GIUGNO 2017

– PER NON DIMENTICARE AFFINCHE’ IL LORO SACRIFICIO NON SIA VANO…..

da altaterradilavoro.com

*L’autorevole rivista Civiltà Cattolica stimò fino al 1870 in un milione le vittime borboniche dell’invasore italiano, per noi sottostimate. La guerra di liberazione era ancora viva nel 1880, quando un bersagliere scrisse di combattere ancora il Brigantaggio politico nell’avellinese. L’archivio dello Stato Maggiore dell’E.I. in Roma conserva sotto il segreto militare oltre 150.000 verbali, ognuno descrive un eccidio di partigiani borbonici nella repressione postunitaria. Si hanno indiscrezioni sull’esistenza di altri due archivi di eccidi praticati dall’Artiglieria e dalla feroce legione ungherese.

John Dickie, nel saggio “Una parola in guerra: l’esercito italiano e il brigantaggio, 1860-1870”, insiste soprattutto sulla natura coloniale del rapporto imposto dal governo unitario alle province appena annesse.

PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864: “Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette.”

Costantino Nigra, filologo, segretario di D’Azeglio e poi di Cavour, ambasciatore in Francia, nel 1861 scrisse a Cavour: «Mi avete mandato tra i negri. Meglio, mille volte meglio i negri dell’America del Sud».

Anonimo del 1863 – Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di  Napoli e Sicilia:Diciotto briganti distrutti… altri  presi e fucilati… Tutto il Gargano nello stato di assedio… le masserie chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia… la gente via per le campagne non  più che  con mezzo  pane in  tasca“. “E sì ne avvenne che, come a nembo di affamate locuste, ci vedemmo assaliti per veder consumato e perduto il prodotto delle  nostre fatighe; tanti nostri capitali accumulati, per processo di tempo, in fabbriche sontuose, in lavori di arte, in pubbliche istituzioni, in opifizi di varia sorte che davano costante lavoro al povero, e spandevano la pubblica ricchezza in tutte le parti del paese nostro”.

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– L’Unità d’Italia ha depredato il Sud. Eravamo ricchi e i Savoia ci derubarono

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

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Per non perdere la memoria di quella che rappresentò per il Sud la mala-unità d’Italia con la nascita della questione meridionale e siciliana e l’impoverimento del Mezzogiorno, vi propongo le testimonianze e quello che ne pensavano illustri economisti, uomini politici e storici del passato, che certo non possono definirsi filo-borbonici, come Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Giuseppe Ferrara, Beniamino Disraeli, Milan Kundera, Franco Proto Carafa,lo stesso Giuseppe Garibaldi, Antonio Gramsci, Carlo Levi, Carlo Giulio Altan e Luigi Einaudi.

Giustino Fortunato (1848-1932), economista uno dei più accreditati storici italiani, senatore del Regno d’Italia per numerose legislature ed uno dei più importanti rappresentanti del meridionalismo, in una lettera inviata il 2 settembre del 1899 a Pasquale Villari così tra l’altro testualmente ebbe scrivere:

“L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’Unità ci ha perduti. E come se non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali”.

Gaetano Salvemini (1873-1957), politico antifascista, socialista federalista, meridionalista e deputato del Regno così si esprimeva a proposito dei benefici che l’Unità ebbe a dare al Sud:

“Se dall’Unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.

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– SU ALCUNI GIUDIZI DEL CROCE, BENEDETTO!!!

di castrese Lucio Schiano, da altaterradilavoro.com

(foto da Società Dante Alighieri)

La spinta ad intraprendere questa nuova incursione nell’analisi di fatti o nelle contraddizioni tra le asserzioni pubbliche ed il comportamento privato di personaggi che si vuole proporre a modello per il resto dei mortali mi è stata offerta da due tra i tanti giudizi con cui il Croce, dall’alto della posizione raggiunta, ha assolto o condannato fatti o persone che – secondo i casi – hanno avuto il piacere o la disavventura di costituire l’oggetto delle sue riflessioni.

I fatti hanno poi dimostrato che – almeno relativamente a quelli presi in considerazione – i giudizi sono stati espressi o come quelli che era solito esprimere il Cavour su Napoli senza averla mai vista oppure senza adeguati e doverosi approfondimenti.

Ragionando con la cosiddetta “logica del sagrestano”, infatti, un minimo di buon senso imporrebbe che, allorché ci si accinge a consegnare alle pagine della storia o a quelle delle celebrazioni di Stato la figura di una o più persone, che, per virtù, correttezza, senso dell’onore e lealtà, dovranno essere proposte come modello sia per i contemporanei che per le generazioni future, la prima preoccupazione dovrebbe consistere nell’ accertare che le citate qualità dei personaggi che ci si appresta ad elevare agli onori dell’ altare facciano veramente parte del loro DNA e non siano, invece, un semplice comportamento di facciata, o addirittura una vera e propria mistificazione.

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http://www.altaterradilavoro.com/su-alcuni-giudizi-del-croce-benedetto/

 

 

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– Un giro in moto lungo il confine

di Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Nx8iq_MzWDI

 

 

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– 31 Maggio 1860: il giorno funesto del saccheggio del Banco di Sicilia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Il 27 maggio del 1860 data l’inizio della scientifica spoliazione e della rapina delle ricchezze e dei beni delle genti del Sud e dei siciliani. Con l’entrata di Garibaldi a Palermo ha, infatti, inizio il saccheggio che avverrà quattro giorni dopo, il 31 Maggio, della tesoreria del Regio Banco di Sicilia.

Dell’enorme tesoro in lingotti d’oro che allora il Banco di Sicilia conteneva e che fu saccheggiato da Garibaldi ne è testimonianza il fatto che poco meno di un anno prima (nel 1859) i dirigenti del banco siciliano avevano commissionato ad alcune imprese edili il rafforzamento della pavimentazione del Banco stesso resa pericolante dall’enorme peso della traboccante cassaforte in cui appunto erano contenute ingenti somme di denaro e enormi quantità di lingotti d’oro. Ad alleggerirla in quel maggio del 1860 e a risolvere i problemi e i pericoli del sovrappeso della cassaforte ci pensò, alla sua maniera, Garibaldi rapinando il contenuto della cassaforte e depredando i palermitani e i siciliani dei loro risparmi.
Il tutto avvenne in occasione dell’incredibile e inspiegabile ingresso di Garibaldi in una Palermo presidiata da 24000 borboni e dopo la farsa della battaglia di Calatafimi, dove grazie al tradimento e alla corruzione (il prezzo del tradimento ammontò allora a 14000 ducati) del generale Landi ,3000 borboni batterono in ritirata di fronte a circa 1000 garibaldini male in arnese e nella quasi totalità inesperti all’uso delle armi. In quell’occasione, proprio quando i borboni in numero nettamente superiore e attestati in una posizione più che favorevole, si accingevano a sconfiggere facilmente i garibaldini, il generale Landi , che già aveva intascato una fede di credito di 14000 ducati, un somma enorme per quei tempi equivalenti a 430 milioni di vecchie lire e 224mila euro dei nostri giorni, diede ordine al proprio trombettiere, di suonare il segnale della ritirata, lasciando sbigottiti ed esterrefatti gli stessi garibaldini che, a quel punto, non credevano ai propri occhi.

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http://www.inuovivespri.it/2017/05/31/31-maggio-1860-il-giorno-funesto-del-saccheggio-del-banco-di-sicilia/

 

MAGGIO 2017

 

Dall’Istituto ricerche storiche Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– Nel Ricordo di un grande Re a 158 anni dalla scomparsa

di Giovanni salemi, da istitutoduesicilie.blogspot.it

"…E che perdemmo noi miseri nell'Augusto FERDINANDO II! Il dirò breve. Noi perdemmo un Re modello di ogni eletta virtù, che adornar possa un Principe sentitamente Cattolico. E quando il dissi tale, io gli ho fatto ogni elogio. Dica chi vuole: io son pronto a dimostrarlo co fatti questo elogio, di cui voi già, onorandi Uditori, comprendete tutta la forza."

Con le parole dell'orazione del can. Don Rosario Frungillo, pronunciate il 3 giugno 1859 nel Duomo di Napoli nelle Solenni Esequie di S.M. il Re Ferdinando II officiate dall'Em.mo e Rev.mo Venerabile Cardinale Sisto Riaro Sforza, di cui quest'anno ricorre il CXL anniversario della salita al Cielo e che abbiamo ricordato in Roma lo scorso 21 Aprile, vogliamo ricordare la scompparsa di questo Grande sovrano avvenuto proprio a Caserta 158 anni fa.

"…Egli non è più fra noi, e s'involò alle tenerezze della sua Real Consorte e Famiglia, all'amore e alla riconoscenza più sentita de' suoi sudditi. Napoli, il Regno, l'Europa tutta ne udiva sbalordita annunziare la non aspettata, la troppo per noi crudel di partita."

Primogenito maschio di Re Francesco I, Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810 e morì a Caserta il 22 maggio 1859, ancora giovane. Un anno dopo la sua morte iniziò l’invasione del Regno.

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http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2017/05/blog-post.html

 

 

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– I Volontari Britannici e Scozzesi per Garibaldi del 1860

a cura di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

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La Legione Britannica e Scozzese – In Scozia Garibaldi era molto popolare. Le sottoscrizioni raccolte in Scozia a favore della causa italiana avevano permesso di noleggiare la vecchia nave a vapore a pala City of Aberdeen, utilizzata per portare in Sicilia la Spedizione Strambio partita il 10-11 luglio da Genova con i volontari garibaldini e successivamente utilizzata da Garibaldi per spostarsi con i garibaldini da Palermo verso Milazzo
Cfr : Scottish volunteers with Garibaldi – Janet Fyfe – Scottish Historical Review Trust – Edimburgo – 1978, pagg. 168, 180 (https://www.jstor.org/stable/25529302?seq=1#page_scan_tab_contents). La Legione Britannica ebbe una breve esperienza di guerra, dopo essere avanzati verso nord con Garibaldi. Anche se una metà dei volontari britannici erano entusiasti e si comportavano bene, c’erano un certo numero di “roughs” (teppisti) principalmente provenienti da Glasgow e Londra, che mancavano di disciplina, così la Legione acquisì il nome per il disordine simile a quello degli irlandesi papalini a Roma. Gli italiani dicevano con indulgenza: “… questi uomini non sono abituati ad un paese dove il vino costa poco”.

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http://belsalento.altervista.org/i-volontari-britannici-e-scozzesi-per-garibaldi-del-1860/

 

 

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– L’ETA DELL’ORO DI FERDINANDO IV

da altaterradilavoro.com

(immagine da il portale del sud)

La prima cosa che si sente dire di Ferdinando IV, successore di Carlo VIII al Regno di Napoli, è che fu incolto e grossolano. Infatti, cominciano col dire i suoi biografi, ebbe come precettore il Principe di San Nicandro, grande cavalcatore, grande schermitore, grande bevitore ma affatto versato nelle buone maniere, nelle lettere e nelle arti. Nulla si dice di Padre Francesco Cardel, dotto e pio gesuita tedesco che ne curò la formazione spirituale e intellettuale né peraltro si ricorda che l’educazione alla politica e agli affari di Stato glie la diede il toscano Bernardo Tanucci, nientepopodimeno.

È un modo di far storia, questo, non nuovo nel mondo (per la morale si chiama calunnia o diffamazione) ma che la storiografia moderna ha assunto come metodo scientifico. «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà» diceva Voltaire: di questa scuola ha fatto le spese, fra gli altri, l’intera dinastia dei Borbone delle due Sicilie, fino al punto che “borbonico”, anche sui vocabolari, vale ormai per oscurantista, retrivo, reazionario.

Ferdinando non fu né incolto né grossolano. Di lui, per esempio, ci restano tutti i diari privati che egli, puntualmente, secondo quanto gli raccomandava Padre Cardel, scriveva senza perdere un giorno, dietro ai più piccoli avvenimenti. Senza farne un fine letterato, queste migliaia di fogli rivelano una buona cultura e soprattutto una grande sensibilità d’animo e una solerte scrupolosità per i suoi doveri.

È notorio che Ferdinando, ancora giovane, sotto la reggenza del Tanucci, si interessasse di tutti gli affari di Stato e che, anche più tardi, volle sempre metter bocca in tutte le questioni, anche le più minute.

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http://www.altaterradilavoro.com/leta-delloro-di-ferdinando-iv/

 

 

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– I primati sanitari del Regno delle Due Sicilie

di Luisa Carini, Federico Bizzarri, Enzo Cantarano, da difesaonline.it

I medici, le istituzioni e l'organizzazione sanitaria, sotto il regno (1734 – 1861) dei Borbone Due Sicilie, rappresentano, come in ogni epoca, lo specchio fedele della società, dei suoi fermenti, dei travagli culturali ed economici che si verificarono sotto la Dinastia.

Povertà, carestie, epidemie sono strettamente correlate ai turbolenti avvenimenti sociali che prepararono la Rivoluzione francese, i Moti carbonari, la Repubblica napoletana, la Restaurazione, ecc.

I Borbone governarono in un periodo relativamente fecondo per le conoscenze mediche: in realtà dall'empirismo e dalla osservazione si transitò, alle soglie della modernità, alla medicina come professione, il cui inizio, per convenzione è fissato agli inizi dell'ottocento. In effetti agli inizi del settecento si apre in tutta Europa il contenzioso tra le istituzioni universitarie dotte, autoreferenti, dogmatiche e conservatrici, rifacentisi ad una scienza statica di stampo pseudoippocratico-galenico e consorterie di empirici, barbieri, girovaghi da fiera che praticavano atti medici.

Nel Napoletano una maggiore tendenza alla moderazione nell'esercizio medico determinò indubbiamente tensioni minori tra queste categorie, ma, soprattutto, l'intelligenza sperimentale di medici dello stampo di Marco Aurelio Severino o del Cotugno rifacentisi al messaggio Ippocratico vero, evitarono episodi incresciosi tra le categorie esercitanti l'ars medica.

Gabriele Tedeschi, Enrico Granata, Antonio Cardarelli, Domenico Capozzi, Domenico Cirillo e tanti altri illustri medici furono, contemporaneamente, clinici valentissimo ed acuti docenti.

Il Collegio medico – cerusico con sede nel proto-ospedale del Regno – gli Incurabili – è l'espressione clinica della observatio et ratio che furono i capisaldi nella scuola medica Napoletana.

Nel settecento le prime istituzioni assistenziali furono ospizi per poveri reietti e abbandonati. Palazzo Fuga, più noto come Reale Albergo dei Poveri, sorto a Napoli, nel 1749, per volontà di Carlo III di Borbone, rappresenta il sogno dell'utopia illuministica che vuole raggruppare i poveri, gli indigenti, al di fuori della città reale. Analoga, ma meno nota, istituzione era stata fondata a Palermo già nel 1746.

Solo nell'ottocento si arriva alla nascita della medicina specialistica e dell' ospedale inteso come luogo di cura secondo l'accezione moderna.

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http://www.difesaonline.it/news-forze-armate/storia/i-primati-sanitari-del-regno-delle-due-sicilie

 

 

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Attacco al Monarca

a cura di Gaetano Fontana, da liberoricercatore.it

già pubblicato da Istituto per la ricerca storica Due Sicilie

Sono passati esattamente 150 anni da quando il porto di Castellammare la notte tra il 13 ed il 14 agosto 1860 è stato teatro dell’unica battaglia navale tenuta dai garibaldini durante la Spedizione dei Mille.

Vi chiederete perché fu “l’unica”. La risposta è molto semplice: le navi a disposizione di Garibaldi erano poche. Il “Piemonte”, ormai vuoto, fu devastato dai colpi di cannone ed andò in secca. Il giorno 12 maggio 1860 , lo “Stromboli” lo prese a rimorchio e lo portò prima a Palermo e poi a Napoli ove, restò inutilizzato nella darsena militare. Successivamente passò alla Marina Sarda.

Il “Lombardo” ebbe una differente storia. Restò in secca, semi affondato, a Marsala fino all’11 luglio 1860 finché, un certo Napoleone Santocanale, provvide al recupero utilizzando duecento operai e ben trenta pompe. Rimorchiato a Palermo fu iscritto nella Marina da Guerra Sarda.

Da qui l’esigenza di Garibaldi di riorganizzare la sua flotta seguendo il consiglio di Carlo Pellion Conte di Persano che diceva: “le navi Borboniche conviene pigliarsele e non distruggerle”.

Per la riorganizzazione Garibaldi poteva contare su molti Ufficiali della Marina Borbonica che erano pronti a sposare la “Causa Italiana”. Gran parte dei marinai invece, era rimasta fedele alla monarchia.

Tra questi ufficiali “traditori” c’era il capitano di vascello Giovanni Vacca che la sera dell’8 giugno 1860 trovandosi nella rada di Palermo si recò da Persano che era con Giuseppe La Farina a bordo della nave “Maria Adelaide”. I tre confabularono a lungo ed il Vacca s’impegnò di inalberare la bandiera Piemontese sul “Ettore Fieramosca” nave che comandava. Ma Persano non accettò in quanto voleva un pronunciamento generale della Marina Borbonica.

Il 9 luglio avvenne la famosa “defezione” del Conte Amilcare Angiussola Capitano di fregata della marina Borbonica che consegnò la pirofregata a ruote “Veloce” a Garibaldi. Quasi tutti gli ufficiali disertarono mentre, dei 179 uomini di equipaggio, 130 chiesero ed ottennero di ritornare a Napoli.

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http://www.liberoricercatore.it/Storia/attacco_monarca.htm

 

 

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– Fra’ Diavolo fu un patriota ante litteram e non un tagliaborse

di Alfredo Saccoccio, da altaterradilavoro.com

Spesso il nome di Michele Pezza è associato a quello di celebre brigante. Non ci sorprendiamo. E’ più difficile sradicare una leggenda che promuovere la verità e, quanto a quella che concerne Fra’ Diavolo, romanzieri e musicisti l’hanno ormai troppo diffusa da lunga pezza, senza parlare delle vecchie passioni antiborboniche, che hanno trovato gusto a deformare la realtà storica.

I francesi – è noto – dettero quell’appellativo a tutti i realisti che lottarono nel 1799 e nel 1806 contro la loro violenta conquista, come l’avevano regalato ai generosi figli della Vandea. E ciò, allo scopo di screditarne l’azione di valore e di fedeltà, oltre che di coraggio immenso. Però, già dal 1829, un ufficiale del regno italico, sereno e onesto storico, Cesare De Laugier, metteva in guardia contro l’infamia di quel titolo, così come, nel 1911, un autorevole storico francese, Jacques Rambaud, nella splendida monografia Naples sous Joseph Bonaparte, faceva notare che si era troppo abusato di quell’epiteto di brigante.

Quanto a Fra’ Diavolo, la storia che ha fatto luce sulla grande insurrezione di duecentomila volontari napoletani contro le due occupazioni francesi, e ne ha valutata la psicologia, non accomuna Michele Pezza né con Mammone, autentico assassino ed infernale uomo di sangue, né con altri, che, con il pretesto politico, nel primo momento dell’arrivo dei nemici ai confini del regno di Napoli, furono davvero briganti e malfattori.

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– La Storia è già scritta, non lo sapevate?

da complottisti.com

 

Corsa al petrolio, sconvolgimenti economici, scontro di civiltà, guerra sacra e chi più ne ha più ne metta, compreso il rapimento di soldati! Molti pensano che queste siano le ragioni per il quale molte o tutte le guerre nascono e si moltiplicano come tumori inesorabilmente mortali.

Purtroppo non è così, i motivi di questa violenza in realtà non sono “i” motivi ma “gli” strumenti per raggiungere un obiettivo previsto in realtà da molto tempo. La verità c’è, è sotto i nostri occhi ricoperti di melma fatta di tv, stress da troppo lavoro, alcol, droga, gadgets elettronici, ecc. La verità è nascosta tra le pagine della storia, non quella ufficiale, ma quella troppo spesso tenuta nascosta a noi povere cavie confinate nelle nostre piccole gabbiette di cemento e mattoni.

Tutto, o quasi, parte ufficialmente il 24 giugno del 1717, quando i “grandi capi” della massoneria si riuniscono a Londra e tracciarono le linee guida per il “Novus ordo Sec(o)lorum” in base ad un disegno nato dalle ceneri del pensiero di grandi profeti come Jan Amos Kominsky (noto come Comenius) a sua volta erede spirituale di Johann Valentin Andreae. Questi due signori si possono considerare i veri padri del mondialismo moderno, il loro pensiero spaziava dalla politica al sociale, dall’economia all’educazione, Comenius parlava di un mondo dove tutte le razze si sarebbero fuse in una sola, così come le religioni. Un mondo dove l’educazione scolastica sarebbe dipesa da un’unica università madre di tutte le altre e di fatto oggi è così. Una politica centralizzata nel quale il nuovo mondo si sarebbe riconosciuto come figlio di un unico governo mondiale.

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– GIUSEPPE TARDIO BRIGANTE DEL CILENTO

di Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro, da youtube.com

(immagine da La montagna del Cilento)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=L1G293REHi4

 

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– Camorra e l’Unità d’Italia

da altaterradilavoro.com

Nel Regno delle Due Sicilie l’ambito di influenza della camorra, una organizzazione criminale segreta probabilmente giunta a Napoli dalla Spagna, con caratteristiche di setta, era limitata ai detenuti nelle carceri, al gioco d’azzardo ed alla prostituzione. In tali ambienti la camorra imponeva il pagamento di tangenti.

L’organizzazione criminale era perseguita dalla polizia borbonica, che inviava i camorristi al confino ed in colonie penali come quella in funzione alle isole Tremiti. Fu grazie all’alleanza con i liberali unitari ed al contributo decisivo dato alla conquista piemontese dell’ex Regno delle Due Sicilie che la camorra compì il salto di qualità decisivo, entrando nella polizia e negli apparati dello Stato. Tale processo fu avviato dal liberale e massone Liborio Romano (1793-1867), ultimo ministro di polizia del Re Francesco II di Borbone nel governo costituzionale del 1860, ma agente di Cavour, e poi primo ministro degli Interni di Garibaldi, dopo il suo ingresso a Napoli.

Passato alla storia come il prototipo del traditore, Liborio Romano fece la fortuna della camorra, che utilizzò come propria manovalanza, arruolandola nella polizia e nella pubblica amministrazione e trasformandola da organizzazione criminale ai margini della società in una forza capace di condizionare la politica e l’economia dell’ex capitale del Regno delle due Sicilie. Giacinto de’ Sivo (1814-1867), il più importante storico dell’Anti-Risorgimento, contemporaneo degli avvenimenti, dedica diversi passaggi della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 al ruolo avuto dai camorristi: «Uscita la Costituzione – scrive de’ Sivo – il ministero la prima cosa pose Camorristi in uffizio. Lo stesso dì 27 giugno fece prefetto di polizia D. Liborio Romano (….) tenuto patrono e cima di Cammorristi …»

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– FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (3^ PARTE)

da altaterradilavoro.com

Istoria delli fatti accaduti a D. Michele Pezza dal giorno 17 DICEMBRE 1798 PER LA RIVOLUZIONE ACCADUTA NEL REGNO DI NAPOLI ALL’ENTRATA DE’ FRANCESI[1].

Essendo giunto l’ordine del Tenente Generale il Duca della Salandra, che tutte le popolazioni si fossero armate in difesa del nostro amabilissimo Sovrano Ferdinando IV Dio Guardi contro l’infame sedicente Repubblica, essendo D. Michele Pezza alias Fra’ Diavolo della Terra d’Itri provincia di Terra di Lavoro attaccato alla Corona, subito cominciò a fare unione di altri[2], scrisse lettere circolari per tutti i Paesi vicini che si fossero   armati   prestamente,   e   tutti   si   fossero   portati   da   lui   in   Itri,   anche   coloro   che   armi  non  avessero,   che dal  medemo  se  li  sarebbero  date,  in  maniera   tale   che  in termine  di  giorni  quattro  strinse  da  circa  10.000  [sic]  uomini,  e  si  portò  subito nel  Fortino  chiamato  S.  Andrea, che  sta  situato  nella  strada  che  da  Itri  si  cala  alla Città di Fondi  unico  passo  che  da  Roma  si  viene  nel  Regno  circondato  da  montagne, dove stava  il  Comandante  per  nome  Sicardi.  Questo  comandava  cinque  pezzi  di cannoni,  e  teneva  sotto  di  se  da  circa  1.000

[f. 2] uomini di Fanteria, Cavalleria, Fucilieri di Montagna ed Artiglieri, e si presentò dal suddetto Comandante con tutta la sua gente, a cui il Sicardi gli disse che colà non bisognavano, ma che l’avesse guardato le spalle che per il Fortino penzava lui, a cui rispose il Pezza che per le spalle non dubitasse, e stesse pur sicuro; allora subito si partì colla sua

gente, e la divise ne luoghi più opportuni che lui stimò, per dove i Francesi potevano passare per impadronirsi del Fortino, cioè a Sperlonga, a Migliograna, a Vallefredda, alla Madonna della Civita, S. Nicola ed altri luoghi, ed erano dalle Università mantenuti di tutto il bisognevole di bocca e di guerra.

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http://www.altaterradilavoro.com/fra-diavolo-e-la-repubblica-partenopea-1799-3-parte/?doing_wp_cron=1494358635.8434410095214843750000

 

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– LA VERA VERITA’ SECONDA PUNTATA

di piessewebtv VIDEAS, da youtube.com

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https://www.youtube.com/watch?v=Q-0aQO6bDXA

 

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– LA VERA VERITA’ TERZA PUNTATA

di piessewebtv VIDEAS, da youtube.com

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https://www.youtube.com/watch?v=Bkxn4SBJys4

 

 

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– Intervista ad Angelo Ciampi – Una storia che arriva dall’Argentina e che ha molto a che fare con la fede e la religione.

di Pasquale Guaglianone, da Rai.it

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http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-dace11ee-8927-49e2-b1d1-ae8ce8928051.html

 

 

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– Svevi contro Angioini: la guerra che insanguinò il Sud. E Napoli diventò capitale.

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

(immagine da terlizzilive.it)

Dopo quel 13 dicembre 1250, giorno della morte di Federico II di Svevia, molte cose sarebbero cambiate. Terminava quell’epopea ricca di cambiamenti ed innovazioni. Lo Stupor Mundi era morto lasciando un’eredità culturale importantissima: il frutto più superbo di tale politica fu certamente l’università. Il tutto condito da una considerevole crescita burocratico-strutturale del suo Stato.

A Federico II successe suo figlio Corrado IV che però, per motivi dinastici, si stabilì in Germania. Il Regno di Sicilia finì, dunque, nelle mani del suo fratellastro Manfredi, figlio illegittimo di Federico II. Sotto la sua reggenza numerosi furono i malcontenti che, alimentati anche da papa Innocenzo IV da tempo desideroso di estendere il proprio potere sul Mezzogiorno continentale, sfociarono in una vera e propria sollevazione contro il monarca svevo accusato di non riconoscere la giusta autonomia tanto alle città quanto al ceto feudale.

Compresa la pericolosità della situazione, Manfredi decise di farsi promotore di una strategia di decentramento amministrativo, favorendo anche l’inurbamento dei baroni. Furono così gettate le basi per la nascita di un nuovo ceto dirigente che avrebbe giocato un ruolo importante nella storia successiva del Mezzogiorno. Tuttavia il papa continuò ad ostacolare il sovrano svevo.

Successore di Corrado IV sul trono di Sicilia fu suo figlio Corradino, al quale lo zio Manfredi faceva da reggente fino al raggiungimento della maggiore età. In questo scenario si concretizzò il colpo di mano di Manfredi che, incurante dei diritti del nipote, si proclamò re di Sicilia.

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– FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (2^ PARTE)

da altaterradilavoro.com

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– LA NAPOLI SPAGNOLA (1 PARTE)

da altaterradilavoro.com

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http://www.altaterradilavoro.com/la-napoli-spagnola-1-parte/

 

 

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– Messina città industriale… poi l’Unità d’Italia! – prima parte

di Anna Giuffrè, da agorametropolitana.it

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http://www.agorametropolitana.it/messina-citta-industriale-poi-lunita-ditalia-prima-parte/

 

 

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– 1799 a Piedimonte Matese

da altaterradilavoro.com

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http://www.altaterradilavoro.com/1799-a-piedimonte-matese/

 

 

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– La vera verità, prima puntata

programma di approfondimento sulla storia dell’unità d’Italia

con:

Prof. Vincenzo Gulì

Avv. Ennio Apuzzo

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=HxLIv1OMGek

 

 

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– BRIGANTI? QUEI RIBELLI DEL SUD

di Gianni Lannes, da sulatestagiannilannes.blogspot.it

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http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/04/briganti-quei-ribeli-del-sud.html

 

 

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Da Aldo Cianci riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

" Perciò io, passeggiando nella vecchia via Toledo, meta prediletta da tanti napoletani purosangue nei giorni in cui Napoli era Napoli, ho sentito spesso il peso dolce di una eredità così nobile ed ho guardato con pietoso dolore tanti figli del popolino venduti a tutte le mode straniere dalle vuote minoranze di pseudo intellettuali. Ultimo napoletano nell' intimità del mio spirito, mi sentivo l' unico figlio spirituale della Tradizione napoletana tra gente che non solo l'ignorava ma che si vantava di ingnorarla. Solo dall' anima del popolino, anima disprezzata da tali minoranze, traspariva la genuinità sepolta della Napoli mia e dei miei avi.“

Tratto da  “Uno spagnolo a Napoli”

di  Francìsco Elìas de Tejada

 

 

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– Mafia, camorra e ‘ndrangheta: come il Meridione (e l’Italia) fu infettato dagli inglesi

di Federico Dezzani, da federicodezzani.altervista.org

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http://federicodezzani.altervista.org/mafia-camorra-e-ndrangheta-come-il-meridione-e-litalia-fu-infettato-dagli-inglesi/

 

APRILE 2017

 

 

– Era il 1787 quando Goethe ammirava il riciclaggio di rifiuti a Napoli

di Giorgia Cavera, da altaterradilavoro.com e da archivio.blogsicilia.it

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http://www.altaterradilavoro.com/era-il-1787-quando-goethe-ammirava-il-riciclaggio-di-rifiuti-a-napoli/

 

 

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– Storia dei Siculi

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com e da TGSud

VIDEO

 

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=410122076015149&id=100010520800176

 

 

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– Quella Tangente di Mazzini

di Giorgio da Batiorco, da altaterradilavoro.com

(foto da wikipedia)

La sollecitazione del maestro del “pensiero e azione” si riferiva agli interessi di Adriano Lemmi, che partecipava alle manovre per l’assegnazione dello sviluppo delle ferrovie del Sud e servi per finanziare “Il popolo d’Italia”, un giornale napoletano di tendenza filo-repubblicana.

«lo soltanto vi dico che mentre altri farebbe suo prò di ogni impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua».

Nero su bianco, scritto su lettera intestata e autografato con la firma di Giuseppe Mazzini il quale, ricercato dalla polizia come rivoluzionario aveva difficoltà a partecipare personalmente alle riunioni ma poteva “indirizzare” la discussione affidandosi a una quantità di amici che non gli mancavano. Giuseppe Garibaldi e Francesco Crispi erano i destinatari e si affrettarono ad accontentare l’amico in esilio.

Difficile sostenere con certezza che questa fu la prima tangente dell’Italia finalmente unita. Allora -come oggi – la corruzione non veniva certificata con timbri e marche da bollo. Tuttavia, in questo caso, il documento c’è ed è inequivoco. Accettando qualche margine di approssimazione, non è impossibile sostenere che gli affari sporchi sono cominciati con quella lettera di raccomandazione.

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http://www.altaterradilavoro.com/quella-tangente-di-mazzini/

 

 

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– Garibaldi e Anita? Ma quale grande amore! La vera storia della moglie morta strangolata. Da chi?

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Ed è del periodo riograndese l’incontro di Giuseppe Garibaldi con Anita, che la dice, anche qui lunga, su questo “gentiluomo” senza scrupoli. È lui stesso nelle sue memorie a raccontare dettagliatamente dell’incontro avvenuto nell’ottobre del 1838 con la donna che poi lo seguirà per undici anni nella sua avventurosa esistenza, condividendo le sue peripezie prima di finire abbandonata, morente, in fuga dagli austriaci nella pineta di Ravenna.

“Passeggiavo sul cassero della mia nave – ricorda il nizzardo – perso nei miei cupi pensieri. A un tratto, posai lo sguardo all’ingresso della Laguna dove vi erano alcune pittoresche e semplici abitazioni. Puntando il cannocchiale, che abitualmente tenevo a portata di mano quand’ero sul cassero, vidi una giovane e ordinai che mi portassero immediatamente a terra in quella direzione. Appena sbarcato, mi diressi dove avrebbe dovuto essere la meta del mio viaggio. Ma non trovai nulla. Per caso incontrai un abitante del luogo, che avevo conosciuto subito dopo il mio arrivo in città (si trattava di Manoel Duarte, il legittimo marito di Anita) e egli mi invitò a prendere un caffè a casa sua. Entrammo e la prima persona che vidi era la donna che mi aveva spinto a sbarcare. Era Anita”.

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http://www.inuovivespri.it/2017/04/08/garibaldi-e-anita-ma-quale-grande-amore-la-vera-storia-della-moglie-morta-strangolata-da-chi/#more-22872

 

 

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– Garibaldi ad Alcamo (Pa): un equivoco Decreto inganna i siciliani

da siciliainformazioni.com

(foto da keyword-suggestions.com)

In un mercatino di rigattieri, ho acquistato di recente un piccolo carteggio, atti di un’antica famiglia siciliana, umidi e mal conservati, apparentemente di interesse solo filatelico. Ad un esame più approfondito, ho trovato tra i vari fogli, un Decreto garibaldino originale.

 L’atto del Dittatore è citato come “Primo decreto di Alcamo” in alcuni studi, ma non avevo avuto occasione di leggerlo per intero e soprattutto di averne a disposizione un esemplare originale.

 Il documento è stampato tipograficamente su carta di scarsa qualità. Letta l’intestazione, ho controllato la data: “Alcamo, 17 maggio 1860” e poi, non senza sorpresa, ho letto il testo, che fornisce una risposta ad alcuni interrogativi sull’invasione garibaldina della Sicilia, posti anche sulle colonne di questo giornale il 9 giugno 2009.

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http://archivio.siciliainformazioni.com/cultura-arte/garibaldi-ad-alcamo-un-equivoco-decreto-inganna-i-siciliani/

 

 

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– Palermo: 4 aprile del 1860: la rivolta della Gancia apre la porta a Garibaldi e ai picciotti della mafia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

“All’erta tutti ppi lu quattru aprili, sangu ppi sangu,nni l’avemu a fari, sta sette impia l’avemu a finiri, la Sicilia l’avemu a libbirari”.

Queste erano le parole d’ordine che il 4 aprile di 157 anni fa i congiurati del convento della Gancia cantavano a squarciagola agli ordini dei capipopolo Francesco Riso, mastro fontaniere, e Salvatore La Placa, sensale di bovini. Era la fine di febbraio del 1860 quando il comitato liberale i cui autorevoli rappresentanti erano Michele Amari, Filippo Cordova, il marchese di Torrearsa, Mariano Stabile, Matteo Reali, Vito D’ondes Reggio contattarono appunto Francesco Riso e Salvatore la Placa, due capipopolo in grado, grazie al loro ascendente, di raggruppare gente sveglia e pronta a menar le mani.

Poi fu necessario incontrare i baroni e, attraverso loro i vari gabelloti di riferimento, vennero messe a punto le operazioni che portarono, inevitabilmente, ad accordi con la mafia per preparare e favorire lo sbarco di Garibaldi.

Racconta il barone Brancaccio di Carpino, a proposito del reclutamento dei volontari da arruolare:

“Era dura necessità reclutare gente di ogni risma, vi si era costretti da forza maggiore, e non potendo essere arbitri della scelta si doveva accogliere tutti coloro che dicevano di essere pronti alla scelta”.

