in seguito alle ferite.

 

 

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– La strage di Bronte (Ct), 10 agosto 1860

 

(immagine da agrigentoierieoggi.it)

 

A seguito di una insurrezione popolare il gen. Nino Bixio, ivi inviato per sedare la rivolta, fece fucilare dopo sommario e improbabile processo 5 brontesi, fra i quali

Nunzio Ciraldo Fraiunco (ritenuto  lo “scemo del villaggio” era stato arrestato per aver girato per le strade del paese soffiando in una trombetta di latta)

Nicolò Lombardo (sindaco della città ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova)

Nunzio Longi Longhitano

Nunzio Samperi

Nunzio Nunno Spitaleri

Per diversi giorni, a monito, i cadaveri vennero lasciati insepolti.

– Bronte, 10 agosto 1860

di Placido Altimari

(foto da plus.google.com)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Cwd6fg0R-_0

 

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– 30 luglio 1861 – La rivolta di Auletta

 

Quando-Auletta-diventò-Storia (FILEminimizer)

Il massacro di Auletta, avvenuto il 30 luglio 1861, fu una strage compiuta dall'Esercito italiano da un contingente di bersaglieri affiancati da una squadra della Legione ungherese, ai danni della popolazione civile del piccolo centro del salernitano.
Espugnato il piccolo centro, al mattino del 30 luglio e messi in fuga i guerriglieri, i militari si accanirono sulla popolazione civile, uccidendo, saccheggiando e bruciando.
Tra le 45 vittime accertate vi fu il parroco Giuseppe Pucciarelli, mentre altri quattro religiosi furono pestati a sangue in piazza e costretti ad inginocchiarsi davanti al tricolore sabaudo. Uno di loro, settuagenario, cercò di rialzarsi, ma venne ucciso da un sergente a colpi di calcio di fucile alla testa. Secondo altre fonti i morti «sembra fossero 130». I luoghi di culto furono saccheggiati e duecento cittadini vennero arrestati e tradotti nel carcere di Salerno con l'accusa di rivolta e di cospirazione.

(Fonte wikipedia)

 

 

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– Siculi

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com (24.7.16)

I Siculi indicarono con Adrano il nome del loro più grande re e condottiero, poi deificato in memoria delle sue grandi imprese.
Dietro al mito del dio Adrano (dio della guerra e del fuoco), nacque la fede monoteista del popolo Siculo.
Così, ritroviamo la radice ADR (o ATR, HATR), in molti territori da loro occupati… in Illiria misero tale nome al monte ADRio (o Ardius), al fiume ADRio (che divideva in due la loro regione), chiamarono JADRa una città (oggi Zara), il mare ADRiatico (culla della loro dimora), l'isola di ADRia (oggi Pelagosa, posta al centro dell'Adriatico al largo delle isole Tremiti).
Quando i Siculi giunsero in Italia, attribuirono tale nome alle città di ADRia in Veneto, HATRi in Abruzzo, AnDRia in Puglia, ADRano in Sicilia, ma anche a tantissime altre località.
Vorrei precisare che ADRi, in Sanscrito, la lingua parlata dai Siculi, significa "montagna", tant'è che in Abruzzo idealizzarono il loro dio nel gigante di pietra, ossia il Gran Sasso d'Italia.
Immaginatevi quando giunsero in Sicilia e si trovarono di fronte l'Etna, questa grandiosa montagna che eruttava fuoco, la rappresentazione più completa del loro dio della guerra e del fuoco.
Mi permetto di riprendere il contributo del grande glottologo Enrico Caltagirone il quale chiarisce che in sanscrito, la radice "aidhá" significa ardere, risplendere, in fiamme, e dunque "aidhá-na" significa: "che arde, che splende".
Non posso omettere di evidenziare la connessione dei Siculi con altri popoli, non è un caso che i Corinzi adoravano il dio "Adar" rappresentato anch'esso come: "dio della guerra e del fuoco".

 

 

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– L'anniversario dei martiri di Pietrarsa e le strumentali polemiche in Rete

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

Continua su:

http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/martiridipietrarsa-1881617.html

 

 

LUGLIO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– Palermo, 29 luglio 1983 – Cadeva il Giudice

Rocco Chinnici

(foto da infooggi.it)

“Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita, in Sicilia.”

 

A lui il nostro ricordo e la nostra stima.

 

 

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– Palermo, 19 luglio 1992

Cadeva sotto i colpi dell’affarismo, degli interessi, delle trame e dei grandi connubi malavitosi il Giudice

PAOLO BORSELLINO

(foto tratta da wikipedia.org)

A lui il nostro imperituro rispetto.

Ai familiari il nostro più sentito cordoglio.

 

 

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– Messina, luglio 1861

          Tumulti a luglio sono scatenati a Messina dagli operai per le basse paghe. La città riverrà privata del porto franco. Il giornale anticlericale di Palermo “L’Arlecchino Oppositore” il 29 novembre 1861 accusò il clero di borbonismo elencando ben sedici ecclesiastici, arrestati la notte precedente con l’accusa  di cospirazione contro il governo. Essi erano: padre Matteo Adragna di S. Francesco d’Assisi, scoperto con “carte sorprese”; con la stessa imputazione furono arrestati anche il canonico Pollara, il canonico Agostino da Trapani, maestro di cerimonie mons. Ciccoli, padre Banaventura di Sambuca, frà Ferdinando Favaloro accusato di essere spia, padre Pasquale e padre Lorenzo del convento del SS. Salvatore, padre Costantino di San Giovanni, padre Celestino Arcangelo Raffaele, padre Raffaele e padre Pietro si S. Michele, infine padre Pipitone.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 62

 

 

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– Palermo, 8 luglio 1960

La strage Tambroni a Palermo

palermo-8-luglio-1960 (FILEminimizer)

L’otto luglio 1960, nel corso di una normale manifestazione organizzata dalla CGIL a Palermo (come pure a Genova e Reggio Emilia), a seguito della brutale carica della polizia che spara sulla folla inerme si avranno quattro morti, trentasei feriti, settantuno arrestati e trecentosettanta fermati.

I caduti furono:

– Andrea Cangitano di anni 14;

– Giuseppe Malleo di anni 16;

– Francesco Vella di anni 42;

– Rosa La Berbera di anni 53.

Quest’ultima raggiunta da uno dei tanti colpi sparati all’impazzata dalla polizia mentre si apprestava a chiudere la finestra di casa.

 

 

 

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– ROCCAROMANA 1860….. QUANDO I GARIBALDINI

da altaterradilavoro.com

ROCCAROMANA 1860….. QUANDO I GARIBALDINI E I PIEMONTESI FURONO RICACCIATI DALL’ESERCITO BORBONICO

(Fonte Nicola Pelosi)

Continua su

http://www.altaterradilavoro.com/roccaromana-1860-garibaldini/

 

 

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– Compagnia di artefici Pompieri in Napoli

da altaterradilavoro.com

NAPOLI 1835 Articolo tratto dal Giornale Del Regno delle Due Sicilie del luglio 1835 n.156 

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/compagnia-artefici-pompieri-napoli/

 

 

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– Sulle tracce dei Briganti, sul Blockhaus

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

(foto da iviaggididante.com)

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http://www.altosannio.it/sulle-tracce-dei-briganti-sul-blockhaus/

 

 

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– Real Fabbrica di Capodimonte. Le porcellane di re Carlo III esportate in tutto il mondo

di Andrea Chiara Grillo, da vesuviolive.it

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/157444-real-fabbrica-capodimonte-le-porcellane-re-carlo-iii-esportate-mondo-2/

 

 

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– Storia della "Sicilia" e dei "Siciliani"

(tratto dalla pagina Fb. di C.D’A.)

N.B.: Caccamo è anche un Comune siciliano in provincia di Palermo.

Guardate questo cartello che cita: "I Siculi, abitatori della sinistra del Chiento, sin da quattro millenni avanti l'era cristiana, Caccamo chiamarono questa contrada".

Sembrerà strano, questa località non si trova in Sicilia ma nell'alto maceratese.

Fonte:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=272353496458675&id=100010520800176

 

 

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– La verità sulla Breccia di Porta Pia

di Don Maurizio Cerani, da briganterocco.blogspot.it

Continua su:

http://briganterocco.blogspot.it/2015/07/la-verita-sulla-breccia-di-porta-pia.html?spref=fb

 

 

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– IL RISORGIMENTO VISTO DAL NORD. La Gazzetta di Torino: il massacro di Casalduni? Esempio spaventevole ma giusto

di Francesco Barbagallo, da ilsudonline.it

Continua su:

http://www.ilsudonline.it/50413-2/

 

 

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– Il Vespucci e i Cantieri di Castellamare

da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/vespucci-cantieri-castellamare/

 

 

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– Brigantaggio post-unitario, Fernando Riccardi

da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/3865-2/

 

 

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– Un piano del governo italiano per annientare l’industria messinese

di Alessandro Fumia, da cariddiweb.wordpress.com

Continua su:

https://cariddiweb.wordpress.com/2011/02/09/un-piano-del-governo-italiano-per-annientare-l%E2%80%99industria-messinese/

 

 

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– Gli eroi del Sud dimenticati: Ferdinando Beneventano Del Bosco

da ilsudonline.it

Continua su:

http://www.ilsudonline.it/gli-eroi-del-sud-dimenticati/

 

 

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– Documenti storici, il decreto dei Savoia sul referendum farsa a Napoli nel 1860

da ilsudonline.it

Decreto di indizione del Plebiscito.

“L’8 ottobre 1860 su proposizione del Ministro dell’Interno, Raffaele Conforti, il Consiglio dei Ministri stabiliva il plebiscito, decretando:

Art.1
Il Popolo delle Province continentali dell’Italia Meridionale sarà convocato pel dì 21 del corrente mese di Ottobre in Comizi per accettare o rigettare il seguente plebiscito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti.» Il voto sarà espresso per «SI» o per «NO», col mezzo di un bollettino stampato.

Art.2

Continua su:

http://www.ilsudonline.it/documenti-storici-decreto-dei-savoia-sul-referendum-farsa-napoli-nel-1860/

 

 

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– Non lo sapevo. La Scuola Medica Salernitana, prima università di medicina in occidente.

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

Le origini sono ancora avvolte nel mistero. Una leggenda narra che fu creata dalla volontà di quattro maestri: il latino Salerno, il greco Ponto, l’ebreo Elino e l’arabo Adela. La storia invece tramanda due possibili inizi. Secondo alcuni la Scuola Medica Salernitana nacque grazie alla presenza sul territorio di diversi monaci benedettini esperti nell’arte delle cure. Per altri, il complesso fu creato da vescovi autori di trattati di medicina che realizzarono un primo nucleo della Scuola all’interno del chiostro della Cattedrale principale. Contro questa idea vi sarebbero però documenti che accertano la nascita del chiostro nel Duomo nell’XI secolo, quando cioè la Scuola Salernitana era già nata. La teoria più accreditata porrebbe le basi del complesso nella volontà di alcune libere associazioni di maestri e studenti impegnati nella diffusione delle arti mediche.

Continua su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/148314-non-lo-sapevo-la-scuola-medica-salernitana-universita-medicina-occidente/

 

 

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GIUGNO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– Randazzo (Ct), località Murazzu Ruttu, 17 giugno 1945

Ad un posto di blocco, con dinamiche mai ben chiarite, perdevano la vita

Antonio Canepa

Carmelo Rosano, di anni 22

Giuseppe Lo Giudice, di anni 18

componenti dell’E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano)

 

Lapide Murazzu Ruttu (FILEminimizer)(foto tratta voraszancle.org)

Intorno alle ore otto del mattino di domenica 17 giugno 1945, un motofurgone con a bordo diversi separatisti dell’ E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano) incappa in un non casuale posto di blocco. A seguito di scontro a fuoco rimangono uccisi, alcuni più tardi a causa delle ferite riportate, Antonio Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.

“I Carabinieri si affrettarono a portare via i cadaveri per farli tempestivamente tumulare nel cimitero di Jonia (oggi Giarre). Intendevano sbarazzarsi al più presto dei cadaveri di Canepa, Rosano e Lo Giudice. Nell’impellenza di compiere la traslazione delle salme commisero una grave scorrettezza. In gran segreto, all’alba di lunedì 18 giugno 1945, Nando Romano, in stato di incoscienza venne prelevato e trasportato con un camion militare scortato, su una barella, assieme ai cadaveri dei suoi compagni al cimitero, per essere seppelliti.

Giunti a Jonia, i militari imposero al custode del cimitero, Isidoro Privitera, di chiudere i cancelli mentre venivano ricomposte le salme all’interno delle casse …

Il custode eccepì che mancavano i certificati di morte. I carabinieri si giustificarono dicendo  che << si trattava di banditi morti in conflitto >> da seppellire subito. Il Privitera tergiversò e insistette almeno perché gli declinassero i nomi degli sfortunati. Fu in quel frangente che si accorse, per puro caso, che uno dei quattro non era morto ed anzi respirava e lo seguiva con lo sguardo. Il custode credendo ad un fenomeno di rinvenimento da morte apparente, mise in salvo il “redivivo”, evitandogli di essere calato nella tomba.”

Salvatore Musumeci, Voglia d’Indipendenza, Armenio Editore, pag. 141, 142.

 

– 65° Anniversario eccidio patrioti siciliani – Murazzu Ruttu

di Santo Trovato, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=wJMt4q7mtac

 

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– La Sicilia al tempo dei Borbone

Dal Convegno del 9 giugno 2016 ad Augusta (Sr) organizzato dal Comune di Augusta e dall'associazione culturale Briganti

di Milena Palermo, da Facebook.com

porta spagnola2 (FILEminimizer)

(foto da webalice.it)

VIDEO

https://www.facebook.com/edisicilia/videos/1072771819482152/

 

 

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– Carlo di Borbone e la fondazione di una dinastia e di uno Stato italiano nel cuore del Settecento europeo

di Nicola Vetrano, da altaterradilavoro.altervista.org

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/carlo-borbone-la-fondazione-dinastia-uno-italiano-nel-cuore-del-settecento-europeo/

 

 

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– Una guerra civile mai dichiarata

da Un Popolo Distrutto e da Facebook.com

Brig. (FILEminimizer)

Continua su:

https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/839516556153721

 

 

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– Ferdinando II di Borbone, il re dei record che sbagliò lasciando l’Italia ai Savoia.

di Francesco Pipitone, da vesuviolive.it

(foto da culturaitalia.it)

Continua su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/149396-ferdinando-ii-borbone-re-dei-record-sbaglio-lasciando-litalia-ai-savoia/

 

 

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– MARIA SOFIA, LA REGINA CHE NON SI ARRESE MAI

di Cesare Linzalone, da briganterocco.blogspot.it

Continua su:

http://briganterocco.blogspot.it/2016/05/maria-sofia-la-regina-che-non-si-arrese.html

 

 

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– Liborio Romano e il tradimento che unì l’Italia

di Federico Quagliuolo, da storienapoli.it

(foto wikipedia.org)

Continua su:

http://storienapoli.it/liborio-romano-camorra-uni-litalia/

 

 

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– La scienza fisiognomica che creò le due Italie

di René Verneau, da sociologicamente.it

Continua su:

http://sociologicamente.it/la-scienza-fisiognomica-che-creo-le-due-italie/

 

 

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– I Bersaglieri in ‘festa’ a Palermo. E le centinaia di palermitani scannati nel 1866?

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Continua su:

http://www.inuovivespri.it/2016/05/29/i-bersaglieri-festeggiano-a-palermo-dimenticando-che-scannarono-centinaia-di-palermitani-nel-1866/#_

 

 

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– C'era una volta il Lanificio borbonico che ritorna

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

(foto guide.supereva.it)

Continua su:

http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/illanificioritorna-1761732.html

 

 

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PER NON DIMENTICARE…

3 giugno 1860 – Nissoria (En):   Fucilati Epifanio Mazzocca e dodici civili

 

Nissoria (FILEminimizer)(foto mapio.net)

Il 3 giugno 1860 a Nissoria (En), a seguito delle ribellioni per la mancata promessa di divisione delle terre, venivano fucilati Epifanio Mazzocca e altri dodici civili. A seguito di questo evento si formò una banda di “briganti” che si diede alla macchia per combattere l’invasore.

Fonte:

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, pag. 24, 25

MAGGIO 2012

– 23 maggio 1992, attentato al Giudice Giovanni Falcone

Insieme a lui perirono: Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro

(foto da archivioantimafia.org)

 

 

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– 25 maggio 1862

A Nissoria (En), viene ucciso il capo dei rivoltosi Giovanni Giorgio.

 

– A Fenestrelle aleggia lo spirito indomito del soldato napoletano

di Fernando Riccardi, da altaterradilavoro.altervista.org

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http://altaterradilavoro.altervista.org/fenestrelle/

 

 

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– Il genocidio dimenticato – Lo sterminio del popolo duo siciliano

di Ninco89, da laveritadininconaco.altervista.org

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http://laveritadininconaco.altervista.org/11-maggio-1860-inizia-lo-sterminio-del-popolo-duosiciliano/

 

 

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– 12 maggio 1799 cosa hanno scritto i francesi

da altaterradilavoro.altervista.org

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http://altaterradilavoro.altervista.org/12-maggio-1799-cosa-scritto-francesi/

 

 

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– L’origine del toponimo Molise

da briganti.info

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http://briganti.info/lorigine-del-toponimo-molise/

 

 

 

PER NON DIMENTICARE…

– 1 maggio 1947  

La strage di Portella della Ginestra (Pa) – La prima strage dell’italia repubblicana

 

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Il primo maggio 1947 circa duemila fra lavoratori e contadini dell’area di Piana degli Albanesi, un piccolo centro a pochi chilometri da Palermo, si erano riuniti in un’atmosfera festosa dovuta al successo della coalizione PCI-PSI alle ultime consultazioni elettorali. Chiedevano pacificamente l’uso delle terre incolte e manifestavano contro il latifondismo.

All’improvviso dalle colline circostanti, per lunghi quindici minuti, “qualcuno” aprì il fuoco a colpi di mitra sulla folla inerme.

Alla fine della carneficina resteranno sul campo 11 morti e 27 feriti.

Vincenza La Fata, 9 anni

Giovanni Grifò, 12 anni

Giuseppe Di Maggio, 13 anni

Castrenze Intravaia, 18 anni

Vito Allotta 19 anni

Margherita Clesceri

Giorgio Cusenza

Filippo Di Salvo

Serafino Lascari

Giovanni Megna

Francesco Vicari

Vincenza Spina morirà successivamente a seguito delle ferite, come anche altri feriti.

Non si conosce il numero dei feriti poi deceduti.

 

 

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Palermo, 30 aprile 1982, uccisione di Pio La Torre

(foto tratta da wikipedia.org)

 

Alle 9:20 del 30 aprile 1982, con un’auto guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del suo partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.

 

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– TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

di Millo Bozolan, da venetostoria.com

I MASSONI SVELANO COME FURONO FINANZIATI I MILLE se ce lo spiegano loro, cosa c’era sotto, c’è da dar retta alla fonte…

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell’editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei “fratelli” per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo.

Un breve intervento —poco più di due paginette, ma esplosive— a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo “Finanziamento della spedizione dei Mille”.

Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: «Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento —circa 25.000 lire— fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all’atto dell’imbarco da Quarto».

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https://venetostoria.com/2016/04/08/tre-milioni-di-franchi-in-piastre-doro-a-garibaldi-per-comprarsi-il-sud-ce-lo-raccontano-i-massoni/

 

 

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– L’Italia unita? Meglio con i Borbone!

di Roberto Bertinetti, da altaterradilavoro.altervista.org

La provocazione nell’ultimo saggio dello storico inglese David Gilmour : ” Il Diritto al Sud era superiore a quello piemontese. Peccato non sia nato uno Stato Federale. Forse ora ci sarebbero meno problemi”.

Da tempo l’Italia è oggetto delle indagini di David Gilmour, tra i migliori storici britannici che nel 1988 dedicò una biografia a Giuseppe Tommasi di Lampedusa. Il passato e il presente della penisola sono al centro di The Pursuit of Italy (La ricerca dell’Italia), saggio uscito a Londra per Allen Lane in cui si esaltano le differenze tra le diverse regioni. “La cultura italiana è cresciuta nel corso dei secoli grazie alla rivalità tra comuni vicini” afferma deciso. E a sostegno della sua tesi cita il caso di Siena, “dove i governanti decisero di oscurare la gloria di Firenze costruendo la più grande cattedrale della cristianità e in virtù dell’obiettivo che si erano dati crearono le condizioni per uno sviluppo altrimenti impensabile”.

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http://altaterradilavoro.altervista.org/2938-2/?doing_wp_cron=1461704531.7090721130371093750000

 

 

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– ERA LADRO GIA’ IL CONTE DI CAVOUR

di Maurizio Blondet, da maurizioblondet.it

(immagine tratta da associazione-legittimista-italica.blogspot.it)

Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono, subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto…” (Giacomo Leopardi, Pensieri)

E’ noto che Giacomo Leopardi non era propriamente quello che si chiama un uomo di mondo, ma nonostante ciò, nella sua breve vita, aveva capito molto dell’animo umano. Qualche decennio più tardi, alla fine dell’Ottocento, un altro signore di nome Gaetano Mosca scriveva: “una minoranza ben organizzata avrà sempre ragione di una maggioranza disorganizzata”.

Che la storia sia scritta dai vincitori è cosa nota. Oggi si esporta democrazia, anche a chi non la vuole, 150 anni fa una minoranza ben organizzata, ovvero quella élite nobiliare-massonico-affarista che rappresentava uno zero virgola della penisola italiana trovò il nome Risorgimento per coprire i propri fini, la conquista del potere.

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http://www.maurizioblondet.it/ladro-gia-conte-cavour/

 

 

APRILE 2016

 

– 25 aprile: festa della liberazione

Per intanto a Caserta, nel 1943, gli americani riportavano alla luce mantelli massonici

(foto tratta da radiospada.org)

Fonte:

Pagina Fb. San Massimiliano Kolbe contro la massoneria

 

 

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– RISORGIMENTO: LE RADICI DELLA VERGOGNA

di Elena Bianchini Braglia, da iltalebano.com

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https://iltalebano.com/2016/03/15/risorgimento-le-radici-della-vergogna/

 

 

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– Italia paese malato, in mano ai Rothschild dal 1861

di Ninco89, da laveritadininconaco.altervista.org

(immagine tratta da perchiunquehacompreso.blogspot.com)

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http://laveritadininconaco.altervista.org/italia-paese-malato-in-mano-ai-rothschild-dal-1861/

 

 

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– Quei piccoli eroi di Gaeta che la storia ha dimenticato

di Roberto Maria Selvaggi, da ilsudonline.it

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http://www.ilsudonline.it/47221-2/

 

 

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– CAVOUR TRAMA PER L’AGGRESSIONE AL REGNO DI NAPOLI, IL “DIETRO LE QUINTE”

di Angela Pellicciari, da venetostoria.com

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http://venetostoria.com/2016/03/07/cavour-trama-per-laccresione-al-regno-di-napoli-il-dietro-le-quinte/

 

 

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– I terremoti nella STORIA: I Borbone di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783

da una segnalazione di P. M. da pag. Fb.

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https://ingvterremoti.wordpress.com/2014/02/19/speciale-i-terremoti-nella-storia-i-borboni-di-napoli-e-il-grande-terremoto-delle-calabrie-del-1783/

 

 

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– Il saccheggio del Banco di Sicilia

da pontelandolfonews.com

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http://www.pontelandolfonews.com/storia/risorgimento-2/fautori/garibaldi-2/saccheggio-del-banco-di-sicilia/

 

 

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– LA MORTE DI ANITA GARIBALDI. IL “CORONER” DELL’EPOCA, PARLO’ DI STRANGOLAMENTO.

di Millo Bozolan, da venetostoria.com

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http://venetostoria.com/2016/03/26/la-morte-di-anita-garibaldi-il-coroner-dellepoca-parlo-di-strangolamento/

 

 

 

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– Con quale coraggio infangate il medioevo?

di Floriana Castro Agnello, da antimassoneria.altervista.org

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http://antimassoneria.altervista.org/con-quale-coraggio-infangate-il-medioevo/

 

 

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PER NON DIMENTICARE…

– Bernalda (Mt), 8 aprile 1888

A segiuto dell’imposizione della tassa di “capitazione”, tassa che interessava ogni singolo fuoco, cioè ogni singola abitazione, il popolo si sollevò in rivolta. I piemontesi per sedarla aprirono il fuoco sui civili.

Si ebbero quattro morti e molti feriti.

 

 

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– Breve saggio sulla legislazione borbonica

di Ubaldo Sterlicchio, da altaterradilavoro.altervista.org

(foto tratta da ebay.it)

http://altaterradilavoro.altervista.org/newsletters/breve-saggio-sulla-legislazione-borbonica/

 

 

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– E Manfredi di Svevia fondò Manfredonia sui resti dell’ antica Siponto

di Daniela Alemanno, da briganti.info

 

http://briganti.info/e-manfredi-di-svevia-fondo-manfredonia-sui-resti-dell-antica-siponto/

 

 

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– I capibriganti nella provincia di Catanzaro, 1861 – 65

di Giuseppe Ruberto, da sambiase.com

http://www.sambiase.com/index.php?option=com_content&view=article&id=211:i-capibriganti-nella-provincia-di-catanzaro-1861-65&catid=47:il-brigantaggio&Itemid=10

 

 

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– Il sonoro: un’ invenzione tutta messinese

di Daniela Alemanno, da briganti.info

http://briganti.info/il-sonoro-un-invenzione-tutta-messinese/

 

 

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– Prima di Fleming venne il molisano Vincenzo Tiberio

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

http://www.altosannio.it/prima-di-fleming-venne-il-molisano-vincenzo-tiberio/

 

 

MARZO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– 20 marzo 1861:

CADUTA DELLA FORTEZZA DI CIVITELLA DEL TRONTO

 

Si avranno 100 vittime fra morti e feriti.

 

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– L'ORIGINE DELLA CROCE ROSSA INTERNAZIONALE NON È SVIZZERA MA DUOSICILIANA

di Mariano Palumbo, da brigantecrocco.blogspot.it

Nasceva 200 anni fa il vero ideatore della Croce Rossa Internazionale, Ferdinando Palasciano.

Illustre figlio di Capua (Ce), nasce nel 1815 nello Stato del Regno delle Due Sicilie.

Fu grande e visionario medico. Purtroppo pochi sanno, al di fuori della provincia di Caserta, che questo grande figlio delle nostre Terre, dal cuore indomito, fu il vero ideatore della Croce Rossa Internazionale. Fin dal giorno della laurea si dedicò con passione alla ricerca scientifica per alleviare le sofferenze dell’umanità e soprattutto per curare chi veniva ferito o colpito da malattie nel corso delle varie guerre.

Eseguì arditi interventi chirurgici, spaziando con genialità e perizia nei tanti settori della medicina. Grazie alla sua fama, nel 1859 venne chiamato a curare re Ferdinando II di Borbone.

Fu lui per primo a gettare le basi della Croce Rossa, scrivendo articoli e partecipando a convegni internazionali per ribadire la necessità della presenza di personale sanitario sui campi di battaglia, personale pronto a intervenire senza fare distinzioni tra le parti avversarie. Tuttavia venne sempre ignorato dalle organizzazioni svizzere, che si impadronirono delle sue tesi umanitarie per giungere, nel 1863, alla creazione ufficiale della Croce Rossa Internazionale, attribuendone il principale merito al ginevrino Jean Henry Dunant. Ma il nome di Palasciano non fu dimenticato solo dagli svizzeri, anche lo Stato annessionista italiano, nato tra menzogne e crimini efferati, non gli riservò alcuna considerazione.