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http://www.inuovivespri.it/2017/04/04/4-aprile-del-1860-la-rivolta-della-gancia-apre-la-porta-a-garibaldi-e-ai-picciotti-della-mafia/#more-22698

 

 

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– I Siculi

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

(immagine da ilportaledelsud)

VIDEO

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=410122076015149&id=100010520800176

 

 

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La resistenza di Caltanissetta ai moti “rivoluzionari” del 1820 che le valse l’appellativo di “Fedelissima”

– Babbaurra 1820, vincono i ribelli

di Salvatore Falzone, da repubblica.it

e da segnalazione di Davide Cristaldi su pag. Fb. di Notizie Neoborboniche

 

(immagine da scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net)

 

DODICI agosto 1820. Il Monte Babbaurra, 800 metri d' altezza, a cavallo trai territori di San Cataldoe Caltanissetta,è un punto strategico. Qui, tra ciuffi d' erba abbrustolita, sono sparpagliate le truppe sfasciate del principe Salvatore Galletti di Fiumesalato che un mese fa, nelle stanze del suo palazzo di piazza Marina a Palermo, ha deciso di capeggiare la rivolta degli autonomisti siciliani contro i Borboni prepotenti. APARTE pochi soldati, qualche tenente colonnello e un buon numero di abitanti sancataldesi, armati di fucili e coltellacci da cucina, fra le file delle milizie del principe c' è un po' di tutto: eroi, avanzi di galera, sediziosi, ladri di galline, violenti da strapazzo e alcolizzati cronici chiamatia raccolta dai comuni vicini. Nessuno di loro sa come si combatte una battaglia, ma tutti sono d' accordo: bisogna sgretolare i gruppi armati della borbonica Caltanissetta. A qualunque costo. Il principe ha promesso lauti bottini. Nel convento dei padri Cappuccini è ubicato il quartier generale di Salvatore Galletti. Lì dentro il principe è rimasto chiuso nei giorni precedenti, bevendo acqua e limone, mentre i suoi soldati conquistavano il monte Babbaurra dopo poche ore di combattimento. In cima al monte, a tre miglia da Caltanissetta e a uno da San Cataldo, Galletti ha posizionato 200 dei suoi 800 soldati. Che all' alba di oggi, dopo una notte stellata, si preparano a lanciare l' attacco decisivo. Ieri pomeriggio, l' Intendente della provincia di Caltanissetta Luigi Gallego Naselli ha inteso l' antifona ed è fuggito dalla città a gambe levate. Lo hanno seguito 150 fanti guidati dal comandante della Valle colonnello Favalli, il quale fino a quel momento aveva curato la regia delle operazioni di difesa, riunendo due compagnie di 150 uomini ciascuna e aggiungendovi 50 militi di fiducia della Compagnia mobile provvisoria. Stamattina, abbandonati dai loro prodi strateghi, i nisseni si sentono perduti. Inneggiano al re di Napoli, ma battono i denti per la paura.

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http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/07/17/babbaurra-1820-vincono-ribelli.html

 

 

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– La Memoria del Comune di Caltanissetta al Parlamento Nazionale del 15 gennaio 1821, sui moti del 1820

 

caltanissetta1-1820

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https://books.google.it/books?id=dKlOy0ouTNIC&pg=PA14&lpg=PA14&dq=fedelissima+caltanissetta&source=bl&ots=v4beQ8SDxw&sig=8Vbl8qErGbR6JHAwnMaaGpoxTDQ&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjr9sDTwIHTAhWM7BQKHdEKAzcQ6AEIMzAE#v=onepage&q=fedelissima%20caltanissetta&f=false

 

 

MARZO 2017

 

– L’impresa dei Mille vista da Antonio Gramsci: una mistificazione che ha ridotto in schiavitù la Sicilia e il Sud

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Nel contesto di quelle che, troppo spesso, sono retoriche manifestazioni sul Risorgimento, tra celebrazioni, polemiche e trionfalismi sarebbe opportuno ricordare quel che del Risorgimento e dell’impresa dei Mille ne pensasse e scrisse un grande intellettuale di sinistra del secolo scorso come Antonio Gramsci, che certo non si può tacciare di derive separatiste, antiunitarie o filo borboniche.

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http://www.inuovivespri.it/2017/04/02/limpresa-dei-mille-vista-da-antonio-gramsci-una-mistificazione-che-ha-ridotto-in-schiavitu-la-sicilia-e-il-sud/

 

 

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– PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DE’ MINISTRI DI SUA MAESTÀ’ IL RE DELLE DUE SICILIE

di Gianni Ciunfrini, da altaterradilavoro.com

Pietro Calà Ulloa (Napoli, 15 febbraio 1801 – Napoli, 21 maggio 1879)

TRADOTTE DAL FRANCESE PECAV. TEODORO SALZILLO Roma 1864

“…..I soldati della armata disciolta, rientrati nei loro focolari, vi portarono l’odio contro i piemontesi, ed il desiderio di vendicarsene. Si ebbe la goffaggine di lasciare insultare i prigionieri napolitani dai camorristi e dalle guardie nazionali; per le vie erano stati fischiati; si erano loro lacerate le divise che indossavano; si avevano preso ardire dì sputarli ancora nel volto.

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http://www.altaterradilavoro.com/presidente-del-consiglio-de-ministri-di-sua-maesta-il-re-delle-due-sicilie/

 

 

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– VASCELLO CAPRI (ANNO 1810)

di Errico Crisomolo, da altaterradilavoro.com

Il vascello CAPRI, fu varato nel Regio Cantiere navale di Castellammare, il 21 agosto 1810. Costituito da uno scafo in legno con carena foderata in rame (per la protezione dall’acqua marina e dai parassiti), la nave aveva tre ponti. I 74 cannoni ad avancarica ed a canna liscia, erano sistemati in batteria: una scoperta sul ponte e due coperte. Possedeva tre alberi a vele quadre (trinchetto, maestro, mezzana) e il bompresso a prua (albero sporgente ed inclinato di circa 30° rispetto alla superficie del mare). Andò in disarmo il 1847 e poco dopo fu venduto a Napoli per essere demolito.

Cenni di architettura navale: Il vascello da 74 cannoni comparve sullo scenario marittimo verso la fine del ‘700 e rappresentò un compromesso tra la potenza delle artiglierie e la manovrabilità rispetto alle precedenti unità armate con 100 cannoni ma meno evolutivi. Generalmente i cannoni più pesanti (fino a 4 tonnellate) erano sistemati sul ponte principale, sul ponte inferiore in batteria coperta, dai quali sparavano palle da 32 libbre, mentre i più leggeri, in batteria scoperta sul ponte di coperta, sparavano palle da 18 libbre. Il rinculo era assorbito dal movimento delle ruote dell’affusto. Alcuni vascelli, inoltre, avevano due cannoni da 12 libbre sul castello di prora (cannoni detti “in caccia” per colpire le navi in fuga) e 4 da 32 libbre sul cassero a poppa, detti “in ritirata” per bloccare la nave inseguitrice. Questi cannoni erano più lunghi ed avevano una migliore precisione. Le carronate erano cannoni con canna più corta, meno pesante e servita da meno uomini: in battaglia era più facile da caricare (a mitraglia) e da puntare; servivano per l’arrembaggio. Un’altra caratteristica delle unità in legno era rappresentata dalla carena ramata, altra innovazioni inventata in Gran Bretagna. Precedentemente la protezione contro la corrosione era ottenuta dipingendo, in più mano, la carena con una miscela di zolfo, sego, minio, olio di pesce e catrame e, alla fine, una passata di catrame minerale. Questo conferiva ai velieri il caratteristico colore nero con una fascia bianca o gialla in corrispondenza dei portelloni di murata dei cannoni.

Fonte:

http://www.altaterradilavoro.com/vascello-capri-anno-1810/

 

 

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– La verità sul 17 marzo 1861: ma quale unificazione italiana! Fu solo conquista del Regno della due Sicilie

di Pippo Scianò, da inuovivespri.it

Il 17 marzo del 1861, a Torino, il neo Parlamento “Italiano” aveva, com’è noto, proclamato la “nascita” del “Regno d’Italia” e conferito a VITTORIO EMANUELE II di Savoia, il titolo di Re D’Italia. Per quanto riguarda la “legittimità” del predetto Parlamento ci permettiamo di ricordare a noi stessi che quell’importantissimo organo istituzionale avrebbe dovuto, innanzi tutto, legittimare se stesso, per una serie di motivi che qui non possiamo neppure accennare, tanto gravi questi erano. Ci limitiamo ad una considerazione di fondo.

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http://www.inuovivespri.it/2017/03/23/la-verita-sul-17-marzo-1861-ma-quale-unificazione-italiana-fu-solo-conquista-del-regno-della-due-sicilie/#comment-9880

 

 

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– L'industria chimica di Messina al tempo della Coca-Cola

di Alessandro Fumia

 

Uno dei marchi commerciali più prestigiosi al mondo è senza dubbio quello della Coca-Cola; in realtà questo prodotto, se ha ragion d’essere, deve anche ringraziare per la riuscita del marchio,  l’ingegno di un figlio sconosciuto di Messina. La bibita americana ufficialmente, fu inventata dal farmacista statunitense John Styth Pemberton l'8 maggio 1886 ad Atlanta: anche questa memoria però, nasconde retroscena molto particolari e non del tutto pubblicizzati. Il prodotto farmaceutico che il Pemberton stava studiando non era un illustre sconosciuto, ma, la sintesi evoluta di un rimedio antiemetico, messo a punto la prima volta dal farmacista corso Angelo Mariani, il quale aveva creato il famoso vino Mariani: ovvero la combinazione di vino bordeaux con cocaina, ritenuto all’epoca sanatore di molti malanni. Il farmacista americano ebbe a modificare alcuni componenti aromatici  che servivano per commercializzare in America un nuovo brevetto, il vino di coca francese già prodotto a partire dal 1880. L’intervento del governo statunitense in rapporto al consumo di cocaina e agli effetti indesiderati provocati dal narcotico, bandendo quella droga dal suo territorio nazionale, limitavano la circolazione del vino Mariani, bloccando sul nascere lo sciroppo Pemberton. L’impedimento legislativo americano allora non scoraggiò il farmacista in essere, il quale, riconvertì il suo prodotto, veicolando un nuovo preparato farmaceutico, inserito nella categoria commerciale dei soft drink terapeutici; il nuovo sciroppo prevedeva altri ingredienti, inserendo una base di noci di cola dal gusto amaro e glucosio per aromatizzarne la poltiglia, trattato con alcool, così come conferma un'antica etichetta del 1885 conservata e studiata dal Dipartimento dell’Università di Buffalo. Successivamente il farmacista americano, inventandosi un prodotto che avrebbe sbaragliato i concorrenti in tutto il mondo, vi aggiunse dei componenti chimici allora sconosciuti nell'imbottigliamento per sviluppare anidride carbonica, eliminando l’alcool dal suo preparato portentoso. La trovata di utilizzare noci di cola dagli effetti sulla salute simili a quelli prodotti dalla cocaina, rimediavano alle nuove contingenze; associandovi al preparato l’acido tartarico e l’acido citrico sintetizzato e prodotto dall'industria chimica messinese, che fin dall'epoca borbonica si era specializzata a produrre, grossi quantitativi di cristalli di acido citrico confezionati in barile, inseriva sul mercato statunitense un prodotto mai trovato in nessun luogo al mondo. Infatti, era già noto, dalle produzioni e dalle miscelazioni in acqua, l’azione combinata di questi due acidi che producevano anidride carbonica. Il nuovo concentrato venne chiamato Coca-Cola dal tipico colore brunato, effetto dei pigmenti presenti nelle noci di cola dalle tonalità rossastre, e dall’utilizzo degli oli agrumati messinesi che si mostrano neri o marroni. Il cambio di strategia terapeutica (il prodotto era comunque osservato come un farmaco), ma anche commerciale, modificandone la natura di sostanza non alcolica, concedeva al preparato anche gli effetti benefici del più famoso rimedio contro il vomito e suoi spasmi viscerali. L’utilizzo dell’acido tartarico presente in grande quantità nell’uva e dell’acido citrico presente in notevoli concentrazioni negli agrumi, sviluppava nella reazione chimica anche un gusto lemon dal valore rinfrescante. La presenza di olio citrato nella bevanda, viene confermata dalle etichette del 1886. L’olio citrato era un preparato commercializzato dagli stabilimenti di Messina già a partire dal 1820, i quali rifornivano tutti i mercati europei e americani. Lo sfruttamento commerciale del composto, prodotto negli stabilimenti industriali messinesi, fu oggetto di una interrogazione parlamentare in una sessione del 1885, suscitata dalle osservazioni dell’Onorevole Damiani. In quel fondo di discussioni parlamentari, si chiarisce la strategia nelle produzioni avallate dalla ditta Aveline con sede a Messina, specializzata nelle preparazioni e sfruttamento agrumario, così come accadeva per la Sanderson e per altre presenze e marchi made in Messina. Il mercato per l’utilizzazione dei preparati chimici messinesi già dal 1885, si era fatto largo in Francia e un anno dopo aveva attecchito in Russia, Austria e Ungheria. Conosciuto e largamente adoperato in Inghilterra e in America nello stesso periodo in cui circolava in Europa, l’olio citrato lavorato dalle produzioni agrumarie, era un prodotto di punta delle produzioni industriali nella Città dello Stretto. In quel contesto industriale, Messina assunse un ruolo di primaria importanza per essere riuscita per prima, a produrre sale di acido citrico in granuli senza passare dal vecchio metodo molto costoso, non che producendo grandi quantità di acido tartarico, prima prodotto in modo limitato nel resto del sistema industriale occidentale. Infatti, l’industria chimica al tempo in cui operò Letterio Centorrino   trattava il campo della chimica alimentare con interessata partecipazione; la tecnologia allora non permetteva di accrescere produzioni che puntassero a modificare la conservazione delle merci alimentari, pur ritenendo questo campo necessario all'evoluzione industriale nel confezionamento dei prodotti agricoli. La trovata del messinese, premiata dalla burocrazia reale delle due Sicilie con medaglia d'oro, spingeva la sua industria a brevettare il metodo per inserire le produzioni della chimica alimentare fra le perle dell'industria di quel regno. Il fiuto di Guglielo Aveline, un rampollo di una delle famiglie più potenti a Messina, lo indusse a credere nel brevetto del Centorrino, sviluppando nei suoi stabilimenti chimici già conosciuti nello smercio di sostanze utili nel comparto vinicolo, anche la produzione di acido citrico in notevoli quantità. La sintetizzazione chimica di questo sale era non competitiva sul mercato internazionale visto i costi di produzione, avendo a scindere modiche quantità di acido citrico (10 grammi ogni cinque chili di poltiglia), dalla fusione di agro cotto sperimentato in Francia e in Inghilterra. La scoperta si deve ricondurre alle strategie di un farmacista e commerciante di Messina, quali fu Letterio Centorino che già a partire dal 1834, era riuscito ad estrarre dalla poltiglia di limone l’alcool, estrapolando il 15% di sale citrato ogni cinque chili di massa industriale. Questo metodo rimase sconosciuto e segretamente conservato nelle produzioni industriali di Messina, se un altro farmacista messinese Giuseppe Restuccia, asseriva di essere riuscito a copiare il brevetto svelandone il segreto per cristallizzare acido citrico, senza componente alcolica dalla lavorazione dei limoni ancora agli inizi del XX secolo; pubblicando il suo brevetto già a partire dal 1906 a quanto risulta senza successo. Da ciò si comprende che l’industria mondiale, continuava a cercare di carpire il segreto di Letterio Centorino che ebbe a fare, le fortune degli stabilimenti messinesi in quella fase storica. Da ciò si può osservare, che l’industria tardo ottocentesca, conoscesse le qualità dei lavorati messinesi in funzione del mercato degli additivi chimici; quando Messina era ritenuta la sede principale di quelle produzioni. Si che, tutti coloro che avrebbero voluto costruire i loro prodotti commerciali e anche il Pemberton rientrava fra quelli che se ne giovarono, per rendere appetibili e concorrenziali le loro merci, sarebbero dovuti ricorrere alla chimica industriale messinese. Le cronache d’epoca in America, confermano la nuova tendenza sulla preparazione del browm-drink del Pemberton. Il quale modificandone i componenti primitivi, programmava se pur inconsciamente, una rivoluzione nell’imbottigliamento di bevande non alcoliche senza precedenti. La nuova soluzione sciroppata,  di comporre un drink con “bubbles” attraverso l’utilizzo di aromi “fruit lemons with sweet fizzy”  sarebbe divenuta una trovata vincente.

 

 

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– Garibaldi in Sud America: un corsaro, predone e saccheggiatore al servizio dei potenti

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Giuseppe Garibaldi avventuriero giramondo che nel corso della sua esistenza, sia nella sfera pubblica che privata, riuscì come abbiamo visto in precedenti inchieste pubblicate su questo blog e come continueremo a vedere in seguito a combinarne di cotte e di crude. Girando il mondo in lungo e in largo, fu più volte fuggiasco e cambiò spesso identità per sottrarsi ai propri inseguitori, come quando, nell’agosto del 1835, s’imbarcò per la prima volta in direzione dell’America del Sud, precisamente verso Rio de Janeiro, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. E fu lì che iniziò la sua fulgida carriera di “eroe dei due mondi”.

Già, un “eroe dei due mondi” che si pose, da buon mercenario, al servizio dei potenti di turno e, in particolare, di Bento Conçalves, un latifondista e ricco allevatore che, per biechi interessi, più che per fulgidi ideali, si era ribellato al Brasile proclamandosi presidente della repubblica del Rio Grande do Sul, combattendo una sua sporca guerra e mandando allo sbaraglio i farrapos (gli straccioni): contadini, pastori e schiavi negri.

Garibaldi non trovò di meglio che entrare a libro paga del presidente Conçalves e ottenere da lui la patente di corsaro. Ossia, nel senso più letterale e meno nobile del termine, ebbe l’autorizzazione come avvenne in più occasioni a saccheggiare, sequestrare o depredare imbarcazioni per conto della Repubblica Riograndese, in cambio di buona parte del bottino delle navi catturate. Non poteva esserci per il nostro “eroe” esordio più onorevole nel Nuovo Mondo.

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http://www.inuovivespri.it/2017/03/16/garibaldi-in-sud-america-un-corsaro-predone-e-saccheggiatore-al-servizio-dei-potenti/

 

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– 1848: il fallimento delle ipotesi federali e di quella centralistica repubblicana

di Giuseppe Ressa, da altaterradilavoro.com

La storiografia ufficiale ha bollato Ferdinando II come un re insensibile al richiamo del principio di nazionalità italiana, ma la cosa è più complessa di quello che può sembrare e, per approfondire il giudizio, è indispensabile rivedere gli avvenimenti dall’inizio. Infatti, prima che naufragasse definitivamente il progetto federale, Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, era stato più volte sollecitato ad accettare la presidenza di un’ipotetica Lega degli Stati Italiani [1] e già  nel 1831 “i liberali italiani, riuniti in congresso a Bologna, decidevano di offrire al Re di Napoli la Corona d’Italia”[2] perché lo riconoscevano come il sovrano italiano più aperto verso i loro ideali. Nel 1832, Ferdinando II propose un accordo per ben due volte, in primavera e in inverno, al Regno di Sardegna, prima di mutua assistenza e poi allo scopo di abolire ogni influenza straniera in Italia;

il governo piemontese si rifiutò [3] anche perché il 23 luglio del 1831 aveva stipulato con l’Austria un trattato difensivo e questo gli bastava per sentirsi al sicuro contro eventuali attacchi francesi; questa proposta del re meridionale fu interpretata a Vienna come una mossa antiaustriaca tesa a liberare la Penisola dal dominio asburgico e provocò le ire di Metternich. Ferdinando II ci riprovò l’anno successivo: “nel novembre del 1833,  tramite il proprio ambasciatore a Roma, conte Ludorf, egli invitava il papa Gregorio XVI a farsi promotore di una Lega difensiva e offensiva fra i vari governi della penisola“ [4], ma l’invito non fu accolto; persino il mazziniano Attilio Bandiera, autore nel 1844, col fratello e altri, di un tentativo insurrezionale unitario, prima di morire, scrisse una lettera a Ferdinando II esplicitando la sua fede repubblicana ma anche la sua disponibilità a seguirlo nel caso volesse diventare il Sovrano costituzionale di tutta l’Italia.

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– La battaglia di Bauco: l’ultima vittoria dei “briganti” borbonici

di Fernando Riccardi, da altaterradilavoro.com

Nel lungo e travagliato decennio del brigantaggio post-unitario non c’è mai stata una battaglia vera, una di quelle in campo aperto. Ci fu, invece, tutta una serie di scontri repentini, di agguati improvvisi e fulminei, di colpi di mano, di azioni mordi e fuggi con le quali gli insorgenti filo borbonici riuscirono a mettere a mal partito il ridondante, e spesso inadeguato, esercito piemontese.. Un’eccezione, in tal senso, è ciò che accadde a Bauco, l’odierna Boville Ernica1, il 28 gennaio del 1861. Bauco era, ed è tuttora, un piccolo paese raggomitolato su di una modesta altura, protetto, fin dall’alto Medio Evo, da una robusta cinta muraria. Una terra di confine, se così si può dire. Pur essendo possedimento papalino, Bauco si trovava a ridosso della linea di demarcazione che fino al settembre del 1870 ha separato il regno borbonico prima e quello d’Italia poi, dallo Stato della Chiesa. Una striscia di territorio dove le bande godevano di una libertà di movimento pressoché assoluta. In caso di pericolo passavano facilmente da una parte all’altra lasciando gli inseguitori, costretti ad arrestarsi alla frontiera, con un palmo di naso.

Cosa che dava molto fastidio ai piemontesi i quali, ad onta dell’enorme dispiegamento di uomini e di mezzi, non riuscivano a venire a capo della rivolta. La minaccia per il comando sabaudo di Sora era costituito dalla grossa banda, più di 400 uomini, del conte alsaziano Theodule De Christen alla quale si erano aggiunti i “selvaroli” di Chiavone, accampata nei pressi dell’abbazia di Casamari. In territorio papalino, quindi, ma non così distante da non poter piombare in breve lasso di tempo a Sora e dintorni.  Il 22 gennaio del 1861 il generale De Sonnaz ordinò ai suoi soldati di oltrepassare il confine e di marciare contro i briganti. Colti di sorpresa e nettamente inferiori di numero gli insorgenti si ritirarono andandosi a trincerare nella munita cittadella di Bauco.

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http://www.altaterradilavoro.com/la-battaglia-di-bauco-lultima-vittoria-dei-briganti-borbonici/

 

 

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– Il debito con il Banco di Napoli che Menotti Garibaldi – figlio dell’eroe dei due mondi – non pagò mai!

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

(foto da Cultura Italia)

Tra vizi privati e pubbliche di Giuseppe Garibaldi molti di noi si sono spesso chiesti con quali soldi lui, che si professava povero in canna, è riuscito a comprare l’isola di Caprera. Si disse grazie all’eredità ricevuta in seguito alla morte del fratello. In genere, come avviene per giustificare l’acquisizione di patrimoni e di grosse somme di denaro di dubbia provenienza, si tende, quasi sempre, a dire che provengano da una eredità ricevuta o, come accade oggi, da una vincita all’Enalotto. E il nostro buon Garibaldi non si sottrasse, con buona pace dei dubbiosi, a siffatta consuetudine.

Il suo rapporto con il denaro si può dire sia stato sempre enigmatico e conflittuale. Come conflittuale fu, nell’ultima parte della sua vita, il suo rapporto con le banche e il fisco, che lo tediavano per cospicui debiti pregressi del figlio Menotti, di cui si era fatto garante, e per tasse dovute e mai pagate inerenti la proprietà dell’isola di Caprera. Nel primo caso, il Banco di Napoli chiese a più riprese a Menotti la restituzione di un debito di 200.000 lire (l’equivalente di alcuni milioni di Euro dei nostri giorni) di cui il padre s’era fatto garante. Alla richiesta di far fronte al prestito concesso al Garibaldi Menotti di voi figlio, l’integerrimo eroe parecchio infastidito e arrabbiato così rispose:

“Ma che volete voi? Io vi ho liberato e pretendete anche che restituisca un prestito”.

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– Sapevate che Garibaldi era uno ‘scafista’? Trasportava cinesi che poi venivano venduti come schiavi!

 

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Tutto quello che avreste voluto sapere su Giuseppe Garibaldi e non avete mai osato chiedere. Vi hanno mai raccontato i libri di storia che il nostro ‘eroe’, oltre che avventuriero, corsaro e predone, quando era esule in America fu scafista ante litteram e anche negriero? Altro che heroe de ambos mundos!

Un po’ di tempo fa, sul giornale la Repubblica, nella rubrica della cultura, in un articolo di Guido Rampolli, campeggiava un titolo a tutta pagina:

“Garibaldi fu negriero? Un mistero non chiarito”.

E, più avanti, sempre sulla pagina culturale, ma nell’edizione siciliana dello stesso quotidiano, su un articolo a firma di Tano Gullo, a proposito della spedizione dei Mille, campeggiava il titolo:

“Garibaldi, l’effimera rivoluzione dei generale gattopardo”.

L’articolo tendeva a dimostrare quanto mai la spedizione fosse una grande mistificazione storica con conseguenze deleterie che poi si ripercossero sui siciliani.

Una volta si diceva che era impossibile e quasi un reato parlare male di Garibaldi. Oggi i tempi sono cambiati, anche se da parte di alcuni – che per fortuna sono sempre molti di meno – stoicamente, si è tenta ancora di stendere un pietoso velo di complice omertà su verità, altro che gossip!, che riguardano questo equivoco personaggio, verità sconosciute ai più.

Ma torniamo al buco nero e infamante dell’attività di negriero del predicatore della “fratellanza universale”.

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FEBBRAIO 2017

 

PER NON DIMENTICARE

– 2, 3 febbario 1799 – L’eccidio di Ripa Teatina (Ch)

Furono massacrati otto frati del Convento

 

(foto tratta da mondodelgusto.it)

 

 

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– 13 febbraio 1861; capitolazione di Gaeta.

Gaeta ed i gaetani diedero ben vasto contributo di sangue e di eroismi al Risorgimento d’Italia: pagarono lo scotto più amaro e sanguinoso. Sull’antica Gaeta le artiglierie di Cialdini lanciarono quasi 160.000 bombe; sul Borgo ne caddero più di 35.000; una pioggia di 115.000 proiettili investì tutta la città. Case e palazzi furono colpiti, sventrati, abbattuti; al momento della resa c’erano ovunque cadaveri, rovine, ammalati e feriti.

– Antonio Ciano, Le stragi e gli eccidi dei Savoia, Graficart, Formia 2006, pag. 95.

(foto da luminous-lint.com)

Il bilancio delle vittime ufficiali dell’assedio, registrate al momento della firma della capitolazione.

Morti:      826

Feriti:      569

Dispersi: 200

Nelle stime sono esclusi i civili (in città se ne contavano tremila nel dicembre 1860) rimasti sepolti e uccisi dalle bombe piemontesi, ma naturalmente anche i militari morti negli ospedali per le ferite e il tifo nei mesi successivi.

Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli Editore, pag. 293.

 

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– Tramonto di un Regno

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

13.2.2017

Oggi i duosiciliani ricordano l’ultimo atto ufficiale del Regno delle Due Sicilie. La frase è tratta dal ‘Il Saccheggio del Sud’ di cui riportiamo uno stralcio che riguarda proprio il tramonto di quel 13 febbraio 1861. Il sole scende inesorabile oltre l’orizzonte e viene la notte cupa e terribile della malaunità italiana. Ma ogni tramonto ha la sua alba. Noi stiamo lavorando per questa…

 “Comunque tra i responsabili della roccaforte Rituccci e Marulli e il comandante sabaudo Cialdini vi sono contatti vieppiù frequenti nella prima metà di febbraio. Per la sfacciataggine dei Sardi, che in ogni tregua riattano ed incrementano le opera fortificate accusando di tali nefandezze proprio gli innocentissimi assediati, le trattative proseguono sotto il perenne duello di artiglieria. Da parte degli invasori si spara puntando maggiormente sulla quantità dei colpi, favoriti dalla maggior gittata e precisione dei pezzi in dotazione, avendo un bersaglio facile e rifornimenti senza alcun limite; ovviamente non ci si preoccupa di evitare di colpire le case civili e i presidi sanitari debitamente segnalati con grave nocumento per tanti disgraziati. Da parte dei Borbonici si risponde con veemenza ed impegno crescenti per la lenta diminuzione della quantità dei colpi.

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http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7899

 

 

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– Quando il massone Garibaldi si mise a disposizione della Chiesa di Roma. E gli ‘storici’? Tacciono…

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Forse non tutti sanno che Giuseppe Garibaldi il massone dei due mondi e primo massone d’Italia si mise per fame, per bisogno e necessità a disposizione del Papa e della Chiesa. A tal proposito vi raccontiamo la storia dell’eroe dei due mondi e il suo lungo e travagliato excursus di adesione alla massoneria e la sua contraddittoria disponibilità, lui massone impenitente, di mettere la sua spada al servizio di Pio IX e della Chiesa romana. Ma cominciamo dall’inizio.

Appunto dalla sua iniziazione alla “Fratellanza Universale” che avvenne nelle lontana America del Sud, a 37 anni, nel 1844 per poi concludersi con la sua consacrazione a Gran Maestro nel 1864. Il primo approccio di Giuseppe Garibaldi alla Massoneria avviene nel 1835, ai tempi della sua permanenza in Brasile, in seguito alla frequentazione dell’amico e compatriota Livio Zambeccari, a sua volta affiliato alla loggia massonica di Porto Alegre, ai tempi della Repubblica del Rio Grande do Sul.

In seguito, prenderà maggiore dimestichezza con “cappucci, grembiuli, mattoni e cazzuole”, iscrivendosi, nel 1844, a Montevideo alla loggia L’asil de la virtude (loggia irregolare). Sempre nello stesso anno e nella stessa città, aderisce alla loggia Les amis de la patrie sotto il Grande Oriente di Francia. Nel 1850, frequenta le logge massoniche di New York, per poi ritrovarsi negli anni 1853/54 “alloggiato” alla Philadelphes di Londra.

Ma è nel 1859 che in Italia è autorevole protagonista della ricostituita loggia del Grande Oriente d’Italia insieme, tra gli altri, a Cavour, a Filippo Cordova, a Massimo D’Azeglio e al gran maestro Costantino Nigra. Siamo nella immediata vigilia della spedizione in Sicilia e, come abbiamo visto, le massonerie di Londra e Torino, preparandola a puntino, avranno un ruolo determinante e incisivo per la buona riuscita dell’impresa.

A Garibaldi, entrato da “conquistatore” nella capitale dell’Isola, nel giugno del 1860 verranno conferiti, dal Grande Oriente di Palermo, tutti i gradi della gerarchia massonica (dal 4° al 33°) e la nomina a Gran Maestro. Officianti della cerimonia, che si svolse a Palazzo Federico, in via dei Biscottari, Francesco Crispi e altri cinque fratelli massoni. Alcuni giorni dopo, sempre a Palermo, il neo Gran Maestro, in virtù del massimo grado appena attribuitogli dalla gerarchia massonica, firma le proposte di affiliazione del figlio Menotti (1 luglio 1860) e di alcuni autorevoli componenti il suo stato maggiore: Giuseppe Guerzoni, Francesco Nullo, Enrico Guastella e Pietro Ripari (3 luglio 1860).

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http://www.inuovivespri.it/2017/02/10/quando-il-massone-garibaldi/#more-20674

 

 

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– LA GUERRA CIVILE NEL SALENTO – Cronaca storica della prima resistenza nel Salento – Luglio e Agosto 1861 – Il Regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

A Serracapriati in Terra d’Otranto (…) Tutti questi paesi subiscono dopo pochi giorni la repressione disumana dei piemontesi che uccidono, saccheggiano e danno alle fiamme le case. Molte centinaia di persone senza alcun motivo sono arrestate e deportate in Piemonte o in Lombardia.

Mentre il 21 luglio, l’ex sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, riuniva una folta comitiva di guerriglieri nei boschi vicini (Romano dà alla sua banda una vera e propria struttura militare caratterizzata da una ferrea disciplina), lo stesso giorno, il 21 luglio 1861, si verificava uno scontro tra un reparto di guardia nazionale e un gruppo di resistenza di Cellino S. Marco. 11 sono catturati e portati a Brindisi dove sono fucilati.

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http://belsalento.altervista.org/la-guerra-civile-nel-salento-cronaca-storica-della-prima-resistenza-nel-salento-luglio-e-agosto-1861-il-regno-delle-due-sicilie-e-annesso-al-piemonte/

 

 

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– L'INGHILTERRA, I MILLE E LA RUSSIA

di Giuseppe Iannello, da nexusedizioni.it/it

 

Centocinquant'anni fa lo sbarco dei mille in Sicilia che determinerà le sorti dell'Italia. Cosa c'entra la Russia? C'entra in una sorta di guerra asimmetrica (1) che ha come scenario l'Oriente, lontano e vicino, tra l'Impero Britannico, padrone dei mari, e l'Impero Russo, tutto continentale, euroasiatico, sempre più bisognoso di sbocchi sicuri sul mare.

Il Regno delle due Sicilie era un fedele alleato dello Zar e rappresentava una potenziale mina (2) vagante nel cuore del Mediterraneo. La guerra di Crimea, promossa con abilità e astuzia da Lord Stratford de Radcliffe, aveva impedito lo scivolamento dell'Impero Turco nella sfera di influenza russa. Ora c'erano da eliminare i Borbone, poco docili ai diktat commerciali di Londra e in possesso di una possente e moderna flotta. Nasce così quella che è stata definita una delle più capillari e pianificate opere di corruzione (a suon di piastre turche – la moneta che contava nelle acque del mare nostrum) di tutti i tempi.

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http://www.nexusedizioni.it/it/CT/linghilterra-i-mille-e-la-russia-5424

 

 

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– Il boccaccesco matrimonio di Giuseppe Garibaldi con una minorenne un po’ ‘vivace’…

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

Se Giovanni Boccaccio anziché nel 1300 fosse vissuto qualche secolo più avanti avrebbe certamente scritto una versione aggiornata del suo Decamerone con protagonista principale l’ ‘Eroe dei due Mondi’, alias Giuseppe Garibaldi, narrando con dovizia di particolari il matrimonio della stagionata camicia rossa con una giovanissima rampolla della nobiltà lombarda di allora, la marchesina Giuseppina Raimondi.

Chi meglio di Giovanni Boccaccio avrebbe potuto infatti narrare, aggiornando la sua celebre opera narrativa, il matrimonio celebrato esattamente 157 anni fa, nel gennaio del 1860, a Fino Di Mornasco, in provincia di Como in riva all’omonimo lago, tra il biondo ‘condottiero’ del risorgimento e la già citata marchesina, di cui pochi, per il complice silenzio della storiografia ufficiale, conoscono l’esistenza. Ma andiamo alla cronaca rosa-nera di quell’evento che, da lieta, nel breve giro di poche ore (infatti durò il breve spazio di un mattino) si trasformò in tragi-comico. Una vicenda che, in conclusione, finì per coprire di ridicolo il nostro ‘Eroe dei due mondi’.

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http://www.inuovivespri.it/2017/02/04/il-boccaccesco-matrimonio-di-giuseppe-garibaldi-con-una-minorenne-un-po-vivace/

 

 

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– Mafia e camorra hanno un papà. Si chiama Peppino Garibaldi

di Giuseppe Scianò, da ora-siciliana.eu

 

Al fine di evitare che ogni volta le commemorazioni della nascita di Giuseppe Garibaldi si trasformino in una riproposizione di quell’agiografia risorgimentale, che dal 1860 in poi è servita per alienare culturalmente il Popolo Siciliano e i Popoli del Mezzogiorno d’Italia, riteniamo doveroso ricordare, seppure sinteticamente e in ordine cronologico, i fatti che caratterizzarono la conquista, appunto, della Sicilia e del Mezzogiorno, nel più severo rispetto della verità storica.

Iniziamo con la partenza della cosiddetta Spedizione dei Mille. Con una sceneggiata mal recitata (ma che è il preludio di tante altre commedie e purtroppo anche di tragedie che avrebbero caratterizzato la conquista del Sud), la sera del 5 maggio del 1860 un manipolo di “audaci”, guidato da Nino Bixio fece finta di “rubare” alla Compagnia Rubattino due grossi piroscafi che stavano lì, placidamente alla fonda, destinati a essere catturati dai futuri Padri della Patria e opportunamente riforniti di tutto compreso il plenum dei rispettivi uomini di equipaggio che, a loro volta, fingevano di dormire.

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https://www.ora-siciliana.eu/blog/mafia-e-camorra-garibaldi/

 

 

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– “Le due Italie” è un buon incipit per raccontare il Risorgimento

da altaterradilavoro.com (Tratto da Massimo Viglione, 1861. Le due Italie. Identità nazionale, unificazione, guerra civile, Ares 2011)

 

Un colpo d’occhio dato con serenità intellettuale e lucidità mentale sulla storia d’Italia degli ultimi duecentoquindici anni nel suo insieme, non può non coglierne come filo conduttore la violenza, frutto della divisione ideologica che mette radice in un preciso momento della nostra storia. Basti per il momento, al fine di introdurre il discorso, ricordare un fatto evidente quanto dimenticato: noi siamo l’unico popolo al mondo – di sicuro almeno nel mondo occidentale – che negli ultimi due secoli ha subito tre guerre civili, fra le quali la più nota, quella tra fascisti e partigiani, è in realtà di gran lunga la meno cruenta delle tre. Ben più tragica fu la guerra civile precedente, dal 1860 al 1865, che vide da un lato italiani piemontesi e «piemontesizzati» al seguito di Casa Savoia, e dall’altro italiani che non furono d’accordo a farsi piemontesizzare.

Stiamo naturalmente parlando della guerra condotta dal neonato Stato italiano contro i ribelli borbonici del Meridione, noti con l’equivoco appellativo di «briganti». Tratteremo in seguito tale triste pagina della nostra storia. Altrettanto tragica – soprattutto dal punto di vista ideologico – era stata la prima delle guerre civili, quella fra giacobini e insorgenti ai tempi dell’invasione napoleonica. Per iniziare a fornire una prima immediata spiegazione di tale fatto, occorre tener presente che c’è un anno fatidico nella storia degli italiani, una data di cui nessuno o quasi sa nulla, che mai si ricorda, e che invece svolge un ruolo d’importanza capitale, molto più del 1848, del 1861, del 20 settembre 1870, del 1915-’18, del 1922, anche dell’8 settembre ’43, e poi del ’45, del 2 giugno ’46, del 18 aprile ’48, e così via. È l’anno 1796. Come detto, questa data non dice nulla a nessuno, e anche il lettore forse sarà perplesso. Eppure è così. Il 1796 sta all’Italia come il 1789 sta alla Francia.

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– L’inno di Mameli? Non è l’inno della Repubblica italiana, ma quello dei massoni!

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

Questo inno massonico ha anticipato e accompagnato la ‘conquista’ del Sud da parte di quei ‘briganti’ dei Savoia. I massoni si schierarono con i piemontesi per massacrare le popolazioni del Mezzogiorno che si ribellavano alle angherie e alle prepotenze di Vittorio Emanuele e dei suoi sgherri. Una ribellione contro un invasore volgare e ignorante che gli storici prezzolati hanno definito “lotta al brigantaggio”. In realtà, i “briganti”, come già detto, erano i Savoia e i massoni che li spalleggiavano!  

Vi siete mai chiesti perché il nostro inno nazionale inizia con la parola “fratelli” ? E, su questo vi siete mai data una risposta? A tal proposito vale bene ricordare che l’inno di Mameli non è mai stato l’inno ufficiale della Repubblica italiana, bensì un inno ufficioso o, per meglio dire “precario” come, del resto, lo è la maggior parte di tutto ciò che avviene in questo nostro Paese. A ben vedere, per quanto infatti diremo, il “precario” e ufficioso inno di Mameli si può definire a buon diritto l’inno che la massoneria impose alle nascente Repubblica italiana nel lontano 1946 in sostituzione della “marcia reale” che aveva caratterizzato il precedente periodo monarco-fascista.

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– Dagli Angioini ai Borbone: breve storia di Napoli Capitale attraverso 6 secoli

di Antonio Gaito, da vesuviolive.it

 

Tanti sono i primati e le bellezze che rendono grande Napoli. Infinito il retaggio culturale, stratificata e complessa la sua storia, ma tra le tante ricchezze che devono renderci orgogliosi di essere napoletani, spesso se ne dimentica una e non di poco conto: Napoli è stata capitale, tra le più importanti e grandi d’Europa.

Già prima d’essere omaggiata di tale titolo, Napoli vanta una storia importantissima che affonda le sue radici in uno sfavillante passato magnogreco, fino a giungere ai fasti imperiali sotto l’egida di Federico II di Svevia. Si sa che nel 1137 Ruggiero II d’Altavilla conquistò la città e la inglobò nel suo Regno di Sicilia, che fu una delle realtà politiche tra le più brillati nell’Europa dei secoli XII e XIII. Malgrado la capitale di quel regno fosse Palermo, Napoli acquisì sempre più importanza, fino a diventare nel 1266 la residenza di Carlo d’Angiò che, grazie all’investitura papale ed alle vittorie militari su Manfredi e Corradino di Svevia, si appropriò del titolo di re di Napoli e Sicilia.

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– La storia negata: prima del 1860 il Sud era più ricco del Centro Nord Italia

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

È ormai ricorrente, da parte di una prevalente pubblicistica che ha avviato da tempo una attenta e illuminata revisione storica, l’opinione che, prima dello sbarco dei Mille, nel Regno delle due Sicilie era in atto un vero e proprio miracolo economico. Un pubblicistica che, attraverso studi e documentate ricerche, tende a dimostrare, a differenza di quanto sinora ci hanno raccontato, che nel Sud, ancor prima dell’Unità d’Italia, era stato avviato un proficuo e significativo  processo di industrializzazione.

Quando Garibaldi, prima del 1860, si incontrò in America Latina con gli emigrati, questi erano quasi tutti settentrionali. I meridionali, a quel tempo, a casa loro ci stavano bene. Il Regno delle due Sicilie possedeva la seconda flotta di Europa (9.848 bastimenti con 259.910 tonnellate di stazza totale), un debito pubblico ininfluente, una moneta forte. Il complesso siderurgico di Pietrarsa, nel Napoletano, vantava un fatturato che al Nord si sognavano.

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– Le banche siciliane (e in generale del Sud): come le hanno saccheggiate, da Garibaldi ai nostri giorni

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

 

Dal 1860 ai nostri giorni la Sicilia è una colonia dell’Italia. Tale affermazione, tutt’altro che paradossale e peregrina, con i dovuti riscontri, viene legittimata da quanto per più di 150 anni è avvenuto ai danni sistema bancario siciliano e meridionale da sempre predato e saccheggiato dagli istituti di credito del Nord.

Il saccheggio della banche meridionali inizia con l’entrata di Garibaldi a Palermo, nel maggio del 1860, quando il liberatore nizzardo, senza colpo ferire, si impossessò di 5 milioni di ducati d’oro, equivalente a 86 milioni di Euro dei nostri giorni, contenuti nelle ‘casse’ del Regio Banco di Sicilia. Quando giungerà a Napoli, il duce delle camicie rosse ripeterà la stessa operazione con il saccheggio del Banco di Napoli in cui erano contenuti 6 milioni di ducati equivalenti ad attuali circa 90 milioni di Euro. Con questi atti di pirateria bancaria inizia il saccheggio delle banche meridionali sino ad allora floride e le cui riserve auree riempivano oltre misura i depositi dei Banchi di Sicilia e di Napoli.

Le ingenti somme sottratte servirono a pagare le spese di guerra e le malversazioni della spedizione garibaldina e, di esse, la rimanente gran parte verrà trasferita a Torino servirà poi ad implementare le asfittiche ‘casse’ delle Banche dei Savoia. Con questo atto di pirateria e di appropriazione indebita dei risparmi dei siciliani e dei napoletani inizia, senza soluzione di continuità e sino ai nostri giorni, il drenaggio delle ricchezze e delle risorse economiche dei meridionali a beneficio degli istituti di credito e dell’economia del Nord.

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http://www.inuovivespri.it/2017/01/21/le-banche-siciliane-e-in-generale-del-sud-come-le-hanno-saccheggiate-da-garibaldi-ai-nostri-giorni/

 

GENNAIO 2017

 

– Un po’ di Storia…, di Mario C. Cavallaro, Mcc – Libbri, Giarre (Ct)

 

 

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– Il brigantaggio nell’area salentina Ciro Annicchiarico di Grottaglie, detto “Papa Giru” e il massacro di Martano

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

(immagine da altritaliani)

Il brigantaggio salentino nel corso dei secoli ha  dato vita sia al semplice banditismo, ma anche a movimenti di ribellione ideologica e lotta politica, come è stato per il BRIGANTAGGIO in generale dell’Italia meridionale pre e post unitaria (vedi scheda). Ciro Annicchiarico detto Papa Giru è stato un celebre brigante preunitario pugliese (nato a Grottaglie in provincia di Taranto), ebbe una vita rocambolesca, passando da prete a brigante. il famoso sacerdote/brigante la cui esistenza non solo ha scritto le pagine della storia dei primordi del brigantaggio nell’area salentina, ma è egli stesso un personaggio complesso ed ambiguo che oscillò con molta disinvoltura tra la Carboneria ed i Borbone, tra la Chiesa e la Massoneria, tra la vendetta o la violenza e la difesa delle aspirazioni sociali del popolo. Nato il 15 dicembre 1775 a Grottaglie in provincia di Taranto, morì fucilato a Francavilla d’Otranto (la attuale Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi) il 18 febbraio 1818 dopo una vera e propria campagna militare condotta dal generale Borbonico Richard Church (irlandese).

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http://belsalento.altervista.org/il-brigantaggio-nellarea-salentina-ciro-annicchiarico-di-grottaglie-detto-papa-giru-e-il-massacro-di-martano/

 

 

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– Savoiardi, Torinesi, Piemontesi così hanno fatto l’Italia

da altaterradilavoro.com

La notte del 18 ottobre del 1853 una moltitudine di popolo si affollò sotto la casa del Conte Camillo Benso di Cavour. Quei cittadini non volevano inneggiare al loro primo ministro, volevano solo dimostrare la loro rabbia nei confronti di uno speculatore. Cosa era successo? In quell’anno i raccolti di grano erano stati scarsissimi in tutta Italia, persino nel Regno delle Due Sicilie, di solito super produttore di tale primaria fonte di nutrimento. Ma, mentre Ferdinando II di Borbone, per calmierare i prezzi ed evitare rivolte e speculazioni, ne faceva acquistare subito grandi quantità all’estero, in Piemonte, governato dal primo ministro massone, le cose andarono diversamente. Il liberalissimo ed osannato ministro piemontese approfittò subito della carestia, fece incetta di grano a fini speculativi, riempì i granai personali anziché far sfamare i poveri. La folla inferocita, fra grida e vituperi, mandò in frantumi i vetri delle finestre della villa superprotetta del ministro speculatore che diede ordine alla forza pubblica di sparare sulla folla. Molti popolani morirono, altri furono incarcerati. Quella notte Cavour, oltre che speculatore, divenne anche assassino. Il giornale l’Indipendente ammonì il primo ministro ad aprire i suoi granai per far sfamare i poveri torinesi che lo accusavano di incetta immorale e contro legge. Il giornale fu denunciato per diffamazione e difeso dall’avvocato liberale Brofferio della Bigongia. Questi confutò davanti alla Corte le accuse dimostrando che il Cavour aveva ammassato grani, in violazione della legge. Dalla difesa fu esibito anche un atto notarile attestante la partecipazione del primo ministro al 90% delle azioni della Società Mulini di Collegno, il cui presidente, fu dimostrato, era il Cavour stesso. La magistratura era a quel tempo completamente asservita al potere politico in Piemonte e nonostante ciò gli imputati furono assolti.

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– SICULI IN SARDEGNA

di Claudio D’Angelo, dalla pagina Fb. di Storia di Sicilia…..come Storia del Popolo siciliano

Nel neolitico, tra i popoli che occuparono la Sardegna, in una zona vicino Cagliari rileviamo la presenza di una tribù molto vicina ai Siculi… i Siculensi.
Si trattava di un’antichissima colonia trapiantata dall’Italia; Tolomeo li elenca tra gli abitanti dell’isola di Sardegna ai suoi tempi, stabiliti nella parte orientale, nel lato cioè più accomodato allo sbarco dall’Italia.
Abitarono a sud dei Celsitani e dei Corpicenses e a nord dei Neapolitani e dei Valentini, il loro territorio era ubicato nella subregione storica del Sarrabus, ricco di miniere di argento.
Non disdegnamo dal ritenere che possa trattarsi di una parte dei Shikalayu o Shekelesh che si dislocarono al fianco dei loro fratelli Shardana in Sardegna al rientro dai territori del Mediterraneo orientale.

 

 

 

PER NON DIMENTICARE…

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

– Il 3 gennaio 1862, a Castellammare del Golfo (Tp), vengono fucilati per brigantaggio:

 

– Angelina Romano, di appena otto anni e due mesi

– Don Benedetto Palermo di 43 anni, parroco del paese

– Anna Catalano di 50

– Mariano Crociata di 30 anni

– Angelo Calamia di 70 anni

– Antonio Corona di 70 anni

– Mariano Crociata di 30 anni

– Marco Randisi di 45

 

ANGELINA, di Michele Carilli – Vincitore Assoluto Musica XXX Premio Mondiale di Poesia Nosside 2014

di PremioMondialMosside, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=e-ScaxohHro

 

 

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– 3 gennaio 1894 – La strage di Marineo (Pa)

(immagine tratta da ildialogo.org)

 

Il 3 gennaio, Giacomo Merli, comandante della

truppa, gridò ai suoi soldati: «Caricare! Puntare!

Fuoco!». E fu una carneficina. Pur di reprimere il

movimento dei Fasci, le truppe regie spararono

contro una folla inerme: 17 le vittime innocenti.

Fonte:

https://piazzamarineo.files.wordpress.com/2011/01/pa0201-pa03-29.pdf

 

 

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– Palermo, 6 gennaio 1980 – Assassinio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella

Il 6 gennaio 1980 veniva assassinato a Palermo il Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella. Nell’esemplare discorso indirizzato al Presidente Sandro Ppertini in visita ufficiale, Mattarella difende esemplarmente le ragioni della Sicilia ma anche quelle di tutto il Sud.

(foto da comunicalo.it)

– Il discorso del Presidente Piersanti Mattarella davanti al Presidente Pertini

di I Nuovi Vespri, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=34NSMbPJZzY

 

 

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– 20 gennaio 1893La strage di Caltavuturo (Pa)

 

(foto tratta da youtube.com)

Era mezzogiorno del 20 gennaio 1893, il giorno di San Sebastiano.Nel pomeriggio, una compagnia di fanteria arrivata da Palermo scatenò una caccia all’uomo sulle alture circostanti il paese, arrestando molti dei contadini scampati alla strage. I corpi degli assassinati furono lasciati per quasi due giorni sul selciato prima che ai familiari fosse consentito di dare loro sepoltura.

Fonte:

http://www.siciliafan.it/la-strage-caltavuturo-del-20-gennaio-del-1893-cruciano-giallombardo/

 

 

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– 21 gennaio 1799: Rivolta dei Lazzari a Napoli

– Gennaio 1799: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli

di Francesco Pappalardo, da storialibera.it

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

La reazione armata delle popolazioni del Regno di Napoli – organizzate in gran parte nell'esercito della Santa Fede – contro la Repubblica Napoletana del 1799, va inserita nel più ampio contesto del così detto Triennio Giacobino (1796-1799) o, cambiando angolo di visuale, dell'Insorgenza (1796-1815), cioè dell'insieme delle sollevazioni contro-rivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia. Nascono in quel periodo effimere repubbliche, sostenute soltanto da minoranze «illuminate», che ritennero giunta l'ora per concretizzare le loro utopie o, più prosaicamente, per impadronirsi dei beni ecclesiastici e delle terre comunali su cui gli abitanti esercitavano gli usi civici da tempo immemorabile. Le popolazioni, anziché lasciarsi incantare dalla Libertà astratta e letteraria dei riformatori, insorgono concordi in difesa delle loro tradizioni e delle residue libertà concrete, mostrando che il vero elemento unificatore della nazione italiana era rappresentato dalla comune identità religiosa e culturale. La Rivoluzione, infatti, è avversata dagli italiani perché percepita nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma soprattutto straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo.

Continua a leggere su:

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/rivoluzione_francese/repubblica_napoletana/articolo.php?id=412

 

 

 

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Sulla rivoluzione del ’48 a Palermo (e in tutta Europa); proviamo a scavare un po’ di più:

– Il 1848, anno delle rivoluzioni e della Rivoluzione

di Massimo Viglione, da ilgiudiziocattolico.com

(immagine da  fra Cielo e Terra)

La “Primavera dei popoli”, come la definì Karl Marx, ebbe, a seconda degli Stati ove si manifestò, caratterizzazioni e finalità differenti: in Svizzera, in Francia e a Vienna (Paesi che da sempre possedevano unità ed indipendenza) fu rivolta eminentemente finalizzata allo sconvolgimento sociale; nei territori asburgici ebbe carattere di movimento nazionale per l’indipendenza e, nel caso specifico dell’Italia e della Germania, a ciò si aggiungeva anche la necessità dell’abbattimento dei vari Stati allora esistenti e della unificazione generale in una sola entità politica.

Per comprendere a pieno quanto accadde in quei giorni occorre naturalmente inquadrare il tutto nel più vasto fenomeno di quel processo secolare – comunemente denominato “Rivoluzione” – finalizzato alla totale sovversione della civiltà, della società e della Tradizione cristiana e europea – in atto ormai dalla fine dell’età medievale. Il ‘48 infatti non avrebbe mai potuto avere luogo senza che in antecedenza fosse avvenuta la Rivoluzione Francese, né potrebbe mai oggi essere compreso se non alla luce della immensa portata storica, politica e sociale di quell’avvenimento capitale per la storia dell’umanità. Stesso identico ragionamento vale per la Rivoluzione Francese in rapporto alla Rivoluzione Protestante, e quindi alla rivoluzione culturale umanistica, inevitabile presupposto ideale e ideologico per il futuro movimento razionalista e illuminista.

Non stiamo dicendo certo nulla di nuovo: ci appelliamo a riguardo all’insegnamento di Pontefici come Leone XIII e Pio XII, e all’autorità intellettuale di tanti maestri del pensiero cattolico.

Continua su:

http://www.ilgiudiziocattolico.com/1/275/il-1848-anno-delle-rivoluzioni-e-della-rivoluzione.html

 

 

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– Quando Mazzini scriveva ai massoni siciliani: il papato è incompatibile con il trionfo della vostra istituzione

Dagli «Scritti editi e inediti» (SEI) di Giuseppe Mazzini

 

Ai Fratelli di Sicilia

[Lugano] 27 agosto l863.

Fratelli.
Abbiatevi una stretta di mano da me ed una parola di gratitudine e di augurio.
La stretta di mano è a voi come patrioti dell'Isola iniziatrice. La parola usata e d'augurio è a voi come Massoni. Voi avete una importante missione da compiere: quella di restituire la Massoneria all'antico spirito dell'istituzione. E dico: restituire, perché la Massoneria non fu, nei periodi nella sua potenza, straniera, come poi la fecero, ai destini politici dei popoli. Fu dall'origine la santificazione del Lavoro. E il Tempio, simbolo d'un ordinamento sociale, racchiudeva nel concetto tutta quanta l'attività umana. Molay cadde vittima d'un re e d'un papa.

Piú dopo, la Massoneria dava parola d'ordine ai suoi: L.P.D. lilia pedibus destinam e distruggeva infatti i gigli di Francia. Gli Illuminati erano repubblicani. Fu soltanto nell'epoca del suo decadimento che l'istituzione si ridusse a formola di amicizia e di carità mutua, accogliendo principi nel suo seno. Il risorgere d'un Popolo è solenne occasione al risorgere dell'istituzione. E voi lo intendete e lo farete intendere ad altri. L'Italia Una e Repubblicana deve essere il Tempio dal quale la bandiera che non conosce padroni se non Dio nel cielo e il Popolo in terra, insegnerà amore, fratellanza d'uguali e associazione delle nazioni.

La vostra fede abbraccia tutta quanta l'Umanità. Ma la Patria è il punto d'appoggio della leva, l'altare dell'Umanità.

Siate dunque Italiani per potere operare colla forza di venticinque milioni di liberi a pro' dell'intero mondo. Fate che i vostri non dimentichino nelle forme lo spirito. Il simbolo senza l'idea è cadavere.
E i massoni del XIX secolo e d'Italia devono essere piú vicini d'un passo alla rivelazione dell'Idea che non quelli dei secoli addietro.

Voi volete gli uomini fratelli; volete dunque che sia abolito il privilegio ereditario governativo. Il Gran Maestro non è né può essere ereditario. Voi volete la luce per tutti. Voi dunque volete abolire il monopolio della luce e della scienza in un solo individuo. Il Grande Architetto dell'Universo non ha vicarii in terra, se non quelli che piú lavorano col sagrificio all'edificazione del suo Tempio. Guardate al Papato, e dite se la sua caratteristica è il sagrificio.

Monarchia e Papato adunque sono incompatibili col trionfo della vostra Istituzione.
Non lo dimenticate.

Fonte:

http://www.iltimone.org/32041,News.html

 

 

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– La trattativa tra Stato e mafia comincia nel 1860, con Garibaldi in combutta con mafia e camorra

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Senza l’appoggio dei picciotti della mafia, Garibaldi e i Mille, una volta sbarcati a Marsala, avrebbero trovato grandi difficoltà. Invece, grazie ai mafiosi, trovano la strada in ‘discesa’. Idem a Napoli, dove i camorristi giravano con la coccarda tricolore. La testimonianza del boss, Joseph Bonanno. Le tesi di Rocco Chinnici. La lunga stagione dei delitti ‘eccellenti’. Fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio, dove perdono la vita, rispettivamente, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e gli uomini e le donne delle rispettive scorte). Con quest’ultimo, ammazzato perché si opponeva alla trattativa tra mafia e Stato.

Quando oggi parliamo di trattativa “Stato-mafia”, non possiamo non andare indietro nel tempo e riferire questo vituperato ed aborrito binomio alle origini del nostro Paese inteso nella sua accezione unitaria. In parole povere, questo sodale rapporto tra la mafia e lo Stato nasce con l’unità d’Italia o, peggio ancora, con la mala unità d’Italia che, sin dai tempi dell’invasione garibaldina in Sicilia, si servì per le sue discusse e dubbie vittorie del contributo determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli.  

Continua su:

http://www.inuovivespri.it/2017/01/07/la-trattativa-tra-stato-e-mafia-comincia-nel-1860-con-garibaldi-in-combutta-con-mafia-e-camorra/

 

 

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– “Dobbiamo davvero continuare a raccontare ai nostri studenti che il divario che c’è oggi tra Nord e Sud risalga a prima del 1860?”

da altaterradilavoro.com

Non è sempre come la raccontano i testi scolastici di storia. Non lo è quando la storia parla il linguaggio dell’Unità e dell’Unificazione. Non quando tratta i fatti del 1860.

Non quando semina la convinzione che il sottosviluppo del Sud fosse presente già prima dell’Unificazione e non dice invece che il sottosviluppo parte proprio dal 1860, soprattutto a causa dell’Unificazione, realizzata con metodi non democratici, violenti, teste mozzate, e soprattutto con un grave danno economico dovuto all’unificazione monetaria tutta a vantaggio del Nord ma a svantaggio del Sud. Il quale all’epoca deteneva monete in gran quantità e con un valore superiore quattro volte quello della moneta piemontese.

Per non parlare del debito pubblico, di entità trascurabile fino a quel momento al Sud, e pesantissimo al Nord. E non si parli neppure di arretratezza culturale o scientifica, poiché l’elenco di primati spettanti al Sud sono davvero tanti (si veda la scheda pubblicata sotto) sebbene non vengano ricordati con la dovuta attenzione. Sono queste le tesi che la professoressa Antonella Musitano, docente di lettere presso la Scuola media Istituto Comprensivo “U. Fraccacreta” di Bari Palese, espone nel suo ultimo libro intitolato “Sud, tutta un’altra storia” (Ed Laruffa, 196 pagg.).

Tesi che la professoressa, autrice di precedenti volumi tra i quali “Il Sud prima dell’Unità d’Italia” (coautrice Adele Pulice) e “Il Brigante Gentiluomo”, propone ai propri studenti e anche a quelli più grandi in occasione delle tante conferenze alla quale è invitata in giro per l’Italia. Il libro indaga nelle pieghe della storia, nella polvere degli archivi, nelle vicende del periodo risorgimentale e della difficile Unità, “alla ricerca di quella verità – spiega la professoressa Musitano – che non trova ancora spazio sui testi scolastici e la cui conoscenza e divulgazione non può più essere procrastinata se davvero si vuole costruire, dopo oltre 150 anni, un’Unità che non sia solo politica ma anche, e soprattutto, sociale ed economica”. In un percorso riccamente documentato, l’autrice analizza l’origine del brigantaggio, della protesta contadina e del pregiudizio antimeridionale, e pure il punto d’inizio di un divario economico Nord-Sud che – rimarca Musitano – non ha eguali in nessun Paese moderno e civile e dimostra come tutti questi problemi siano collocabili all’interno della nostra storia unitaria.

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http://www.altaterradilavoro.com/dobbiamo-davvero-continuare-a-raccontare-ai-nostri-studenti-che-il-divario-che-ce-oggi-tra-nord-e-sud-risalga-a-prima-del-1860/

 

 

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– SICULI GIUNTI IN ITALIA

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

Una delle prime zone in cui giunsero i Siculi nella nostra penisola fu un territorio che comprendeva Marche e Abruzzo, che raggiunsero via mare dalle coste Dalmate intorno al 1800 a.C..
In quella regione fondarono numerose città tra cui ricordiamo Ancona, Numana, Hatri (oggi Atri), Ascoli Piceno, Preti (oggi Teramo), ma stanziatono anche nel Maceratese (Caccamo, Pitino).
La loro città di riferimento divenne ben presto Palma dove si pensa fosse collocata la reggia del re Siculo Aso (che in Sanscrito significa Spada)… da lui prese nome il fiume Aso e altri luoghi nei dintorni.
I Piceni furono diretti discendenti dei Siculi, lo deduciamo non solo da prove archeologiche, ma anche dal collegamento con il re Siculo Aso, basti pensare che in epoca molto remota i Piceni vennero chiamati Asilj o Asulani, e la loro città di riferimento divenne Asuli (oggi Ascoli Piceno).

 

 

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Da “inuovivespri.it” riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– Quando casa Savoia, 155 anni fa, fece fucilare Angela Romano, una bambina di 9 anni

di Ignazio Coppola

(foto da calabresi.net)

Parliamo della rivolta dei Cutrara, andata in scena nei primi giorni di gennaio di 155 anni fa a Castellammare del Golfo. Fu la rivolta dei poveri Siciliani, che non volevano passare cinque anni della loro vita al servizio dell’esercito piemontese. I giovani delle famiglie ricche pagavano e venivano esentati dalla leva. I poveri dovevano piegarsi alla prepotenza di casa Savoia. Da qui la ribellione repressa nel sangue dai ‘galantuomini’ di Torino. Che passarono per le armi vecchi, donne e persino una bambina. Una storia di violenza e di crudeltà che i libri di storia del nostro Paese ignorano

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Ricorre in questi primi giorni di gennaio il 155° anniversario della rivolta dei “Cutrara”. Una rivolta che, per parecchi giorni, agli albori dell’unità d’Italia, insanguinò Castellammare del Golfo. Avvenimenti dei quali, come è spesso successo nella storia del nostro Paese, s’è persa la memoria e ogni traccia. Una vicenda che gli abitanti di questa cittadina siciliana del Trapanese, attraverso associazioni culturali e le istituzioni locali, con varie iniziative, meritoriamente stanno cercando di riportare alla luce squarciando così un pietoso velo che sinora ha condannato all’oblio quei tragici avvenimenti che, proprio perché facenti parte della nostra storia, ci sembra opportuno ricordare.

Il primo gennaio del 1862, a poco meno di un anno dalla proclamazione del regno d’Italia, buona parte degli abitanti di Castellammare del Golfo, stanchi delle sopraffazioni e dei soprusi subiti in così breve tempo, sopratutto per le esose tassazioni e l’imposizione del servizio militare obbligatorio, scese in piazza al grido di “Abbasso la leva e morte ai Cutrara”.

La causa scatenante della rivolta fu data, appunto, dall’introduzione della lunga leva militare obbligatoria (alla quale sotto il Borbone i siciliani erano esenti) la cui legge istitutiva, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale del 30 giugno 1861, prevedeva  discriminatamene che i figli dei poveri, non potendosi comprare l’esenzione, prevista dalla legge, erano costretti ad una lunga leva di ben 5 anni, mentre al contrario ai figli dei ricchi – appunto i Cutrara (cappeddi o galantuomini) – potendoselo permettere e pagando profumatamente venivano esentati.

Il primo gennaio 1862, esattamente 155 anni addietro, gran parte della popolazione capeggiata da due popolani Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo insorse contro questo stato di cose e contro queste ingiustizie. Dopo avere piantato una bandiera rossa al centro del paese si pose alla caccia dei notabili locali – per l’appunto i Cutrara – i nobili e i borghesi, simbolo di queste discriminazioni e di questi privilegi.

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http://www.inuovivespri.it/2017/01/01/quando-casa-savoia-155-anni-fa-fece-fucilare-angela-romano-una-bambina-di-9-anni/

 

 

 

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– 1833 la crociera del Regno anticipa il Love Boat e la Pirofregata Ercole

di Errico Crisomolo, da altaterradilavoro.com

 

Oggigiorno vedere navi da crociera, vere città galleggianti, attraccate nei porti di tutto il mondo, è una cosa normale. Ma quando nel 1833 la FRANCESCO I, prima nave da crociera al mondo, entrò nel porto di Costantinopoli, destò lo stupore di tutta la popolazione e l’ammirazione del Sultano.

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http://www.altaterradilavoro.com/1833-la-crociera-del-regno-anticipa-il-love-boat/

 

 

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– BENEDETTO CROCE E LE MEZZE VERITA’

 

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Su Il Mattino G. Di Fiore riporta una lettera di B.Croce che a fine secolo dice alcune verità sui Borbone. Già dieci anni prima Gladstone aveva ritrattato il suo famoso giudizio sulle carceri e quindi sul regno della negazione di dio (che mettiamo a posta in minuscolo) perché, dichiarò,  le prigioni mai viste e la calunnia  vincente strumento di guerra. Il nostro parere è alquanto diverso dall’articolo in questione. Passim si notano  troppi luoghi comuni  agevolmente stroncabili .Onestà intellettuale e libertà di pensiero  di Croce che parla ancora di falsi testimoni nei tribunali borbonici ? Proprio lui che ha venduto la sua penna ai suoi padroni Savoia? Che ha sottratto gli atti processuali del 1799  per  essere l’unico a interpretarli e diffonderli? Che ha costruito la sua carriera sulle menzogne risorgimentali, imponendo la direzione dolosamente parziale della ricerca storica? Se  Croce attribuisce valutazioni favorevoli allo stato duosiciliano dopo averlo autorevolmente e autoritariamente distrutto e aver assistito alla sua completa scomparsa culturale, lo fa solo per l’insostenibile paragone con le nefandezze enormi di quello sabaudo. Quanto vale difendere la memoria di un condannato a morte giustiziato da anni proprio da quelle falsità che rappresentano ancora il suo cavallo di battaglia?  Resta tuttavia il fatto da sbattere in faccia a tutti i suoi “sacerdoti” intellettualoidi quando ripetono trionfalmente le misere condizioni dei prigionieri politici nelle galere borboniche. Citiamo uno stralcio della missiva ispirata dagli atti processuali a Spaventa: <almeno gli ergastolani di Santo Stefano, come il Settembrini e lo Spaventa ricevevano ogni sorta di libri (e lo Spaventa quelli, pericolosi e rivoluzionari allora, di filosofia tedesca), e studiavano e scrivevano>.

Se veramente Croce avesse fatto resipiscenza sui Borbone non avrebbe forgiato una scuola di cocciuti loro nemici tra l’intellighenzia italiana inalterabile  da oltre un secolo.  La considerazione finale è semplice. Sapendo non poche verità sui Borbone le tenne  prudentemente nell’ombra per il suo arrivismo. Da non laureato divenne ministro della istruzione nazionale (nihil sub sole novi per la situazione odierna…) e quindi seppe mettere a frutto i fraudolenti e perfidi consigli dello zio S. Spaventa che lo allevò nel peggiore dei modi. Silvio Spaventa, traditore in esilio della patria duosiciliana, che da funzionario di polizia perseguitò i briganti napolitani con accanimento infinito e torture inaudite. Ma di che stiamo parlando?

Fonte di riferimento: http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/croce_lettera_poco_conosciuta_giustizia_borbonica-2150089.html

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7749

 

 

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– Federico II: Il Sud al centro del Sacro Romano Impero. Malgrado la lotta col Papa.

di Antonio Gaitop, da vesuviolive.it

 

Il Mezzogiorno d’Italia è sempre stato culla di cultura e storia. Fucina di tradizioni e memoria. C’è stato un uomo che aveva compreso tutta la complessa bellezza di questo retaggio e cercò di omaggiarlo, col lustro e con gli onori che tuttora meriterebbe. Quest’uomo non è si è contraddistinto solo per i suoi regali natali e le gesta politiche, ma è stato grande anche per cultura ed intelletto. Celeberrimo è il contributo ed il trasporto che Federico II di Svevia ha riservato alle regioni del nostro Mezzogiorno. Impareggiabili i lasciti con i quali egli ha nobilitato questa terra: l’università degli studi di Napoli, che porta il suo nome, e Castel del Monte su tutti.

Continua su:

http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/i-figli-illustri-di-napoli/171440-federico-ii-il-sud-al-centro-del-sacro-romano-impero-malgrado-la-lotta-col-papa/

 

 

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– LE TRE GIORNATE DI NAPOLI DEL 1799

da altaterradilavoro.com

 

Agli inizi del mese di gennaio del 1799, l’armata francese agli ordini di Championnet, straordinario personaggio che alle brillanti doti di generale unisce quelle di abile politico, si ritrova, senza colpo ferire, libera la strada per piombare su Napoli, grazie all’improvvida ritirata, dal munitissimo campo trincerato di Capua, delle truppe avversarie guidate dal generale Mack, il quale, peraltro, nell’operazione di sganciamento, perde oltre la metà dei suoi uomini. Praticamente una disfatta senza combattere.

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/le-tre-giornate-di-napoli-del-1799/

 

 

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– LA SICILIA

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

Siculi (FILEminimizer)

Molti storici antichi indicano che vari luoghi, abitati dai Siculi, vennero chiamati Sicilia… vediamone alcuni:
• Stefano Bizantino – l’Isola di Nasso (o Naxos) fu chiamata “Sicilia minore” o “Piccola Sikelia”; lo stesso nome era stato dato a un isolotto nel Canale di Eubea;

• Esichio – colloca la Sicilia nella Tracia; poi aggiunge che i Siculi che abitavano la Tracia hanno lasciato il nome di Sicilia nell’Epiro;

• Ebert – una regione della Tracia occupata dai Siculi era chiamata Sicilia;

• Jean Bérard – una collina nei pressi di Atene si chiamava Sikelia;

• Pausania – ad Atene si narrava che i Pelasgi della città erano stati un popolo di stirpe sicula sbarcato dall'occidente in Acarnania – sia che i Siculi dell'Acarnania provenissero direttamente dalla costa tirrena dell'Italia centrale, della quale erano originari, sia che si voglia intendere che la migrazione avesse avuto la Sicilia (gli Elimi) come sede intermedia, la loro origine italica è indiscutibile;

• Plinio – in Peloponneso vi era un’altra Sicilia; infatti esisteva una località chiamata Sikelia;

• Plinio Seniore – Quando i Siculi occuparono il Piceno e la Gallia, il senso comune ci dice che tal tratto fu chiamato Sicilia (per Gallia intendeva le marche settentrionali – vedasi Senigallia);

• Servio – il Piceno, in età arcaica, si chiamò Sicilia, dal nome dei Siculi che vi si erano stabiliti;

• Dionigi – un quartiere di Tivoli ancor oggi conserva il nome di Siciliano, perché ci sono ancora dei Siculi.

(nella cartina vengono riportate le varie indicazioni degli storici)

Fonte:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=360482097645814&id=100010520800176

 

 

DICEMBRE 2016

– LA FINTA RIVOLUZIONE FRANCESE (by Rothschild), LA TRUFFA DELLE TRUFFE, DOVE EBBE INIZIO LA SCHIAVITÙ MODERNA

da complottisti.com

(immagine da mondointasca)

‘La rivolta spontanea del popolo francese il 14 luglio, la cosiddetta rivoluzione ‘Francese’ è una truffa.