Ma la ingratitudine ingratitudine non fermó Ferdinando Palasciano, che continuò a dedicarsi alla scienza per tutto il resto della vita.

Morì nel 1891 nella sua casa sulla collina di Capodimonte, a Napoli”.

Che dire!? E’ l’ennesimo esempio di come ci hanno rubato la Storia, di come ci hanno rapinato del presente continuando a considerarci una Colonia interna e di come, ahimé, ci “spopolano” del nostro futuro. Ebbene, opponiamoci con forza a questo disegno ignominioso, non permettiamo specialmente che i nostri giovani laureati vadano via, teniamoli a casa se possibile, facciamo sì che si organizzino in gruppi, comitati, onlus, tutto ciò che è possibile insomma, e che ogni giorno manifestino in piazza, davanti alle Prefetture, sui giornali, la loro tragica presenza affinché si affronti finalmente questo problema epocale della disoccupazione dei “cervelli” che sta portando un popolo intero alla sparizione e alla scomparsa per “esaurimento”.

Fonte:

http://briganterocco.blogspot.it/2016/03/lorigine-della-croce-rossa.html?spref=fb

 

 

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– SCOPELLO BORBONICA

di “UN popolo distrutto"

Parlare di Borbone con molti siciliani è come nominare la peste bubbonica, le continue lotte per l'indipendenza, la politica oscurantistica fatta per denigrare la monarchia, gli interessi dei mafiosi/baroni proprietari fondiari che si scontravano con gli interessi del regno, fecero disamorare i siciliani dalla vita del loro stato. Tra il 1830 e il 1859 il borgo di Scopello fu più volte visitato dal re Ferdinando II Due Sicilie, il quale, fra l’altro, amava usufruire, ove possibile, della vicina riserva reale di caccia, dimorare per qualche tempo nel vicino castello di Baida e, infine, intrattenersi dentro il baglio con gli abitanti di Scopello, mangiando, bevendo e giocando a carte con loro al di là dell’etichetta e con semplicità compagnona.

Tutti gli scopellesi, conseguentemente, si sentivano addirittura suoi amici e compari ed egli li favoriva in mille modi garantendo loro, fra l’altro, buona viabilità, frequenti donativi in natura e in denaro ecc. Anche per questo essi furono borbonici ad oltranza, sia prima che dopo l’occupazione piemontese della Sicilia. Garibaldi e i suoi, ad esempio, pur avendo avuto parecchi amici a Castellammare, non riuscirono mai a mettere piede nel territorio di Scopello e quando, tra la fine di Dicembre 1862 e l’inizio di Gennaio 1863, una guarnigione di militari piemontesi tentò di “prendere” Scopello, ove continuava a sventolare la bandiera del Regno delle Due Sicilie, gli scopellesi ingaggiarono contro di loro una battaglia che merita essere conosciuta, anche perché totalmente ignorata dalla storiografia ufficiale.
In una lettera che il marchese Francesco Salvo di Pietragrande, esule borbonico a Malta, inviò il 7 Febbraio 1863 a Salvatore Maniscalco, già direttore della polizia borbonica in Sicilia, si fa cenno ai propositi di rivincita dei borbonici siciliani e, fra l’altro, è scritto: “Saprete i particolari del conflitto di Scopello, nel quale una trentina di paesani posero in rotta una colonna di piemontesi, la quale perdé cinque uomini oltre gli uccisi. Colla brogna, che è la campana a stormo dei nostri villani, corsero tutti dalle vicine campagne e, se i piemontesi non fossero stati celeri nella ritirata, tutti avrebbero morduto la polvere. Questo fatto è rilevante per lo spirito audace e ostile dei nostri campagnoli contro i dominatori” (Cfr. Bollettino semestrale del Comitato Regionale Siciliano della Società Nazionale per la Storia del Risorgimento Italiano, Palermo, 1933).

Ancora non sappiamo come il nuovo regno abbia fatto pagare la “bravata” agli scopellesi. E’, però, presumibile che – visto che negli annali non viene fatto riferimento alla distruzione di Scopello, che sarebbe inevitabilmente avvenuta in caso di un attacco in forze – sia stata preferita una “via diplomatica” con trattative tra il nuovo ordinamento e i capi delle consorterie mafiose di Castellammare, sostenitrici del nuovo regime. Avvenne, cioè, che per cambiare tutto non si cambiò niente, se non la bandiera. Il potere, in pratica, rimase tale e quale a garantire l’ordine sulla pelle dei poveri contadini, mentre il patto fu pagato con il sangue dei soldati piemontesi.

Dopo la proclamazione del regno d’Italia e l’incameramento del demanio borbonico e dell’asse ecclesiastico da parte dello Stato italiano, il “Real Sito di Scopello” (di oltre 600 ettari) fu acquistato da una “Società Anonima per la vendita dei Beni del Regno d’Italia”, ufficialmente creata nel 1862 per “vendere” ai privati questo territorio, ma in realtà per ricompensare coloro che avevano tradito la causa borbonica e sostenuto la causa sabauda. Gli “acquirenti” furono, infatti, i più ricchi e i più mafiosi di Castellammare. Essi acquistarono (anno 1868) quasi tutto l’ex feudo, pagandolo a bassissimo prezzo e, per giunta, a rate. In seguito parecchi di loro lo rivendettero, in gran parte, a prezzi fortemente maggiorati ed in contanti. E così che nacque (con questo episodio, ma con centinaia di altri) quel sodalizio stato/mafia mai più interrotto dal neonato nuovo stato!

 

 

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– L'ECCIDIO dei CONTADINI di TORRE MELISSA CHE RECLAMAVANO LA TERRA, NELL'ITALIA REPUBBLICANA del 1949.

da UNpopolodistrutto e da Facebbok.com

(immagine tratta da eccidiodimelissa.blogspot.com)

La strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. I contadini di Melissa erano nei movimenti di lotta per l’occupazione delle terre incolte fin dalle prime agitazioni del 1944-45. La vita pubblica è minacciata da manifestazioni e scioperi per obiettivi minimi (costruzione di strade, fornitura dell’acqua, rimozione del collocatore comunale a degli impiegati corrotti): ma su tutto vi è il tema della rivendicazione delle terre demaniali e incolte.

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https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/787650004673710

 

 

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– A Udine la “Settimana della verità sul Sud”

di Vito Sutto, da ondadelsud.it

Anche quest’anno, come avviene ormai da tempo, tra il mese di febbraio e i primi di marzo le classi quarte del prof. Vito Sutto dell’Istituto Tecnico Marinoni di Udine hanno organizzato “la settimana della verità sul Sud”.

Due figli del sud, Salvatore Gullo calabrese e Mattia Salandra pugliese, hanno risposto alle lezioni con la loro presa di coscienza che di seguito pubblichiamo“Il Risorgimento è stato il primo avvenimento importante dell’ Italia unita e tutt’oggi nelle scuole di tutta Italia si parla dell’unità nazionale come una grande opera politico-sociale che ha coinvolto l’intera nazione, si raccontano le vittoriose battaglie d’Italia, e l’impresa nel Sud da parte dell”eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi.

Però il sistema dell’istruzione italiana, trascura alcuni avvenimenti della storia nazionale, come, le distruzioni di paesi e industrie, i lutti e i massacri di tutta quella popolazione del Sud che ha subito l’arrivo dei Mille.

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http://www.ondadelsud.it/?p=13005#more-13005

 

 

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– La Notizia di Manlio Dinucci – L’Italia in guerra per la ricolonizzazione della Libia

di PandoraTv, da youtube.com

(foto tratta da wikipedia.org)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=i2yBnBP2tOg

 

 

 

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PER NON DIMENTICARE

– 13 marzo 1861: sotto il fuoco dell'esercito piemontese cadeva la Real Cittadella di Messina

 

Fra i soldati napolitani e siciliani si conteranno 47 caduti

 

(immagine tratta da adsic.it)

 

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– Atto sovrano per la riduzione della sovraimposta al dazio sul macino in  Sicilia

Francesco II – 27 febbraio 1860

 

 

 

 

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– Antonio De Viti De Marco, Economista e statista salentino

di I Tre Briganti

 

 

 

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– GIUSEPPE BUTTA', CAPPELLANO DELL'ESERCITO BORBONCO
MEMORIE DELLA RIVOLUZIONE DAL 1860 AL 1861

L'armistizio e le sue conseguenze l'esercito abbandona Palermo

di La storia che non si racconta, da Facebook.com

(immagine tratta da wikipedia.org)

La Masa che si trovava nel combattimento di Porta di Termini, vedendo i soldati, quantunque decimati, avanzarsi imperturbabili, corse al Palazzo Pretorio, e disse a Garibaldi, che tutto era perduto, le squadre ed i volontari del continente tutti in fuga, i soldati avanzarsi senza più trovare ostacoli, tra breve invadere tutta la Città, e quindi il loro pericolo di essere fatti prigionieri, imminente.

Il Dittatore che stava dubbioso sulla sorte de' suoi, perché avea inteso il fuoco della moschetteria sempre avvicinarsi a lui, udendo le notizie che gli recava la Masa, ex abundantia cordis, esclamò:

«Tradimento! mi hanno tradito! «

Stava per uscire dal Palazzo Pretorio per mettersi in salvo, forse sopra qualche legno sardo o inglese che si trovavano nel porto; e veramente a quelle persone che gli si paravano innanzi anelante domandava:

«Qual'è la strada più vicina che conduce al Porto? "

Però, prima di fuggire, consigliato dagli amici che lo circondavano, volle tentare di nuovo la fortuna con ottenere qualche cosa dal generale Lanza, cui mandò subito una persona fidata. Questo tristissimo Generale che era inaccessibile ed invisibile a tutti, ricevè immediatamente il messo di Garibaldi. Fu allora che il Lanza spiccò l'ordine a Meckel di cessare dalle ostilità, e non avanzarsi di più nella città: e non contento di avere mandato quest'ordine col capitano Nicoletti, temendo che questi potesse avere del male in quella baruffa, ne spiccò un altro simile e lo mandò anche a Meckel col capitano Bellucci. Quanta premura e prevvidenza quando si trattava di agevolare il nemico!

Garibaldi rassicurato dagli ordini dati da Lanza al Meckel, si atteggiò nuovamente a Dittatore della Sicilia, ad eroe da commedia.

La penna mi cade dalle mani scrivendo questi fatti che non hanno esempi nella storia delle umane malvagità. Quella sospensione d'armi non solo fu il crollo della monarchia de' Borboni, e della autonomia secolare del Regno delle Due Sicilie, ma inoltre fu inesauribile fonte di lagrime e di sangue. Oh! la caduta de' Troni legittimi schiaccia sotto i suoi rottami e popoli e Regni!

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https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=552250994929411&id=281927528628427&substory_index=0

 

 

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– Francesco II

di Palermo – Radici, storia, cultura, da Facebook.com

(immagine tratta da culturaitalia.it)

 

Può, a ragion veduta, camminare a testa alta, Francesco Il di Borbone, ultimo Re Delle Due Sicilie (Napoli&Palermo):

"Ecco come rispose Sua Maestà il Re Francesco II di Borbone ad una lettera del diplomatico francese durante l'esilio romano.

Dopo gli eroici combattimenti di Gaeta, i Sovrani napoletani e le Altezze Reali furono raggiunte da una lettera con la quale si cercava di corromperli comprandoli.

L'ambasciatore francese a Roma invitò senza mezzi termini l'ex Re delle Due Sicilie a lasciare la città del Papa (Stato Della Chiesa) alla volta di Parigi per infliggere un duro colpo morale ai suoi ex sudditi ancora in lotta.

Secondo la moda dei nuovi invasori, che compravano tutto e tutti, ci si credette di poter comprare anche il NOSTRO RE;

venne offerta a Sua Maestà, il Re Francesco, una buona contropartita economica, sicuri che avrebbe accettato, ben conoscendo le sue ristrettezze in tal senso, indegne per un Sovrano in esilio.

Ma non fecero i conti con la levatura morale del Nostro Re il quale già prima dei tragici combattimenti non prelevò nulla dal suo Palazzo Reale di Caserta se non un dipinto della madre (anche la Regina Maria Sofia, la sua bellissima consorte sorella della Imperatrice Sissi non porto' via con se neppure il suo guardaroba ed aveva tutto il tempo per farlo); lo stesso Re non fuggi, non si nascose come altri "re" di più bassa statura, ma andò assieme agli stessi soldati borbonici a difendere la propria Patria invasa dal nemico in armi, mettendo a rischio la propria stessa persona, razionando i viveri allo stesso modo e respirando la stessa aria di morte e polvere da sparo.

In tal modo si diede per certa la sua accettazione e la restituzione del suo patrimonio personale confiscato con tanta leggerezza dai piemontesi contro ogni regola del diritto internazionale. (Molte residenze come Carditello, San Leucio, La casina del Fusaro, e la stessa Villa Caposele a Gaeta erano di proprieta' privata della Famiglia Reale napoletana).

Ma non fecero i conti con un VERO SOVRANO che preferi la DIGNITÀ di non dover abbassare la testa vivendo il suo esilio tra ristrettezze economiche piuttosto che tradire anche Egli, tra gli agii, comprato come i generali ed ammiragli traditori, il proprio popolo.

Sua Maestà il Re Francesco prontamente e fieramente rispose per iscritto:

"Parlate in nome dell'imperatore, e nel vostro nome. Credo il consiglio imperiale venire da amore per me, ma seguirlo non posso.

Sono principe italiano, e a torto perseguitato, nè mi credo in debito di lasciare la sola terra italiana che m'accoglie.

Qui, oltre che Re delle due Sicilie, sono duca di Castro e principe romano; v'ho il palazzo degli avi miei, e l'ultimo asilo in tanto naufragio.

Qui sur un lembo della mia patria, qui parlo la mia lingua, v'ho i miei interessi, sto vicino al mio paese, e a' sudditi miei.