La Rivoluzione detta “francese”, fu un colpo di Stato ad opera dei club massonici (Jacobins) finanziati dai banchieri, tra gli altri Laborde de Méréville, Boscary, Dufresnoy , sostenuto dal partito del Duca d’Orléans, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia e sostenuto dall’ Inghilterra tramite l’ordine cavalleresco Saint-Georges … L’obbiettivo era ribaltare tutto, distruggere le tradizionali Istituzioni del Paese (monarchia, religione) per sostituirle con un ordine “nuovo” , un Francese nuovo: il “cittadino”.

Alla fine: l’Inghilterra ci guadagnò; la Francia arretrò senza possibilità di recupero.
Questi furono i risultati. Parlare oggi di «rivolta del popolo», è raccontare una grande burla smentita dai dati storici.

Considerandosi “patrioti’, i rivoltosi sinceri (non parliamo degli istigatori pagati …) non sapevano di essere manipolati dalla massoneria (Grande Oriente di Francia del Duca di Orléans e massoneria inglese) .

I “rivoluzionari” hanno dato l’esempio di un disprezzo inaudito per l’idea stessa di rappresentatività: “I 749 membri della Convenzione furono eletti in un tale clima di terrore organizzato, che le astensioni raggiunsero il 90% … tenendo conto delle modalità di censo elettorale e del diniego di diritto al voto per le donne, questa Assemblea rappresentava meno del 3% di questo popolo ” (Jacques Heers, Un homme un vote?, Editions du Rocher, Monaco 2007, p. 208-209).

Continua su:

http://www.complottisti.com/la-finta-rivoluzione-francese-by-rothschild-la-truffa-delle-truffe-ebbe-inizio-la-schiavitu-moderna/

 

 

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– Arpino al tempo dei Francesi, Gennaio 1799

di Raimondo Rotondi, da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/arpino-al-tempo-dei-francesi-gennaio-1799/

 

 

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– … e fu così che i Savoia , con una truffa, s’impadronirono di Venezia e del Veneto!

di Manfredi Mosca, da inuovivespri.it

Sentite condoglianze, amici del Movimento Venetista! Oggi 7 novembre 2016, ricordiamo e celebriamo il 150esimo anniversario di quando, a cavallo della Bella Rosina, il re galantuomo, al secolo Vittorio Emanuele II, Re d’Italia per grazia di Dio (e degli inglesi) e soprattutto per volontà della Nazione (quale?) entrò da padrone a Venezia. La dimostrazione che l’Italia è nata male e sbagliata dal Veneto alla Sicilia

Era appunto il 7 novembre del 1866 e l’Italia aveva vinto a sua insaputa la terza guerra di indipendenza.

Per chi volesse saperne di più rispetto all’iconografia ufficiale, vi raccontiamo noi per filo e per segno quell’epopea e così capirete come è stata “fatta” l’Italia senza italiani.

Nell’aprile 1866 il già glorioso Regno d’Italia concluse una alleanza militare con la Prussia, e contro l’Austria, proprio per unire la Venezia e il suo territorio, al Regno. Per la verità gli austriaci si erano detti disposti a consegnare il Veneto all’Italia senza colpo ferire, ma il Re galantuomo, al quel non fregava niente dei giovani soldati italiani che sarebbero morti in quel conflitto, per onorare la parola data ai Prussiani (e fu quella la prima e l’ultima volta nella storia di quella sciagurata dinastia), scese in guerra

Mentre l’Italia si copriva di “gloria” per terra e per mare (sconfitte pesantissime a Custoza e Lissa), i Prussiani, gente seria, portarono l’Austria al collasso e la costrinsero all’armistizio a Nikolsburg.

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http://www.inuovivespri.it/2016/11/07/e-fu-cosi-che-i-savoia-con-una-truffa-simpadronirono-di-venezia-e-del-veneto/#more-16513

 

 

PER NON DIMENTICARE…

 

– Tagliacozzo, 8 dicembre del 1861

L'8 dicembre del 1861, a Tagliacozzo, i piemontesi fucilavano il generale catalano José Borges, valoroso legittimista che aveva messo la sua sciabola al servizio di Sua Maestà Francesco II di Borbone, catturato, assieme ai suoi uomini, presso la cascina Mastroddi nel comune di Sante Marie. 

(da istitutoduesicilie.blogspot.it)

 

 

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– Caltagirone (Ct), La battaglia del 29 dicembre 1945

58 giovani eroi dell’ Evis contro 3.000 soldati italiani.

di Pippo Scianò, da ora-siciliana.eu

Era il 29 dicembre del 1945. A Caltagirone, in località Monte San Mauro, si svolse l’epica battaglia che coinvolse 58 giovani dell’Evis (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia) guidati da Concetto Gallo e le truppe dell’esercito del Regno d’Italia, circa 3.000 uomini, comandate dal generale Fiumara dotate di mezzi e di armi pesanti. Fu un evento che ebbe riconoscimento politico anche in campo internazionale.

La battaglia si protrasse dalle 9 e 30 del mattino al tardo pomeriggio e si concluse dopo che Concetto Gallo aveva fatto defilare tutti i suoi uomini attraverso sentieri inaccessibili con lo scopo di restare solo ad affrontare, con il suo suicidio, la resa finale. Contravvenendo agli ordini dello stesso Gallo, due giovani “evisti”, Giuseppe La Mela e Amedeo Bonì, restarono al fianco del loro comandante fino alla fine, rappresentata dalla cattura. Mentre il suicidio, tentato, non era riuscito.

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http://www.ora-siciliana.eu/blog/giovani-evis/

 

 

 

NOVEMBRE 2016

 

– L’Inno di Paisiello suonato a suo tempo a Palermo durante le riprese del film “Dimenticare Palermo”, ma anche durante le processioni in onore della Patrona della città, Santa Rosalia.

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

VIDEO

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7506

 

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– Pio IX e la vittoria di Mentana

da centrostudifederici.org

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http://www.centrostudifederici.org/pio-ix-la-vittoria-mentana/

 

 

 

PER NON DIMENTICARE

– 7 novembre 1860: la strage di Roseto Valfortore


Il 7 novembre 1860 cinque inermi cittadini, tra cui 3 ragazzi ventunenni ed un ex soldato borbonico padre di famiglia, vengono trucidati dai garibaldini solo perché rei di essere simpatizzanti borbonici.

Tratto da:

http://www.ilfrizzo.it/Storia0993.htm#.U1JDEyTbpd0.facebook

 

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– Il cambio nel 1859 era 1 Ducato = 4,25 Lire

da altaterradilavoro.com

Un Ducato Napoletano equivale quindi a lire 31.223,47, pari a 16,13 euro.(moltiplichiamo per 443milioni) Tutto il sistema monetario era garantito in oro nel rapporto uno ad uno, la lira piemontese invece era garantita nel rapporto tre ad uno (ogni tre lire in circolazione erano garantite da una sola lira oro).

La monetazione delle Due Sicilie risaliva ad un sistema di 2500 anni prima, con le zecche della Magna Grecia.

LA LATRINA Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 sopprime il nostro millenario sistema monetario il governo unitario messo fuori corso il Ducato con la legge del 24 agosto 1862, triplicó in un sol colpo la massa monetaria incamerata con l’annessione delle Due Sicilie. chiuse tutte le banche al sud, che normalmente servirebbero a favorire lo sviluppo dell’indotto economico e delle imprese…

Fonte:

http://www.altaterradilavoro.com/il-cambio-nel-1859-era-1-ducato-425-lire/

 

 

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– Ma che Storia importante ha Arpino, da Re e non………Ciociara

di Raimondo Rotondi, da altaterradilavoro.com

(immagine da wikipedia)

Nel 1744, tornando dalla vittoriosa battaglia di Velletri, Carlo di Borbone sostò in Arpino, dove decretò la restituzione alla città di alcune prerogative fino a quel momento arrogate dal Duca di Boncompagni.

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http://www.altaterradilavoro.com/ma-che-storia-importante-ha-arpino-da-re-e-non-ciociara/

 

 

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– Chiaffredo Bergia, il cacciatore dei briganti

di Pino Picciariello, da ondadelsud.it

Per anni mi sono compiaciuto di ammirare l’imponente edificio che si affaccia sul lungomare Nazario Sauro di Bari, che ospita il comando della legione carabinieri di Puglia più altri comandi minori territoriali.

L’edificio è uno dei bellissimi ed eleganti palazzi costruiti nel periodo fascista dall’allora podestà di Bari Araldo di Crollalanza divenuto poi ministro dei lavori pubblici nel periodo mussoliniano.

Un giorno ho alzato gli occhi in alto e sull’ingresso principale ho letto una scritta che subito mi si stampata in mente, come un marchio a fuoco segna la pelle di un animale: CASERMA BERGIA!

Mi aveva incuriosito quel cognome “straniero” e comunque avevo pensato che fosse stato un carabiniere probabilmente distintosi in una azione della prima o seconda guerra mondiale o in un coraggioso atto di valor civile …

Ebbene grande è stata la mia meraviglia quando pochi giorni fa, in un archivio del mio ufficio, ho rinvenuto un “calendario storico dell’arma dei carabinieri del 2015”.

All’interno sono riportate alcune foto di ufficiali dell’arma nelle pose antiche tipiche del 1800 e primi anni ‘900, foto ricordo che li ritraggono insieme a mogli, figli e propri commilitoni subordinati.

Nella prima viene citato il maggiore generale Trofimo Arnulfi che “…dopo aver organizzato il servizio dei carabinieri in Lombardia nel 1859 viene a Napoli nel 1861 e vi istituisce la legione carabinieri in Campania. Quindi da ciò si deduce che nel nostro regno Duosiciliano i carabinieri non esistevano prima della c.d. unità d’itaglia.

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http://www.ondadelsud.it/?p=13162#more-13162

 

 

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 – Maria Sofia regina e le losche manovre savoiarde

da insorgenza.it

MARIA SOFIA di Wittelsbach,ultima regina delle Due Sicilie, nacque   in Baviera, il 4 ottobre 1841 

Divenuta regina a soli diciotto anni, Maria Sofia si interessò della conduzione del Regno, auspicando l’amnistia per i detenuti politici e promuovendo, contestualmente, un risveglio “mondano” di Napoli. 

Il 6 sett. 1860, alla vigilia dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, la coppia reale sobillata dal traditore Liberio Romano che consigliava vivamente di abbandonare il Regno , lasciandone a lui la reggenza , la coppia reale si imbarcò per Gaeta  nella convinzione che le potenze europee non avrebbero tollerato oltre i soprusi del Piemonte e sarebbero intervenute, e dove Francesco avrebbe rivelato, in oltre cinque mesi di scontri con i Piemontesi, un coraggio e una fermezza ammirevoli.

Maria Sofia divenne il simbolo stesso della resistenza del Regno: vestita di un costume calabrese di foggia maschile, passava in mezzo ai soldati per incoraggiarli, decorando i più valorosi con nastrini da lei stessa confezionati. Durante il lungo assedio si espose costantemente al fuoco nemico e assistette di persona i feriti. La regina-soldato divenne un mito anche tra i militari piemontesi, che la scrutavano attraverso i loro binocoli; la stampa europea diffondeva la sua immagine, mentre da ogni parte le giungevano messaggi di ammirazione.

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http://www.insorgenza.it/maria-sofia-regina-e-le-losche-manovre-savoiarde/

 

 

OTTOBRE 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– Palermo, 1 ottobre 1862: 13 vittime

(foto da contessioto.blogspot.com)

Il 1° ottobre a Palermo furono accoltellati simultaneamente, in luoghi diversi, tredici persone. Uno degli accoltellatori, inseguito e arrestato, confessò che gli era stato ordinato da un “guardapiazza” (quello che oggi viene chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati pagati con danaro proveniente dal principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, delegato da Vittorio Emanuele II. Da successivi controlli fatti dal piemontese sostituto procuratore del re Guido Giacosa, evidentemente all’oscuro delle criminali intenzioni del governo piemontese, venne accertato che i moltissimi omicidi, avvenuti anche prima e molti altri dopo, avevano il solo scopo di “sconvolgere l’ordine” per poter permettere e giustificare la feroce repressione così da eliminare impunemente la resistenza siciliana antipiemontese. L’indagine, che portò a riconoscere la responsabilità di quei sanguinosi crimini al reggente della questura palermitana, il bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico affiliato carbonaro con La Farina, fu, comunque, subito chiusa.

Fonte:

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1862f.htm

 

 

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– La strage del pane a Palermo del 19 ottobre 1944

di paesemio 1958, da youtube.com

(foto da ora-siciliana.eu)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=nYwC36TCZ0I&feature=youtu.be

 

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– 29 ottobre 1949 strage di Melissa

Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 29 ottobre 1949 la polizia entrò della tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza.

Vista la resistenza dei manifestanti la polizia aprì il fuoco: tre persone furono uccise: Francesco Nigro, di 29 anni, Giovanni Zito, di 15 anni, e Angelina Mauro, di 23 anni, che morirà più tardi per le ferite riportate, oltre a 15 feriti.

Fonte:

https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Melissa

 

 

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– IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SAN MAURIZIO CANAVESE NEL 1861

da appunti2008.blogspot.it

(immagine da m.ebay.it)

ITALIANI, DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E DEGLI ALTRI STATI ITALIANI "PREUNITARI",  DEPORTATI E RINCHIUSI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO E STERMINIO DAL 1860 IN POI.

Quanti sono gli Italiani del Sud  e degli altri Stati Italiani "preunitari" fatti prigionieri di guerra militari e civili e deportati e rinchiusi nei vari campi di concentramento e di sterminio dal 1860 in poi?

Se ne perde il conto!

Il Campo di Concentramento di San Maurizio Canavese, nella Zona delle Vaude, presso Lombardore, che è qui sopra illustrato in una stampa dell'epoca, era il più grande delle decine di campi di concentramento e delle centinaia di luoghi di detenzione per i prigionieri delle guerre dal 1860 in poi, e, a suo tempo, contenne contemporaneamente fino a più di 10'000 prigionieri di guerra duosiciliani, ma dato che molti venivano avvicendati, dato che vi era: chi moriva per la durissima vita, senza ripari di alcun genere dalle intemperie e dormendo per terra all'addiaccio, chi si ammalava e veniva spostato in qualche ospedale militare, chi comunque con varie motivazioni veniva spostato altrove, se del caso anche presso altre carceri militari ordinarie o straordinarie e punitive come la famigerata Fortezza di Fenestrelle, chi accettava di abiurare dalla fedeltà al suo Stato e veniva fatto entrare nei ranghi dell'esercito dei vincitori,  è ovvio che per quel campo si avvicendarono molti più dei 10'000 prigionieri di guerra che furono il livello numerico massimo di coloro che vi erano contemporaneamente imprigionati .

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http://appunti2008.blogspot.it/2015/04/campo-di-concentramento-di-san-maurizio.html?m=1

 

 

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– LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO: POCHI NATI E TROPPI STRANIERI – ARRIVA IN ITALIA IL LIBRO CHE HA SOLLEVATO UN BEL CASINO IN FRANCIA, PERCHÉ SOSTIENE CHE ROMA È COLLASSATA TRA TROPPE TASSE E IMMIGRATI – LA STORIA SI STA RIPETENDO?

di Rino Cammilleri, da dagospia.com

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(immagine da digilander.libero.it)

Perché l' autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò b) una persecuzione fiscale che c) distrusse l' economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite d) l' immigrazione massiccia.

Che però si trascurò di governare.

Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d' oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l' Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L' Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione.

Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

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http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/caduta-dell-impero-romano-pochi-nati-troppi-stranieri-arriva-132995.htm

 

 

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– I tanto bistrattati Borboni(e) primi anche nel regolamento antisismico

di Mimmo Stirparo, da ilcirotano.it

A Trento effettuato un test su una parte del Palazzo Vescovile di Mileto

Borboni maledetti? Ferdinando II ed i suoi eredi maledetti? No di sicuro! Fu vero il contrario, perché questo re, controverso e trattato dalla stampa del tempo come “Re Bomba”, in realtà lasciò all’erede Francesco II il più ricco regno della penisola e, perché no, anche uno dei più moderni certamente per quei tempi. Non certamente come lo dipinse “la propaganda risorgimentale, che doveva giustificare l’aggressione contro il Regno delle Due Sicilie, creò attorno ai sovrani partenopei una delle numerose ‘leggende nere’ che ancora infestano tanti manuali scolastici e che popolano l’immaginario popolare. ‘Borbonico’ è un termine dispregiativo: è sinonimo di oscurantismo, inefficienza, barbarie. La realtà, invece, fu ben diversa. A leggere la storia senza pregiudizi, ci si accorge che il regno borbonico fu caratterizzato, oltre che da ricchezza culturale e artistica, anche da benessere materiale, commerciale, agricolo e industriale” come scrive Don Leonardo Calabretta. Durante tutto il secolo borbonico, la Calabria culturalmente conobbe una graduale evoluzione che la liberò – scrive Brasacchio – dall’ambito abbastanza limitato dello scolasticismo e delle erudizioni municipali, aprendo orizzonti nuovi attraverso anche il numeroso stuolo di sacerdoti che non disdegnarono di abbracciare il vangelo massonico ed illuministico e di vivacizzare la cultura attraverso la fondazione di Accademie letterarie e poetiche. Fu proprio con i Borbone la riscoperta della Magna Grecia grazie alle Tavole di Eraclea affiorate nel 1732, agli scavi di Ercolano e Pompei e le campagne archeologiche avviate a Locri da Domenico Venuti, allora direttore della Real Fabbrica Ferdinandea delle Porcellane.

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http://www.ilcirotano.it/2013/09/11/i-tanto-bistrattati-borboni-primi-anche-nel-regolamento-antisismico/

 

 

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– Londra: Cavour assassinato, l’Italia doveva restare docile

da libreidee.org

Cavour assassinato da un complotto e avvelenato dal medico personale del sovrano, Vittorio Emanuele II, con il quale lo stratega dell’unità nazionale era ormai in rotta. Lo dicono le carte rinvenute a Londra da Giovanni Fasanella, già autore di libri come “Colonia Italia” e “Il golpe inglese” (Chiarelettere, scritti con Mario Josè Cereghino). Già nel 2011, l’autore metteva in luce il ruolo occulto della Gran Bretagna nell’Unità d’Italia, a partire dalla protezione assicurata dalla flotta di sua maestà alla spedizione di Mille, con navi da guerra al largo della Sicilia, pronte a intervenire per dare manforte a Garibaldi. Robustissimo il movente geopolitico: se le élite risorgimentali del centro-nord avevano ormai deciso di spingere per l’unificazione del Belpaese, utilizzando il Piemonte e la massoneria, la nuova Italia doveva restare assolutamente sotto tutela inglese, dato il cantiere aperto nel 1859 per il Canale di Suez. La penisola sarebbe diventata la piattaforma-chiave del Mediterraneo per i traffici dell’Impero britannico. Per unire il centro-nord, Cavour aveva usato soprattutto l’arte dell’imbroglio. Il sud invece era stato colonizzato brutalmente, con il genocidio. “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”? Cavour non fece in tempo. A liquidarlo però non fu la malaria, come si disse, ma il cianuro.

Lo scrive Fasanella nel suo nuovo libro, “Italia oscura”, scritto con Antonella Grippo. Premessa: inutile stupirsi se così spesso, nella nostra storia recente, emergono strane “trattative” tra il potere istituzionale, attraverso settori dei servizi segreti e la criminalità mafiosa. Quello era il metodo inaugurato proprio da Cavour, che reclutò la mafia in Sicilia e la camorra a Napoli per governare i nuovi terrori, largamente ostili all’unificazione e conquistati manu militari, dall’esercito piemontese. La resistenza dell’esercito meridionale (pur superiore) fu molto debole? Certo: l’intelligence di Cavour aveva “comprato” gli alti ufficiali delle Due Sicilie. A pagare il prezzo della conquista, con anni di legge marziale e stragi inaudite, fu la popolazione del Sud: mezzo milione di morti, si calcola, più 15 milioni di profughi, emigrati poco dopo, per lo più in America.

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http://www.libreidee.org/2016/09/londra-cavour-assassinato-litalia-doveva-restare-docile/

 

SETTEMBRE 2016

PER NON DIMENTICARE

– 2 settembre 1862 – Eccidio di Fantina (Me)

di Ignazio Coppola, da

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

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Fantina è un paesino del Messinese. Qui il 2 Settembre del 1862, le truppe piemontesi, al comando del maggiore Giuseppe De Villalta, si resero protagoniste di un eccidio di un gruppo di garibaldini in ritirata, dopo che il loro capo – Garibaldi – era stato bloccato sull’Aspromonte dal ‘presunto’ re galantuomo. Vi raccontiamo un atto di rara vigliaccheria che la dice tutta sullo schifo delle truppe sabaude, i cui metodi non erano molto diversi da quelli che, anni dopo, la Germania di Hitler utilizzerà per fare fuori gli ebrei   

Fra le tante verità negate dalla storiografia ufficiale del risorgimento in Sicilia, ossia gli eccidi, nell’Agosto del 1860, di Bronte, di Biancavilla e dei paesi del circondario etneo ad opera del generale garibaldino Nino Bixio – ed ancora la rivoluzione repressa nel sangue di Alcara Li Fusi, nel Maggio dello stesso anno, ad opera di un’altro generale garibaldino, Giovanni Interdonato, di cui troviamo traccia nel libro di Vincenzo Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio – e le successive rivolte anch’esse annegate nel sangue dal generale Pietro Quintino, a Castellammare del Golfo, il 3 gennaio del 1862 (che potete leggere qui) e poi ancora quella di Palermo del settembre del 1866 detta ‘La rivolta del sette e mezzo’ (durò infatti 7 giorni e mezzo) in cui, in una Sicilia tenuta, di volta in volta, in perenne stato d’assedio sino alla rivolta dei Fasci siciliani, furono massacrati migliaia e migliaia di palermitani dalle truppe piemontesi del generale Raffaele Cadorna, ve n’è una passata anch’essa nel dimenticatoio della storia del nostro risorgimento che va sotto il nome di eccidio di Fantina.

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http://www.inuovivespri.it/2016/09/02/oggi-e-lanniversario-delleccidio-di-fantina-uno-degli-atti-vili-compiuti-da-piemontesi-in-sicilia/#_

 

 

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– Palermo, 16 – 22 settembre 1866: La Rivolta del Sette e mezzo

(così chiamata perchè durata sette giorni e mezzo)

sette e mezzo (FILEminimizer)

(immagine da palermo-meridionews.it)

Non si è mai saputo il numero effettivo dei caduti fra la popolazione, ma molti storici stimano quel numero in diverse migliaia.

Per avere un’idea di ciò che avvenne in quei giorni a Palermo, è “esemplare” la lettera che un ufficiale piemontese, Antonio Cattaneo, indirizzava ad alcuni suoi amici: “Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti ci capitavano. Anzi il 23 settembre, condotti fuori porta circa 80 arrestati si posero in un fosso e ci si fece fuoco addosso, finché bastò per ucciderli tutti”.

Ma ancor più raccapricciante, quando lo stato d’assedio posto dal generale Cadorna era stato già revocato con il ritorno, si fa per dire, alla legalità, fu quanto accadde tra il 12 ed il 15 gennaio del 1867. Due gruppi di detenuti, senza alcun processo e senza alcuna sentenza, furono fucilati dalle truppe durante l loro traduzione a Palermo. Stesso destino per altri cinque prigionieri provenienti da Misilmeri, fucilati ad un paio di chilometri dal capoluogo.

 

– Mafia e Unità d’Italia, Casarrubea:”La mafia è alle radici del Risorgimento”

da timesicilia.it

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http://timesicilia.it/mafia-unita-ditalia-nato-luovo-la-gallina/

 

 

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– Quando Garibaldi rubò i soldi al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli

di Ignazio Coppola, da timesicilia.it

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http://timesicilia.it/garibaldi-rubo-soldi-al-banco-sicilia-al-banco-napoli/

 

 

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Quando Garibaldi, i garibaldini e l’Unità d’Italia legittimarono mafia e camorra

di Ignazio Coppola, da timesicilia.it

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http://timesicilia.it/garibaldi-garibaldini-lunita-ditalia-legittimarono-mafia-camorra/

 

 

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Radici storiche dell’Autonomia siciliana:

Dalla “Gran Contea” al Regno di Sicilia superpotenza internazionale

da noisicilianiliberi.it

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http://www.noisicilianiliberi.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/10/Radici-storiche-autonomia-5.pdf

 

 

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– La scomoda verità del terremoto di Messina e Reggio del 1908 conservata negli archivi russi

di Antonio Petrone, da lalibreriaculturale.altervista.org

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http://lalibreriaculturale.altervista.org/la-scomoda-verita-del-terremoto-messina-reggio-del-1908-conservata-negli-archivi-russi/

 

 

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IL RAGIONIER Vittorio Sacchi e le finanze del Regno delle Due Sicilie
di Antonio Ciano

 

NITTI ha ascritto che..

[… ]Dei Borbone si può dare qualunque giudizio: furono fiacchi, non sentirono i tempi nuovi, non ebbero altezza di vedute mai, molte volte mancarono di parola, molte volte peccarono; sempre per timidità, mai forse per ferocia. Non furono dissimili dalla gran parte dei principi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta…”12). A suffragare le affermazioni di Nitti ci viene in aiuto il signor Vittorio Sacchi, amico del Conte di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, mandato a Napoli dal Ministero piemontese per regolare e governare le finanze napoletane dal 1° aprile al 31 ottobre del 1861. La finanza napoletana, organizzata da un uomo di genio, il cavalier Medici, era forse la più adatta alla situazione economica del paese. Le entrate erano poche e grandi e di facile riscossione. Base di tutto l’ordinamento fiscale era una grande imposta fondiaria. Questa era così bene organizzata che rappresentava un vero contrasto col Piemonte, dov’era assai più gravosa e di difficile riscossione. Riferisce il Sacchi nella sua relazione al governo piemontese:” Il sistema di percezione della fondiaria era incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro che si avesse forse in Italia. Lo Stato, senza avervi quella minuziosa ingerenza, che vi ha in Francia e nelle antiche Province, ( del Piemonte, ndr) ove si fece perfino intervenire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, aveva assicurato a periodi fissi e ben determinati l’incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte di contabili.”(Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla Questione Meridionale, Nord e Sud, Editori Laterza,1958, pag 473).

 

 

AGOSTO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– 16 agosto 1905: la strage di San Rocco

dagrammichele.eu

Grammichele (FILEminimizer)

«Compagni noi dobbiamo unirci contro i civili, contro i cappeddi. Abbasso le tasse , abbasso i cappeddi.»

La folla si diresse verso il Casino dei civili situato a piano terra del Palazzo Comunale, dove ha sede adesso l’ufficio turistico. Il Casino fu assaltato, tutto fu dato alle fiamme, ma il vero obiettivo del popolo erano le cartelle esattoriali, distrutte quelle, i grammichelesi avrebbero finalmente consumato un’antica e repressa vendetta.

Una volta che la situazione degenerò il sottotenente diede ordine ai soldati di mettersi in posizione sulle scali antistanti la Chiesa Madre e sotto evidente pressione di Basilicò fu dato fuoco.

Erano le 9 del mattino del 16 agosto 1905. Morirono sul colpo 7 persone fra di loro un bambino di 10 anni, altre 6 morirono in seguito alle ferite; 41 persone nei giorni seguenti furono incarcerate.

Fonte:

http://www.grammichele.eu/16-agosto-1905-strage-di-san-rocco/

 

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– 14 agosto1861, le stragi di Pontelandolfo, Casalduni e Campolattaro

da comune.casalduni.bn.it

“Che non rimanga pietra su pietra…” (ordine del gen. cialdini al col. negri)

Un gruppo di donne e bambini si rifugiarono nella chiesa di Pontelandolfo nella speranza di trovare lì la salvezza: furono ivi rinchiuse ed arse vive.

Non si conosce con esattezza il numero delle vittime, stimate fra cento e mille a Pontelandolfo; forse un po’ meno, ma sempre numerosissime, a Casalduni e Campolattaro. Fu la più grande strage della cosiddetta unità.

 

Dopo una marcia di 13 ore i militari circondarono il paese, in modo da uccidere chiunque cercasse la fuga. Uccidevano e saccheggiavano al grido di soldi, soldi; strappavano gli orecchini dalle orecchie delle donne. Uccidevano gli uomini, violentavano le donne più belle, prima di uccidere anche loro. Saccheggiarono la chiesa, poi raccolsero fieno e legna secca, stipati nella stalle e li accatastarono sugli usci delle case dove avevano rinchiuso i contadini che poterono solo scegliere di morire con una pallottola alle spalle o arsi vivi. Le fiamme dei mobili di legno ammucchiati nella stanze a piano terra distrussero tutto ed arsero vivi gli abitanti, mentre i soldati banchettavano con polli, pane, vino.

A Casalduni i militari entrarono sparando all’aria; uno del posto precedeva i soldati, indicando le case da ardere, prima quella del sindaco. I vecchi, e quanti rimasti furono   uccisi a colpi di baionetta. Le donne furono stuprate prima di esser assassinate. Il paese fu completamente incendiato.

Fonte:

http://www.comune.casalduni.bn.it/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=50:unita-ditalia-il-racconto-della-strage-e-delleccidio-di-casalduni-e-pontelandolfo-nel-sannio-beneventano

Per approfondire:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?s=giustizia+tarta

 

 

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– Bari Borbonica

di Onda del Sud, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=YvS10cFEDzM

 

 

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– STORIA DI UN GENOCIDIO | I VANDEANI – Film ITA

di e si accordarono nell’animo e nell’opera, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=W33-Pm8bjso

 

 

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– Da Garibaldi ai massoni agli inglesi ai Savoia. Viaggio dal 1861 alla mafia di oggi

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

Continua su:

http://belsalento.altervista.org/da-garibaldi-ai-massoni-agli-inglesi-ai-savoia-viaggio-dal-1861-alla-mafia-di-oggi/

 

 

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– Cosi affossarono il Banco di Napoli!!!!

da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/cosi-affossarono-il-banco-di-napoli/

 

 

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– ITALIAOSCURA: LA STORIA CHE NON C'È SUI LIBRI DI STORIA! Giovanni Fasanella

di byoblu.com, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=G4O4kNbmX0U

 

 

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– OSCURANTISMO ITALICO

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com

Continua su:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=279445385749486&id=100010520800176

 

 

PER NON DIMENTICARE

– La strage di Pietrarsa (Na), 6 agosto 1863

Con le baionette innestate i bersaglieri, le spade sguainate gli ufficiali e le daghe tese carabinieri e sbirri, tutti andarono alla carica inseguendo gli operai in sciopero, che altro non chiedevano se non il ritorno alle precedenti migliori paghe e minore ore lavorative (8 ore). Nel fuggi fuggi generale molti caddero subito, altri furono feriti, altri ancora gettatisi in acqua furono fatti segno dei colpi dei militi.

Deceduti:

Domenico Del Grosso

Luigi Fabbricini

Aniello Marino

Aniello   Olivieri (morto  successivamente)

Feriti:

Leopoldo  Alti

Salvatore  Calamazzo

Mariano  Castiglione

Giuseppe  Caliberti

Domenico Citara

Antonio   Coppola

Aniello  De   Luca

Ferdinando Lotti

Alfonso   Miranda

Non si conosce il numero dei deceduti successivamente in seguito alle ferite.

 

 

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– La strage di Bronte (Ct), 10 agosto 1860

 

(immagine da agrigentoierieoggi.it)

 

A seguito di una insurrezione popolare il gen. Nino Bixio, ivi inviato per sedare la rivolta, fece fucilare dopo sommario e improbabile processo 5 brontesi, fra i quali

Nunzio Ciraldo Fraiunco (ritenuto  lo “scemo del villaggio” era stato arrestato per aver girato per le strade del paese soffiando in una trombetta di latta)

Nicolò Lombardo (sindaco della città ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova)

Nunzio Longi Longhitano

Nunzio Samperi

Nunzio Nunno Spitaleri

Per diversi giorni, a monito, i cadaveri vennero lasciati insepolti.

– Bronte, 10 agosto 1860

di Placido Altimari

(foto da plus.google.com)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Cwd6fg0R-_0

 

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– 30 luglio 1861 – La rivolta di Auletta

 

Quando-Auletta-diventò-Storia (FILEminimizer)

Il massacro di Auletta, avvenuto il 30 luglio 1861, fu una strage compiuta dall'Esercito italiano da un contingente di bersaglieri affiancati da una squadra della Legione ungherese, ai danni della popolazione civile del piccolo centro del salernitano.
Espugnato il piccolo centro, al mattino del 30 luglio e messi in fuga i guerriglieri, i militari si accanirono sulla popolazione civile, uccidendo, saccheggiando e bruciando.
Tra le 45 vittime accertate vi fu il parroco Giuseppe Pucciarelli, mentre altri quattro religiosi furono pestati a sangue in piazza e costretti ad inginocchiarsi davanti al tricolore sabaudo. Uno di loro, settuagenario, cercò di rialzarsi, ma venne ucciso da un sergente a colpi di calcio di fucile alla testa. Secondo altre fonti i morti «sembra fossero 130». I luoghi di culto furono saccheggiati e duecento cittadini vennero arrestati e tradotti nel carcere di Salerno con l'accusa di rivolta e di cospirazione.

(Fonte wikipedia)

 

 

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– Siculi

di Claudio D’Angelo, da Facebook.com (24.7.16)

I Siculi indicarono con Adrano il nome del loro più grande re e condottiero, poi deificato in memoria delle sue grandi imprese.
Dietro al mito del dio Adrano (dio della guerra e del fuoco), nacque la fede monoteista del popolo Siculo.
Così, ritroviamo la radice ADR (o ATR, HATR), in molti territori da loro occupati… in Illiria misero tale nome al monte ADRio (o Ardius), al fiume ADRio (che divideva in due la loro regione), chiamarono JADRa una città (oggi Zara), il mare ADRiatico (culla della loro dimora), l'isola di ADRia (oggi Pelagosa, posta al centro dell'Adriatico al largo delle isole Tremiti).
Quando i Siculi giunsero in Italia, attribuirono tale nome alle città di ADRia in Veneto, HATRi in Abruzzo, AnDRia in Puglia, ADRano in Sicilia, ma anche a tantissime altre località.
Vorrei precisare che ADRi, in Sanscrito, la lingua parlata dai Siculi, significa "montagna", tant'è che in Abruzzo idealizzarono il loro dio nel gigante di pietra, ossia il Gran Sasso d'Italia.
Immaginatevi quando giunsero in Sicilia e si trovarono di fronte l'Etna, questa grandiosa montagna che eruttava fuoco, la rappresentazione più completa del loro dio della guerra e del fuoco.
Mi permetto di riprendere il contributo del grande glottologo Enrico Caltagirone il quale chiarisce che in sanscrito, la radice "aidhá" significa ardere, risplendere, in fiamme, e dunque "aidhá-na" significa: "che arde, che splende".
Non posso omettere di evidenziare la connessione dei Siculi con altri popoli, non è un caso che i Corinzi adoravano il dio "Adar" rappresentato anch'esso come: "dio della guerra e del fuoco".

 

 

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– L'anniversario dei martiri di Pietrarsa e le strumentali polemiche in Rete

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

Continua su:

http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/martiridipietrarsa-1881617.html

 

 

LUGLIO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– Palermo, 29 luglio 1983 – Cadeva il Giudice

Rocco Chinnici

(foto da infooggi.it)

“Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita, in Sicilia.”

 

A lui il nostro ricordo e la nostra stima.

 

 

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– Palermo, 19 luglio 1992

Cadeva sotto i colpi dell’affarismo, degli interessi, delle trame e dei grandi connubi malavitosi il Giudice

PAOLO BORSELLINO

(foto tratta da wikipedia.org)

A lui il nostro imperituro rispetto.

Ai familiari il nostro più sentito cordoglio.

 

 

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– Messina, luglio 1861

          Tumulti a luglio sono scatenati a Messina dagli operai per le basse paghe. La città riverrà privata del porto franco. Il giornale anticlericale di Palermo “L’Arlecchino Oppositore” il 29 novembre 1861 accusò il clero di borbonismo elencando ben sedici ecclesiastici, arrestati la notte precedente con l’accusa  di cospirazione contro il governo. Essi erano: padre Matteo Adragna di S. Francesco d’Assisi, scoperto con “carte sorprese”; con la stessa imputazione furono arrestati anche il canonico Pollara, il canonico Agostino da Trapani, maestro di cerimonie mons. Ciccoli, padre Banaventura di Sambuca, frà Ferdinando Favaloro accusato di essere spia, padre Pasquale e padre Lorenzo del convento del SS. Salvatore, padre Costantino di San Giovanni, padre Celestino Arcangelo Raffaele, padre Raffaele e padre Pietro si S. Michele, infine padre Pipitone.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 62

 

 

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– Palermo, 8 luglio 1960

La strage Tambroni a Palermo

palermo-8-luglio-1960 (FILEminimizer)

L’otto luglio 1960, nel corso di una normale manifestazione organizzata dalla CGIL a Palermo (come pure a Genova e Reggio Emilia), a seguito della brutale carica della polizia che spara sulla folla inerme si avranno quattro morti, trentasei feriti, settantuno arrestati e trecentosettanta fermati.

I caduti furono:

– Andrea Cangitano di anni 14;

– Giuseppe Malleo di anni 16;

– Francesco Vella di anni 42;

– Rosa La Berbera di anni 53.

Quest’ultima raggiunta da uno dei tanti colpi sparati all’impazzata dalla polizia mentre si apprestava a chiudere la finestra di casa.

 

 

 

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– ROCCAROMANA 1860….. QUANDO I GARIBALDINI

da altaterradilavoro.com

ROCCAROMANA 1860….. QUANDO I GARIBALDINI E I PIEMONTESI FURONO RICACCIATI DALL’ESERCITO BORBONICO

(Fonte Nicola Pelosi)

Continua su

http://www.altaterradilavoro.com/roccaromana-1860-garibaldini/

 

 

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– Compagnia di artefici Pompieri in Napoli

da altaterradilavoro.com

NAPOLI 1835 Articolo tratto dal Giornale Del Regno delle Due Sicilie del luglio 1835 n.156 

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/compagnia-artefici-pompieri-napoli/

 

 

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– Sulle tracce dei Briganti, sul Blockhaus

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

(foto da iviaggididante.com)

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http://www.altosannio.it/sulle-tracce-dei-briganti-sul-blockhaus/

 

 

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– Real Fabbrica di Capodimonte. Le porcellane di re Carlo III esportate in tutto il mondo

di Andrea Chiara Grillo, da vesuviolive.it

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http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/157444-real-fabbrica-capodimonte-le-porcellane-re-carlo-iii-esportate-mondo-2/

 

 

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– Storia della "Sicilia" e dei "Siciliani"

(tratto dalla pagina Fb. di C.D’A.)

N.B.: Caccamo è anche un Comune siciliano in provincia di Palermo.

Guardate questo cartello che cita: "I Siculi, abitatori della sinistra del Chiento, sin da quattro millenni avanti l'era cristiana, Caccamo chiamarono questa contrada".

Sembrerà strano, questa località non si trova in Sicilia ma nell'alto maceratese.

Fonte:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=272353496458675&id=100010520800176

 

 

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– La verità sulla Breccia di Porta Pia

di Don Maurizio Cerani, da briganterocco.blogspot.it

Continua su:

http://briganterocco.blogspot.it/2015/07/la-verita-sulla-breccia-di-porta-pia.html?spref=fb

 

 

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– IL RISORGIMENTO VISTO DAL NORD. La Gazzetta di Torino: il massacro di Casalduni? Esempio spaventevole ma giusto

di Francesco Barbagallo, da ilsudonline.it

Continua su:

http://www.ilsudonline.it/50413-2/

 

 

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– Il Vespucci e i Cantieri di Castellamare

da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/vespucci-cantieri-castellamare/

 

 

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– Brigantaggio post-unitario, Fernando Riccardi

da altaterradilavoro.com

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/3865-2/

 

 

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– Un piano del governo italiano per annientare l’industria messinese

di Alessandro Fumia, da cariddiweb.wordpress.com

Continua su:

https://cariddiweb.wordpress.com/2011/02/09/un-piano-del-governo-italiano-per-annientare-l%E2%80%99industria-messinese/

 

 

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– Gli eroi del Sud dimenticati: Ferdinando Beneventano Del Bosco

da ilsudonline.it

Continua su:

http://www.ilsudonline.it/gli-eroi-del-sud-dimenticati/

 

 

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– Documenti storici, il decreto dei Savoia sul referendum farsa a Napoli nel 1860

da ilsudonline.it

Decreto di indizione del Plebiscito.

“L’8 ottobre 1860 su proposizione del Ministro dell’Interno, Raffaele Conforti, il Consiglio dei Ministri stabiliva il plebiscito, decretando:

Art.1
Il Popolo delle Province continentali dell’Italia Meridionale sarà convocato pel dì 21 del corrente mese di Ottobre in Comizi per accettare o rigettare il seguente plebiscito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti.» Il voto sarà espresso per «SI» o per «NO», col mezzo di un bollettino stampato.

Art.2

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http://www.ilsudonline.it/documenti-storici-decreto-dei-savoia-sul-referendum-farsa-napoli-nel-1860/

 

 

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– Non lo sapevo. La Scuola Medica Salernitana, prima università di medicina in occidente.

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

Le origini sono ancora avvolte nel mistero. Una leggenda narra che fu creata dalla volontà di quattro maestri: il latino Salerno, il greco Ponto, l’ebreo Elino e l’arabo Adela. La storia invece tramanda due possibili inizi. Secondo alcuni la Scuola Medica Salernitana nacque grazie alla presenza sul territorio di diversi monaci benedettini esperti nell’arte delle cure. Per altri, il complesso fu creato da vescovi autori di trattati di medicina che realizzarono un primo nucleo della Scuola all’interno del chiostro della Cattedrale principale. Contro questa idea vi sarebbero però documenti che accertano la nascita del chiostro nel Duomo nell’XI secolo, quando cioè la Scuola Salernitana era già nata. La teoria più accreditata porrebbe le basi del complesso nella volontà di alcune libere associazioni di maestri e studenti impegnati nella diffusione delle arti mediche.

Continua su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/148314-non-lo-sapevo-la-scuola-medica-salernitana-universita-medicina-occidente/

 

 

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GIUGNO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– Randazzo (Ct), località Murazzu Ruttu, 17 giugno 1945

Ad un posto di blocco, con dinamiche mai ben chiarite, perdevano la vita

Antonio Canepa

Carmelo Rosano, di anni 22

Giuseppe Lo Giudice, di anni 18

componenti dell’E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano)

 

Lapide Murazzu Ruttu (FILEminimizer)(foto tratta voraszancle.org)

Intorno alle ore otto del mattino di domenica 17 giugno 1945, un motofurgone con a bordo diversi separatisti dell’ E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano) incappa in un non casuale posto di blocco. A seguito di scontro a fuoco rimangono uccisi, alcuni più tardi a causa delle ferite riportate, Antonio Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.

“I Carabinieri si affrettarono a portare via i cadaveri per farli tempestivamente tumulare nel cimitero di Jonia (oggi Giarre). Intendevano sbarazzarsi al più presto dei cadaveri di Canepa, Rosano e Lo Giudice. Nell’impellenza di compiere la traslazione delle salme commisero una grave scorrettezza. In gran segreto, all’alba di lunedì 18 giugno 1945, Nando Romano, in stato di incoscienza venne prelevato e trasportato con un camion militare scortato, su una barella, assieme ai cadaveri dei suoi compagni al cimitero, per essere seppelliti.

Giunti a Jonia, i militari imposero al custode del cimitero, Isidoro Privitera, di chiudere i cancelli mentre venivano ricomposte le salme all’interno delle casse …

Il custode eccepì che mancavano i certificati di morte. I carabinieri si giustificarono dicendo  che << si trattava di banditi morti in conflitto >> da seppellire subito. Il Privitera tergiversò e insistette almeno perché gli declinassero i nomi degli sfortunati. Fu in quel frangente che si accorse, per puro caso, che uno dei quattro non era morto ed anzi respirava e lo seguiva con lo sguardo. Il custode credendo ad un fenomeno di rinvenimento da morte apparente, mise in salvo il “redivivo”, evitandogli di essere calato nella tomba.”

Salvatore Musumeci, Voglia d’Indipendenza, Armenio Editore, pag. 141, 142.

 

– 65° Anniversario eccidio patrioti siciliani – Murazzu Ruttu

di Santo Trovato, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=wJMt4q7mtac

 

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– La Sicilia al tempo dei Borbone

Dal Convegno del 9 giugno 2016 ad Augusta (Sr) organizzato dal Comune di Augusta e dall'associazione culturale Briganti

di Milena Palermo, da Facebook.com

porta spagnola2 (FILEminimizer)

(foto da webalice.it)

VIDEO

https://www.facebook.com/edisicilia/videos/1072771819482152/

 

 

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– Carlo di Borbone e la fondazione di una dinastia e di uno Stato italiano nel cuore del Settecento europeo

di Nicola Vetrano, da altaterradilavoro.altervista.org

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/carlo-borbone-la-fondazione-dinastia-uno-italiano-nel-cuore-del-settecento-europeo/

 

 

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– Una guerra civile mai dichiarata

da Un Popolo Distrutto e da Facebook.com

Brig. (FILEminimizer)

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https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/839516556153721

 

 

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– Ferdinando II di Borbone, il re dei record che sbagliò lasciando l’Italia ai Savoia.

di Francesco Pipitone, da vesuviolive.it

(foto da culturaitalia.it)

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http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/149396-ferdinando-ii-borbone-re-dei-record-sbaglio-lasciando-litalia-ai-savoia/

 

 

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– MARIA SOFIA, LA REGINA CHE NON SI ARRESE MAI

di Cesare Linzalone, da briganterocco.blogspot.it

Continua su:

http://briganterocco.blogspot.it/2016/05/maria-sofia-la-regina-che-non-si-arrese.html

 

 

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– Liborio Romano e il tradimento che unì l’Italia

di Federico Quagliuolo, da storienapoli.it

(foto wikipedia.org)

Continua su:

http://storienapoli.it/liborio-romano-camorra-uni-litalia/

 

 

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– La scienza fisiognomica che creò le due Italie

di René Verneau, da sociologicamente.it

Continua su:

http://sociologicamente.it/la-scienza-fisiognomica-che-creo-le-due-italie/

 

 

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– I Bersaglieri in ‘festa’ a Palermo. E le centinaia di palermitani scannati nel 1866?

di Ignazio Coppola, da inuovivespri.it

Continua su:

http://www.inuovivespri.it/2016/05/29/i-bersaglieri-festeggiano-a-palermo-dimenticando-che-scannarono-centinaia-di-palermitani-nel-1866/#_

 

 

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– C'era una volta il Lanificio borbonico che ritorna

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

(foto guide.supereva.it)

Continua su:

http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/illanificioritorna-1761732.html

 

 

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PER NON DIMENTICARE…

3 giugno 1860 – Nissoria (En):   Fucilati Epifanio Mazzocca e dodici civili

 

Nissoria (FILEminimizer)(foto mapio.net)

Il 3 giugno 1860 a Nissoria (En), a seguito delle ribellioni per la mancata promessa di divisione delle terre, venivano fucilati Epifanio Mazzocca e altri dodici civili. A seguito di questo evento si formò una banda di “briganti” che si diede alla macchia per combattere l’invasore.

Fonte:

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, pag. 24, 25

MAGGIO 2012

– 23 maggio 1992, attentato al Giudice Giovanni Falcone

Insieme a lui perirono: Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro

(foto da archivioantimafia.org)

 

 

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– 25 maggio 1862

A Nissoria (En), viene ucciso il capo dei rivoltosi Giovanni Giorgio.

 

– A Fenestrelle aleggia lo spirito indomito del soldato napoletano

di Fernando Riccardi, da altaterradilavoro.altervista.org

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/fenestrelle/

 

 

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– Il genocidio dimenticato – Lo sterminio del popolo duo siciliano

di Ninco89, da laveritadininconaco.altervista.org

Continua su:

http://laveritadininconaco.altervista.org/11-maggio-1860-inizia-lo-sterminio-del-popolo-duosiciliano/

 

 

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– 12 maggio 1799 cosa hanno scritto i francesi

da altaterradilavoro.altervista.org

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/12-maggio-1799-cosa-scritto-francesi/

 

 

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– L’origine del toponimo Molise

da briganti.info

Continua su:

http://briganti.info/lorigine-del-toponimo-molise/

 

 

 

PER NON DIMENTICARE…

– 1 maggio 1947  

La strage di Portella della Ginestra (Pa) – La prima strage dell’italia repubblicana

 

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Il primo maggio 1947 circa duemila fra lavoratori e contadini dell’area di Piana degli Albanesi, un piccolo centro a pochi chilometri da Palermo, si erano riuniti in un’atmosfera festosa dovuta al successo della coalizione PCI-PSI alle ultime consultazioni elettorali. Chiedevano pacificamente l’uso delle terre incolte e manifestavano contro il latifondismo.

All’improvviso dalle colline circostanti, per lunghi quindici minuti, “qualcuno” aprì il fuoco a colpi di mitra sulla folla inerme.

Alla fine della carneficina resteranno sul campo 11 morti e 27 feriti.

Vincenza La Fata, 9 anni

Giovanni Grifò, 12 anni

Giuseppe Di Maggio, 13 anni

Castrenze Intravaia, 18 anni

Vito Allotta 19 anni

Margherita Clesceri

Giorgio Cusenza

Filippo Di Salvo

Serafino Lascari

Giovanni Megna

Francesco Vicari

Vincenza Spina morirà successivamente a seguito delle ferite, come anche altri feriti.

Non si conosce il numero dei feriti poi deceduti.

 

 

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Palermo, 30 aprile 1982, uccisione di Pio La Torre

(foto tratta da wikipedia.org)

 

Alle 9:20 del 30 aprile 1982, con un’auto guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del suo partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.

 

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– TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

di Millo Bozolan, da venetostoria.com

I MASSONI SVELANO COME FURONO FINANZIATI I MILLE se ce lo spiegano loro, cosa c’era sotto, c’è da dar retta alla fonte…

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell’editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei “fratelli” per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo.

Un breve intervento —poco più di due paginette, ma esplosive— a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo “Finanziamento della spedizione dei Mille”.

Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: «Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento —circa 25.000 lire— fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all’atto dell’imbarco da Quarto».

Continua su:

https://venetostoria.com/2016/04/08/tre-milioni-di-franchi-in-piastre-doro-a-garibaldi-per-comprarsi-il-sud-ce-lo-raccontano-i-massoni/

 

 

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– L’Italia unita? Meglio con i Borbone!

di Roberto Bertinetti, da altaterradilavoro.altervista.org

La provocazione nell’ultimo saggio dello storico inglese David Gilmour : ” Il Diritto al Sud era superiore a quello piemontese. Peccato non sia nato uno Stato Federale. Forse ora ci sarebbero meno problemi”.

Da tempo l’Italia è oggetto delle indagini di David Gilmour, tra i migliori storici britannici che nel 1988 dedicò una biografia a Giuseppe Tommasi di Lampedusa. Il passato e il presente della penisola sono al centro di The Pursuit of Italy (La ricerca dell’Italia), saggio uscito a Londra per Allen Lane in cui si esaltano le differenze tra le diverse regioni. “La cultura italiana è cresciuta nel corso dei secoli grazie alla rivalità tra comuni vicini” afferma deciso. E a sostegno della sua tesi cita il caso di Siena, “dove i governanti decisero di oscurare la gloria di Firenze costruendo la più grande cattedrale della cristianità e in virtù dell’obiettivo che si erano dati crearono le condizioni per uno sviluppo altrimenti impensabile”.

Continua su:

http://altaterradilavoro.altervista.org/2938-2/?doing_wp_cron=1461704531.7090721130371093750000

 

 

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– ERA LADRO GIA’ IL CONTE DI CAVOUR

di Maurizio Blondet, da maurizioblondet.it

(immagine tratta da associazione-legittimista-italica.blogspot.it)

Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono, subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto…” (Giacomo Leopardi, Pensieri)

E’ noto che Giacomo Leopardi non era propriamente quello che si chiama un uomo di mondo, ma nonostante ciò, nella sua breve vita, aveva capito molto dell’animo umano. Qualche decennio più tardi, alla fine dell’Ottocento, un altro signore di nome Gaetano Mosca scriveva: “una minoranza ben organizzata avrà sempre ragione di una maggioranza disorganizzata”.

Che la storia sia scritta dai vincitori è cosa nota. Oggi si esporta democrazia, anche a chi non la vuole, 150 anni fa una minoranza ben organizzata, ovvero quella élite nobiliare-massonico-affarista che rappresentava uno zero virgola della penisola italiana trovò il nome Risorgimento per coprire i propri fini, la conquista del potere.

Continua su:

http://www.maurizioblondet.it/ladro-gia-conte-cavour/

 

 

APRILE 2016

 

– 25 aprile: festa della liberazione

Per intanto a Caserta, nel 1943, gli americani riportavano alla luce mantelli massonici

(foto tratta da radiospada.org)

Fonte:

Pagina Fb. San Massimiliano Kolbe contro la massoneria

 

 

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– RISORGIMENTO: LE RADICI DELLA VERGOGNA

di Elena Bianchini Braglia, da iltalebano.com

Continua su:

https://iltalebano.com/2016/03/15/risorgimento-le-radici-della-vergogna/

 

 

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– Italia paese malato, in mano ai Rothschild dal 1861

di Ninco89, da laveritadininconaco.altervista.org

(immagine tratta da perchiunquehacompreso.blogspot.com)

Continua su:

http://laveritadininconaco.altervista.org/italia-paese-malato-in-mano-ai-rothschild-dal-1861/

 

 

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– Quei piccoli eroi di Gaeta che la storia ha dimenticato

di Roberto Maria Selvaggi, da ilsudonline.it

Continua a leggere su:

http://www.ilsudonline.it/47221-2/

 

 

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– CAVOUR TRAMA PER L’AGGRESSIONE AL REGNO DI NAPOLI, IL “DIETRO LE QUINTE”

di Angela Pellicciari, da venetostoria.com

Continua a leggere su:

http://venetostoria.com/2016/03/07/cavour-trama-per-laccresione-al-regno-di-napoli-il-dietro-le-quinte/

 

 

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– I terremoti nella STORIA: I Borbone di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783

da una segnalazione di P. M. da pag. Fb.

Continua a leggere su:

https://ingvterremoti.wordpress.com/2014/02/19/speciale-i-terremoti-nella-storia-i-borboni-di-napoli-e-il-grande-terremoto-delle-calabrie-del-1783/

 

 

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– Il saccheggio del Banco di Sicilia

da pontelandolfonews.com

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http://www.pontelandolfonews.com/storia/risorgimento-2/fautori/garibaldi-2/saccheggio-del-banco-di-sicilia/

 

 

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– LA MORTE DI ANITA GARIBALDI. IL “CORONER” DELL’EPOCA, PARLO’ DI STRANGOLAMENTO.

di Millo Bozolan, da venetostoria.com

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http://venetostoria.com/2016/03/26/la-morte-di-anita-garibaldi-il-coroner-dellepoca-parlo-di-strangolamento/

 

 

 

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– Con quale coraggio infangate il medioevo?

di Floriana Castro Agnello, da antimassoneria.altervista.org

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http://antimassoneria.altervista.org/con-quale-coraggio-infangate-il-medioevo/

 

 

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PER NON DIMENTICARE…

– Bernalda (Mt), 8 aprile 1888

A segiuto dell’imposizione della tassa di “capitazione”, tassa che interessava ogni singolo fuoco, cioè ogni singola abitazione, il popolo si sollevò in rivolta. I piemontesi per sedarla aprirono il fuoco sui civili.

Si ebbero quattro morti e molti feriti.

 

 

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– Breve saggio sulla legislazione borbonica

di Ubaldo Sterlicchio, da altaterradilavoro.altervista.org

(foto tratta da ebay.it)

http://altaterradilavoro.altervista.org/newsletters/breve-saggio-sulla-legislazione-borbonica/

 

 

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– E Manfredi di Svevia fondò Manfredonia sui resti dell’ antica Siponto

di Daniela Alemanno, da briganti.info

 

http://briganti.info/e-manfredi-di-svevia-fondo-manfredonia-sui-resti-dell-antica-siponto/

 

 

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– I capibriganti nella provincia di Catanzaro, 1861 – 65

di Giuseppe Ruberto, da sambiase.com

http://www.sambiase.com/index.php?option=com_content&view=article&id=211:i-capibriganti-nella-provincia-di-catanzaro-1861-65&catid=47:il-brigantaggio&Itemid=10

 

 

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– Il sonoro: un’ invenzione tutta messinese

di Daniela Alemanno, da briganti.info

http://briganti.info/il-sonoro-un-invenzione-tutta-messinese/

 

 

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– Prima di Fleming venne il molisano Vincenzo Tiberio

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

http://www.altosannio.it/prima-di-fleming-venne-il-molisano-vincenzo-tiberio/

 

 

MARZO 2016

 

PER NON DIMENTICARE

– 20 marzo 1861:

CADUTA DELLA FORTEZZA DI CIVITELLA DEL TRONTO

 

Si avranno 100 vittime fra morti e feriti.

 

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– L'ORIGINE DELLA CROCE ROSSA INTERNAZIONALE NON È SVIZZERA MA DUOSICILIANA

di Mariano Palumbo, da brigantecrocco.blogspot.it

Nasceva 200 anni fa il vero ideatore della Croce Rossa Internazionale, Ferdinando Palasciano.

Illustre figlio di Capua (Ce), nasce nel 1815 nello Stato del Regno delle Due Sicilie.

Fu grande e visionario medico. Purtroppo pochi sanno, al di fuori della provincia di Caserta, che questo grande figlio delle nostre Terre, dal cuore indomito, fu il vero ideatore della Croce Rossa Internazionale. Fin dal giorno della laurea si dedicò con passione alla ricerca scientifica per alleviare le sofferenze dell’umanità e soprattutto per curare chi veniva ferito o colpito da malattie nel corso delle varie guerre.

Eseguì arditi interventi chirurgici, spaziando con genialità e perizia nei tanti settori della medicina. Grazie alla sua fama, nel 1859 venne chiamato a curare re Ferdinando II di Borbone.

Fu lui per primo a gettare le basi della Croce Rossa, scrivendo articoli e partecipando a convegni internazionali per ribadire la necessità della presenza di personale sanitario sui campi di battaglia, personale pronto a intervenire senza fare distinzioni tra le parti avversarie. Tuttavia venne sempre ignorato dalle organizzazioni svizzere, che si impadronirono delle sue tesi umanitarie per giungere, nel 1863, alla creazione ufficiale della Croce Rossa Internazionale, attribuendone il principale merito al ginevrino Jean Henry Dunant. Ma il nome di Palasciano non fu dimenticato solo dagli svizzeri, anche lo Stato annessionista italiano, nato tra menzogne e crimini efferati, non gli riservò alcuna considerazione.

Ma la ingratitudine ingratitudine non fermó Ferdinando Palasciano, che continuò a dedicarsi alla scienza per tutto il resto della vita.

Morì nel 1891 nella sua casa sulla collina di Capodimonte, a Napoli”.

Che dire!? E’ l’ennesimo esempio di come ci hanno rubato la Storia, di come ci hanno rapinato del presente continuando a considerarci una Colonia interna e di come, ahimé, ci “spopolano” del nostro futuro. Ebbene, opponiamoci con forza a questo disegno ignominioso, non permettiamo specialmente che i nostri giovani laureati vadano via, teniamoli a casa se possibile, facciamo sì che si organizzino in gruppi, comitati, onlus, tutto ciò che è possibile insomma, e che ogni giorno manifestino in piazza, davanti alle Prefetture, sui giornali, la loro tragica presenza affinché si affronti finalmente questo problema epocale della disoccupazione dei “cervelli” che sta portando un popolo intero alla sparizione e alla scomparsa per “esaurimento”.

Fonte:

http://briganterocco.blogspot.it/2016/03/lorigine-della-croce-rossa.html?spref=fb

 

 

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– SCOPELLO BORBONICA

di “UN popolo distrutto"

Parlare di Borbone con molti siciliani è come nominare la peste bubbonica, le continue lotte per l'indipendenza, la politica oscurantistica fatta per denigrare la monarchia, gli interessi dei mafiosi/baroni proprietari fondiari che si scontravano con gli interessi del regno, fecero disamorare i siciliani dalla vita del loro stato. Tra il 1830 e il 1859 il borgo di Scopello fu più volte visitato dal re Ferdinando II Due Sicilie, il quale, fra l’altro, amava usufruire, ove possibile, della vicina riserva reale di caccia, dimorare per qualche tempo nel vicino castello di Baida e, infine, intrattenersi dentro il baglio con gli abitanti di Scopello, mangiando, bevendo e giocando a carte con loro al di là dell’etichetta e con semplicità compagnona.

Tutti gli scopellesi, conseguentemente, si sentivano addirittura suoi amici e compari ed egli li favoriva in mille modi garantendo loro, fra l’altro, buona viabilità, frequenti donativi in natura e in denaro ecc. Anche per questo essi furono borbonici ad oltranza, sia prima che dopo l’occupazione piemontese della Sicilia. Garibaldi e i suoi, ad esempio, pur avendo avuto parecchi amici a Castellammare, non riuscirono mai a mettere piede nel territorio di Scopello e quando, tra la fine di Dicembre 1862 e l’inizio di Gennaio 1863, una guarnigione di militari piemontesi tentò di “prendere” Scopello, ove continuava a sventolare la bandiera del Regno delle Due Sicilie, gli scopellesi ingaggiarono contro di loro una battaglia che merita essere conosciuta, anche perché totalmente ignorata dalla storiografia ufficiale.
In una lettera che il marchese Francesco Salvo di Pietragrande, esule borbonico a Malta, inviò il 7 Febbraio 1863 a Salvatore Maniscalco, già direttore della polizia borbonica in Sicilia, si fa cenno ai propositi di rivincita dei borbonici siciliani e, fra l’altro, è scritto: “Saprete i particolari del conflitto di Scopello, nel quale una trentina di paesani posero in rotta una colonna di piemontesi, la quale perdé cinque uomini oltre gli uccisi. Colla brogna, che è la campana a stormo dei nostri villani, corsero tutti dalle vicine campagne e, se i piemontesi non fossero stati celeri nella ritirata, tutti avrebbero morduto la polvere. Questo fatto è rilevante per lo spirito audace e ostile dei nostri campagnoli contro i dominatori” (Cfr. Bollettino semestrale del Comitato Regionale Siciliano della Società Nazionale per la Storia del Risorgimento Italiano, Palermo, 1933).

Ancora non sappiamo come il nuovo regno abbia fatto pagare la “bravata” agli scopellesi. E’, però, presumibile che – visto che negli annali non viene fatto riferimento alla distruzione di Scopello, che sarebbe inevitabilmente avvenuta in caso di un attacco in forze – sia stata preferita una “via diplomatica” con trattative tra il nuovo ordinamento e i capi delle consorterie mafiose di Castellammare, sostenitrici del nuovo regime. Avvenne, cioè, che per cambiare tutto non si cambiò niente, se non la bandiera. Il potere, in pratica, rimase tale e quale a garantire l’ordine sulla pelle dei poveri contadini, mentre il patto fu pagato con il sangue dei soldati piemontesi.

Dopo la proclamazione del regno d’Italia e l’incameramento del demanio borbonico e dell’asse ecclesiastico da parte dello Stato italiano, il “Real Sito di Scopello” (di oltre 600 ettari) fu acquistato da una “Società Anonima per la vendita dei Beni del Regno d’Italia”, ufficialmente creata nel 1862 per “vendere” ai privati questo territorio, ma in realtà per ricompensare coloro che avevano tradito la causa borbonica e sostenuto la causa sabauda. Gli “acquirenti” furono, infatti, i più ricchi e i più mafiosi di Castellammare. Essi acquistarono (anno 1868) quasi tutto l’ex feudo, pagandolo a bassissimo prezzo e, per giunta, a rate. In seguito parecchi di loro lo rivendettero, in gran parte, a prezzi fortemente maggiorati ed in contanti. E così che nacque (con questo episodio, ma con centinaia di altri) quel sodalizio stato/mafia mai più interrotto dal neonato nuovo stato!

 

 

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– L'ECCIDIO dei CONTADINI di TORRE MELISSA CHE RECLAMAVANO LA TERRA, NELL'ITALIA REPUBBLICANA del 1949.

da UNpopolodistrutto e da Facebbok.com

(immagine tratta da eccidiodimelissa.blogspot.com)

La strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. I contadini di Melissa erano nei movimenti di lotta per l’occupazione delle terre incolte fin dalle prime agitazioni del 1944-45. La vita pubblica è minacciata da manifestazioni e scioperi per obiettivi minimi (costruzione di strade, fornitura dell’acqua, rimozione del collocatore comunale a degli impiegati corrotti): ma su tutto vi è il tema della rivendicazione delle terre demaniali e incolte.

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https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/787650004673710

 

 

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– A Udine la “Settimana della verità sul Sud”

di Vito Sutto, da ondadelsud.it

Anche quest’anno, come avviene ormai da tempo, tra il mese di febbraio e i primi di marzo le classi quarte del prof. Vito Sutto dell’Istituto Tecnico Marinoni di Udine hanno organizzato “la settimana della verità sul Sud”.

Due figli del sud, Salvatore Gullo calabrese e Mattia Salandra pugliese, hanno risposto alle lezioni con la loro presa di coscienza che di seguito pubblichiamo“Il Risorgimento è stato il primo avvenimento importante dell’ Italia unita e tutt’oggi nelle scuole di tutta Italia si parla dell’unità nazionale come una grande opera politico-sociale che ha coinvolto l’intera nazione, si raccontano le vittoriose battaglie d’Italia, e l’impresa nel Sud da parte dell”eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi.

Però il sistema dell’istruzione italiana, trascura alcuni avvenimenti della storia nazionale, come, le distruzioni di paesi e industrie, i lutti e i massacri di tutta quella popolazione del Sud che ha subito l’arrivo dei Mille.

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http://www.ondadelsud.it/?p=13005#more-13005

 

 

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– La Notizia di Manlio Dinucci – L’Italia in guerra per la ricolonizzazione della Libia

di PandoraTv, da youtube.com

(foto tratta da wikipedia.org)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=i2yBnBP2tOg

 

 

 

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PER NON DIMENTICARE

– 13 marzo 1861: sotto il fuoco dell'esercito piemontese cadeva la Real Cittadella di Messina

 

Fra i soldati napolitani e siciliani si conteranno 47 caduti

 

(immagine tratta da adsic.it)

 

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– Atto sovrano per la riduzione della sovraimposta al dazio sul macino in  Sicilia

Francesco II – 27 febbraio 1860

 

 

 

 

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– Antonio De Viti De Marco, Economista e statista salentino

di I Tre Briganti

 

 

 

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– GIUSEPPE BUTTA', CAPPELLANO DELL'ESERCITO BORBONCO
MEMORIE DELLA RIVOLUZIONE DAL 1860 AL 1861

L'armistizio e le sue conseguenze l'esercito abbandona Palermo

di La storia che non si racconta, da Facebook.com

(immagine tratta da wikipedia.org)

La Masa che si trovava nel combattimento di Porta di Termini, vedendo i soldati, quantunque decimati, avanzarsi imperturbabili, corse al Palazzo Pretorio, e disse a Garibaldi, che tutto era perduto, le squadre ed i volontari del continente tutti in fuga, i soldati avanzarsi senza più trovare ostacoli, tra breve invadere tutta la Città, e quindi il loro pericolo di essere fatti prigionieri, imminente.

Il Dittatore che stava dubbioso sulla sorte de' suoi, perché avea inteso il fuoco della moschetteria sempre avvicinarsi a lui, udendo le notizie che gli recava la Masa, ex abundantia cordis, esclamò:

«Tradimento! mi hanno tradito! «

Stava per uscire dal Palazzo Pretorio per mettersi in salvo, forse sopra qualche legno sardo o inglese che si trovavano nel porto; e veramente a quelle persone che gli si paravano innanzi anelante domandava:

«Qual'è la strada più vicina che conduce al Porto? "

Però, prima di fuggire, consigliato dagli amici che lo circondavano, volle tentare di nuovo la fortuna con ottenere qualche cosa dal generale Lanza, cui mandò subito una persona fidata. Questo tristissimo Generale che era inaccessibile ed invisibile a tutti, ricevè immediatamente il messo di Garibaldi. Fu allora che il Lanza spiccò l'ordine a Meckel di cessare dalle ostilità, e non avanzarsi di più nella città: e non contento di avere mandato quest'ordine col capitano Nicoletti, temendo che questi potesse avere del male in quella baruffa, ne spiccò un altro simile e lo mandò anche a Meckel col capitano Bellucci. Quanta premura e prevvidenza quando si trattava di agevolare il nemico!

Garibaldi rassicurato dagli ordini dati da Lanza al Meckel, si atteggiò nuovamente a Dittatore della Sicilia, ad eroe da commedia.

La penna mi cade dalle mani scrivendo questi fatti che non hanno esempi nella storia delle umane malvagità. Quella sospensione d'armi non solo fu il crollo della monarchia de' Borboni, e della autonomia secolare del Regno delle Due Sicilie, ma inoltre fu inesauribile fonte di lagrime e di sangue. Oh! la caduta de' Troni legittimi schiaccia sotto i suoi rottami e popoli e Regni!

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https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=552250994929411&id=281927528628427&substory_index=0

 

 

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– Francesco II

di Palermo – Radici, storia, cultura, da Facebook.com

(immagine tratta da culturaitalia.it)

 

Può, a ragion veduta, camminare a testa alta, Francesco Il di Borbone, ultimo Re Delle Due Sicilie (Napoli&Palermo):

"Ecco come rispose Sua Maestà il Re Francesco II di Borbone ad una lettera del diplomatico francese durante l'esilio romano.

Dopo gli eroici combattimenti di Gaeta, i Sovrani napoletani e le Altezze Reali furono raggiunte da una lettera con la quale si cercava di corromperli comprandoli.

L'ambasciatore francese a Roma invitò senza mezzi termini l'ex Re delle Due Sicilie a lasciare la città del Papa (Stato Della Chiesa) alla volta di Parigi per infliggere un duro colpo morale ai suoi ex sudditi ancora in lotta.

Secondo la moda dei nuovi invasori, che compravano tutto e tutti, ci si credette di poter comprare anche il NOSTRO RE;

venne offerta a Sua Maestà, il Re Francesco, una buona contropartita economica, sicuri che avrebbe accettato, ben conoscendo le sue ristrettezze in tal senso, indegne per un Sovrano in esilio.

Ma non fecero i conti con la levatura morale del Nostro Re il quale già prima dei tragici combattimenti non prelevò nulla dal suo Palazzo Reale di Caserta se non un dipinto della madre (anche la Regina Maria Sofia, la sua bellissima consorte sorella della Imperatrice Sissi non porto' via con se neppure il suo guardaroba ed aveva tutto il tempo per farlo); lo stesso Re non fuggi, non si nascose come altri "re" di più bassa statura, ma andò assieme agli stessi soldati borbonici a difendere la propria Patria invasa dal nemico in armi, mettendo a rischio la propria stessa persona, razionando i viveri allo stesso modo e respirando la stessa aria di morte e polvere da sparo.

In tal modo si diede per certa la sua accettazione e la restituzione del suo patrimonio personale confiscato con tanta leggerezza dai piemontesi contro ogni regola del diritto internazionale. (Molte residenze come Carditello, San Leucio, La casina del Fusaro, e la stessa Villa Caposele a Gaeta erano di proprieta' privata della Famiglia Reale napoletana).

Ma non fecero i conti con un VERO SOVRANO che preferi la DIGNITÀ di non dover abbassare la testa vivendo il suo esilio tra ristrettezze economiche piuttosto che tradire anche Egli, tra gli agii, comprato come i generali ed ammiragli traditori, il proprio popolo.

Sua Maestà il Re Francesco prontamente e fieramente rispose per iscritto:

"Parlate in nome dell'imperatore, e nel vostro nome. Credo il consiglio imperiale venire da amore per me, ma seguirlo non posso.

Sono principe italiano, e a torto perseguitato, nè mi credo in debito di lasciare la sola terra italiana che m'accoglie.

Qui, oltre che Re delle due Sicilie, sono duca di Castro e principe romano; v'ho il palazzo degli avi miei, e l'ultimo asilo in tanto naufragio.