A me, dite, s'appone il sangue che si versa; ma anzi debba apporsi a chi, violando tutti i diritti, mentendo e corrompendo, invase un pacifico stato.

Ora s'appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l'onore d'essere bandito anch'io. La posterità non a me imputerà il sangue che si versa; perchè sono io che lasciai Napoli per non insanguinarla; e dopo Gaeta sciolsi dal giuramento il resto dell'esercito dove potevo spingerlo su' monti.

Ora ho doveri da compiere, e li compirò; non abbandonerò il posto che mi dà la Provvidenza.

Non incoraggio la sollevazione, perchè non è ancora tempo, ma non rinnegherò chi combatte in mio nome; un giorno mi porrò in testa al mio popolo, per discacciare i nemici della mia patria.

Già molti seguii de' consigli dell'imperatore; udii il suo ministro Bremièr, e detti costituzione, amnistia, e alleanza col Piemonte: ora sono in Roma, e il re piemontese ha usurpato il mio trono.

Credetti all'ammiraglio de Tinan, e accampai le truppe sul Garigliano; una notte mi furono bombardate dal mare, fu mia ruina. So che la politica spinge i re a comprimere le personali simpatie; non mi lagno ma tutte le convenienze della politica contro di me si sono volte.

La mia dignità non è in vendita."

Fonte:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=547720115396056&id=343964032438333&substory_index=0

 

 

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– Unità d’Italia, Rothschild, e debito pubblico

da laveritadininconaco.altervista.org

(immagine tratta da informareperresistere.fr)

Oggi voglio ancora una volta parlare di Sud Italia, anche se molti ormai conoscono la verità oltre a quella storiella che ci hanno raccontato, è giusto ripeterlo  ancora,  perché la loro bugia si è ripetuta negli anni e oggi la verità vuole il suo riscatto e vuole arrivare a tutti.

Quando ero un ragazzino non avevo la minima idea del passato del nostro paese e della storia in generale, dunque divoravo a scuola quei libri di storia, l’unica materia che preferivo. Crescendo però mi sono reso conto che qualcosa non tornava,  mancava qualcosa in quei testi, infatti era “una” versione dei fatti, mancava la versione degli sconfitti. Questo non riguarda solo l’Unità d’Italia ma in generale tutti gli eventi storici.

Oggi, oltre ai racconti popolari arrivati a noi, grazie allo studio di documenti storici, grazie a diversi libri e grazie all’impegno di molti cantautori la verità si è fatta strada. Quello che voglio fare ora non è riscrivere la controstoria, ma semplicemente avanzare una teoria.

Sappiamo che con la conquista del Regno delle Due Sicilie l’economia del Nord si è risanata e che la posizione del Regno, nel cuore del mediterraneo, era di fondamentale importanza militarmente parlando, per tutta l’Europa e non solo.

Continua a leggere su:

http://laveritadininconaco.altervista.org/unita-ditalia-rothschild-e-debito-pubblico/

 

 

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– L’unità non esiste

di Regno delle Due Sicilie, da Facebook.com

(immagine tratta da flagsonline.it)

VIDEO

https://www.facebook.com/375723415791527/videos/1122857331078128/

 

 

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– Giosuè Carducci (satanista e massone)

di dangelosante.info, da youtube.com

 (foto tratta da ebay.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=0hvKIZk2opQ

 

 

FEBBRAIO 2016

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Gaeta: alla fine dell'assedio, fra le file dell'esercito Duosiciliano si conteranno

Morti 826, feriti 569, dispersi 200

Fonte:

Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli Editore, pag. 293

 

(foto tratta da faberfantin.com)

 

 

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– 2, 3 febbario 1799 – L’eccidio di Ripa Teatina (Ch)

 

Furono massacrati otto frati del Convento

 

(foto tratta da mondodelgusto.it)

 

 

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– La verità sulla spedizione dei Mille inabissata sui fondali calabresi?

di Giuseppe Addesi, da ilvibonese.it

Il misterioso naufragio del piroscafo Ercole, inabissatosi di fronte alle coste della Calabria con a bordo Ippolito Nievo, l’oro degli inglesi e documenti scottanti da far sparire.

Tredici giorni prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, sparì nel nulla, tra Palermo e Napoli, il piroscafo “Ercole”. La storia dell’unità d’Italia iniziò con un mistero. Fra i passeggeri c’erano alcuni ufficiali garibaldini guidati da Ippolito Nievo, che avevano il compito di portare a Torino la documentazione economica relativa alla spedizione militare dei Mille.

In una cassa, da cui Nievo non si separava mai, erano contenuti soldi, ricevute, fatture, lettere e tutto quello che riguardava la gestione dell’ingente patrimonio garibaldino e di quello “trovato” nelle casse delle banche siciliane. Ma c’era chi aveva interesse, per opposte ragioni, ad impedire che quella cassa arrivasse a Torino, dove era in atto uno scontro tra due fazioni: da un lato i cavouriani che intendevano gettare discredito sulla spedizione garibaldina, tentando di dimostrare una gestione truffaldina dei fondi; dall’altro lato la sinistra, che sosteneva il contrario. Ma, soprattutto, tutti avevano interesse a tenere nascosto un finanziamento di 10mila piastre turche (paragonabili a circa 15milioni di euro attuali) che era arrivato a Garibaldi dalla massoneria inglese. La sparizione di quei documenti faceva quindi comodo a tutti.

Quel rendiconto non doveva vedere la luce perché avrebbe rivelato la pesante ingerenza del governo di Londra e dei circoli massonici inglesi nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Quei soldi, in piastre d’oro turche, erano serviti per favorire l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici. Una inspiegabile inefficienza che aveva paralizzato l’esercito e, soprattutto, la marina borbonica. La reazione militare duo siciliana fu infatti tardiva, lacunosa, caratterizza da molti tradimenti, senza i quali il più grande stato italiano dell’epoca, che vantava la terza flotta europea di quel tempo, difficilmente sarebbe caduto sotto l’urto di mille popolani male armati e peggio addestrati.

La capitolazione di Palermo, si dice, avvenne con l’oro dato al generale Lanza. Guarda caso, lo sbarco avvenne a Marsala, feudo britannico nel cui porto erano alla fonda due navi da guerra di Sua Maestà. La mattina del 4 marzo 1861, l’Ercole lasciava quindi il porto di Palermo con destinazione Napoli. Nievo, seguito dai suoi, era salito a bordo senza ascoltare i consigli del console Hennequin, che gli aveva stranamente suggerito di partire con l’”Elettrico”, vapore che avrebbe lasciato gli ormeggi tre giorni dopo. La nave, appartenente alla compagnia Calabro-Sicula, partì quindi alle ore 13 con 18 uomini di equipaggio, napoletani e calabresi (forse qualcuno anche di Pizzo), al comando del capitano Michele Mancino, e 40-60 passeggeri.

Dietro l’Ercole, tre ore dopo, partì il Pompei, un altro battello che viaggiava sulla stessa rotta, mentre, proveniente dallo stretto di Messina e diretto a Napoli, il vascello militare inglese “Exmouth” si avvicinava alla rotta dell’Ercole, ma quando lo incrociò questo era già un relitto. Nella confusione che regnava in quel periodo, nessuno si accorse del mancato arrivo dell’Ercole. Undici giorni dopo, da Napoli partì il Generoso a perlustrare l’ampio tratto di mare tra le Eolie e Capri. Nievo, le casse con i soldi e i libri contabili, tutto scomparso.

Le ipotesi sulla scomparsa erano le più incredibili: si passava dallo scoppio delle caldaie a sud di Capri al dirottamento volontario in Albania, dal sabotaggio alla cattura da parte di pirati arabi. Qualche mese dopo vennero pubblicati i risultati di tute le inchieste. 1) relazione del vapore Pompei, testimone: l’Ercole risulta affondato il 5 marzo davanti a Capri; 2) Ministero della Guerra: affondato per incendio a bordo, a mezza via; 3) stampa di Sicilia: affondato la sera del 4 marzo per capovolgimento; 4) stampa napoletana: perduto nei mari d’Ischia la mattina del 5, cadaveri gettati a riva; 5) dirottamento o sabotaggio.

Ma ci fu anche la relazione del capitano Paynter, del vascello inglese Exmouth, testimone: avvistato il relitto a 140-150 miglia da Palermo, sulle coste della Calabria. Contrariamente alle altre relazioni, che davano l’Ercole affondato vicino a Capri, il comandante della nave inglese, ultima ad aver avvistato il vapore che trasportava Nievo e i suoi documenti, non parlava di affondamento ed afferma di aver avvistato il relitto sulle coste calabresi.

Difficile dubitare che potesse aver sbagliato, in quanto gli inglesi registrarono tutto ciò che accadde in quell’avventura e inoltre l’Ercole era ben conosciuto dai britannici, come tutte le navi che avevano preso parte alla campagna del 1860. Ma c’è anche da supporre che la relazione del capitano Paynter potesse in qualche modo servire a depistare le indagini sulla fine dell’Ercole: anche gli inglesi volevano nascondere una verità che li avrebbe messi in difficoltà. Il naufragio dell’Ercole restò avvolto nel mistero.

La nave, gli 80 uomini, le 232 tonnellate di merce e soprattutto le casse con le piastre e i preziosi libri contabili di Nievo erano svaniti senza lasciare una traccia, un relitto. Dove? Non si saprà mai. Qualche decennio fa, il nipote di Nievo, Stanislao, addirittura è sceso con un batiscafo sui fondali di Capri a cercare risposte, ma senza successo. Forse bisognava cercare più a sud. Se veramente il naufragio avvenne sulle coste calabresi, l’Ercole sarebbe la prima “nave dei veleni” (naturalmente veleni politici) inabissatasi nel mare di Calabria.

Fonte:

http://www.ilvibonese.it/cultura/1625-verita-spedizione-mille

 

 

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– Ecco a voi Francesco Crispi, il primo degli ‘ascari’, il traditore dei Siciliani!

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

E veniamo alla testa più lucida (per via della calvizie, ovviamente) del Risorgimento, a Francesco Crispi. Quando penso a lui e alle sue guerresche imprese in patria e all’estero sempre più mi convinco che, se c’era una cosa da abbattere in piazza Croci, a Palermo, era (ed è) la sua statua. E non certo villa Deliella, la costruzione Liberty del Basile. Analizzare le sue benemerenze storiche nei confronti dei suoi conterranei acquisiti (cioè i siciliani; lui, com’è noto, era di etnia albanese), significa immettersi in un percorso ondivago e accidentato.

Se cambiare idea è prerogativa delle persone intelligenti, lui si può definire un genio. E per certi versi lo fu. Crispi all’inizio della sua variegata carriera politica fu un rivoluzionario repubblicano e mazziniano. Fu perfino arrestato dalla polizia torinese che se ne sbarazzò facendolo salire su di una nave che lo scaricò a Malta.

Quando però i Savoia e i francesi batterono gli austriaci nella seconda guerra di indipendenza si allontanò dalle idee repubblicane.   Nacque allora in lui la convinzione che, per unire l’Italia, sarebbe stato necessario (come scrisse a Mazzini) collegarsi direttamente al popolo e che qualunque insurrezione in Sicilia avrebbe dovuto avere l’appoggio esterno di una spedizione militare.

Ecco il colpo di genio. Ecco dunque inventata la ricetta.  

Ingredienti necessari: un audace condottiero, come Francesco II definì Garibaldi, dal grande carisma e dalle indubbie capacità militari; un manipolo di eroi idealisti in armi (e fin qui tutto era uguale alle spedizioni dei Fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane, fallite e spente nel sangue). E poi, un esercito vero e ottimamente organizzato dietro, una vera e propria spedizione militare che  gradualmente rinforzasse il manipolo fino a diventare un esercito, appunto, irregolare nella forma, ma solidissimo nella sostanza. E infatti dai Mille a Marsala si passò agli oltre 22 mila nella battaglia del Volturno. E chissà se c’è ancora qualcuno convinto che a “liberare” il Sud furono sempre quei Mille).

Continua a leggere su:

http://www.inuovivespri.it/2016/02/09/ecco-a-voi-francesco-crispi-il-primo-degli-ascari-il-traditore-dei-siciliani/

 

 

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– Antico confine

di Marco Scataglini, da una segnalazione Fb. di O.L., da youtube.com

(foto tratta da brigantaggio.net)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=nmIM6GAvBag

 

 

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– LA NOSTRA PATRIA ILLEGALMENTE OCCUPATA DA 155 ANNI

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Il Regno delle Due Sicilie è la Patria carpita con l’imbroglio e la corruzione  giusto 155 anni fa il prossimo 17 marzo quando nell’antica capitale sarà il GIORNO DELLA MEMORIA per tutti quelli che sanno e amano la propria Terra. Per la prima volta questa cartina (su base originale e in alta definizione per poter essere ampliata a piacere) ) riporta i simboli delle province reali affinché ognuno possa riconoscersi ed aggiungere qualcosa alla sua cultura identitaria.

“La Patria nostra era il sorriso del Signore.
La Provvidenza la faceva abbondante e prospera,
lieta e tranquilla, gaia e bella,
aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita,
aveva esercito, flotta,
strade, industrie, opifici,
templi e regge meravigliose,
aveva un sovrano nato napolitano e dal cuore napolitano.
L’invidia, l’ateismo e l’ambizione
congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla”
Giacinto de’ Sivo
(da Storia delle Due Sicilie)

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=6581

 

 

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Dall’Istituto di ricerca storica Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo

– Maria Cristina, la Regina Santa e la sua boutique di moda in via Toledo

di Gerry Sarnelli, da istitutoduesicilie.blogspot.it

L’indimenticata Regina delle Due Sicilie Maria Cristina, moglie di Ferdinando II e madre dell’ultimo sovrano Francesco II, oltre alle sue tantissime virtù morali aveva anche una grandissima capacità imprenditoriale e commerciale.