Qui sur un lembo della mia patria, qui parlo la mia lingua, v'ho i miei interessi, sto vicino al mio paese, e a' sudditi miei.

A me, dite, s'appone il sangue che si versa; ma anzi debba apporsi a chi, violando tutti i diritti, mentendo e corrompendo, invase un pacifico stato.

Ora s'appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l'onore d'essere bandito anch'io. La posterità non a me imputerà il sangue che si versa; perchè sono io che lasciai Napoli per non insanguinarla; e dopo Gaeta sciolsi dal giuramento il resto dell'esercito dove potevo spingerlo su' monti.

Ora ho doveri da compiere, e li compirò; non abbandonerò il posto che mi dà la Provvidenza.

Non incoraggio la sollevazione, perchè non è ancora tempo, ma non rinnegherò chi combatte in mio nome; un giorno mi porrò in testa al mio popolo, per discacciare i nemici della mia patria.

Già molti seguii de' consigli dell'imperatore; udii il suo ministro Bremièr, e detti costituzione, amnistia, e alleanza col Piemonte: ora sono in Roma, e il re piemontese ha usurpato il mio trono.

Credetti all'ammiraglio de Tinan, e accampai le truppe sul Garigliano; una notte mi furono bombardate dal mare, fu mia ruina. So che la politica spinge i re a comprimere le personali simpatie; non mi lagno ma tutte le convenienze della politica contro di me si sono volte.

La mia dignità non è in vendita."

Fonte:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=547720115396056&id=343964032438333&substory_index=0

 

 

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– Unità d’Italia, Rothschild, e debito pubblico

da laveritadininconaco.altervista.org

(immagine tratta da informareperresistere.fr)

Oggi voglio ancora una volta parlare di Sud Italia, anche se molti ormai conoscono la verità oltre a quella storiella che ci hanno raccontato, è giusto ripeterlo  ancora,  perché la loro bugia si è ripetuta negli anni e oggi la verità vuole il suo riscatto e vuole arrivare a tutti.

Quando ero un ragazzino non avevo la minima idea del passato del nostro paese e della storia in generale, dunque divoravo a scuola quei libri di storia, l’unica materia che preferivo. Crescendo però mi sono reso conto che qualcosa non tornava,  mancava qualcosa in quei testi, infatti era “una” versione dei fatti, mancava la versione degli sconfitti. Questo non riguarda solo l’Unità d’Italia ma in generale tutti gli eventi storici.

Oggi, oltre ai racconti popolari arrivati a noi, grazie allo studio di documenti storici, grazie a diversi libri e grazie all’impegno di molti cantautori la verità si è fatta strada. Quello che voglio fare ora non è riscrivere la controstoria, ma semplicemente avanzare una teoria.

Sappiamo che con la conquista del Regno delle Due Sicilie l’economia del Nord si è risanata e che la posizione del Regno, nel cuore del mediterraneo, era di fondamentale importanza militarmente parlando, per tutta l’Europa e non solo.

Continua a leggere su:

http://laveritadininconaco.altervista.org/unita-ditalia-rothschild-e-debito-pubblico/

 

 

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– L’unità non esiste

di Regno delle Due Sicilie, da Facebook.com

(immagine tratta da flagsonline.it)

VIDEO

https://www.facebook.com/375723415791527/videos/1122857331078128/

 

 

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– Giosuè Carducci (satanista e massone)

di dangelosante.info, da youtube.com

 (foto tratta da ebay.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=0hvKIZk2opQ

 

 

FEBBRAIO 2016

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Gaeta: alla fine dell'assedio, fra le file dell'esercito Duosiciliano si conteranno

Morti 826, feriti 569, dispersi 200

Fonte:

Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli Editore, pag. 293

 

(foto tratta da faberfantin.com)

 

 

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– 2, 3 febbario 1799 – L’eccidio di Ripa Teatina (Ch)

 

Furono massacrati otto frati del Convento

 

(foto tratta da mondodelgusto.it)

 

 

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– La verità sulla spedizione dei Mille inabissata sui fondali calabresi?

di Giuseppe Addesi, da ilvibonese.it

Il misterioso naufragio del piroscafo Ercole, inabissatosi di fronte alle coste della Calabria con a bordo Ippolito Nievo, l’oro degli inglesi e documenti scottanti da far sparire.

Tredici giorni prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, sparì nel nulla, tra Palermo e Napoli, il piroscafo “Ercole”. La storia dell’unità d’Italia iniziò con un mistero. Fra i passeggeri c’erano alcuni ufficiali garibaldini guidati da Ippolito Nievo, che avevano il compito di portare a Torino la documentazione economica relativa alla spedizione militare dei Mille.

In una cassa, da cui Nievo non si separava mai, erano contenuti soldi, ricevute, fatture, lettere e tutto quello che riguardava la gestione dell’ingente patrimonio garibaldino e di quello “trovato” nelle casse delle banche siciliane. Ma c’era chi aveva interesse, per opposte ragioni, ad impedire che quella cassa arrivasse a Torino, dove era in atto uno scontro tra due fazioni: da un lato i cavouriani che intendevano gettare discredito sulla spedizione garibaldina, tentando di dimostrare una gestione truffaldina dei fondi; dall’altro lato la sinistra, che sosteneva il contrario. Ma, soprattutto, tutti avevano interesse a tenere nascosto un finanziamento di 10mila piastre turche (paragonabili a circa 15milioni di euro attuali) che era arrivato a Garibaldi dalla massoneria inglese. La sparizione di quei documenti faceva quindi comodo a tutti.

Quel rendiconto non doveva vedere la luce perché avrebbe rivelato la pesante ingerenza del governo di Londra e dei circoli massonici inglesi nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Quei soldi, in piastre d’oro turche, erano serviti per favorire l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici. Una inspiegabile inefficienza che aveva paralizzato l’esercito e, soprattutto, la marina borbonica. La reazione militare duo siciliana fu infatti tardiva, lacunosa, caratterizza da molti tradimenti, senza i quali il più grande stato italiano dell’epoca, che vantava la terza flotta europea di quel tempo, difficilmente sarebbe caduto sotto l’urto di mille popolani male armati e peggio addestrati.

La capitolazione di Palermo, si dice, avvenne con l’oro dato al generale Lanza. Guarda caso, lo sbarco avvenne a Marsala, feudo britannico nel cui porto erano alla fonda due navi da guerra di Sua Maestà. La mattina del 4 marzo 1861, l’Ercole lasciava quindi il porto di Palermo con destinazione Napoli. Nievo, seguito dai suoi, era salito a bordo senza ascoltare i consigli del console Hennequin, che gli aveva stranamente suggerito di partire con l’”Elettrico”, vapore che avrebbe lasciato gli ormeggi tre giorni dopo. La nave, appartenente alla compagnia Calabro-Sicula, partì quindi alle ore 13 con 18 uomini di equipaggio, napoletani e calabresi (forse qualcuno anche di Pizzo), al comando del capitano Michele Mancino, e 40-60 passeggeri.

Dietro l’Ercole, tre ore dopo, partì il Pompei, un altro battello che viaggiava sulla stessa rotta, mentre, proveniente dallo stretto di Messina e diretto a Napoli, il vascello militare inglese “Exmouth” si avvicinava alla rotta dell’Ercole, ma quando lo incrociò questo era già un relitto. Nella confusione che regnava in quel periodo, nessuno si accorse del mancato arrivo dell’Ercole. Undici giorni dopo, da Napoli partì il Generoso a perlustrare l’ampio tratto di mare tra le Eolie e Capri. Nievo, le casse con i soldi e i libri contabili, tutto scomparso.

Le ipotesi sulla scomparsa erano le più incredibili: si passava dallo scoppio delle caldaie a sud di Capri al dirottamento volontario in Albania, dal sabotaggio alla cattura da parte di pirati arabi. Qualche mese dopo vennero pubblicati i risultati di tute le inchieste. 1) relazione del vapore Pompei, testimone: l’Ercole risulta affondato il 5 marzo davanti a Capri; 2) Ministero della Guerra: affondato per incendio a bordo, a mezza via; 3) stampa di Sicilia: affondato la sera del 4 marzo per capovolgimento; 4) stampa napoletana: perduto nei mari d’Ischia la mattina del 5, cadaveri gettati a riva; 5) dirottamento o sabotaggio.

Ma ci fu anche la relazione del capitano Paynter, del vascello inglese Exmouth, testimone: avvistato il relitto a 140-150 miglia da Palermo, sulle coste della Calabria. Contrariamente alle altre relazioni, che davano l’Ercole affondato vicino a Capri, il comandante della nave inglese, ultima ad aver avvistato il vapore che trasportava Nievo e i suoi documenti, non parlava di affondamento ed afferma di aver avvistato il relitto sulle coste calabresi.

Difficile dubitare che potesse aver sbagliato, in quanto gli inglesi registrarono tutto ciò che accadde in quell’avventura e inoltre l’Ercole era ben conosciuto dai britannici, come tutte le navi che avevano preso parte alla campagna del 1860. Ma c’è anche da supporre che la relazione del capitano Paynter potesse in qualche modo servire a depistare le indagini sulla fine dell’Ercole: anche gli inglesi volevano nascondere una verità che li avrebbe messi in difficoltà. Il naufragio dell’Ercole restò avvolto nel mistero.

La nave, gli 80 uomini, le 232 tonnellate di merce e soprattutto le casse con le piastre e i preziosi libri contabili di Nievo erano svaniti senza lasciare una traccia, un relitto. Dove? Non si saprà mai. Qualche decennio fa, il nipote di Nievo, Stanislao, addirittura è sceso con un batiscafo sui fondali di Capri a cercare risposte, ma senza successo. Forse bisognava cercare più a sud. Se veramente il naufragio avvenne sulle coste calabresi, l’Ercole sarebbe la prima “nave dei veleni” (naturalmente veleni politici) inabissatasi nel mare di Calabria.

Fonte:

http://www.ilvibonese.it/cultura/1625-verita-spedizione-mille

 

 

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– Ecco a voi Francesco Crispi, il primo degli ‘ascari’, il traditore dei Siciliani!

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

E veniamo alla testa più lucida (per via della calvizie, ovviamente) del Risorgimento, a Francesco Crispi. Quando penso a lui e alle sue guerresche imprese in patria e all’estero sempre più mi convinco che, se c’era una cosa da abbattere in piazza Croci, a Palermo, era (ed è) la sua statua. E non certo villa Deliella, la costruzione Liberty del Basile. Analizzare le sue benemerenze storiche nei confronti dei suoi conterranei acquisiti (cioè i siciliani; lui, com’è noto, era di etnia albanese), significa immettersi in un percorso ondivago e accidentato.

Se cambiare idea è prerogativa delle persone intelligenti, lui si può definire un genio. E per certi versi lo fu. Crispi all’inizio della sua variegata carriera politica fu un rivoluzionario repubblicano e mazziniano. Fu perfino arrestato dalla polizia torinese che se ne sbarazzò facendolo salire su di una nave che lo scaricò a Malta.

Quando però i Savoia e i francesi batterono gli austriaci nella seconda guerra di indipendenza si allontanò dalle idee repubblicane.   Nacque allora in lui la convinzione che, per unire l’Italia, sarebbe stato necessario (come scrisse a Mazzini) collegarsi direttamente al popolo e che qualunque insurrezione in Sicilia avrebbe dovuto avere l’appoggio esterno di una spedizione militare.

Ecco il colpo di genio. Ecco dunque inventata la ricetta.  

Ingredienti necessari: un audace condottiero, come Francesco II definì Garibaldi, dal grande carisma e dalle indubbie capacità militari; un manipolo di eroi idealisti in armi (e fin qui tutto era uguale alle spedizioni dei Fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane, fallite e spente nel sangue). E poi, un esercito vero e ottimamente organizzato dietro, una vera e propria spedizione militare che  gradualmente rinforzasse il manipolo fino a diventare un esercito, appunto, irregolare nella forma, ma solidissimo nella sostanza. E infatti dai Mille a Marsala si passò agli oltre 22 mila nella battaglia del Volturno. E chissà se c’è ancora qualcuno convinto che a “liberare” il Sud furono sempre quei Mille).

Continua a leggere su:

http://www.inuovivespri.it/2016/02/09/ecco-a-voi-francesco-crispi-il-primo-degli-ascari-il-traditore-dei-siciliani/

 

 

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– Antico confine

di Marco Scataglini, da una segnalazione Fb. di O.L., da youtube.com

(foto tratta da brigantaggio.net)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=nmIM6GAvBag

 

 

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– LA NOSTRA PATRIA ILLEGALMENTE OCCUPATA DA 155 ANNI

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Il Regno delle Due Sicilie è la Patria carpita con l’imbroglio e la corruzione  giusto 155 anni fa il prossimo 17 marzo quando nell’antica capitale sarà il GIORNO DELLA MEMORIA per tutti quelli che sanno e amano la propria Terra. Per la prima volta questa cartina (su base originale e in alta definizione per poter essere ampliata a piacere) ) riporta i simboli delle province reali affinché ognuno possa riconoscersi ed aggiungere qualcosa alla sua cultura identitaria.

“La Patria nostra era il sorriso del Signore.
La Provvidenza la faceva abbondante e prospera,
lieta e tranquilla, gaia e bella,
aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita,
aveva esercito, flotta,
strade, industrie, opifici,
templi e regge meravigliose,
aveva un sovrano nato napolitano e dal cuore napolitano.
L’invidia, l’ateismo e l’ambizione
congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla”
Giacinto de’ Sivo
(da Storia delle Due Sicilie)

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=6581

 

 

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Dall’Istituto di ricerca storica Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo

– Maria Cristina, la Regina Santa e la sua boutique di moda in via Toledo

di Gerry Sarnelli, da istitutoduesicilie.blogspot.it

L’indimenticata Regina delle Due Sicilie Maria Cristina, moglie di Ferdinando II e madre dell’ultimo sovrano Francesco II, oltre alle sue tantissime virtù morali aveva anche una grandissima capacità imprenditoriale e commerciale.

A lei si deve il rifiorire, nel terzo decennio dell’800, delle antiche e già conosciutissime seterie di San Leucio, che negli anni avevano attraversato un periodo di declino. Ella organizzò un vero e proprio rilancio degli opifici, soprattutto mettendo la produzione al passo delle richieste della moda europea. Inviò a Parigi suoi emissari che in gran segreto rilevarono le ultime tendenze della moda: fogge colori, disegni, e contemporaneamente fece aprire un grande negozio, antenato delle future boutique, nella principale via del Regno, via Toledo.

Qui furono esposte le ultimissime produzioni appena uscite dalle seterie di San Leucio che tra lo stupore delle dame, seguivano la tendenza della moda appena dettata dagli stilisti parigini. Non soddisfatta del lavoro compiuto, scelse per le sete di San Leucio un vero e proprio marchio di fabbrica “un arcolaio”, e lei stessa non indossò che capi confezionati con le sete del prestigioso opificio.

Fonte:

http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2016/02/maria-cristina-la-regina-santa-e-la-sua.html

 

 

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– Campania, ecco l’origine (e vicissitudini) del nome della regione.

di Francesco Pipitone, da vesuviolive.it

Qual è l’origine del nome “Campania”? Secondo l’ipotesi più accreditata si deve questo toponimo alla città di Capua, una città la cui fondazione è probabilmente anteriore a quella di Roma e dunque grosso modo contemporanea a quella di Partenope, se non addirittura anteriore rispetto a quest’ultima. Il territorio di Capua e dei suoi immediati dintorni era pianeggiante, ed è dagli abitanti di quel centro, i Capuani, che si hanno i Campani, ossia coloro che vivevano in tutta quella porzione di territorio sulla quale era esercitata l’influenza di Capua. Ager Campanus, infatti, era per gli antichi proprio il territorio di Capua, che fino alla sua volontaria romanizzazione (donò se stessa ai romani per non farsi conquistare dai sanniti) era la più grande città in Italia.

Continua a leggere su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/53429-campania-lorigine-vicissitudini-regione/

 

 

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– Alfonso La Marmora, il militare che organizzava i ‘Safari’ nel Sud per ammazzare uomini, donne e bambini

di Franco Busalacchi, da inuovivespri.it

 

Continua il nostro ‘viaggio’ tra i personaggi del risorgimento (con la erre minuscola) e della post unificazione italiana che si sono macchiati di delitti efferati contro la popolazione del Sud Italia. Gente alla quale ancora oggi le città del Mezzogiorno dedicano vie, piazze e scuole. Oggi è la volta di Alfonso La Marmora, ‘degno’ erede del generale Enrico Cialdini…

E’ venuto il momento dei pezzi grossi. E cominciamo con Alfonso La Marmora, a cui  la nostra ignorante città ha dedicato da troppo tempo una strada.

Nato a Torino, seguì la tradizione militare di famiglia, entrando giovanissimo all’Accademia militare. Partecipò alle operazioni militari nella prima guerra d’Indipendenza. Dopo la definitiva sconfitta piemontese, La Marmora si fece le ossa a Genova, che era insorta contro la monarchia sabauda, rivendicando l’indipendenza ligure.

La Marmora sedò la ribellione, nota come Moti di Genova, al prezzo di una feroce repressione. Riporta Il Secolo XIX:

“A mezzogiorno del 5 aprile ‘49 le batterie dei piemontesi cominciarono a sparare sulla città. Il bombardamento durò 36 ore, provocando incendi, crolli, devastazioni sui quartieri più poveri e una moltitudine di vittime e feriti. Poi entrarono in azione i bersaglieri e furono saccheggi, stupri e violenze d’ogni genere contro gli insorti”.

Successivamente venne nominato Prefetto di Napoli, comandante della città, e sostituì Enrico Cialdini nella repressione del brigantaggio (di Cialdini vi abbiamo parlato in questo articolo). Se Cialdini era un arrogante e insensato criminale di guerra, La Marmora fu molto di più. Incarnò infatti la micidiale fusione tra il militare criminale e il politico criminale.

La Marmora condusse le operazioni militari contro i briganti addirittura con maggiore energia. Chiese ed ottenne un aumento dell’organico militare a disposizione che arrivò fino a 105.000 soldati, un quinto dell’intera forza armata italiana di allora. E se non è guerra questa, che cos’è la guerra?

Altro che focolai di ribelli! Si trattò di una vera insurrezione di popolo, contrabbandata e consegnata alla Storia come una rivolta guidata da banditi.

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http://www.inuovivespri.it/2016/01/26/alfonso-la-marmora-il-militare-che-organizzava-i-safari-nel-sud-per-ammazzare-uomini-donne-e-bambini/#more-6236

 

 

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– Da Carlo Magno all’Anticristo: Il Ratto d’Europa (1°Cap)

di Floriana Castro, da antimassoneria.altervista.org

L’unione degli Stati Europei non è un’idea moderna, tentativi di riunificare l’Europa si leggono sin dopo dalla caduta dell’Impero Romano. Non è un caso che il centro del potere europeo sia passato da Aquisgrana (luogo in cui aveva sede la cattedrale, cuore del Sacro Romano Impero) a Maastricht e Bruxelles, che distano pochissimi chilomentri da Aquisgrana. Quindi l’Unione Europea come oggi la conosciamo è in continuità con l’Impero carolingio? NO l’Europa di oggi non esite neppure, poiché non esiste un’Europa, ma semplicemente una banca centrale e  una moneta (privata) che equivale ad una forma di governo oligarchico, usurocratico e depolicizzato imponendo il potere del mercato unico. L’Europa di oggi non è altro che un metodo di governo per imporre politiche neoliberiste all’insegna della rimozione dei diritti sociali e cristiani. L’unione degli Stati europei serve solo a distruggere un intero popolo sull’altare delle banche e dei sacrifici chiesti ai popoli. L’idea di un’unione europea non sarebbe un idea malvagia in sé, avrebbe senso solo se, per esempio, Grecia e Germania stessero assieme come popoli fratelli e non in un rapporto asimmetrico totale in cui la Germania sta facendo ai danni di Grecia (ma anche degli altri paesi mediterranei tra cui il nostro) cio’ che fece nelle pagine piu’ brutte del 900 con mezzi politici e militari, oggi lo sta facendo con l’usura e con la violenza economica. A differenza dell’Impero Carolingio non esiste una politica europea, una cultura europea, un ideale di fraternià europeo. L’Unione Europea è quindi uno scimiottamento dell’opera di Carlo Magno e del Sacro Romano Impero, troppo spesso citato a sproposito dagli oligarchi europeisti sulla quale cercano di riscrivere basandosi solo su una moneta quella che dovrebbe essere la nuova laica, (ma in realà palesemente massonica e luciferica) cultura europea: matrimoni gay, aborto, controllo delle nascite, usura bancaria, schiavizzazone dei popoli, eutanasia, immigrazione selvaggia (prevalentemente musulmana) per cancellare completamente il vecchio volto cristiano del vecchio continente

Carlo Magno figlio di Pipino il breve e re dei franchi fu colui che tento’ di riunire l’impero romano sotto la Croce di Cristo, dopo la caduta dell’Impero romano. L’Impero carolingio conservava elementi continuativi con l’età tardo-romana.

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http://antimassoneria.altervista.org/da-carlo-magno-allanticristo-il-ratto-deuropa/

 

– Da Carlo Magno all’Anticristo: Il Ratto d’Europa (2° Cap)

di Floriana Castro, da antimassoneria.altervista.org

Le opposizioni nei disegni dell’Alta Loggia coincidono, e l’Europa unita si farà come ricordava negli ormai lontani anni Sessanta il 33 grado Yves Marsaudon del Supremo Consiglio di Francia: “Noi possiamo affermare che l’Europa Massonica si fa…”

L’appello lanciato da Churchill ebbe immediata e grande risonanza: ancora nel 1946 venne fondato in Gran Bretagna lo “United Europe Movement” ad opera dello stesso Churchill; seguiva in Francia il “Conseil pour une Europe Unie” di Jean Monnet e Robert Schuman; Associazione Internazionale per l’Unità Europea» presieduta da Paul van Zeeland e alla quale apparteneva un certo Joseph Retinger. Il profilo di quest’ultimo personaggio è quanto mai rilevante ai fini della nostra trattazione. Retinger, membro della Round Table e fondatore di spicco del CFR americano. Agente dei servizi segreti e successivamente diplomatico, con l’appoggio del Pilgrims miliardario Nelson Rockefeller, sarà il vero ispiratore e il padre fondatore nel 1954 del Bilderberg Group, un superparlamento riservato alla crema del mondo degli affari e della politica esteso alle due sponde dell’Atlantico. Gran parte di questi movimenti confluì l’11 novembre 1947 in un “Comitato internazionale di Coordinamento dei Movimenti per l’Unità europea” che a sua volta generò un “Congresso dell’Europa” da tenersi all’Aia fra il 7 e il 10 maggio 1948 sotto la presidenza di Winston Churchill.

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http://antimassoneria.altervista.org/da-carlo-magno-allanticristo-il-ratto-deuropa-2-cap/

 

 

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– Pillole di Verità – "Ecco come la Germania sotto Hitler raggiunse la piena occupazione"

di Tele ponte, Ponte dell’olio, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=F_AmUQeE7rE

 

 

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– L’istruzione ai tempi del Regno delle Due Sicilie

di Giuseppe Bartiromo, da briganti.info

L’istruzione ai tempi del Regno delle Due Sicilie è un tema spesso oggetto di mistificazioni, che hanno permesso la costruzione di una serie di falsi storici, finalizzati ad aggiungersi all’enorme produzione storiografica e non, che, dal risorgimento in poi, ha avuto quale obiettivo lo svilimento e la demonizzazione della società e del sapere “meridionale”, nell’ottica di quel processo di annichilimento culturale e identitario dei “popoli del Sud”, che fu strumentale alla formazione e al consolidamento dello Stato italiano.

Nel 2011, in occasione del ciclo di conferenze “Altri Risorgimenti”, organizzato del Centro Studi Civitanovesi di Civitanova Marche, si è tenuto il convegno “Il Regno dei Borbone, palestra pedagogica e scuola d’eccellenza“, retto dal prof. Giuseppe Fioravanti, già Ordinario all’Università Suor Orsola Benincasa e all’Università La Sapienza, che ha tentato, riuscendovi, di fare chiarezza e demistificare la visione indotta e stereotipata di un Paese, le Due Sicilie, e delle sue popolazioni tenute, a detta dei loro detrattori, nell’ignoranza, per poter essere meglio sottomesse e controllate.

La pubblica istruzione nelle Due Sicilie era organizzata secondo un sistema che vedeva al livello più elevato le quattro Università del Regno, ovvero Napoli, Palermo, Messina e Catania. Gli istituti scolastici, invece, erano i Reali Licei e i Reali Collegi, i seminari e le scuole secondarie (presenti nei principali comuni) e primarie (presenti in tutti i comuni). Nello specifico, l’istruzione pubblica elementare era gratuita e soggetta a regolari ispezioni. In generale, nel sistema scolastico, veniva applicato in maniera scrupolosa il criterio meritocratico: il docente per il quale fossero state accertate una preparazione culturale inadeguata o una scarsa etica professionale, aspetti questi che potevano compromettere il funzionamento dell’istruzione pubblica, sarebbe stato destituito.

Inoltre, era davvero elevata la presenza di scuole private, nelle quali, l’accesso all’istruzione era sia gratuito, sia a pagamento. Nel caso delle scuole tenute dall’Ordine degli Scolopi, ad esempio, l’accesso era non solo gratuito, ma riservato esclusivamente ai poveri, condizione di povertà che doveva essere attestata da certificazione rilasciata dal sindaco o dalle autorità ecclesiastiche. Le scuole tenute dall’Ordine dei Gesuiti, invece, erano a pagamento, ma una quota degli accessi era basata su un sistema di borse di studio, per cui lo studente povero poteva inoltrare richiesta direttamente al Sovrano, che assegnava borse di studio totali (definite “piazze”) o parziali, ovvero a copertura del 50% della retta scolastica (definite “mezze piazze”).

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http://briganti.info/istruzione/

 

 

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La Battaglia di Bauco (28 gennaio 1861)

da prolocobovilleernica.it

(immagine tratta da isitutoduesicilie.blogspot.com)

 

Durante l'ultima fase dell'assedio di Gaeta diversi legittimisti francesi, spagnoli e belgi con in testa De Christen offrirono i loro servigi al Re Francesco II di Borbone.

Theodule de Christen propose al re un piano strategico per alleggerire l'assedio di Gaeta e organizzare una guerriglia organizzata contro l'esercito invasore. Pertanto partì per gli Abruzzi per attuare il suo piano.
Gli abitanti del Regno in molti casi non riconoscevano l'occupazione, anzi consideravano usurpatori gli uomini del Re di Sardegna e per tale motivo si organizzavano in bande armate e si univano ai soldati di Re Francesco per resistere a un esercito che consideravano straniero a tutti gli effetti anche perché parlavano prevalentemente il francese, una lingua sconosciuta alla stragrande maggioranza della popolazione.

Il generale piemontese Maurizio de Sonnaz si stava spostando da Gaeta in Abruzzo per reprimere gli ultimi focolai di resistenza, ma nelle vicinanze di Sora che allora faceva parte del Regno di Napoli, incappò nelle truppe filoborboniche comandate dal Colonnello alsaziano Théodule Emile de Christen allora ventiseienne e dal "Brigante" sorano, il Guardia Boschi Luigi Alonzi detto "Chiavone". Quest'ultimi per evitare lo scontro con i Piemontesi si ritirano verso l'abbazia di Casamari, a ridosso del Confine con lo Stato Pontificio. I Piemontesi sconfinarono e si lanciarono all'inseguimento dei Borbonici e arrivati a Casamari seminarono il terrore.

Vogliamo ricordare questo evento attraverso le testimonianze dell'epoca tratte dal

"Journal de ma captivité suivi du recit d'une campagne dans le Abruzzes"

(pubblicato a Parigi dallo stesso De Christen nel 1866),

Memorie di Don Alberico M. Lombardi

(archivio storico, Abbazia di Casamari)

Onoranze ai soldati caduti il 28 gennaio 1861 sotto le mura di Bauco

(Cav. Luigi Liberati, ristampa Pro Loco Boville, Casamari 2001)

Lettere che il Priore di Bauco Gaetano Vellucci inviava al Delegato apostolico di Frosinone.

22 gennaio . Padre Alberico Lombardi.


" Arrivata dunque la truppa, comincio a sfasciare e porte e finestre, e svaligiare tutte le officine:foresteria, Camere Abbaziali, Cucina Dispensa, Cancelleria, Forno, Portineria e infine la Sacrestia e, come se ciò non bastasse alla rapacità dei vandali Piemontesi, fu sfasciato il Ciborio: buttate via le Sacre Specie e presa la S. Pisside, rotte le torce e le lampade dell'altare Maggiore, ed insieme coi candelieri ne fecero un mucchio vicino una colonna per appiccarvi fuoco"

E prosegue:

" Bisogna aggiungere che i nostri bravi soldati, nell'incendiare la farmacia, presero un nostro confratello oblato, perchè di recente vestito, lo legarono nella spezieria stessa e, dato fuoco alla medesima, lo lasciarono alla discrezione delle fiamme, se non che Egli prodigiosamente poté a poco a poco liberarsi dalla fiamme ed uscire intatto da quel pericolo"

(dal diario di un soldato Borbonico nelle carceri italiane – De Christen)

Partiti i Piemontesi e domato l'incendio di Casamari, i Napoletani e i Briganti di Chiavone attraversano Campogentile e l'altura di Cologni e si dirigono verso un villaggio vicino sempre entro i confini pontifici, Bauco. Il paese è un fascio di case su una collina scoscesa da tutti i lati che ha un unico accesso praticabile da nord ed è circondato da mura medioevali in rovina.

La colonna viene accolta festosamente dalla popolazione. I soldati prendono quartiere nel palazzo Filonardi. De Christen, Caracciolo e Coataudon sono ospitati nel Palazzo Marziale……………………

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http://www.prolocobovilleernica.it/Notiziestoriche/La%20battaglia%20di%20bauco.html

 

GENNAIO 2016

 

PER NON DIMENTICARE…

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Il 3 gennaio 1862, a Castellammare del Golfo (Tp), vengono fucilati per "brigantaggio":

 

– Angelina Romano, di appena otto anni e due mesi

 

– Don Benedetto Palermo di 43 anni, parroco del paese

– Anna Catalano di 50 anni

– Mariano Crociata di 30 anni

– Angelo Calamia di 70 anni

– Antonio Corona di 70 anni

– Mariano Crociata di 30 anni

– Marco Randisi di 45

 

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– 3 gennaio 1894 – La strage di Marineo (Pa)

 

(immagine tratta da ildialogo.org)

 

Il 3 gennaio, Giacomo Merli, comandante della

truppa, gridò ai suoi soldati: «Caricare! Puntare!

Fuoco!». E fu una carneficina. Pur di reprimere il

movimento dei Fasci, le truppe regie spararono

contro una folla inerme: 17 le vittime innnocenti.

 

Fonte:

https://piazzamarineo.files.wordpress.com/2011/01/pa0201-pa03-29.pdf

 

 

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– 20 gennaio 1893La strage di Caltavuturo (Pa)

 

(foto tratta da contropiano.org)

Era mezzogiorno del 20 gennaio 1893, il giorno di San Sebastiano.Nel pomeriggio, una compagnia di fanteria arrivata da Palermo scatenò una caccia all’uomo sulle alture circostanti il paese, arrestando molti dei contadini scampati alla strage. I corpi degli assassinati furono lasciati per quasi due giorni sul selciato prima che ai familiari fosse consentito di dare loro sepoltura.

Fonte:

http://www.siciliafan.it/la-strage-caltavuturo-del-20-gennaio-del-1893-cruciano-giallombardo/

 

 

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– 21 gennaio 1799: rivolta dei Lazzari a Napoli

Gennaio 1799: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli

di Francesco Pappalardo, da storialibera.it

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

La reazione armata delle popolazioni del Regno di Napoli – organizzate in gran parte nell'esercito della Santa Fede – contro la Repubblica Napoletana del 1799, va inserita nel più ampio contesto del così detto Triennio Giacobino (1796-1799) o, cambiando angolo di visuale, dell'Insorgenza (1796-1815), cioè dell'insieme delle sollevazioni contro-rivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia. Nascono in quel periodo effimere repubbliche, sostenute soltanto da minoranze «illuminate», che ritennero giunta l'ora per concretizzare le loro utopie o, più prosaicamente, per impadronirsi dei beni ecclesiastici e delle terre comunali su cui gli abitanti esercitavano gli usi civici da tempo immemorabile. Le popolazioni, anziché lasciarsi incantare dalla Libertà astratta e letteraria dei riformatori, insorgono concordi in difesa delle loro tradizioni e delle residue libertà concrete, mostrando che il vero elemento unificatore della nazione italiana era rappresentato dalla comune identità religiosa e culturale. La Rivoluzione, infatti, è avversata dagli italiani perché percepita nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma soprattutto straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo.

Continua a leggere su:

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/rivoluzione_francese/repubblica_napoletana/articolo.php?id=412

 

 

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– La Costituzione dei Sanniti

di Enzo C. Delli Quadri, da altosannio.it

tratto da Epistola di Cleobolo a Platone

Scrivo da Maronea. Ma, quando ti nomino una cittá sannitica, non pensare né a Taranto, né a Locri, né a Crotone. Qui gli uomini vivono divisi in picciole borgate, molte delle quali hanno un fòro, una curia, comizi e magistrati comuni: questa riunione essi chiamano «cittá»; ed il luogo, in cui si riuniscono, chiamano con un nome di cui forse noi non abbiamo l’eguale in Grecia.

Molte cittá formano una nazione e tengono anche esse alcuni luoghi (sono per lo piú tempii), ne’ quali si radunano, per deliberare sugl’interessi comuni, i principali di tutte le cittá. Intorno al fòro ed alla curia non abitano che gli artigiani, i quali godono cosí dell’opportunitá del mercato, che ivi si tiene tre volte al mese.

I principali tra i cittadini si recano a gloria abitar in campagna; esser rimosso dalle tribú della campagna e trasportato in quelle della cittá è reputato vergognoso. Siccome il popolo concorre nel fòro, per ragion del mercato, tre volte al mese, cosí, se i magistrati voglion convocarlo per la discussione di qualche affare, lo annunziano tre volte, e per tre volte fanno star affissa nel fòro una tavoletta, sulla quale è scritta la quistione che deve discutersi; e tutto ciò perché il popolo abbia e tempo e modo di prepararsi alla decisione della medesima.

Mi pare di veder tra i sanniti un corpo politico, di cui le membra sono piú picciole, ma il vincolo che le unisce piú forte che nelle altre parti dell’Italia finora da noi osservate. Taranto, Crotone, Turio, Locri hanno anche esse i loro concili: inutili concili, piú atti a fomentar, coll’avvicinare gli uomini, l’invidia vicendevole che a rafforzar l’amicizia comune! Taranto, Crotone, Turio, Locri sono cittá piú grandi di Maronea, Murganzia, Esernia, Boviano: ciascuna si crede forte abbastanza per oprare da se sola, e trova nell’altra, non giá un soccorso opportuno a’ bisogni, ma un ostacolo importuno all’ambizione.

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http://www.altosannio.it/la-costituzione-dei-sanniti/

 

 

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Dall’Istituto Ricerca storica Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– 19 Gennaio 1925 – 19 Gennaio 2016 XCI Anniversario della morte della Regina

di Giovanni Salemi, da istitutoduesicilie.blogspot.it

 

19 gennaio 1925         –          19 gennaio 2016     

 

91 anni dalla morte della Regina Maria  Sofia

Ultima Regina Regnante

Del Regno delle Due Sicilie

                                         

Con grande coraggio e dignità regale

tenne alta la Bandiera delle Due Sicilie

fino alla morte

           

Un pensiero memore e una dichiarazione di fedeltà 

                                                       

                 Giovanni Salemi

        Presidente Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie

 

 

Il prossimo 19 gennaio ricorreranno 91 anni dalla salita al Cielo della Regina del Regno delle Due Sicilie, Maria Sofia di Baviera, vera animatrice dell'assedio di Gaeta, salvatrice dell'Onore del regno e dell'esercito delle Due Sicilie: non passò giorno che non trascorse ad aiutare i suoi soldati sotto le cannonate, a curare le loro ferite, a condividere i loro stenti e le loro paure, ad incoraggiarli, a nutrirli, a soccorrerli, così come dava forza al marito nei momenti più difficili.