A lei si deve il rifiorire, nel terzo decennio dell’800, delle antiche e già conosciutissime seterie di San Leucio, che negli anni avevano attraversato un periodo di declino. Ella organizzò un vero e proprio rilancio degli opifici, soprattutto mettendo la produzione al passo delle richieste della moda europea. Inviò a Parigi suoi emissari che in gran segreto rilevarono le ultime tendenze della moda: fogge colori, disegni, e contemporaneamente fece aprire un grande negozio, antenato delle future boutique, nella principale via del Regno, via Toledo.

Qui furono esposte le ultimissime produzioni appena uscite dalle seterie di San Leucio che tra lo stupore delle dame, seguivano la tendenza della moda appena dettata dagli stilisti parigini. Non soddisfatta del lavoro compiuto, scelse per le sete di San Leucio un vero e proprio marchio di fabbrica “un arcolaio”, e lei stessa non indossò che capi confezionati con le sete del prestigioso opificio.

Fonte:

http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2016/02/maria-cristina-la-regina-santa-e-la-sua.html

 

 

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– Campania, ecco l’origine (e vicissitudini) del nome della regione.

di Francesco Pipitone, da vesuviolive.it

Qual è l’origine del nome “Campania”? Secondo l’ipotesi più accreditata si deve questo toponimo alla città di Capua, una città la cui fondazione è probabilmente anteriore a quella di Roma e dunque grosso modo contemporanea a quella di Partenope, se non addirittura anteriore rispetto a quest’ultima. Il territorio di Capua e dei suoi immediati dintorni era pianeggiante, ed è dagli abitanti di quel centro, i Capuani, che si hanno i Campani, ossia coloro che vivevano in tutta quella porzione di territorio sulla quale era esercitata l’influenza di Capua. Ager Campanus, infatti, era per gli antichi proprio il territorio di Capua, che fino alla sua volontaria romanizzazione (donò se stessa ai romani per non farsi conquistare dai sanniti) era la più grande città in Italia.

Continua a leggere su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/53429-campania-lorigine-vicissitudini-regione/

 

 

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– Alfonso La Marmora, il militare che organizzava i ‘Safari’ nel Sud per ammazzare uomini, donne e bambini

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

 

Continua il nostro ‘viaggio’ tra i personaggi del risorgimento (con la erre minuscola) e della post unificazione italiana che si sono macchiati di delitti efferati contro la popolazione del Sud Italia. Gente alla quale ancora oggi le città del Mezzogiorno dedicano vie, piazze e scuole. Oggi è la volta di Alfonso La Marmora, ‘degno’ erede del generale Enrico Cialdini…

E’ venuto il momento dei pezzi grossi. E cominciamo con Alfonso La Marmora, a cui  la nostra ignorante città ha dedicato da troppo tempo una strada.

Nato a Torino, seguì la tradizione militare di famiglia, entrando giovanissimo all’Accademia militare. Partecipò alle operazioni militari nella prima guerra d’Indipendenza. Dopo la definitiva sconfitta piemontese, La Marmora si fece le ossa a Genova, che era insorta contro la monarchia sabauda, rivendicando l’indipendenza ligure.

La Marmora sedò la ribellione, nota come Moti di Genova, al prezzo di una feroce repressione. Riporta Il Secolo XIX:

“A mezzogiorno del 5 aprile ‘49 le batterie dei piemontesi cominciarono a sparare sulla città. Il bombardamento durò 36 ore, provocando incendi, crolli, devastazioni sui quartieri più poveri e una moltitudine di vittime e feriti. Poi entrarono in azione i bersaglieri e furono saccheggi, stupri e violenze d’ogni genere contro gli insorti”.

Successivamente venne nominato Prefetto di Napoli, comandante della città, e sostituì Enrico Cialdini nella repressione del brigantaggio (di Cialdini vi abbiamo parlato in questo articolo). Se Cialdini era un arrogante e insensato criminale di guerra, La Marmora fu molto di più. Incarnò infatti la micidiale fusione tra il militare criminale e il politico criminale.

La Marmora condusse le operazioni militari contro i briganti addirittura con maggiore energia. Chiese ed ottenne un aumento dell’organico militare a disposizione che arrivò fino a 105.000 soldati, un quinto dell’intera forza armata italiana di allora. E se non è guerra questa, che cos’è la guerra?

Altro che focolai di ribelli! Si trattò di una vera insurrezione di popolo, contrabbandata e consegnata alla Storia come una rivolta guidata da banditi.

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http://www.inuovivespri.it/2016/01/26/alfonso-la-marmora-il-militare-che-organizzava-i-safari-nel-sud-per-ammazzare-uomini-donne-e-bambini/#more-6236

 

 

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– Da Carlo Magno all’Anticristo: Il Ratto d’Europa (1°Cap)

di Floriana Castro, da antimassoneria.altervista.org

L’unione degli Stati Europei non è un’idea moderna, tentativi di riunificare l’Europa si leggono sin dopo dalla caduta dell’Impero Romano. Non è un caso che il centro del potere europeo sia passato da Aquisgrana (luogo in cui aveva sede la cattedrale, cuore del Sacro Romano Impero) a Maastricht e Bruxelles, che distano pochissimi chilomentri da Aquisgrana. Quindi l’Unione Europea come oggi la conosciamo è in continuità con l’Impero carolingio? NO l’Europa di oggi non esite neppure, poiché non esiste un’Europa, ma semplicemente una banca centrale e  una moneta (privata) che equivale ad una forma di governo oligarchico, usurocratico e depolicizzato imponendo il potere del mercato unico. L’Europa di oggi non è altro che un metodo di governo per imporre politiche neoliberiste all’insegna della rimozione dei diritti sociali e cristiani. L’unione degli Stati europei serve solo a distruggere un intero popolo sull’altare delle banche e dei sacrifici chiesti ai popoli. L’idea di un’unione europea non sarebbe un idea malvagia in sé, avrebbe senso solo se, per esempio, Grecia e Germania stessero assieme come popoli fratelli e non in un rapporto asimmetrico totale in cui la Germania sta facendo ai danni di Grecia (ma anche degli altri paesi mediterranei tra cui il nostro) cio’ che fece nelle pagine piu’ brutte del 900 con mezzi politici e militari, oggi lo sta facendo con l’usura e con la violenza economica. A differenza dell’Impero Carolingio non esiste una politica europea, una cultura europea, un ideale di fraternià europeo. L’Unione Europea è quindi uno scimiottamento dell’opera di Carlo Magno e del Sacro Romano Impero, troppo spesso citato a sproposito dagli oligarchi europeisti sulla quale cercano di riscrivere basandosi solo su una moneta quella che dovrebbe essere la nuova laica, (ma in realà palesemente massonica e luciferica) cultura europea: matrimoni gay, aborto, controllo delle nascite, usura bancaria, schiavizzazone dei popoli, eutanasia, immigrazione selvaggia (prevalentemente musulmana) per cancellare completamente il vecchio volto cristiano del vecchio continente

Carlo Magno figlio di Pipino il breve e re dei franchi fu colui che tento’ di riunire l’impero romano sotto la Croce di Cristo, dopo la caduta dell’Impero romano. L’Impero carolingio conservava elementi continuativi con l’età tardo-romana.

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http://antimassoneria.altervista.org/da-carlo-magno-allanticristo-il-ratto-deuropa/

 

– Da Carlo Magno all’Anticristo: Il Ratto d’Europa (2° Cap)

di Floriana Castro, da antimassoneria.altervista.org

Le opposizioni nei disegni dell’Alta Loggia coincidono, e l’Europa unita si farà come ricordava negli ormai lontani anni Sessanta il 33 grado Yves Marsaudon del Supremo Consiglio di Francia: “Noi possiamo affermare che l’Europa Massonica si fa…”

L’appello lanciato da Churchill ebbe immediata e grande risonanza: ancora nel 1946 venne fondato in Gran Bretagna lo “United Europe Movement” ad opera dello stesso Churchill; seguiva in Francia il “Conseil pour une Europe Unie” di Jean Monnet e Robert Schuman; Associazione Internazionale per l’Unità Europea» presieduta da Paul van Zeeland e alla quale apparteneva un certo Joseph Retinger. Il profilo di quest’ultimo personaggio è quanto mai rilevante ai fini della nostra trattazione. Retinger, membro della Round Table e fondatore di spicco del CFR americano. Agente dei servizi segreti e successivamente diplomatico, con l’appoggio del Pilgrims miliardario Nelson Rockefeller, sarà il vero ispiratore e il padre fondatore nel 1954 del Bilderberg Group, un superparlamento riservato alla crema del mondo degli affari e della politica esteso alle due sponde dell’Atlantico. Gran parte di questi movimenti confluì l’11 novembre 1947 in un “Comitato internazionale di Coordinamento dei Movimenti per l’Unità europea” che a sua volta generò un “Congresso dell’Europa” da tenersi all’Aia fra il 7 e il 10 maggio 1948 sotto la presidenza di Winston Churchill.

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http://antimassoneria.altervista.org/da-carlo-magno-allanticristo-il-ratto-deuropa-2-cap/

 

 

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– Pillole di Verità – "Ecco come la Germania sotto Hitler raggiunse la piena occupazione"

di Tele ponte, Ponte dell’olio, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=F_AmUQeE7rE

 

 

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– L’istruzione ai tempi del Regno delle Due Sicilie

di Giuseppe Bartiromo, da briganti.info

L’istruzione ai tempi del Regno delle Due Sicilie è un tema spesso oggetto di mistificazioni, che hanno permesso la costruzione di una serie di falsi storici, finalizzati ad aggiungersi all’enorme produzione storiografica e non, che, dal risorgimento in poi, ha avuto quale obiettivo lo svilimento e la demonizzazione della società e del sapere “meridionale”, nell’ottica di quel processo di annichilimento culturale e identitario dei “popoli del Sud”, che fu strumentale alla formazione e al consolidamento dello Stato italiano.

Nel 2011, in occasione del ciclo di conferenze “Altri Risorgimenti”, organizzato del Centro Studi Civitanovesi di Civitanova Marche, si è tenuto il convegno “Il Regno dei Borbone, palestra pedagogica e scuola d’eccellenza“, retto dal prof. Giuseppe Fioravanti, già Ordinario all’Università Suor Orsola Benincasa e all’Università La Sapienza, che ha tentato, riuscendovi, di fare chiarezza e demistificare la visione indotta e stereotipata di un Paese, le Due Sicilie, e delle sue popolazioni tenute, a detta dei loro detrattori, nell’ignoranza, per poter essere meglio sottomesse e controllate.

La pubblica istruzione nelle Due Sicilie era organizzata secondo un sistema che vedeva al livello più elevato le quattro Università del Regno, ovvero Napoli, Palermo, Messina e Catania. Gli istituti scolastici, invece, erano i Reali Licei e i Reali Collegi, i seminari e le scuole secondarie (presenti nei principali comuni) e primarie (presenti in tutti i comuni). Nello specifico, l’istruzione pubblica elementare era gratuita e soggetta a regolari ispezioni. In generale, nel sistema scolastico, veniva applicato in maniera scrupolosa il criterio meritocratico: il docente per il quale fossero state accertate una preparazione culturale inadeguata o una scarsa etica professionale, aspetti questi che potevano compromettere il funzionamento dell’istruzione pubblica, sarebbe stato destituito.

Inoltre, era davvero elevata la presenza di scuole private, nelle quali, l’accesso all’istruzione era sia gratuito, sia a pagamento. Nel caso delle scuole tenute dall’Ordine degli Scolopi, ad esempio, l’accesso era non solo gratuito, ma riservato esclusivamente ai poveri, condizione di povertà che doveva essere attestata da certificazione rilasciata dal sindaco o dalle autorità ecclesiastiche. Le scuole tenute dall’Ordine dei Gesuiti, invece, erano a pagamento, ma una quota degli accessi era basata su un sistema di borse di studio, per cui lo studente povero poteva inoltrare richiesta direttamente al Sovrano, che assegnava borse di studio totali (definite “piazze”) o parziali, ovvero a copertura del 50% della retta scolastica (definite “mezze piazze”).

Continua a leggere su:

http://briganti.info/istruzione/

 

 

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La Battaglia di Bauco (28 gennaio 1861)

da prolocobovilleernica.it

(immagine tratta da isitutoduesicilie.blogspot.com)

 

Durante l'ultima fase dell'assedio di Gaeta diversi legittimisti francesi, spagnoli e belgi con in testa De Christen offrirono i loro servigi al Re Francesco II di Borbone.

Theodule de Christen propose al re un piano strategico per alleggerire l'assedio di Gaeta e organizzare una guerriglia organizzata contro l'esercito invasore. Pertanto partì per gli Abruzzi per attuare il suo piano.
Gli abitanti del Regno in molti casi non riconoscevano l'occupazione, anzi consideravano usurpatori gli uomini del Re di Sardegna e per tale motivo si organizzavano in bande armate e si univano ai soldati di Re Francesco per resistere a un esercito che consideravano straniero a tutti gli effetti anche perché parlavano prevalentemente il francese, una lingua sconosciuta alla stragrande maggioranza della popolazione.

Il generale piemontese Maurizio de Sonnaz si stava spostando da Gaeta in Abruzzo per reprimere gli ultimi focolai di resistenza, ma nelle vicinanze di Sora che allora faceva parte del Regno di Napoli, incappò nelle truppe filoborboniche comandate dal Colonnello alsaziano Théodule Emile de Christen allora ventiseienne e dal "Brigante" sorano, il Guardia Boschi Luigi Alonzi detto "Chiavone". Quest'ultimi per evitare lo scontro con i Piemontesi si ritirano verso l'abbazia di Casamari, a ridosso del Confine con lo Stato Pontificio. I Piemontesi sconfinarono e si lanciarono all'inseguimento dei Borbonici e arrivati a Casamari seminarono il terrore.