La coppia Reale a Gaeta diede degnissimo spettacolo di sé, uno spettacolo fatto di amore, abnegazione, devozione, onore e dignità, senso del dovere e della Patria, ma anche di serenità e di affetto per i propri sudditi e per i propri soldati.

Fonte:

http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2016/01/19-gennaio-1925-19-gennaio-2015-xci.html

 

 

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– Istituti di istruzione a Napoli nel 1845

in “Napoli e le sue vicinanze”, Vol. II, da VII Congresso scientifico degli italiani

da una segnalazione di Vincenzo Gulì

 

 

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– Il mare a Foggia? Si può fare, parola di Borbone

da letteremeridiane.blogspot.it e da una segnalazione di P.L.

È diventata quasi proverbiale la campagna elettorale di un candidato sindaco di Foggia, il conte Franchini, che promise ai cittadini di portare il mare a Foggia, se le urne l’avessero premiato. Da allora, nel capoluogo dauno “portare il mare a Foggia” sta a designare la promessa elettorale esagerata, il sogno che mai si realizzerà.

In realtà, il visionario progetto del buon Franchini, era tutt’altro che una boutade. Era stato effettivamente  preso in considerazione dal Governo, e già molti anni prima che il Conte se ne servisse per cercare di conquistare la fascia tricolore.

L’idea era di creare un canale navigabile tra il capoluogo dauno e la riviera sipontina, potenziando uno dei corsi d’acqua già esistenti, in modo da poterlo utilizzare – e non si può negare che l’ipotesi avesse taluni aspetti di pura genialità – anche a fini irrigui. Ad accarezzare questo sogno fu il tanto vituperato governo borbonico che nel 1838 spedì a Foggia, per realizzare quello che si definirebbe oggi uno studiò di fattibilità, un luminare dell’epoca, Vincenzo Antonio Rossi, esperto di trasporti fluviali ma anche di bonifica.

L’ingegnere approdò a conclusioni sorprendenti: bocciò l’idea di rendere navigabili i corsi d’acqua già esistenti, anche a causa della endemica penuria idrica del territorio, ma ritenne che sarebbe stato possibile realizzare un canale ex novo, con la particolare tecnica che vedremo dopo. 

Esimio componente dell’Accademia Pontaniana, una delle più antiche istituzioni culturali d’Italia, che ha sede a Napoli (fu fondata nel 1458), Rossi riferì  della sua esperienza in Capitanata ai soci dell’Accademia, nella tornata del 18 agosto 1838, e più tardi, nel 1845, dette alle stampe la sua relazione che venne pubblicata a Napoli da’ torchi del Tramater.

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http://letteremeridiane.blogspot.it/2016/01/il-mare-foggia-si-puo-fare-parola-di.html

 

 

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– La mia terra spogliata di tutto dal 1860 ad oggi!

di Antonio Nicoletta, da rivistasantamariadelbosco.it e da una segnalazione di E.V.

Un contributo allo studio della Calabria postunitaria del nostro poeta, scrittore e giornalista Antonio Nicoletta da Velletri.

Sono nato in Calabria e lì ho vissuto quasi il primo terzo della mia vita.

Il mio universo, fisico e culturale aveva in quei luoghi il suo epicentro. Godevo della mia territorialità e la consideravo quasi un privilegio. Rimasi molto male, quando crescendo ed affacciandomi al mondo, mi resi conto di come la mia terra, ed il meridione tutto, era considerata la parte debole ed arretrata della nazione Italia. Mi resi conto di quanto negletta fosse, e quando considerata, lo era solo per la sua arretratezza, ignoranza, infingardaggine, malaffare.

L’albagia dei vari pubblicisti e commentatori, molti del nord, rendeva ancora più acuto il mio disagio, quando leggevo nei loro scritti quanto il sud pesava e quanti problemi dava. L’orgoglio della mia nascita cominciava a pesarmi e di questo me ne accorsi quando giovane allievo ufficiale venni inserito in una piccola babele di origini, dove la mia alle volte faceva le spese di distinguo e sottolineature non sempre piacevoli.

Avevo letto della sua passata grandezza, dei suoi filosofi, della sua storia, del suo contributo al territorio che poi divenne (anche se in malo modo) la nostra Patria. E non mi rendevo conto come in una nazione che malgrado la mancanza di risorse, con la sua inventiva e la sua intelligenza era stata capace di creare fonti di reddito con attività che si imponevano nel mondo, solo il sud, a parte alcune piccole nicchie, dipendenti soprattutto dalla peculiarità del suo clima, per il resto fosse assente.

Solo in età un po’ più vicina alla maturità mi resi conto che forse alla base di tutto questo vi erano responsabilità non solo nostre; la storia non era quella che ci insegnavano a scuola. Molte cose ci erano tenute nascoste, altre avevano evidenze diverse da quelle che immaginavamo.

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http://rivistasantamariadelbosco.it/index.php/second-home/450-la-mia-terra-spogliata-di-tutto-dal-1860-ad-oggi

 

 

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– LA RIVOLUZIONE FRANCESE E LA VANDEA: IL SANGUE CONTRO L'ORO

di …si accordino nell’animo e nell’opera, da youtube.com e da una segnalazione di N.A.

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Qs84PkivXqo&feature=youtu.be

 

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DICEMBRE 2015

 

– Federico II, un ponte tra Oriente e Occidente

di Alvaro Orus, da youtube.com

(foto tratta da nobili-napoletani.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=_Z08R3qOq2k

 

 

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– Le due Sicilie e la Russia un forte legame che dura da secoli

di Gerry Sarnelli, da napoliflash24.it

Alla fine del 1845 lo Zar russo Nicola I compì un viaggio in Italia per accompagnare la consorte Alessandra in Sicilia, dove la Zarina si sottoponeva ad alcune cure. La coppia imperiale sbarcò a Palermo il 23 ottobre dal piroscafo Kamcatka. Lo Zar  trascorse oltre un mese tra l’isola e Napoli mentre la moglie si trattenne molto più tempo.

A seguito di questo illustre viaggio sono tantissime le testimonianze del forte legame tra Napoli e la Russia, in primis le due statue equestri all’ ingresso dei giardini del Palazzo Reale di Napoli, realizzate da Petr Klodt, quale dono dello zar Nicola I a Ferdinando II di Borbone, per ringraziarlo del piacevole soggiorno della coppia reale nelle Due Sicilie. Una coppia di cavalli, pressoché identici dominano il fiume Neva, dall’ alto del ponte Aneckov a San Pietroburgo.

È il 1846 e la storia ufficiale dell’ amicizia tra le due ex capitali comincia qui, come testimoniano altri regali – quadri e strumenti musicali – attualmente esposti negli appartamenti di Palazzo Reale e al Conservatorio di San Pietro a Majella. Le cronache dell’epoca parlano di uno Zar entusiasta della bellezza della città, ma interessato soprattutto ai suoi progressi industriali: l’ opifcio di Pietrarsa, dove si assemblavano le locomotive, viene preso a modello per la costruzione del complesso industriale di Kronstadt. Oggi è la sede dello splendido museo ferroviario italiano affacciato sul mare.

Aristocratici, pittori e scrittori arrivano a Napoli per vedere con i propri occhi le meraviglie cantate dai posteggiatori partenopei chiamati a corte da Nicola I: bisogna anche ricordare che proprio a Odessa, in un’ Ucraina grigia e umida, per opera di due napoletani in tour sul Mar Nero, nascono le note di ‘ O sole mio nella primavera del 1898,:il clima del Meridione, è ciò che i russi apprezzano di più.

Le tele di Silvestr Scedrin, Karl Brjullov, Pimen Orlov rendono efficacemente l’ atmosfera che si respirava per le strade napoletane che affascinarono il popolo russo. Numerosi furono i viaggiatori Russi a venire nel mezzogiorno: Scedrin, in particolare, s’ innamora di Sorrento al punto da lasciare la natale San Pietroburgo per stabilirsi nella cittadina fino alla morte. Maksim Gorky lo scrittore di Nizhny Novgorod, è tra i russi più famosi a venire nel capoluogo partenopeo in cerca di pace e tranquillità, che troverà a Villa Gallotti, splendida residenza immersa nella quiete del quartiere Posillipo e affacciata sul Golfo di Napoli. Di Nikolai Gogol invece, si racconta che amasse la confusione e il buon cibo, e che al suo ritorno in patria cucinasse per i propri ospiti gli spaghetti al dente e tantissimi altri piatti. Da ricordare, infine, la vacanza caprese di Lenin nel 1908.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/le-due-sicilie-la-russia-un-forte-legame-dura-secoli/

 

 

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– BRIGANTI GUERRIGLIERI DEL SUD

di Moto In Sud, da youtube.com

(immagine tratta da siamotuttibriganti.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=sCoyxOuQ8QU&feature=youtu.be

 

 

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PER NON DIMENTICARE…

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

– 4 NOVEMBRE 2015, SI CELEBRANO L’ENNESIMA FESTA DELL’UNITA’ D’ITALIA, IL 97° ANNIVERSARIO DELLA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA FESTA DELLE FORZE ARMATE.

di Giuseppe Scianò, da pag. Fb.

(foto tratta da lagrandeguerra.net)

 

Non dobbiamo, però dimenticare i “CADUTI”…. Soprattutto i “CADUTI SICILIANI”, che furono i più numerosi e per i quali gli indipendentisti F.N.S. continuano a chiedere verità e giustizia.

Da diversi anni, nella giornata del “4 NOVEMBRE”, si festeggia, in tutto il territorio dalla Repubblica italiana, la ricorrenza dell’anniversario (siamo arrivati al 97°) della fine della PRIMA GUERRA MONDIALE, INIZIATA IL 24 maggio del 1915 e terminata, appunto, il 4 Novembre del 1918, in modo “vittorioso” per il Regno d’Italia.

Nella stessa data si festeggiano anche l’Unità d’Italia (… non è l’unica “festa”) e le FORZE ARMATE, alle quali è pure dedicata la giornata del “4 Novembre”.

Si rende, inoltre, doveroso omaggio alla memoria di tutti i “CADUTI”.

In queste celebrazioni si ricordano giustamente gli episodi più gloriosi e talvolta anche quelli meno gloriosi (addirittura quelli più tragici) della “GRANDE GUERRA”.

Quasi mai tuttavia, si ricorda il fatto “strano” che la “Regione” che ebbe il maggior numero di CADUTI, – in quella tragica guerra, – fu proprio la Sicilia, che era la Regione più lontana dal “FRONTE” e dalle altre “ZONE di GUERRA”.

Un “particolare”, questo , troppo inquietante, che bisognerebbe finalmente spiegare bene al Popolo Siciliano. Infatti si parlò (e si continua a parlare) di ben 50.000 (cinquantamila) SOLDATI SICILIANI MORTI. Innumerevoli i feriti, gravi e non gravi. La Sicilia, insomma fu messa in una condizione di LUTTO GENERALE.

Ed è sospetto soprattutto il fatto, che, – sulla base della densità della popolazione, – nella graduatoria dei soldati caduti per Regione, – seguano la SARDEGNA e poi le Regioni Meridionali. Alle quali va pure la nostra fraterna solidarietà. Minori, invece, le percentuali di CADUTI nelle Regioni del CENTRO e del NORD-ITALIA…

Se i dati sopra riportati sono esatti, non si può trascurare il sospetto che una qualche “discriminazione razziale” vi sia stata.

Ed è anche per questo motivo che l’ FNS “Sicilia Indipendente” chiede VERITA’ e GIUSTIZIA SULLE RESPONSABILITA’ politiche,oltre che militari, di tali “SCELTE”. NON DOBBIAMO TACERE. NON POSSIAMO TACERE, nonostante il fatto che sia trascorso quasi un secolo. Diciamo “NO” alla REGOLA del SILENZIO! NO la CONGIURA del SILENZIO!..

Noi Indipendentisti Siciliani, dobbiamo tuttavia puntualizzare che siamo orgogliosi di quanto hanno fatto i Soldati Siciliani, nel corso della PRIMA GUERRA MONDIALE, con spirito di sacrificio e con senso di responsabilità E ritenendo, quasi sempre, che i loro sacrifici potessero essere utili anche al Popolo Siciliano. Pur se, poi, ciò non sarebbe avvenuto.

Ci sia altresì consentito di affermare che siamo orgogliosi OGGI, NEL 2015, dei tantissimi giovani Siciliani, in Servizio Militare volontario e professionale, molti dei quale sono stati destinati alle Missioni di Pace all’Estero. Spesso nelle nuove ZONE di GUERRA.

SIAMO INFATTI CONVINTI CHE I “NOSTRI” soldati portino nel loro animo e nei loro cuori, nell’espletamento del rispettivo servizio ( e NON DISGIUNTI DALL’OBBLIGO di COMPIERE COMUNQUE IL PROPRIO DOVERE), quei sentimenti di amicizia e di collaborazione fra i Popoli, quella SOLIDARIETA’ e quella “cultura” della PACE, che nie millenni hanno caratterizzato (e che caratterizzano) la vera IDENTITA’ del Popolo Siciliano, della NAZIONE SICILIANA.
 

ANDUTU!
Palermu, 3 NUVIMMIRU (novembre) 2015

IL PRESIDENTE ONORARIO FNS
(Giuseppe Scianò)
“SI ALLA SICILIA!
NO ALLA MAFIA!”

Fonte:

https://www.facebook.com/scianogiuseppe/posts/10203882490981773

 

 

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– Federico II di Svevia, grande fondatore dell'Università di Napoli e della Scuola Siciliana

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

Fu questo imperatore, coadiuvato dal letterato Pier delle Vigne, a emanare nel 1213 la Liber Costitutionum Regni Sicilie, il più importante documento legislativo laico del Medioevo, conosciuto anche come Constitutiones Melphitanae, dal nome della città in cui fu redatto. Federico II di Svevia nacque nel 1194 da Enrico VI di Svevia, imperatore dei Romani, e Costanza, l’ultima discendente della dinastia normanna d’Altavilla. Andavano così a fondersi nelle mani di un unico bambino i poteri del Regno di Sicilia e dell’impero germanico.

Il bambino, dopo la morte del padre, fu affidato a soli quattro anni alle cure di papa Innocenzo III, e si trasferì così a Palermo dove fu incoronato, con il nome di Federico I, re di Sicilia. Non passò molto tempo che morì anche Costanza e da questo momento il giovane sovrano si trovò al centro di intrighi e lotte interne che videro protagonisti gli aspiranti al potere. Alla fine prevalse Marcovaldo di Annweiler, il principale sostenitore tedesco di Enrico VI, che, supportato da Filippo di Svevia, invase la Sicilia rivendicando la tutela del ragazzo. A quattordici anni, la maggiore età per i re, Federico poté finalmente allontanare qualunque tipo di tutore o intermediario. Cresciuto in una corte cosmopolita, aveva fatto proprie doti cavalleresche, una forte curiosità intellettuale e un carattere superbo, determinato, audace e avventuroso. Su consiglio del papa sposò Costanza d’Aragona, di dieci anni più grande. Intanto in Germania andavano avanti gli scontri tra i pretendenti al trono di Enrico IV. Federico, approfittando della morte di uno e delle inimicizie dell’altro riuscì a farsi incoronare, nel 1212, re di Germania con il nome di Federico II. Tornato in Italia, sedò i contrasti in Sicilia ordinando l’arresto di alcuni baroni e nel 1224 fondò l’Università di Napoli, la prima università laica e statale degli studi del mondo Occidentale. Il sovrano scelse la città partenopea al posto di Palermo, capitale del Regno, per la sua posizione strategica e il forte ruolo di potenza intellettuale e culturale che contraddistinguevano Napoli a quel tempo. Per far sì che i suoi sudditi si iscrivessero, concesse facilitazioni di vario genere a coloro che volessero frequentarla. Rimanendo vedovo, decise poi di sposare Isabella, figlia del re di Gerusalemme, che morì mettendo al mondo Corradino, secondo figlio del sovrano. Da qui a essere incoronato anche re di Gerusalemme il passo fu breve. Dopo essere stato scomunicato da papa Gregorio IX, partecipò alla VI Crociata nel 1228 conquistando un’altra corona. Al rientro dalla Terrasanta sancì l’inizio di un periodo di pace emanando, nel castello di Melfi, il codice legislativo del Regno di Sicilia con il quale segnò il passaggio dal sistema feudale a un nuovo modello di Stato centralizzato. In questo periodo si sviluppò anche la cosiddetta Scuola Siciliana caratterizzata da “canzonette” d’amore e sonetti. Lo stesso imperatore, che si mostrò anche esperto filologo traducendo diverse opere dal greco e dall’arabo, produsse la prima lirica in volgare italiano.

L’era pacifica finì quando Federico II fece imprigionare il primo figlio Enrico che, diventato re della Germania, cercò di creare una coalizione contro lo stesso padre. Intanto continuarono i problemi con il papato, di cui contestava la supremazia che voleva esercitare nei confronti dell’impero, che durante il concilio che il pontefice Innocenzo IV indisse a Lione, nel 1245, lo accusò di spergiuro ed eresia. L’assemblea deliberò la sua deposizione dal trono anche se questa decisione non fu mai messa in atto. E non migliorarono neanche i rapporti con i Comuni dell’Italia settentrionale che, per mantenere la propria autonomia, istituirono nuovamente la Lega Lombarda. Mentre cercava di reagire a questi attacchi, Federico II morì il 13 dicembre 1250 e con lui terminò anche un’epoca dominata dalla cultura e dall’istruzione.

Fonte:

http://www.vesuviolive.it/cultura/123671-federico-ii-svevia-grande-fondatore-delluniversita-napoli-della-scuola-siciliana/

 

 

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– Il vero volto di Gioacchino Murat

dalla pagina Fb. di Luca Sartori

 

 

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– ZAR NICOLA II : UNA VITTIMA DEI ROTHSCHILD

da nomassoneriamacerata.blogspot.it

Con il Congresso di Vienna (settembre 1814-giugno 1815) i Rothschild vogliono instaurare un Governo Mondiale. Molti governi europei erano sotto il controllo dei Rothschild in quanto indebitati con questa dinastia ad eccezione della Russia, in quanto lo zar Alessandro I non voleva cedere la banca centrale a questa mafia.
Questo fatto fece infuriare Nathan Mayer Rothschild che giuro' che un giorno lui o i suoi discendenti avrebbero distrutto tutta la famiglia ed i discendenti dello zar Alessandro I.
102 anni dopo i Rothschild portarono a compimento la loro vendetta.
I membri della famiglia dello zar Nicola II erano pii cristiani ortodossi.
A seguito della rivoluzione bolscevica, finanziata dai Rothschild, la famiglia reale fugge ad agosto del 1817 a Tobolsk in Siberia, soggiornando al Governors House fino ad aprile 1918. Sperava di trovare rifugio in Inghilterra, ma il re Giorgio V, un cugino Romanov, si rifiuto' ad aiutarli a causa delle pressioni ad opera di gruppi ebraici.
Lo zar con la sua famiglia durante il viaggio in treno ad Ekaterinburg negli Urali viene bloccata da quattro ebrei Goloshchekin, Safarov, Voikov e Syromolotov coordinati dall'ebreo Jacob Yurovsky che li portano a casa del ricco mercante ebreo Ipatiev. Il 4 luglio 1918 Yurovsky respinge i soldati russi che erano di guardia allo zar ad eccezione di Pavel Medvedev una spia Ceka ebraica e rimpiazza i soldati russi fedeli allo zar con assassini comunisti ebrei ungheresi.
Il 15 luglio 1918 due rappresentanti della Commissione straordinaria sovietica, uno dei quali Philip Golochtchekine, giunsero a casa di Ipatiev con un ordine di Jacob Yurovsky di eliminare la famiglia reale russa.

Continua a leggere su:

http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2014/10/zar-nicola-ii-una-vittima-dei-rothschild.html

 

 

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– LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE : FILM DIVULGATIVO

di Moto in Sud, da youtube.com

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=iU9n_ozERJY&feature=share

 

 

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– Partì dalla Calabria “l'Esercito della Santa Fede” – Era l'8 Febbraio 1799

(Il Cardinale, dopo avere conferito con il Re a Palermo, partì insieme ad altre sette persone alla volta di Pizzo, dove organizzò il grosso dell’esercito…n.d.r.)

da pag. facebook.com

Nell'ottobre del 1798 i Borbone decisero di liberare Roma dai francesi, che l'avevano invasa con le truppe del generale Jean Étienne Championnet. L'attacco fallì e causò la reazione francese, che determinò l'invasione e la caduta del Regno di Napoli (gennaio 1799). Nella città di Napoli fu proclamata la Repubblica Napoletana e fu innalzato l'albero della libertà.

Il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo chiese ai Borbone (rifugiati a Palermo) di organizzare la riconquista del Regno e cacciare l'occupazione straniera. La riconquista del territorio sarebbe iniziata dalle Calabrie. I sovrani diedero l'assenso, tuttavia essi non furono prodighi di mezzi per finanziare l'impresa.

Con sei persone, il cardinale sbarcò sulle coste calabresi (8 febbraio 1799), nei territori feudo della sua famiglia, sventolando una bandiera bianca, che diventerà il glorioso vessillo dell'Armata Sanfedista.

Il cardinale, incaricato dalla corte di Palermo, predicò l'insurrezione alle popolazioni calabresi, ancora poco contaminate dagli ideali massonici e rivoluzionari francesi: le parrocchie fecero suonare le campane per adunare la gente, la sollevazione diventò popolare, incontenibile.

La crociata della Santa Fede

La «plebe» si leva concorde in difesa delle sue tradizioni e oppone le sue antiche libertà concrete alla «Libertà» astratta e letteraria dei giacobini. Il governo borbonico ha un ruolo importante nell'acquisizione, da parte delle insorgenze, di un carattere esteso e uniforme, che le avrebbe differenziate dalle reazioni locali che si venivano manifestando in pressoché tutta la penisola contro i francesi e i loro alleati. Il proposito di dare una guida capace e autorevole alla reazione popolare per ricondurre il regno sotto l'autorità legittima era nato quasi subito alla corte di Ferdinando IV di Borbone (1751-1825), rifugiatosi a Palermo, che individua tale guida nel card. Ruffo.

L'8 febbraio 1799, soltanto due settimane dopo la conquista francese della capitale, il cardinale sbarca in Calabria, per organizzare la resistenza sul continente. Ha con sé soltanto pochi compagni e una grande bandiera di seta bianca, con lo stemma reale da una parte e una croce dall'altra, su cui stava scritto il famoso motto costantiniano In hoc signo vinces. Fin dall'inizio la sua azione è molto energica e raccoglie alcune migliaia di volontari: ricchi possidenti, ecclesiastici di ogni ordine e grado, commercianti e artigiani, contadini, armigeri baronali e militi delle disciolte corti di giustizia. Questi ultimi, insieme con alcuni ufficiali e soldati dell'esercito reale, erano i più esperti e disciplinati in mezzo a una moltitudine di uomini tratti sotto le bandiere della Santa Fede dal sentimento del diritto o dalla devozione alla monarchia, ma talvolta anche dal desiderio di bottino o di vendetta contro nemici personali. Ruffo, soprattutto nella prima fase dell'arruolamento, non può essere severo nella scelta, ma presto la sua mano organizzatrice si fa sentire; rifulgono in quei frangenti la sua forza d'animo, le capacità organizzative, la familiarità con i soldati, l'intensa opera di animazione e di direzione, l'atteggiamento inflessibile nei confronti dei predatori e dei violenti.

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https://www.facebook.com/notes/la-fedelissima/part%C3%AC-dalla-calabria-lesercito-della-santa-fede-era-l8-febbraio-1799/144770459216430

 

 

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– Quando la Banca d’Italia decise di distruggere Banco di Sicilia e Sicilcassa

di Giulio Ambrosetti, da nientedipersonale.com

(foto tratta da ebay.it)

Nel 2002 collaboravo con la Fondazione Federico II. Si tratta del braccio operativo del Parlamento siciliano. La Fondazione, per statuto, è presieduta dal presidente dello stesso Parlamento dell’Isola. La Fondazione dava alle stampe un mensile – Euromediterraneo – che si occupava di politica , economia, costume e altro ancora. Presidente del Parlamento dell’Isola era Guido Lo Porto, figura storica della destra siciliana. Direttore della Fondazione era il professore Carlo Dominici, docente universitario e protagonista di tante vicende legate al mondo del credito siciliano (come leggerete in questa inchiesta, Dominici è stato amministratore del Banco di Sicilia).

Propongo a Dominici di ricostruire, in un’inchiesta, le vicende del Banco di Sicilia. Dominici è d’accordo. Ne dobbiamo parlare con il presidente Lo Porto.

A Lo Porto – che peraltro è anche un giornalista – l’idea piace. Ovviamente, per raccogliere le informazioni mi avvalgo, tra le tante fonti, anche della memoria storica del professore Dominici. Man mano che vado avanti nella raccolta delle notizie mi accorgo che il lavoro diventa ‘tosto’: mi accorgo, ad esempio, che nella vicenda del concambio ne hanno combinato di tutti i colori a discapito del Banco di Sicilia.

Sempre d’accordo con il professore Dominici, parlo con il presidente Lo Porto. Gli dico: “Presidente, qui la cosa diventa un po’ tosta: in pratica, hanno ‘rapinato’ il Banco di Sicilia”. Lo Porto mi risponde: “Vada avanti”.

Anche il professore Dominici va avanti. E scrive un bellissimo articolo da titolo indicativo rivolto al Ministro dell’Economia del nostro Paese di quegli anni: Giulio Tremonti: “Anche lei signor ministro!”. Spero di trovare questo articolo e di pubblicarlo. In sintesi, Dominici dimostra a Tremonti che anche lui è responsabile di aver lasciato una parte d’Italia – parliamo ovviamente del Mezzogiorno – senza un sistema creditizio di riferimento.

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http://www.nientedipersonale.com/2015/11/24/quando-la-banca-ditalia-decise-di-distruggere-banco-di-sicilia-e-sicilcassa/

 

 

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– FENESTRELLE: Le incongruenze della storia

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Grazie all’inoltro del parlamentare duosiciliano Aldo Cianci abbiamo ricevuto una foto scattata dal patriota Duccio Mallamaci al Museo Storico dei Carabinieri a Roma. Essa dimostra una palese ammissione di quanto si dibatte nel mondo filo borbonico sui soldati delle Due Sicilie internati nei lager sabaudi dopo l’invasione: oltre quarantamila uomini!

Recentemente un sedicente professor Barbero ha ridicolizzato gli alti numeri imputati ai carnefici tricolorati attendendosi ai registri del più famoso carcere, quello di Fenestrelle, che mostrano qualche centinaio di “rieducandi” con pochissimi casi di morte naturale. Assai più incisivamente una ventina di anni fa Antonio Pagano aveva pubblicato un elenco, ripreso poi da vari altri (talvolta spacciandolo per novità),  con una cinquantina di morti. Ma niente di più, nonostante che nell’Archivio Storico dell’Esercito di via Lepanto vi siano numerosi dispacci che parlano di prigionieri caricati sulle navi nel meridione per la deportazione nel settentrione con numeri di diverse migliaia.

Da quando la storia è diventata ideologica, cioè nella funesta era post-rivoluzionaria, non è più agevole destreggiarsi con obiettività. Per ogni evento c’è infatti una caterva di pubblicazioni, per lo più di nomi altisonanti, che hanno un duplice scopo: intimidire i ricercatori non conformisti togliendo loro visibilità, spianare la strada agli altri per ribadire quanto già detto fornendo la massima divulgazione. Lo strumento più potente utilizzato è quello di pretendere dagli aspiranti revisori prove inconfutabili. Ciò è palesemente perfido per due motivi, questi sì inconfutabili. Il primo concerne il fatto che ogni criminale cerca di cancellare le prove del suo misfatto; figurarsi se il reo è lo stato stesso con il suo potere d’imperio. Il secondo riguarda la rigorosità documentale richiesta che non è stata mai rispettata dagli storici dell’intellighenzia dalla funesta data del 1789 in poi. Da allora i libri di storia hanno mostrato gravissime incongruenze che nessuno ha potuto sanare.

Continua a leggere su:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=6188

 

 

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– Pio IX e il Risorgimento italiano. Cosa è veramente successo?

di p. Serafino M. Lanzetta, da youtube.com

(foto tratta da museodeipapi.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=t3nx1m5829w&feature=player_embedded

 

 

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– Ebrei e massoni,l'altra faccia del Risorgimento.

di Ubaldo Croce, da youtube.com

(foto tratta da strettoweb.com)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=cpC1DKvswCY&feature=youtu.be

 

 

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Dall’Istituto ricerca storica Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– CORREVA L'ANNO 1860. Il proclama del generale Casella all'Europa rimasto inascoltato: i pirati di Garibaldi, le violenze di Cialdini e i trasferimenti in Piemonte dei soldati fedeli al Re e alla Patria

da istitutoduesicilie.blogspot.it

E' grazie al lavoro dello storico Francesco Maurizio di Giovine, di Giuseppe Catenacci, presidente onorario dell'Associazione ex Allievi della Nunziatella, e all'editore Vincenzo D'Amico se oggi possiamo rileggere il proclama che il 1 novembre 1860, l'allora primo ministro del Regno delle Due Sicilie, il generale Francesco Casella, inviò alle corti europee. Un testo raccolto nella riedizione della Cronaca Civile e Militare delle Due Sicilie elaborata da monsignor Del Pozzo.

Le speranze di recuperare il Regno, già flebili dopo l'incerto esito del Volturno al principio del mese di Ottobre, con l'ingresso sulla scena del Piemonte erano ridotte al lumicino. Francesco II continuò a prolungare la difesa, e l'avrebbe prolungata entrando nella storia insieme ai suoi soldati fino a febbraio a Gaeta (e ancor più a lungo avrebbero resistito le milizie nelle fortezze di Messina e Civitella del Tronto), nella speranza che l'Europa non fosse stata ferma e immobile di fronte alla violenza del diritto pubblico europeo che si stava consumando a Napoli e in Sicilia.

Una aggressione i cui caratteri violenti erano noti a tutti ma, purtroppo per le Due Sicilie, le potenze conservatrici erano state annichilite da almeno due decenni di interessi e scontri contrapposti, sublimati nel sempre sottovalutato scontro di Crimea. Una rottura del fronte, quello tra Prussia, Russia e Austria, che avrebbe prodotto prima la caduta di Napoli e poi la rovina dei tre Imperi nel primo conflitto mondiale che avrebbe visto prima la caduta delle rispettive monarchie e poi, addirittura, la frantumazione dei propri territori, con la conseguente apertura di questioni etniche, politiche e sociali ancora di difficile composizione. 

Continua a leggere su:

http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2015/11/correva-lanno-1860-il-proclama-del.html

 

 

NOVEMBRE 2015

 

– Carlo di Borbone, il re che fece di Napoli una grandissima capitale europea

di Francesco Pipitone, da vesuviolive.it

Il 10 Maggio 1734 un appena diciottenne Carlo, figlio di Filippo V di Spagna, entrò trionfante nella città di Napoli rendendola capitale di uno Stato tornato ad essere sovrano e indipendente, che sarà prosperoso e regalerà al mondo intero grandissimi capolavori. Riuscì a conquistare il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, togliendoli agli austriaci, approfittando di un grosso conflitto europeo, la guerra di successione polacca. Sua madre era Elisabetta Farnese, ragion per cui divenne Duca di Parma e Piacenza ereditando la celebre e ricchissima Collezione Farnese, adesso conservata a Napoli, città alla quale è stata legittimamente donata.

A Palermo fu incoronato come Carlo III di Sicilia, a Napoli avrebbe dovuto essere re con l’appellativo di Carlo VII di Napoli, tuttavia egli rifiutò quella numerazione optando per un semplice “Carlo” senza alcuna numerazione, per sottolineare il fatto di essere re di uno stato indipendente, mentre coi precedenti sovrani non poteva dirsi altrettanto. A causa della giovane età, nei primi anni di regno fu consigliato nelle scelte di governo soprattutto dalla madre, una donna molto forte, istruita, saggia, come d’altra parte era naturale vista l’illustre famiglia alla quale apparteneva, tanto che influenzava persino le decisioni del marito, sovrano di Spagna.

Continua a leggere su:

http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/117233-carlo-di-borbone-il-re-che-fece-di-napoli-una-grandissima-capitale-europea/

 

 

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– FRA’ DIAVOLO: il primo “brigante” , martire in piazza Mercato

di Giuseppe Nuzzo, da napolipost.com

Ai primi dell’800, Piazza Mercato non era come la conosciamo noi.

L’enorme quinta di cemento di Palazzo Ottieri non l’aveva divisa in due e lo spiazzo, aperto sul mare era ben maggiore. E di maggiore importanza, se si pensa che, in assenza del “Rettifilo”, Napoli non aveva altre “luci” fino al Maschio Angioino.

Un luogo adatto alle esecuzioni: ne ha ospitate tante.

L’ 11 novembre del 1806, a mezzogiorno, toccò a Michele Pezza, alias Fra’ Diavolo: morte per impiccagione! Aveva solo 35 anni Michele Pezza, chiudeva cosi una vita a dir poco “avventurosa” ma apriva una leggenda che dura ancora ai giorni nostri. Da galeotto a fuciliere borbonico, da brigante a capomassa, da capitano di fanteria a ricercato numero uno. In un’epoca in cui il passaparola era la fonte principale di informazione, le sue gesta divennero ben presto mito.

La vita di Fra’ Diavolo è stata romanzata da tanti scrittori, messa in musica, raccontata in vari film: c’è n’è pure uno con Stanlio ed Ollio! Ma la letteratura ed il cinema non hanno un buon servizio alla sua memoria, ricordandolo, più ancora che come “brigante” nell’accezione negativa, come un feroce bandito raccontato con toni comici e romantici.

Frà Diavolo nacque in una casa del centro storico di Itri, oggi in provincia di Latina, ma allora in “Terra di Lavoro”, secondo di dodici figli di un mulattiere.

Il suo appellativo “Fra’” è dovuto, al saio da fraticello che indossava per un voto, fatto dalla madre a San Francesco di Paola in seguito ad una grave malattia; “Diavolo” invece, è riferito alla estrema irrequietezza che dimostrò fin da fanciullo.

Questa irrequietezza si espresse al meglio nella carriera militare prima e nella guerriglia legittimista poi. Fu durante le due invasioni francesi che le sue doti di combattente furono esaltate tanto da diventare il più amato dal popolo tra i sudditi di Re Ferdinando IV di Borbone e il più temuto avversario delle truppe francesi.

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http://www.napolipost.com/fra-diavolo-il-primo-brigante-martire-in-piazza-mercato/

 

 

 

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– I Siculi fin dalle loro origini – storia/sicilia

di Claudio D’Angelo, da youtube.com

(immagine tratta da passatoefuturoxoom.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=PVeP85x2oNw&sns=fb

 

 

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– Giuseppe Mazzini: Il massone fondatore della Mafia

da neovitruvian.wordpress.com

Guiseppi Mazzini è stato l’individuo a cui Albert Pike scrisse alcune lettere, nelle quali espose che ci sarebbero state tre guerre mondiali che avrebbero alla fine unito il mondo sotto una dittatura luciferina. Come Pike, Mazzini fù un Illuminato e possedeva il 33esimo grado massonico. Egli è anche il fondatore della Mafia (Fonte). Le forze dell’ordine conoscevano da tempo i rapporti che vi erano tra massoneria e Cosa Nostra.

“Il comitato ritiene che il legame tra Cosa Nostra e le istituzioni è basato gran parte sulla Massoneria.”

Il terreno fondamentale su cui è stato creato e rinforzato il collegamento tra Cosa Nostra con i funzionari pubblici e i professionisti privati è la Massoneria. Il legame Massoneria serve per mantenere le relazioni costanti e organiche. L’ammissione di membri in Cosa Nostra, anche a livelli elevati, non è un evento occasionale o episodico, ma una scelta strategica. Il giuramento di fedeltà a Cosa Nostra rimane il punto cardine attorno al quale gli”Uomini d’onore”, devono essere chiaramente legati. Ma le associazioni Massoniche offrono alla mafia uno strumento formidabile per estendere il proprio potere, per ottenere favori e privilegi in ogni campo: sia per la conclusione delle grandi imprese sia per “sistemare le dispute”, come molti collaboratori di giustizia hanno rivelato “.

Mazzini nacque in Francia e suo padre fù un “giacobino” (massone del gruppo degli Illuminati che hanno provocato la Rivoluzione francese). Come suo padre, che era anche un professore universitario, Mazzini gravitò nell’ambiente delle società segrete.