Vogliamo ricordare questo evento attraverso le testimonianze dell'epoca tratte dal

"Journal de ma captivité suivi du recit d'une campagne dans le Abruzzes"

(pubblicato a Parigi dallo stesso De Christen nel 1866),

Memorie di Don Alberico M. Lombardi

(archivio storico, Abbazia di Casamari)

Onoranze ai soldati caduti il 28 gennaio 1861 sotto le mura di Bauco

(Cav. Luigi Liberati, ristampa Pro Loco Boville, Casamari 2001)

Lettere che il Priore di Bauco Gaetano Vellucci inviava al Delegato apostolico di Frosinone.

22 gennaio . Padre Alberico Lombardi.


" Arrivata dunque la truppa, comincio a sfasciare e porte e finestre, e svaligiare tutte le officine:foresteria, Camere Abbaziali, Cucina Dispensa, Cancelleria, Forno, Portineria e infine la Sacrestia e, come se ciò non bastasse alla rapacità dei vandali Piemontesi, fu sfasciato il Ciborio: buttate via le Sacre Specie e presa la S. Pisside, rotte le torce e le lampade dell'altare Maggiore, ed insieme coi candelieri ne fecero un mucchio vicino una colonna per appiccarvi fuoco"

E prosegue:

" Bisogna aggiungere che i nostri bravi soldati, nell'incendiare la farmacia, presero un nostro confratello oblato, perchè di recente vestito, lo legarono nella spezieria stessa e, dato fuoco alla medesima, lo lasciarono alla discrezione delle fiamme, se non che Egli prodigiosamente poté a poco a poco liberarsi dalla fiamme ed uscire intatto da quel pericolo"

(dal diario di un soldato Borbonico nelle carceri italiane – De Christen)

Partiti i Piemontesi e domato l'incendio di Casamari, i Napoletani e i Briganti di Chiavone attraversano Campogentile e l'altura di Cologni e si dirigono verso un villaggio vicino sempre entro i confini pontifici, Bauco. Il paese è un fascio di case su una collina scoscesa da tutti i lati che ha un unico accesso praticabile da nord ed è circondato da mura medioevali in rovina.

La colonna viene accolta festosamente dalla popolazione. I soldati prendono quartiere nel palazzo Filonardi. De Christen, Caracciolo e Coataudon sono ospitati nel Palazzo Marziale……………………

Continua a leggere su:

http://www.prolocobovilleernica.it/Notiziestoriche/La%20battaglia%20di%20bauco.html

 

GENNAIO 2016

 

PER NON DIMENTICARE…

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Il 3 gennaio 1862, a Castellammare del Golfo (Tp), vengono fucilati per "brigantaggio":

 

– Angelina Romano, di appena otto anni e due mesi

 

– Don Benedetto Palermo di 43 anni, parroco del paese

– Anna Catalano di 50 anni

– Mariano Crociata di 30 anni

– Angelo Calamia di 70 anni

– Antonio Corona di 70 anni

– Mariano Crociata di 30 anni

– Marco Randisi di 45

 

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– 3 gennaio 1894 – La strage di Marineo (Pa)

 

(immagine tratta da ildialogo.org)

 

Il 3 gennaio, Giacomo Merli, comandante della

truppa, gridò ai suoi soldati: «Caricare! Puntare!

Fuoco!». E fu una carneficina. Pur di reprimere il

movimento dei Fasci, le truppe regie spararono

contro una folla inerme: 17 le vittime innnocenti.

 

Fonte:

https://piazzamarineo.files.wordpress.com/2011/01/pa0201-pa03-29.pdf

 

 

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– 20 gennaio 1893La strage di Caltavuturo (Pa)

 

(foto tratta da contropiano.org)

Era mezzogiorno del 20 gennaio 1893, il giorno di San Sebastiano.Nel pomeriggio, una compagnia di fanteria arrivata da Palermo scatenò una caccia all’uomo sulle alture circostanti il paese, arrestando molti dei contadini scampati alla strage. I corpi degli assassinati furono lasciati per quasi due giorni sul selciato prima che ai familiari fosse consentito di dare loro sepoltura.

Fonte:

http://www.siciliafan.it/la-strage-caltavuturo-del-20-gennaio-del-1893-cruciano-giallombardo/

 

 

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– 21 gennaio 1799: rivolta dei Lazzari a Napoli

Gennaio 1799: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli

di Francesco Pappalardo, da storialibera.it

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

La reazione armata delle popolazioni del Regno di Napoli – organizzate in gran parte nell'esercito della Santa Fede – contro la Repubblica Napoletana del 1799, va inserita nel più ampio contesto del così detto Triennio Giacobino (1796-1799) o, cambiando angolo di visuale, dell'Insorgenza (1796-1815), cioè dell'insieme delle sollevazioni contro-rivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia. Nascono in quel periodo effimere repubbliche, sostenute soltanto da minoranze «illuminate», che ritennero giunta l'ora per concretizzare le loro utopie o, più prosaicamente, per impadronirsi dei beni ecclesiastici e delle terre comunali su cui gli abitanti esercitavano gli usi civici da tempo immemorabile. Le popolazioni, anziché lasciarsi incantare dalla Libertà astratta e letteraria dei riformatori, insorgono concordi in difesa delle loro tradizioni e delle residue libertà concrete, mostrando che il vero elemento unificatore della nazione italiana era rappresentato dalla comune identità religiosa e culturale. La Rivoluzione, infatti, è avversata dagli italiani perché percepita nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma soprattutto straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo.

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http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/rivoluzione_francese/repubblica_napoletana/articolo.php?id=412

 

 

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– La Costituzione dei Sanniti

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

tratto da Epistola di Cleobolo a Platone

Scrivo da Maronea. Ma, quando ti nomino una cittá sannitica, non pensare né a Taranto, né a Locri, né a Crotone. Qui gli uomini vivono divisi in picciole borgate, molte delle quali hanno un fòro, una curia, comizi e magistrati comuni: questa riunione essi chiamano «cittá»; ed il luogo, in cui si riuniscono, chiamano con un nome di cui forse noi non abbiamo l’eguale in Grecia.

Molte cittá formano una nazione e tengono anche esse alcuni luoghi (sono per lo piú tempii), ne’ quali si radunano, per deliberare sugl’interessi comuni, i principali di tutte le cittá. Intorno al fòro ed alla curia non abitano che gli artigiani, i quali godono cosí dell’opportunitá del mercato, che ivi si tiene tre volte al mese.

I principali tra i cittadini si recano a gloria abitar in campagna; esser rimosso dalle tribú della campagna e trasportato in quelle della cittá è reputato vergognoso. Siccome il popolo concorre nel fòro, per ragion del mercato, tre volte al mese, cosí, se i magistrati voglion convocarlo per la discussione di qualche affare, lo annunziano tre volte, e per tre volte fanno star affissa nel fòro una tavoletta, sulla quale è scritta la quistione che deve discutersi; e tutto ciò perché il popolo abbia e tempo e modo di prepararsi alla decisione della medesima.

Mi pare di veder tra i sanniti un corpo politico, di cui le membra sono piú picciole, ma il vincolo che le unisce piú forte che nelle altre parti dell’Italia finora da noi osservate. Taranto, Crotone, Turio, Locri hanno anche esse i loro concili: inutili concili, piú atti a fomentar, coll’avvicinare gli uomini, l’invidia vicendevole che a rafforzar l’amicizia comune! Taranto, Crotone, Turio, Locri sono cittá piú grandi di Maronea, Murganzia, Esernia, Boviano: ciascuna si crede forte abbastanza per oprare da se sola, e trova nell’altra, non giá un soccorso opportuno a’ bisogni, ma un ostacolo importuno all’ambizione.

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http://www.altosannio.it/la-costituzione-dei-sanniti/

 

 

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Dall’Istituto Ricerca storica Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– 19 Gennaio 1925 – 19 Gennaio 2016 XCI Anniversario della morte della Regina

di Giovanni Salemi, da istitutoduesicilie.blogspot.it

 

19 gennaio 1925         –          19 gennaio 2016     

 

91 anni dalla morte della Regina Maria  Sofia

Ultima Regina Regnante

Del Regno delle Due Sicilie

                                         

Con grande coraggio e dignità regale

tenne alta la Bandiera delle Due Sicilie

fino alla morte

           

Un pensiero memore e una dichiarazione di fedeltà 

                                                       

                 Giovanni Salemi

        Presidente Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie

 

 

Il prossimo 19 gennaio ricorreranno 91 anni dalla salita al Cielo della Regina del Regno delle Due Sicilie, Maria Sofia di Baviera, vera animatrice dell'assedio di Gaeta, salvatrice dell'Onore del regno e dell'esercito delle Due Sicilie: non passò giorno che non trascorse ad aiutare i suoi soldati sotto le cannonate, a curare le loro ferite, a condividere i loro stenti e le loro paure, ad incoraggiarli, a nutrirli, a soccorrerli, così come dava forza al marito nei momenti più difficili.

La coppia Reale a Gaeta diede degnissimo spettacolo di sé, uno spettacolo fatto di amore, abnegazione, devozione, onore e dignità, senso del dovere e della Patria, ma anche di serenità e di affetto per i propri sudditi e per i propri soldati.

Fonte:

http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2016/01/19-gennaio-1925-19-gennaio-2015-xci.html

 

 

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– Istituti di istruzione a Napoli nel 1845

in “Napoli e le sue vicinanze”, Vol. II, da VII Congresso scientifico degli italiani

da una segnalazione di Vincenzo Gulì

 

 

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– Il mare a Foggia? Si può fare, parola di Borbone

da letteremeridiane.blogspot.it e da una segnalazione di P.L.

È diventata quasi proverbiale la campagna elettorale di un candidato sindaco di Foggia, il conte Franchini, che promise ai cittadini di portare il mare a Foggia, se le urne l’avessero premiato. Da allora, nel capoluogo dauno “portare il mare a Foggia” sta a designare la promessa elettorale esagerata, il sogno che mai si realizzerà.

In realtà, il visionario progetto del buon Franchini, era tutt’altro che una boutade. Era stato effettivamente  preso in considerazione dal Governo, e già molti anni prima che il Conte se ne servisse per cercare di conquistare la fascia tricolore.

L’idea era di creare un canale navigabile tra il capoluogo dauno e la riviera sipontina, potenziando uno dei corsi d’acqua già esistenti, in modo da poterlo utilizzare – e non si può negare che l’ipotesi avesse taluni aspetti di pura genialità – anche a fini irrigui. Ad accarezzare questo sogno fu il tanto vituperato governo borbonico che nel 1838 spedì a Foggia, per realizzare quello che si definirebbe oggi uno studiò di fattibilità, un luminare dell’epoca, Vincenzo Antonio Rossi, esperto di trasporti fluviali ma anche di bonifica.

L’ingegnere approdò a conclusioni sorprendenti: bocciò l’idea di rendere navigabili i corsi d’acqua già esistenti, anche a causa della endemica penuria idrica del territorio, ma ritenne che sarebbe stato possibile realizzare un canale ex novo, con la particolare tecnica che vedremo dopo. 

Esimio componente dell’Accademia Pontaniana, una delle più antiche istituzioni culturali d’Italia, che ha sede a Napoli (fu fondata nel 1458), Rossi riferì  della sua esperienza in Capitanata ai soci dell’Accademia, nella tornata del 18 agosto 1838, e più tardi, nel 1845, dette alle stampe la sua relazione che venne pubblicata a Napoli da’ torchi del Tramater.

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http://letteremeridiane.blogspot.it/2016/01/il-mare-foggia-si-puo-fare-parola-di.html

 

 

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– La mia terra spogliata di tutto dal 1860 ad oggi!

di Antonio Nicoletta, da rivistasantamariadelbosco.it e da una segnalazione di E.V.

Un contributo allo studio della Calabria postunitaria del nostro poeta, scrittore e giornalista Antonio Nicoletta da Velletri.

Sono nato in Calabria e lì ho vissuto quasi il primo terzo della mia vita.

Il mio universo, fisico e culturale aveva in quei luoghi il suo epicentro. Godevo della mia territorialità e la consideravo quasi un privilegio. Rimasi molto male, quando crescendo ed affacciandomi al mondo, mi resi conto di come la mia terra, ed il meridione tutto, era considerata la parte debole ed arretrata della nazione Italia. Mi resi conto di quanto negletta fosse, e quando considerata, lo era solo per la sua arretratezza, ignoranza, infingardaggine, malaffare.

L’albagia dei vari pubblicisti e commentatori, molti del nord, rendeva ancora più acuto il mio disagio, quando leggevo nei loro scritti quanto il sud pesava e quanti problemi dava. L’orgoglio della mia nascita cominciava a pesarmi e di questo me ne accorsi quando giovane allievo ufficiale venni inserito in una piccola babele di origini, dove la mia alle volte faceva le spese di distinguo e sottolineature non sempre piacevoli.

Avevo letto della sua passata grandezza, dei suoi filosofi, della sua storia, del suo contributo al territorio che poi divenne (anche se in malo modo) la nostra Patria. E non mi rendevo conto come in una nazione che malgrado la mancanza di risorse, con la sua inventiva e la sua intelligenza era stata capace di creare fonti di reddito con attività che si imponevano nel mondo, solo il sud, a parte alcune piccole nicchie, dipendenti soprattutto dalla peculiarità del suo clima, per il resto fosse assente.

Solo in età un po’ più vicina alla maturità mi resi conto che forse alla base di tutto questo vi erano responsabilità non solo nostre; la storia non era quella che ci insegnavano a scuola. Molte cose ci erano tenute nascoste, altre avevano evidenze diverse da quelle che immaginavamo.

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http://rivistasantamariadelbosco.it/index.php/second-home/450-la-mia-terra-spogliata-di-tutto-dal-1860-ad-oggi

 

 

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– LA RIVOLUZIONE FRANCESE E LA VANDEA: IL SANGUE CONTRO L'ORO

di …si accordino nell’animo e nell’opera, da youtube.com e da una segnalazione di N.A.

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Qs84PkivXqo&feature=youtu.be

 

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DICEMBRE 2015

 

– Federico II, un ponte tra Oriente e Occidente

di Alvaro Orus, da youtube.com

(foto tratta da nobili-napoletani.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=_Z08R3qOq2k

 

 

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– Le due Sicilie e la Russia un forte legame che dura da secoli

di Gerry Sarnelli, da napoliflash24.it

Alla fine del 1845 lo Zar russo Nicola I compì un viaggio in Italia per accompagnare la consorte Alessandra in Sicilia, dove la Zarina si sottoponeva ad alcune cure. La coppia imperiale sbarcò a Palermo il 23 ottobre dal piroscafo Kamcatka. Lo Zar  trascorse oltre un mese tra l’isola e Napoli mentre la moglie si trattenne molto più tempo.

A seguito di questo illustre viaggio sono tantissime le testimonianze del forte legame tra Napoli e la Russia, in primis le due statue equestri all’ ingresso dei giardini del Palazzo Reale di Napoli, realizzate da Petr Klodt, quale dono dello zar Nicola I a Ferdinando II di Borbone, per ringraziarlo del piacevole soggiorno della coppia reale nelle Due Sicilie. Una coppia di cavalli, pressoché identici dominano il fiume Neva, dall’ alto del ponte Aneckov a San Pietroburgo.

È il 1846 e la storia ufficiale dell’ amicizia tra le due ex capitali comincia qui, come testimoniano altri regali – quadri e strumenti musicali – attualmente esposti negli appartamenti di Palazzo Reale e al Conservatorio di San Pietro a Majella. Le cronache dell’epoca parlano di uno Zar entusiasta della bellezza della città, ma interessato soprattutto ai suoi progressi industriali: l’ opifcio di Pietrarsa, dove si assemblavano le locomotive, viene preso a modello per la costruzione del complesso industriale di Kronstadt. Oggi è la sede dello splendido museo ferroviario italiano affacciato sul mare.

Aristocratici, pittori e scrittori arrivano a Napoli per vedere con i propri occhi le meraviglie cantate dai posteggiatori partenopei chiamati a corte da Nicola I: bisogna anche ricordare che proprio a Odessa, in un’ Ucraina grigia e umida, per opera di due napoletani in tour sul Mar Nero, nascono le note di ‘ O sole mio nella primavera del 1898,:il clima del Meridione, è ciò che i russi apprezzano di più.

Le tele di Silvestr Scedrin, Karl Brjullov, Pimen Orlov rendono efficacemente l’ atmosfera che si respirava per le strade napoletane che affascinarono il popolo russo. Numerosi furono i viaggiatori Russi a venire nel mezzogiorno: Scedrin, in particolare, s’ innamora di Sorrento al punto da lasciare la natale San Pietroburgo per stabilirsi nella cittadina fino alla morte. Maksim Gorky lo scrittore di Nizhny Novgorod, è tra i russi più famosi a venire nel capoluogo partenopeo in cerca di pace e tranquillità, che troverà a Villa Gallotti, splendida residenza immersa nella quiete del quartiere Posillipo e affacciata sul Golfo di Napoli. Di Nikolai Gogol invece, si racconta che amasse la confusione e il buon cibo, e che al suo ritorno in patria cucinasse per i propri ospiti gli spaghetti al dente e tantissimi altri piatti. Da ricordare, infine, la vacanza caprese di Lenin nel 1908.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/le-due-sicilie-la-russia-un-forte-legame-dura-secoli/

 

 

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– BRIGANTI GUERRIGLIERI DEL SUD

di Moto In Sud, da youtube.com

(immagine tratta da siamotuttibriganti.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=sCoyxOuQ8QU&feature=youtu.be

 

 

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PER NON DIMENTICARE…

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

– 4 NOVEMBRE 2015, SI CELEBRANO L’ENNESIMA FESTA DELL’UNITA’ D’ITALIA, IL 97° ANNIVERSARIO DELLA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA FESTA DELLE FORZE ARMATE.

di Giuseppe Scianò, da pag. Fb.

(foto tratta da lagrandeguerra.net)

 

Non dobbiamo, però dimenticare i “CADUTI”…. Soprattutto i “CADUTI SICILIANI”, che furono i più numerosi e per i quali gli indipendentisti F.N.S. continuano a chiedere verità e giustizia.

Da diversi anni, nella giornata del “4 NOVEMBRE”, si festeggia, in tutto il territorio dalla Repubblica italiana, la ricorrenza dell’anniversario (siamo arrivati al 97°) della fine della PRIMA GUERRA MONDIALE, INIZIATA IL 24 maggio del 1915 e terminata, appunto, il 4 Novembre del 1918, in modo “vittorioso” per il Regno d’Italia.

Nella stessa data si festeggiano anche l’Unità d’Italia (… non è l’unica “festa”) e le FORZE ARMATE, alle quali è pure dedicata la giornata del “4 Novembre”.

Si rende, inoltre, doveroso omaggio alla memoria di tutti i “CADUTI”.

In queste celebrazioni si ricordano giustamente gli episodi più gloriosi e talvolta anche quelli meno gloriosi (addirittura quelli più tragici) della “GRANDE GUERRA”.

Quasi mai tuttavia, si ricorda il fatto “strano” che la “Regione” che ebbe il maggior numero di CADUTI, – in quella tragica guerra, – fu proprio la Sicilia, che era la Regione più lontana dal “FRONTE” e dalle altre “ZONE di GUERRA”.

Un “particolare”, questo , troppo inquietante, che bisognerebbe finalmente spiegare bene al Popolo Siciliano. Infatti si parlò (e si continua a parlare) di ben 50.000 (cinquantamila) SOLDATI SICILIANI MORTI. Innumerevoli i feriti, gravi e non gravi. La Sicilia, insomma fu messa in una condizione di LUTTO GENERALE.

Ed è sospetto soprattutto il fatto, che, – sulla base della densità della popolazione, – nella graduatoria dei soldati caduti per Regione, – seguano la SARDEGNA e poi le Regioni Meridionali. Alle quali va pure la nostra fraterna solidarietà. Minori, invece, le percentuali di CADUTI nelle Regioni del CENTRO e del NORD-ITALIA…

Se i dati sopra riportati sono esatti, non si può trascurare il sospetto che una qualche “discriminazione razziale” vi sia stata.

Ed è anche per questo motivo che l’ FNS “Sicilia Indipendente” chiede VERITA’ e GIUSTIZIA SULLE RESPONSABILITA’ politiche,oltre che militari, di tali “SCELTE”. NON DOBBIAMO TACERE. NON POSSIAMO TACERE, nonostante il fatto che sia trascorso quasi un secolo. Diciamo “NO” alla REGOLA del SILENZIO! NO la CONGIURA del SILENZIO!..

Noi Indipendentisti Siciliani, dobbiamo tuttavia puntualizzare che siamo orgogliosi di quanto hanno fatto i Soldati Siciliani, nel corso della PRIMA GUERRA MONDIALE, con spirito di sacrificio e con senso di responsabilità E ritenendo, quasi sempre, che i loro sacrifici potessero essere utili anche al Popolo Siciliano. Pur se, poi, ciò non sarebbe avvenuto.

Ci sia altresì consentito di affermare che siamo orgogliosi OGGI, NEL 2015, dei tantissimi giovani Siciliani, in Servizio Militare volontario e professionale, molti dei quale sono stati destinati alle Missioni di Pace all’Estero. Spesso nelle nuove ZONE di GUERRA.

SIAMO INFATTI CONVINTI CHE I “NOSTRI” soldati portino nel loro animo e nei loro cuori, nell’espletamento del rispettivo servizio ( e NON DISGIUNTI DALL’OBBLIGO di COMPIERE COMUNQUE IL PROPRIO DOVERE), quei sentimenti di amicizia e di collaborazione fra i Popoli, quella SOLIDARIETA’ e quella “cultura” della PACE, che nie millenni hanno caratterizzato (e che caratterizzano) la vera IDENTITA’ del Popolo Siciliano, della NAZIONE SICILIANA.
 

ANDUTU!
Palermu, 3 NUVIMMIRU (novembre) 2015

IL PRESIDENTE ONORARIO FNS
(Giuseppe Scianò)
“SI ALLA SICILIA!
NO ALLA MAFIA!”

Fonte:

https://www.facebook.com/scianogiuseppe/posts/10203882490981773

 

 

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– Federico II di Svevia, grande fondatore dell'Università di Napoli e della Scuola Siciliana

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

Fu questo imperatore, coadiuvato dal letterato Pier delle Vigne, a emanare nel 1213 la Liber Costitutionum Regni Sicilie, il più importante documento legislativo laico del Medioevo, conosciuto anche come Constitutiones Melphitanae, dal nome della città in cui fu redatto. Federico II di Svevia nacque nel 1194 da Enrico VI di Svevia, imperatore dei Romani, e Costanza, l’ultima discendente della dinastia normanna d’Altavilla. Andavano così a fondersi nelle mani di un unico bambino i poteri del Regno di Sicilia e dell’impero germanico.

Il bambino, dopo la morte del padre, fu affidato a soli quattro anni alle cure di papa Innocenzo III, e si trasferì così a Palermo dove fu incoronato, con il nome di Federico I, re di Sicilia. Non passò molto tempo che morì anche Costanza e da questo momento il giovane sovrano si trovò al centro di intrighi e lotte interne che videro protagonisti gli aspiranti al potere. Alla fine prevalse Marcovaldo di Annweiler, il principale sostenitore tedesco di Enrico VI, che, supportato da Filippo di Svevia, invase la Sicilia rivendicando la tutela del ragazzo. A quattordici anni, la maggiore età per i re, Federico poté finalmente allontanare qualunque tipo di tutore o intermediario. Cresciuto in una corte cosmopolita, aveva fatto proprie doti cavalleresche, una forte curiosità intellettuale e un carattere superbo, determinato, audace e avventuroso. Su consiglio del papa sposò Costanza d’Aragona, di dieci anni più grande. Intanto in Germania andavano avanti gli scontri tra i pretendenti al trono di Enrico IV. Federico, approfittando della morte di uno e delle inimicizie dell’altro riuscì a farsi incoronare, nel 1212, re di Germania con il nome di Federico II. Tornato in Italia, sedò i contrasti in Sicilia ordinando l’arresto di alcuni baroni e nel 1224 fondò l’Università di Napoli, la prima università laica e statale degli studi del mondo Occidentale. Il sovrano scelse la città partenopea al posto di Palermo, capitale del Regno, per la sua posizione strategica e il forte ruolo di potenza intellettuale e culturale che contraddistinguevano Napoli a quel tempo. Per far sì che i suoi sudditi si iscrivessero, concesse facilitazioni di vario genere a coloro che volessero frequentarla. Rimanendo vedovo, decise poi di sposare Isabella, figlia del re di Gerusalemme, che morì mettendo al mondo Corradino, secondo figlio del sovrano. Da qui a essere incoronato anche re di Gerusalemme il passo fu breve. Dopo essere stato scomunicato da papa Gregorio IX, partecipò alla VI Crociata nel 1228 conquistando un’altra corona. Al rientro dalla Terrasanta sancì l’inizio di un periodo di pace emanando, nel castello di Melfi, il codice legislativo del Regno di Sicilia con il quale segnò il passaggio dal sistema feudale a un nuovo modello di Stato centralizzato. In questo periodo si sviluppò anche la cosiddetta Scuola Siciliana caratterizzata da “canzonette” d’amore e sonetti. Lo stesso imperatore, che si mostrò anche esperto filologo traducendo diverse opere dal greco e dall’arabo, produsse la prima lirica in volgare italiano.

L’era pacifica finì quando Federico II fece imprigionare il primo figlio Enrico che, diventato re della Germania, cercò di creare una coalizione contro lo stesso padre. Intanto continuarono i problemi con il papato, di cui contestava la supremazia che voleva esercitare nei confronti dell’impero, che durante il concilio che il pontefice Innocenzo IV indisse a Lione, nel 1245, lo accusò di spergiuro ed eresia. L’assemblea deliberò la sua deposizione dal trono anche se questa decisione non fu mai messa in atto. E non migliorarono neanche i rapporti con i Comuni dell’Italia settentrionale che, per mantenere la propria autonomia, istituirono nuovamente la Lega Lombarda. Mentre cercava di reagire a questi attacchi, Federico II morì il 13 dicembre 1250 e con lui terminò anche un’epoca dominata dalla cultura e dall’istruzione.

Fonte:

http://www.vesuviolive.it/cultura/123671-federico-ii-svevia-grande-fondatore-delluniversita-napoli-della-scuola-siciliana/

 

 

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– Il vero volto di Gioacchino Murat

dalla pagina Fb. di Luca Sartori

 

 

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– ZAR NICOLA II : UNA VITTIMA DEI ROTHSCHILD

da nomassoneriamacerata.blogspot.it

Con il Congresso di Vienna (settembre 1814-giugno 1815) i Rothschild vogliono instaurare un Governo Mondiale. Molti governi europei erano sotto il controllo dei Rothschild in quanto indebitati con questa dinastia ad eccezione della Russia, in quanto lo zar Alessandro I non voleva cedere la banca centrale a questa mafia.
Questo fatto fece infuriare Nathan Mayer Rothschild che giuro' che un giorno lui o i suoi discendenti avrebbero distrutto tutta la famiglia ed i discendenti dello zar Alessandro I.
102 anni dopo i Rothschild portarono a compimento la loro vendetta.
I membri della famiglia dello zar Nicola II erano pii cristiani ortodossi.
A seguito della rivoluzione bolscevica, finanziata dai Rothschild, la famiglia reale fugge ad agosto del 1817 a Tobolsk in Siberia, soggiornando al Governors House fino ad aprile 1918. Sperava di trovare rifugio in Inghilterra, ma il re Giorgio V, un cugino Romanov, si rifiuto' ad aiutarli a causa delle pressioni ad opera di gruppi ebraici.
Lo zar con la sua famiglia durante il viaggio in treno ad Ekaterinburg negli Urali viene bloccata da quattro ebrei Goloshchekin, Safarov, Voikov e Syromolotov coordinati dall'ebreo Jacob Yurovsky che li portano a casa del ricco mercante ebreo Ipatiev. Il 4 luglio 1918 Yurovsky respinge i soldati russi che erano di guardia allo zar ad eccezione di Pavel Medvedev una spia Ceka ebraica e rimpiazza i soldati russi fedeli allo zar con assassini comunisti ebrei ungheresi.
Il 15 luglio 1918 due rappresentanti della Commissione straordinaria sovietica, uno dei quali Philip Golochtchekine, giunsero a casa di Ipatiev con un ordine di Jacob Yurovsky di eliminare la famiglia reale russa.

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http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2014/10/zar-nicola-ii-una-vittima-dei-rothschild.html

 

 

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– LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE : FILM DIVULGATIVO

di Moto in Sud, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=iU9n_ozERJY&feature=share

 

 

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– Partì dalla Calabria “l'Esercito della Santa Fede” – Era l'8 Febbraio 1799

(Il Cardinale, dopo avere conferito con il Re a Palermo, partì insieme ad altre sette persone alla volta di Pizzo, dove organizzò il grosso dell’esercito…n.d.r.)

da pag. facebook.com

Nell'ottobre del 1798 i Borbone decisero di liberare Roma dai francesi, che l'avevano invasa con le truppe del generale Jean Étienne Championnet. L'attacco fallì e causò la reazione francese, che determinò l'invasione e la caduta del Regno di Napoli (gennaio 1799). Nella città di Napoli fu proclamata la Repubblica Napoletana e fu innalzato l'albero della libertà.

Il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo chiese ai Borbone (rifugiati a Palermo) di organizzare la riconquista del Regno e cacciare l'occupazione straniera. La riconquista del territorio sarebbe iniziata dalle Calabrie. I sovrani diedero l'assenso, tuttavia essi non furono prodighi di mezzi per finanziare l'impresa.

Con sei persone, il cardinale sbarcò sulle coste calabresi (8 febbraio 1799), nei territori feudo della sua famiglia, sventolando una bandiera bianca, che diventerà il glorioso vessillo dell'Armata Sanfedista.

Il cardinale, incaricato dalla corte di Palermo, predicò l'insurrezione alle popolazioni calabresi, ancora poco contaminate dagli ideali massonici e rivoluzionari francesi: le parrocchie fecero suonare le campane per adunare la gente, la sollevazione diventò popolare, incontenibile.

La crociata della Santa Fede

La «plebe» si leva concorde in difesa delle sue tradizioni e oppone le sue antiche libertà concrete alla «Libertà» astratta e letteraria dei giacobini. Il governo borbonico ha un ruolo importante nell'acquisizione, da parte delle insorgenze, di un carattere esteso e uniforme, che le avrebbe differenziate dalle reazioni locali che si venivano manifestando in pressoché tutta la penisola contro i francesi e i loro alleati. Il proposito di dare una guida capace e autorevole alla reazione popolare per ricondurre il regno sotto l'autorità legittima era nato quasi subito alla corte di Ferdinando IV di Borbone (1751-1825), rifugiatosi a Palermo, che individua tale guida nel card. Ruffo.

L'8 febbraio 1799, soltanto due settimane dopo la conquista francese della capitale, il cardinale sbarca in Calabria, per organizzare la resistenza sul continente. Ha con sé soltanto pochi compagni e una grande bandiera di seta bianca, con lo stemma reale da una parte e una croce dall'altra, su cui stava scritto il famoso motto costantiniano In hoc signo vinces. Fin dall'inizio la sua azione è molto energica e raccoglie alcune migliaia di volontari: ricchi possidenti, ecclesiastici di ogni ordine e grado, commercianti e artigiani, contadini, armigeri baronali e militi delle disciolte corti di giustizia. Questi ultimi, insieme con alcuni ufficiali e soldati dell'esercito reale, erano i più esperti e disciplinati in mezzo a una moltitudine di uomini tratti sotto le bandiere della Santa Fede dal sentimento del diritto o dalla devozione alla monarchia, ma talvolta anche dal desiderio di bottino o di vendetta contro nemici personali. Ruffo, soprattutto nella prima fase dell'arruolamento, non può essere severo nella scelta, ma presto la sua mano organizzatrice si fa sentire; rifulgono in quei frangenti la sua forza d'animo, le capacità organizzative, la familiarità con i soldati, l'intensa opera di animazione e di direzione, l'atteggiamento inflessibile nei confronti dei predatori e dei violenti.

Continua a leggere su:

https://www.facebook.com/notes/la-fedelissima/part%C3%AC-dalla-calabria-lesercito-della-santa-fede-era-l8-febbraio-1799/144770459216430

 

 

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– Quando la Banca d’Italia decise di distruggere Banco di Sicilia e Sicilcassa

di Giulio Ambrosetti, da nientedipersonale.com

(foto tratta da ebay.it)

Nel 2002 collaboravo con la Fondazione Federico II. Si tratta del braccio operativo del Parlamento siciliano. La Fondazione, per statuto, è presieduta dal presidente dello stesso Parlamento dell’Isola. La Fondazione dava alle stampe un mensile – Euromediterraneo – che si occupava di politica , economia, costume e altro ancora. Presidente del Parlamento dell’Isola era Guido Lo Porto, figura storica della destra siciliana. Direttore della Fondazione era il professore Carlo Dominici, docente universitario e protagonista di tante vicende legate al mondo del credito siciliano (come leggerete in questa inchiesta, Dominici è stato amministratore del Banco di Sicilia).

Propongo a Dominici di ricostruire, in un’inchiesta, le vicende del Banco di Sicilia. Dominici è d’accordo. Ne dobbiamo parlare con il presidente Lo Porto.

A Lo Porto – che peraltro è anche un giornalista – l’idea piace. Ovviamente, per raccogliere le informazioni mi avvalgo, tra le tante fonti, anche della memoria storica del professore Dominici. Man mano che vado avanti nella raccolta delle notizie mi accorgo che il lavoro diventa ‘tosto’: mi accorgo, ad esempio, che nella vicenda del concambio ne hanno combinato di tutti i colori a discapito del Banco di Sicilia.

Sempre d’accordo con il professore Dominici, parlo con il presidente Lo Porto. Gli dico: “Presidente, qui la cosa diventa un po’ tosta: in pratica, hanno ‘rapinato’ il Banco di Sicilia”. Lo Porto mi risponde: “Vada avanti”.

Anche il professore Dominici va avanti. E scrive un bellissimo articolo da titolo indicativo rivolto al Ministro dell’Economia del nostro Paese di quegli anni: Giulio Tremonti: “Anche lei signor ministro!”. Spero di trovare questo articolo e di pubblicarlo. In sintesi, Dominici dimostra a Tremonti che anche lui è responsabile di aver lasciato una parte d’Italia – parliamo ovviamente del Mezzogiorno – senza un sistema creditizio di riferimento.

Continua a leggere su:

http://www.nientedipersonale.com/2015/11/24/quando-la-banca-ditalia-decise-di-distruggere-banco-di-sicilia-e-sicilcassa/

 

 

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– FENESTRELLE: Le incongruenze della storia

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Grazie all’inoltro del parlamentare duosiciliano Aldo Cianci abbiamo ricevuto una foto scattata dal patriota Duccio Mallamaci al Museo Storico dei Carabinieri a Roma. Essa dimostra una palese ammissione di quanto si dibatte nel mondo filo borbonico sui soldati delle Due Sicilie internati nei lager sabaudi dopo l’invasione: oltre quarantamila uomini!

Recentemente un sedicente professor Barbero ha ridicolizzato gli alti numeri imputati ai carnefici tricolorati attendendosi ai registri del più famoso carcere, quello di Fenestrelle, che mostrano qualche centinaio di “rieducandi” con pochissimi casi di morte naturale. Assai più incisivamente una ventina di anni fa Antonio Pagano aveva pubblicato un elenco, ripreso poi da vari altri (talvolta spacciandolo per novità),  con una cinquantina di morti. Ma niente di più, nonostante che nell’Archivio Storico dell’Esercito di via Lepanto vi siano numerosi dispacci che parlano di prigionieri caricati sulle navi nel meridione per la deportazione nel settentrione con numeri di diverse migliaia.

Da quando la storia è diventata ideologica, cioè nella funesta era post-rivoluzionaria, non è più agevole destreggiarsi con obiettività. Per ogni evento c’è infatti una caterva di pubblicazioni, per lo più di nomi altisonanti, che hanno un duplice scopo: intimidire i ricercatori non conformisti togliendo loro visibilità, spianare la strada agli altri per ribadire quanto già detto fornendo la massima divulgazione. Lo strumento più potente utilizzato è quello di pretendere dagli aspiranti revisori prove inconfutabili. Ciò è palesemente perfido per due motivi, questi sì inconfutabili. Il primo concerne il fatto che ogni criminale cerca di cancellare le prove del suo misfatto; figurarsi se il reo è lo stato stesso con il suo potere d’imperio. Il secondo riguarda la rigorosità documentale richiesta che non è stata mai rispettata dagli storici dell’intellighenzia dalla funesta data del 1789 in poi. Da allora i libri di storia hanno mostrato gravissime incongruenze che nessuno ha potuto sanare.

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http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=6188

 

 

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– Pio IX e il Risorgimento italiano. Cosa è veramente successo?

di p. Serafino M. Lanzetta, da youtube.com

(foto tratta da museodeipapi.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=t3nx1m5829w&feature=player_embedded

 

 

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– Ebrei e massoni,l'altra faccia del Risorgimento.

di Ubaldo Croce, da youtube.com

(foto tratta da strettoweb.com)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=cpC1DKvswCY&feature=youtu.be

 

 

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Dall’Istituto ricerca storica Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– CORREVA L'ANNO 1860. Il proclama del generale Casella all'Europa rimasto inascoltato: i pirati di Garibaldi, le violenze di Cialdini e i trasferimenti in Piemonte dei soldati fedeli al Re e alla Patria

da istitutoduesicilie.blogspot.it

E' grazie al lavoro dello storico Francesco Maurizio di Giovine, di Giuseppe Catenacci, presidente onorario dell'Associazione ex Allievi della Nunziatella, e all'editore Vincenzo D'Amico se oggi possiamo rileggere il proclama che il 1 novembre 1860, l'allora primo ministro del Regno delle Due Sicilie, il generale Francesco Casella, inviò alle corti europee. Un testo raccolto nella riedizione della Cronaca Civile e Militare delle Due Sicilie elaborata da monsignor Del Pozzo.

Le speranze di recuperare il Regno, già flebili dopo l'incerto esito del Volturno al principio del mese di Ottobre, con l'ingresso sulla scena del Piemonte erano ridotte al lumicino. Francesco II continuò a prolungare la difesa, e l'avrebbe prolungata entrando nella storia insieme ai suoi soldati fino a febbraio a Gaeta (e ancor più a lungo avrebbero resistito le milizie nelle fortezze di Messina e Civitella del Tronto), nella speranza che l'Europa non fosse stata ferma e immobile di fronte alla violenza del diritto pubblico europeo che si stava consumando a Napoli e in Sicilia.

Una aggressione i cui caratteri violenti erano noti a tutti ma, purtroppo per le Due Sicilie, le potenze conservatrici erano state annichilite da almeno due decenni di interessi e scontri contrapposti, sublimati nel sempre sottovalutato scontro di Crimea. Una rottura del fronte, quello tra Prussia, Russia e Austria, che avrebbe prodotto prima la caduta di Napoli e poi la rovina dei tre Imperi nel primo conflitto mondiale che avrebbe visto prima la caduta delle rispettive monarchie e poi, addirittura, la frantumazione dei propri territori, con la conseguente apertura di questioni etniche, politiche e sociali ancora di difficile composizione. 

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http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2015/11/correva-lanno-1860-il-proclama-del.html

 

 

NOVEMBRE 2015

 

– Carlo di Borbone, il re che fece di Napoli una grandissima capitale europea

di Francesco Pipitone, da vesuviolive.it

Il 10 Maggio 1734 un appena diciottenne Carlo, figlio di Filippo V di Spagna, entrò trionfante nella città di Napoli rendendola capitale di uno Stato tornato ad essere sovrano e indipendente, che sarà prosperoso e regalerà al mondo intero grandissimi capolavori. Riuscì a conquistare il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, togliendoli agli austriaci, approfittando di un grosso conflitto europeo, la guerra di successione polacca. Sua madre era Elisabetta Farnese, ragion per cui divenne Duca di Parma e Piacenza ereditando la celebre e ricchissima Collezione Farnese, adesso conservata a Napoli, città alla quale è stata legittimamente donata.

A Palermo fu incoronato come Carlo III di Sicilia, a Napoli avrebbe dovuto essere re con l’appellativo di Carlo VII di Napoli, tuttavia egli rifiutò quella numerazione optando per un semplice “Carlo” senza alcuna numerazione, per sottolineare il fatto di essere re di uno stato indipendente, mentre coi precedenti sovrani non poteva dirsi altrettanto. A causa della giovane età, nei primi anni di regno fu consigliato nelle scelte di governo soprattutto dalla madre, una donna molto forte, istruita, saggia, come d’altra parte era naturale vista l’illustre famiglia alla quale apparteneva, tanto che influenzava persino le decisioni del marito, sovrano di Spagna.

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http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/117233-carlo-di-borbone-il-re-che-fece-di-napoli-una-grandissima-capitale-europea/

 

 

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– FRA’ DIAVOLO: il primo “brigante” , martire in piazza Mercato

di Giuseppe Nuzzo, da napolipost.com

Ai primi dell’800, Piazza Mercato non era come la conosciamo noi.

L’enorme quinta di cemento di Palazzo Ottieri non l’aveva divisa in due e lo spiazzo, aperto sul mare era ben maggiore. E di maggiore importanza, se si pensa che, in assenza del “Rettifilo”, Napoli non aveva altre “luci” fino al Maschio Angioino.

Un luogo adatto a