Continua a leggere su:

https://neovitruvian.wordpress.com/2010/11/09/giuseppe-mazzini-il-massone-fondatore-della-mafia/

 

 

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– Biblioteca centrale della Regione Siciliana

(già Biblioteca Nazionale, fondata da Ferdinando I nel 1782).

(foto tratta da mw.bibliotecacentraleregionesivciliana.it)

La Biblioteca centrale della Regione Siciliana "Alberto Bombace" è una storica biblioteca di Palermo, fondata nel 1782 per ordine di Ferdinando I.

Nasce il 15 novembre 1782 nel complesso monumentale del collegio Massimo dei Gesuiti e dalla chiesa barocca di Santa Maria della Grotta, come reale biblioteca per merito di Gabriele Lancillotto Castelli, principe di Torremuzza. Nel 1861 divenne biblioteca nazionale. Nel 1977 fu trasferita alla Regione Siciliana prendendo la denominazione attuale. Nel 2004 è stata intitolata allo storico dirigente dei beni culturali della Regione Siciliana Alberto Bombace.

Con l'unità d'Italia ricevette tutti i volumi delle soppresse corporazioni religiose siciliane. Dal 1878 riceve tutte le pubblicazioni stampate in provincia di Palermo. Vi sono custoditi manoscritti, opere a stampa del XV e XVI secolo[2]. La raccolta di periodici dell'emeroteca è una delle più importanti del meridione. È polo S.B.N. (servizio bibliotecario nazionale) per la Sicilia

Fonte:

https://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_centrale_della_Regione_Siciliana

 

 

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– Il risveglio delle coscienze non conosce geografia

di Daniela Alemanno, da briganti.info

Qualche giorno fa, noi di Briganti abbiamo ricevuto una breve e-mail … ci ha colpiti e per questo abbiamo deciso di rendere partecipi tutti voi.

“Spettabili Responsabili del Gruppo,

da persona di nascita ligure/basso-piemontese, che dai nonni apprese  di molte efferatezze effettuate dalle mie parti dai nazifascisti dopo il ’43,  rimasi enormemente scosso quando mi capitò di leggere (su testi storici allora ben più rari di quanto non lo siano oggi, e grazie ad Associazioni come la vostra, che riportano verità troppo a lungo volutamente rimosse) di “gesta” simili compiute sulla pelle delle genti del Sud (in fondo solo pochi decenni prima, meno comunque di un secolo rispetto ai tempi del secondo conflitto mondiale) e con pari efferatezza, al di la’ della facciata di Risorgimento tanto “edulcorata” della versione scolastica-istituzionale! La cosa più paradossale è anzi proprio che gli autori di tali atrocità lo facevano non già in nome di una retorica di odio etnico e razziale della quale saranno, ovviamente, imbevuti i loro “successori”, ma al contrario in nome di una retorica di “unità nazionale”, un po’ come dire: “vi massacriamo… per il vostro bene!” Per questo, pur non essendo meridionale, ma odiando retoriche di facciata, propagande che cancellano le verità della Storia ed ipocrisie varie, ho da allora sempre tenuto a che certi fatti finalmente emergessero, sia pur incontrando per molto tempo resistenze e chiusure a tal proposito, e questo non soltanto al Nord … potenza della propaganda !!!

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http://briganti.info/il-risveglio-delle-coscienze-non-conosce-geografia/

 

 

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– Palermo nel 1934

di Tele One, da pag. Fb.

foto tratta da grifasi-sicilia.com)

VIDEO

https://www.facebook.com/MediaOneonline/videos/1070317789674896/

 

 

OTTOBRE 2015

 

– Il falso plebiscito del 21 ottobre 1860

di Giuseppe Scianò, Fronte Nazionale Siciliano, dalla relativa pagina Fb.

 

FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU
“SICILIA INDIPINNENTI”
FRONTE NAZIONALE SICILIANO
“SICILIA INDIPENDENTE”
VIA BRUNETTO LATINI, 26 – 90141 PALERMO – TEL. 091-329456
***
NELLA RICORRENZA DEL 155° ANNIVERSARIO, GLI INDIPENDENTISTI FNS RICORDANO CHE IL 21 OTTOBRE DEL 1860, – IN SICILIA E NELLA PARTE CONTINENTALE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE,- ANDÒ IN SCENA IL “PLEBISCITO” PIÙ FALSO E BUGIARDO DELLA STORIA “RISORGIMENTALE”.
UN “PLEBISCITO”, SUL QUALE IL POPOLO SICILIANO ED I POPOLI DELLA NAPOLITANIA PRETENDONO VERITÀ E GIUSTIZIA, E CHE COMUNQUE DELEGITTIMA,- ANCORA DI PIÙ, – LA “CONQUISTA DEL SUD. IERI COME OGGI”.

Tantoppiù che nei pochissimi simbolici, seggi, nei quali si era inscenata la commedia della consultazione elettorale, non si erano assicurate la segretezza del voto né la libertà di opinione così come sarebbe dovuto accadere in un “annessione” che avrebbe dovuto dimostrare un minimo di rispetto per i popoli interessati e per la regola democratica. Vi fu invece l’esatto contrario.

Gli archivi di stato e le gazzette ufficiali conservano ai rispettivi atti le “prove provate” di tali delitti.
Insomma: nelle operazioni per legittimare la riduzione del Sud in “colonia interna” del “Regno del Nord”, le violenze, le truffe, le commedie ed i “falsi” di stato la fecero da vano da “padrone”.

Fra le “chicche” dell’imbroglio colonialista del 1860 non può mancare un riferimento specifico all’eroe nazionale Giuseppe Garibaldi, il quale ultimo – in uno dei consueti attacchi di narcisismo, misti al delirio di ONNIPOTENZA (che gli facevano dimenticare che lui stesso era soltanto la “prima” MOSCA COCCHIERA di un più ampio ed articolato “progetto inglese”), in data 15 ottobre 1860, – da Città Sant’Angelo, – aveva proclamato l’ANNESSIONE <<… DELLE DUE SICILIE ALL’ITALIA UNA ED INDIVISIBILE CON IL SUO RE COSTITUZIONALE VITTORIO EMANUELE SECONDO (SIC!!!) CON I SUOI DISCENDENTI…>>

L’Eroe dei Due Mondi, in pratica, rivendicava a se stesso il merito di avere conquistato il Regno delle Due Sicilie e la facoltà di a suo piacimento. E tentata di annullare quel di PLEBISCITO che gli avrebbe potuto togliere l’ “esclusiva”. E che invece la REGIA inglese a quella avevano previsto per “legittimare” la conquista del SUD il “Decreto” in questione, – datato 15 ottobre 1860, – fu pubblicato “ufficialmente” sul GIORNALE OFFICIALE DI SICILIA N°109 del 17 ottobre 1860.

Un tempo, questo, da RECORD, assai sospetto. Era , insomma, una “frittata”.

La “frittata” diventava definitiva comunque? Niente affatto.

Ed il colpo di mano del Dittatore veniva depotenziato all’……

I due Pro-Dittatori (rispettivamente la Sicilia e il “Meridione” l’Italia) furono, infatti altrettanto illegittimamente e precipitosamente incaricati di bandire a loro volta il PLEBISCITO e di convocare i comizi “elettorali” per il giorno 21 ottobre 1860. Con soli cinque giorni di tempo dalla data dei decreti in questione, Vale a dire “a scoppola” e senza garanzia dei tempi necessari – Va da sé che da un tale “PLEBISCITO” (organizzato con tanti imbrogli e con tanti abusi di potere, NULLO ed ANNULLABILE IN OGNI FASE) i Popoli del Sud non potevano aspettarsi altro che altri delitti, altri IMBROGLI ed altre iniziative che avrebbero calpestato tutti i loro diritti fondamentali e la loro stessa dignità.

Avverrà però che tutta una serie di “misure” e di iniziative con la tecnica del lavaggio del cervello puntassero al noto fenomeno di ALIENAZIONE CULTURALE, ancora in atto, per il quale i fatti, orrendi, realmente accaduti furono cancellati dalla memoria dei Popoli interessati e sottomessi. E quel che è peggio quei “fattacci” furono sostituiti con tante belle favolette, che – messe assieme – costituirono e costituiscono il BEL MITO del RISORGIMENTO ITALIANO, ancora oggi vigente nella cultura ufficiale.

L’arroganza della “menzogna di Stato” ha tuttavia generato proprio nel Sud ed in Sicilia il fenomeno di una contro-informazione meridionalista e sicilianista, sempre più diffusa sempre meglio documentata più e che ci fa ben sperare in una non lontana “rivoluzione culturale” basata sul recupero della memoria e del diritto alla verità. Nonché sul diritto ad un futuro migliore.

Cosa ci si poteva aspettare da un Plebiscito, nato in un conflitto di competenze indecente e vergognoso? E privo di un minimo di legalità?

In Sicilia – fra l’altro – veniva tradito il solenne pactum per la elezione di una Costituente Siciliana.

Va considerato inoltre che il Regno delle Due Sicilie era ancora esistente ed operante sia politicamente che giuridicamente. E che il SUD non era stato ancora conquistato neppure militarmente.
In Sicilia ad esempio la Cittadella di Messina non si era ancora arresa.

Per concludere questa nostra “riflessione-denunzia” ricordiamo che lo stesso Pasquale CALVI, in quanto Presidente della Corte di Cassazione, aveva proclamato solennemente il risultato referendario, dichiarerà, poi, di essersi trovato di fronte ad uno dei più falsi e bugiardi Plebisciti della Storia!

Questi, comunque, gli incredibili vergognosi, risultati, dichiarati dai falsari della Storia, per la Sicilia in data 4 novembre 1860:

VOTANTI : 432.720

PER IL “SI” : 432.053

PER IL “NO” : 667

***
Non aggiungiamo altro perché la “vergogna” anche quest’anno deve restare ai cultori del “MITO”. Mentre i fatti restano fatti, anche se SCOMODI.

e……. la Verità resta VERITÀ. Ma, questa, oltre che scomoda diventa rivoluzionaria.

Palermu, 21 Uttuviru (ottobre) 2015

Il Presidente Onorario FNS

(Giuseppe Scianò)

 

 

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– LO SPORCO AFFARE DELLA CORSA ALLE FERROVIE DEL SUD

da briganterocco.blogspot.it

L'inaugurazione della Stockton-Darlington, prima linea ferroviaria commerciale, avvenuta nel 1825, accese entusiasmi e progetti in tutta Europa, per l'utilizzo di quello che si era rivelato subito essere un formidabile mezzo di trasporto al servizio sia delle persone sia dell'industria e del commercio. La storia delle ferrovie in Italia ebbe inizio con l'apertura di un breve tratto di linea ai piedi del Vesuvio, la Napoli-Portici di poco più di sette chilometri, che venne inaugurata il 3 ottobre 1839. Il 1º agosto 1842 la ferrovia aveva raggiunto Castellammare di Stabia e due anni dopo Pompei e Nocera (circa 40 km) ma lo sviluppo successivo non fu altrettanto celere, la via ferrata si fermò, in direzione Nord, a Sparanise (circa 48 km) e, in direzione Sud, a Salerno (circa 55 km) e tale rimase fino all'unità. Nel 1846 il governo borbonico aveva rilasciato la concessione per il prolungamento della ferrovia da Nocera fino a San Severino e ad Avellino e si proponevano collegamenti verso Bari, con diramazioni per Brindisi, a Sud, e per Foggia, a Nord. Oltre alla strada ferrata fu avviata la realizzazione di un complesso industriale che rimase all'avanguardia per anni in Italia. Nel 1840 fu promossa la realizzazione dell'Opificio di Pietrarsa, più ampio e in posizione più felice del preesistente Opificio Meccanico, ubicato nel Castel Nuovo. Nel 1845 iniziò la costruzione di locomotive (all'inizio ne furono fabbricate sette utilizzando componenti inglesi del medesimo modello della locomotiva inglese acquistata nel 1843). Venne avviata, nello stesso stabilimento, anche una scuola per macchinisti ferroviari e navali. Nonostante gli interessanti progetti in cantiere, alla data del 1860 la rete ferroviaria del Regno assommava a soli 128 km di ferrovie utilizzate. Negli ultimi anni di vita del Regno (dopo il 1855) vennero approvati dal governo borbonico vari progetti di ampliamento della rete ferroviaria: al momento dell'annessione ne erano state completate 60 miglia (circa 110 km) ma questi nuovi tratti non erano ancora utilizzati. Unire con una strada ferrata l'Adriatico al Tirreno si può, o meglio si poteva e a dirlo non sono stati i grandi ingegneri del Regno d'Italia ma i Borbone. Secondo il prof. Vincenzo Piccialli, tranese, l'alternativa alla linea Foggia-Benevento l'avevano intuita addirittura due secoli fa i Borbone. È il vecchio progetto preparato nel 1846, rivisto nel 1920, e che il Comitato promotore della Sesta Provincia ha riscoperto di recente nelle pieghe di una relazione pubblicata nel 1930 da una organizzazione sindacale dell'epoca. Il progetto suggerisce la realizzazione di una linea direttissima Barletta-Napoli lunga 204 chilometri, che oggi correrebbe parallela, all'incirca, all'autostrada A16 Napoli (Salerno)-Canosa, lunga 172,5 Km. “Evidentemente – spiega Piccialli – i Borbone nell'Ottocento avevano ben intuito, con acuta ed oggettiva lungimiranza, che il percorso più breve dall'Adriatico al Tirreno parte da Barletta, anticipando i progettisti degli anni Sessanta dell'autostrada A16”. È noto infatti che ad una minore distanza corrispondono tempi di percorrenza più bassi e costi inferiori delle tariffe ferroviarie, così come quelle dei pedaggi autostradali. Una vera e straordinaria occasione per cancellare quel gap infrastrutturale che ha isolato per secoli i due lati estremi del meridione. Ad oggi c'è già una linea che in qualche modo potrebbe soddisfare in parte le stesse strategie di collegamento ma per questioni prettamente politiche quella soluzione è stata completamente cancellata. Stiamo parlando dello snodo ferroviario di Rocchetta Scalo – Lacedonia. Da qui i treni, partendo da Gioia del Colle raggiungevano la stazione posta al confine tra Lucania, Campania e Puglia e poi proseguire alla volta di Avellino con la tratta che congiungeva Rocchetta al capoluogo Irpino e successivamente il salernitano e quindi il Tirreno. Purtroppo anche questa alternativa, se pur più complicata e più lunga della borbonica Barletta – Napoli, è stata completamente distrutta con la soppressione della tratta Avellino- Rocchetta. Uno scempio che continua a contribuire all'isolamento delle aree interne del Meridione e consequenzialmente a sfavorire le attività produttive rispetto a concorrenti del centro nord. Unire L'Adriatico a Tirreno è un passo importante e fondamentale, lo pensavano i Borbone e lo pensano anche molti economisti ed imprenditori che guardano a questi due mari e ad un'alternativa su rotaie con grande interesse per contribuire anche al successo di porti importanti come quelli pugliesi e partenopei.

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http://briganterocco.blogspot.it/2015/10/lo-sporco-affare-della-corsa-alle.html?spref=fb

 

 

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– Viabilità e trasporti in Calabria tra ieri ed oggi

di Carmela Maria Spadaro, da corrierelocride.it

Viaggio spesso, quasi ogni settimana: poco meno di 500 km separano Bovalino, il paese dove vivo, da Napoli, dove lavoro. I tempi si percorrenza per chi va in auto sull’autostrada Salerno- Reggio Calabria sono in media 5-6 ore. Andando in treno non si riesce a fare meglio, anzi: dalla ferrovia jonica è impensabile poterlo fare in tempi ragionevoli;  sulla tirrenica, da dove passano i treni a lunga percorrenza, Frecce, Intercity, bisogna arrivarci a mezzo proprio o con qualche bus navetta che collega Locri con Rosarno. Alla fine del combinato  (e complicato) sistema di trasporti, le ore necessarie per giungere a destinazione sono sempre 5- 6  (talvolta qualcosa in più). E tuttavia, mi sono sentita fortunata negli ultimi anni a poter usufruire del collegamento “veloce” tra Jonio e Tirreno, perché per il passato le uniche possibilità erano date o dai treni in partenza da Reggio (cui sempre bisognava arrivare in auto  percorrendo la statale 106 jonica e le ore di viaggio potevano  complessivamente superare le 7), oppure non c’era che rassegnarsi a perdere quasi un giorno intero  lungo la tratta per Catanzaro-Lamezia e, poi, dopo qualche ora di sosta imbarcarsi sul “Peloritano” proveniente dalla Sicilia e dare inizio alla seconda parte dell’avventurosa  trasferta verso la sede degli studi universitari.

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http://corrierelocride.it/citra-et-ultra/viabilita-e-trasporti-in-calabria-tra-ieri-ed-oggi

 

 

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– Il buon governo borbonico (in Sicilia)

da lacasadelsognoantico.altervista.org

I Lavori Pubblici sotto i Borboni.di Salvo Garufi

La retorica post-unitaria ce lo aveva presentato sotto una luce truce, dove l’estrema crudeltà si accoppiava alla somma inefficienza. “La negazione di Dio fattasi governo” così fu definito da un uomo politico inglese dell’Ottocento. Nasceva un luogo comune e, come sempre accade per i luoghi comuni, esso finì per ingessare ingiustamente un’azione amministrativa dove insieme alle ombre ci furono molte luci (alcune delle quali, fra l’altro, di notevole intensità).

A cominciare dall’istituzione del catasto, invece, il periodo borbonico fu un momento di razionalizzazione delle entrate, al quale seguì un concetto più oculato di spesa. L’idea di “bene pubblico” sostuì definitivamente quella di “prestigio” (o del principe, o della città). Le opere, perciò, divennero meno appariscenti, ma più utili.

Per dirlo, lascio perdere la storia della città di Napoli, su cui già Carlo Allianello, col romanzo L’eredità della priora, ha avuto modo di iniziare a proporre alcune radicali, ed oggi largamente accettate, revisioni. Mi attengo semplicemente al piccolo osservatorio dell’Archivio Comunale di Militello. La corrispondenza tra il Decurionato e le autorità provinciali, giudiziarie e delle città vicine ci dà l’immagine di un’attività sorprendentemente dinamica. Non ci sono i grandi progetti urbanistici ed architettonici pensati individualmente e calati dall’alto, non le grandi cattedrali. V’è piuttosto un più umile e più tenace programma di interventi infrastrutturali, dove magari c’è molta ingegneria e poco genio creativo; ma dove indubbiamente la vita collettiva fa un deciso passo avanti verso la modernità.
Almeno fin quasi agli Anni Quaranta del secolo, cioè fino a quando le fibrillazioni rivoluzionarie del ’48 probabilmente avvelenarono i rapporti tra governanti e governati. Questo, infatti, ho potuto evincere, mettendo in ordine cronologico i Lavori Pubblici indicati dalle carte d’archivio e che qui sotto presento, lasciando parlare i fatti e non le convinzioni, come sempre dovrebbe succedere quando si esercita l’arte della scrittura storica.

La più antica notizia ottocentesca d’epoca borbonica di “Lavori Pubblici” a Militello è del 1815, quando il perito Fragalà realizzò la canalizzazione dell’acqua della fonte Zizza da Piazza Maggiore a via Porta della Torre. Seguirono a intervalli opere di manutenzione e di miglioramento. Nel 1819 l’architetto Francesco Capuana effettuò un sopralluogo nella sorgiva della Zizza. Nel 1821 vennero fatti dei lavori di manutenzione della linea dell’acquedotto. Nel 1825 il mastro Mario Messina e gli eredi di Francesco Messina eseguirono “viattazioni e ripari” nella sorgiva della Zizza e tentarono la canalizzazione dell’acqua del Lembasi.

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http://lacasadelsognoantico.altervista.org/ilgarufiedizioni/il-buon-governo-borbonico/

 

 

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– Enrica Perucchietti "TUTTE LE RIVOLUZIONI SONO PILOTATE"

di misteroTv, da youtube.com

(immagine tratta da rivoluzionariofragile.wordpress.com)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=WXK7LsCheDk

 

 

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– L’Amerigo Vespucci l’ultima nave borbonica

di Jerry Sarnelli, da napoliflash24.it

Nei mari del mondo ancora oggi solca le onde una nave borbonica, ovvero il vascello più grande e tecnologicamente avanzato dell’armata di mare delle due Sicilie, l’ Amerigo Vespucci. Anche se costruito nel 1931, il prestigioso veliero fu infatti realizzato sugli stessi progetti del Monarca, la nave ammiraglia della flotta dell’antico Regno. La nave fu varata nel 1850 nei cantieri navali di Castellammare di Stabia – tra i più innovativi e prestigiosi al mondo – grazie proprio al desiderio di Ferdinando II di incentivare lo sviluppo dell’industria marinara nel suo paese, portandola a primeggiare nel mondo. La controprova è data dal successo con cui ancor oggi l’Amerigo Vespucci viene accolta in tutti i porti che tocca, divenendo oggi vanto e prestigio dell’Italia moderna.

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http://www.napoliflash24.it/lamerigo-vespucci-lultima-nave-borbonica/

 

 

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– Il ponte Borbonico delle isole Tremiti

da .civico93.it e da una segnalazione Fb. di Rocco Michele Renna

Il 19 settembre del 1844, Ferdinando II di Borbone si portò da Napoli in visita nelle isole Tremiti con la nave militare a vapore “Celere”, per verificare l’andamento della costruzione del ponte di collegamento fra San Domino e San Nicola. Fu una visita veloce, quasi un’ispezione, per rendersi conto personalmente dello stato dei lavori e per incontrare ed incoraggiare i cinquecento coloni che da qualche tempo vi si erano installati. Infatti al termine della Messa, officiata nella badia di Santa Maria di Tremiti, ascoltò gli abitanti soprattutto per raccogliere le loro preoccupazioni e le loro più urgenti istanze. Qualche giorno fa l’ingegnere Michelangelo De Meo, nel ricordare la visita del re Borbone, ha raccontato della sua scoperta dei resti del ponte, effettuata attraverso mirate immersioni sottomarine con fotografie che documentano il ritrovamento dei pali di fondazione, poi suffragate da documenti inoppugnabili d’archivio Egli, tra l’altro, ha raccontato che “La cronaca dettagliata di tale visita è contenuta nel rapporto inviato dal sottointendente del distretto all’Intendente della Provincia di Capitanata, nel quale descrive con accuratezza di particolari, la ricchezza di ‘commestibili di ogni qualità ed anche del ‘superfluo’, di botteghe e di attività artigianali varie operanti sull’isola. La grande e magnifica costruzione di un Ponte di Legno che unisce l’isola del Forte (San Nicola, ndr), con l’isoletta detta Cretazzo per facilitare l’accesso su di esso all’isola Grande Boscosa e coltivabile di Santomino”. Anche qui non mancano i particolari: “(…) il primo braccio da S. Nicola al Cretazzo è completato interamente, è alto dieci palmi dalla cima dell’acqua” profonda “da dieci a dodici palmi ed a consimile profondità si conficcano i travi che lo compongono; la sua lunghezza è di passi geometri centoventi e più, è solido tale da potervi farvi transitare pezzi di artiglierie”.

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http://www.civico93.it/notizie/cultura/3144-il-ponte-borbonico-delle-isole-tremiti

 

 

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 – Il plebiscito a Poggio Imperiale (8 ottobre 1860)

da francobampi.it

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

L'8 ottobre 1860 su proposizione del Ministro dell'Interno, Raffaele Conforti, il Consiglio dei Ministri stabiliva il plebiscito, decretando:

Art. 1
Il Popolo delle Province continentali dell'Italia Meridionale sarà convocato pel dì 21 del corrente mese di Ottobre in Comizi per accettare o rigettare il seguente plebiscito: «Il Popolo vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti.» Il voto sarà espresso per «SI» o per «NO», col mezzo di un bollettino stampato.

Art. 2
Sono chiamati a dare il voto tutti i Cittadini che abbiano compiuto gli anni 21 e si trovino nel pieno godimento dei loro diritti civile e politici. Sono esclusi dal dare il voto tutti coloro i quali sono colpiti di condanne siano criminali siano correzionali, per imputazione di frode, di furto, di bancarotta e di falsità. Sono esclusi parimenti coloro i quali per scadenza sono dichiarati falliti.

Art. 3
Dal Sindaco di ciascun Comune saranno formate le liste dei votanti ai termini dell'articolo precedente le quali verranno pubblicate ed affisse nei luoghi soliti pel giorno 17 Ottobre. Reclami avverso le dette liste saranno prodotti tra le 24 ore seguenti innanzi al Giudice di Circondario che deciderà inappellabilmente per tutto il dì 19 detto mese.

Art. 4
I voti saranno dati e raccolti in ogni Capoluogo di Circondario presso una giunta composta dal Giudice presidente e dai Sindaci dei Comuni del Circondario. Si troveranno nei luoghi destinarti alla votazione su di un apposito banco tre terne, una vuota nel mezzo e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bollettini del «SI» e nell'altra quelli del «NO», che ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell'urna vuota.

Art. 5
Compiuta la votazione invierà immediatamente l'urna dei voti chiusa ed assicurata per mezzo del Giudice suo Presidente, alla Giunta Provinciale.

Art. 6
In ogni capoluogo di Provincia vi sarà una Giunta Provinciale composta dal Governatore presidente dal Presidente e Procuratore Generale della Gran Corte Criminale e dal Presidente e Procuratore Regio del Tribunale Civile. Tale Giunta in seduta permanente, procederà allo scrutinio dei voti raccolti nelle Giunte Circondariali e invierà immediatamente il lavoro chiuso e suggellato per mezzo di un agente municipale o di altra persona di sua fiducia al Presidente della Suprema corte di Giustizia.

Art. 7
Lo scrutinio generale dei voti sarà fatto dalla indicata Suprema Corte. Il Presidente di essa annunzierà il risultato del detto scrutinio generale da una tribuna che verrà collocata nella Piazza di S. Francesco di Paola.

Art. 8
Per la città di Napoli la votazione si farà presso ciascuna della dodici sezioni, nelle quali è divisa la Capitale. La Giunta di ogni sezione sarà composta dal Giudice di Circondario presidente, dall'Eletto e da due Decurioni all'uopo delegati dal Sindaco. Saranno applicate per la città di Napoli tutte le regole stabilite per gli altri Comuni, in quanto alla formazione delle liste ed alla discussione dei reclami.

Art. 9
I Ministri sono incaricati della esecuzione.

Archivio di Stato di Foggia: Polizia I/S, B. 181, f.2016

Continua a leggere su:

http://www.francobampi.it/liguria/plebisciti/plebiscito_poggio.htm

 

PER NON DIMENTICARE…

La strage del pane a Palermo il 19 ottobre 1944

di paesemio1958, da youtube.com

 

(foto tratta da salvomusumeci.wordpress.com)

 

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=nYwC36TCZ0I&feature=youtu.be

 

– La stragi di lu pani

Video poesia di Lina La Mattina

(foto tratta da palermotoday.it)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Niu1t8IpBSo

 

PER NON DIMENTICARE…

– 25 settembre 1861 – Disordini a Trapani

Anche a Trapani, la sera del 25 settembre, scoppiarono disordini a seguito di un’ordinanza del Governatore sulla leva e sul pagamento dell’imposta fondiaria. Vi fu un lancio di pietre contro le finestre della casa di Don Benedetto Omodei, direttore della locale Esattoria.

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Tommaso Romano; Sicilia 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 59

 

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– Il plebiscito a Poggio Imperiale (8 ottobre 1860)

da francobampi.it

(immagine tratta da cronologia.leonardo.it)

L'8 ottobre 1860 su proposizione del Ministro dell'Interno, Raffaele Conforti, il Consiglio dei Ministri stabiliva il plebiscito, decretando:

Art. 1
Il Popolo delle Province continentali dell'Italia Meridionale sarà convocato pel dì 21 del corrente mese di Ottobre in Comizi per accettare o rigettare il seguente plebiscito: «Il Popolo vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti.» Il voto sarà espresso per «SI» o per «NO», col mezzo di un bollettino stampato.

Art. 2
Sono chiamati a dare il voto tutti i Cittadini che abbiano compiuto gli anni 21 e si trovino nel pieno godimento dei loro diritti civile e politici. Sono esclusi dal dare il voto tutti coloro i quali sono colpiti di condanne siano criminali siano correzionali, per imputazione di frode, di furto, di bancarotta e di falsità. Sono esclusi parimenti coloro i quali per scadenza sono dichiarati falliti.

Art. 3
Dal Sindaco di ciascun Comune saranno formate le liste dei votanti ai termini dell'articolo precedente le quali verranno pubblicate ed affisse nei luoghi soliti pel giorno 17 Ottobre. Reclami avverso le dette liste saranno prodotti tra le 24 ore seguenti innanzi al Giudice di Circondario che deciderà inappellabilmente per tutto il dì 19 detto mese.

Art. 4
I voti saranno dati e raccolti in ogni Capoluogo di Circondario presso una giunta composta dal Giudice presidente e dai Sindaci dei Comuni del Circondario. Si troveranno nei luoghi destinarti alla votazione su di un apposito banco tre terne, una vuota nel mezzo e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bollettini del «SI» e nell'altra quelli del «NO», che ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell'urna vuota.

Art. 5
Compiuta la votazione invierà immediatamente l'urna dei voti chiusa ed assicurata per mezzo del Giudice suo Presidente, alla Giunta Provinciale.

Art. 6
In ogni capoluogo di Provincia vi sarà una Giunta Provinciale composta dal Governatore presidente dal Presidente e Procuratore Generale della Gran Corte Criminale e dal Presidente e Procuratore Regio del Tribunale Civile. Tale Giunta in seduta permanente, procederà allo scrutinio dei voti raccolti nelle Giunte Circondariali e invierà immediatamente il lavoro chiuso e suggellato per mezzo di un agente municipale o di altra persona di sua fiducia al Presidente della Suprema corte di Giustizia.

Art. 7
Lo scrutinio generale dei voti sarà fatto dalla indicata Suprema Corte. Il Presidente di essa annunzierà il risultato del detto scrutinio generale da una tribuna che verrà collocata nella Piazza di S. Francesco di Paola.

Art. 8
Per la città di Napoli la votazione si farà presso ciascuna della dodici sezioni, nelle quali è divisa la Capitale. La Giunta di ogni sezione sarà composta dal Giudice di Circondario presidente, dall'Eletto e da due Decurioni all'uopo delegati dal Sindaco. Saranno applicate per la città di Napoli tutte le regole stabilite per gli altri Comuni, in quanto alla formazione delle liste ed alla discussione dei reclami.

Art. 9
I Ministri sono incaricati della esecuzione.

Archivio di Stato di Foggia: Polizia I/S, B. 181, f.2016

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http://www.francobampi.it/liguria/plebisciti/plebiscito_poggio.htm

 

 

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– LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE : FILM DIVULGATIVO

di Moto in Sud, da youtube.com

(foto tratta da plus.google.com)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=iU9n_ozERJY&feature=youtu.be

 

 

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– IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SAN MAURIZIO CANAVESE NEL 1861

da appunti2008.blogspot.it

ITALIANI, DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E DEGLI ALTRI STATI ITALIANI "PREUNITARI",  DEPORTATI E RINCHIUSI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO E STERMINIO DAL 1860 IN POI.

 

Quanti sono gli Italiani del Sud  e degli altri Stati Italiani "preunitari" fatti prigionieri di guerra militari e civili e deportati e rinchiusi nei vari campi di concentramento e di sterminio dal 1860 in poi?

Se ne perde il conto!

Il Campo di Concentramento di San Maurizio Canavese, nella Zona delle Vaude, presso Lombardore, che è qui sopra illustrato in una stampa dell'epoca, era il più grande delle decine di campi di concentramento e delle centinaia di luoghi di detenzione per i prigionieri delle guerre dal 1860 in poi, e, a suo tempo, contenne contemporaneamente fino a più di 10'000 prigionieri di guerra duosiciliani, ma dato che molti venivano avvicendati, dato che vi era: chi moriva per la durissima vita, senza ripari di alcun genere dalle intemperie e dormendo per terra all'addiaccio, chi si ammalava e veniva spostato in qualche ospedale militare, chi comunque con varie motivazioni veniva spostato altrove, se del caso anche presso altre carceri militari ordinarie o straordinarie e punitive come la famigerata Fortezza di Fenestrelle, chi accettava di abiurare dalla fedeltà al suo Stato e veniva fatto entrare nei ranghi dell'esercito dei vincitori,  è ovvio che per quel campo si avvicendarono molti più dei 10'000 prigionieri di guerra che furono il livello numerico massimo di coloro che vi erano contemporaneamente imprigionati .

Successivamente, ancora fino a qualche decennio fa, l'area militare dell'ex Campo di Concentramento di San Maurizio Canavese era stata usata dall'esercito come "Poligono di Lombardore" per l'addestramento con i carri armati, ragion per cui anche nei paesi circostanti si era persa la memoria del suo tragico uso iniziale come campo di concentramento nel 1861.

Questo di San Maurizio Canavese era sicuramente il più esteso e soprattutto il più affollato, ma pur nella sua estrema durezza non il più terribile, perché questo primato spettava senza alcun dubbio al famigerato e perciò più nominato, conosciuto e temuto di tutti i Campi di Concentramento, Punizione e Sterminio d'Italia nel 1861 ed anche dopo, fino a successivamente la Seconda Guerra Mondiale, e che era il Campo di Concentramento e di assicurato sistematico sterminio della Fortezza di Fenestrelle, a 1'200 msm, in mezzo alle aspre e gelide montagne della Vallata Alpina del fiume Chisone nei pressi di Pinerolo in Provincia di Torino.

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http://appunti2008.blogspot.it/2015/04/campo-di-concentramento-di-san-maurizio.html?m=1

 

 

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– Conferenza: Deportazioni e domicilio coatto nel Risorgimento

di Luca Marini, da youtube.com e da una segnalazione Fb. di Angelo Ciampi

(immagine tratta da ilpareredellarchitetto.blogspot.com)

https://www.youtube.com/watch?v=F0bVjLllsbk

 

 

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(2 settembre 1862) Giustiziati a Fantina da soldati piemontesi

di Angelo Severino, da ora-siciliana.eu

La storiografia ufficiale sul periodo del Risorgimento in Sicilia (ma anche in Italia) non è come la studiamo nei libri di scuola. La cosiddetta unità d’Italia fu anche tragedia. Fu anche scontro fra italiani e gli stessi garibaldini italiani. Fu l’annessione forzata della Sicilia e del Sud al Regno del Piemonte che, come scrisse il generale Enrico Cialdini al re, produsse “8968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 frati; 10604 feriti; 7112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi”.

Abbiamo pubblicato articoli su Garibaldi e abbiamo ricordato e scritto sulla strage di Bronte avvenuta il 10 agosto 1860 quando Bixio, con un processo sommario, fece fucilare 16 persone ritenute sovversive. Quello che vi raccontiamo ora è la cronaca di ciò che avvenne nel paesino di Fantina (nelle vicinanze di Novara di Sicilia nel Messinese) il 3 settembre 1862.

L’episodio, meglio conosciuto come “l’eccidio di Fantina” si verificò sei giorni dopo che Garibaldi fu ferito sull’Aspromonte dai bersaglieri del generale Pallavicini che aveva avuto l’ordine perentorio da Vittorio Emanuele II di bloccare l’avanzata verso Roma del nizzardo per conquistarla. Da quel momento alle truppe sabaude fu comandato di rintracciare e catturare ogni garibaldino e considerarlo un traditore. Furono in quasi duemila quelli che vennero scovati e arrestati insieme ad altri soldati che avevano precedentemente abbandonato i loro reparti per unirsi a Garibaldi.

A divulgare per primo la notizia dell’infame misfatto piemontese consumatosi a Fantina fu un giornale di Genova che nella primavera del 1865 anticipò di pochi giorni ciò che avrebbe poi scritto Giuseppe Bennici nel suo libro. Riferendosi all’eccidio di Fantina, egli affermò: “Finché non ebbi documenti in mano, io stentai a prestar fede ai primi racconti; perché giammai non avrei creduto potersi in Italia, in pieno secolo decimonono, fra tanto vanto, consumare una così nera scelleraggine”.

Era la sera del 2 settembre 1862, quando un battaglione del 47° fanteria comandato dal maggiore piemontese Giuseppe De Villata, proveniente dall’esercito austriaco, sorprendeva e faceva prigionieri una cinquantina di volontari garibaldini sbandati appartenenti alla colonna del maggiore Carlo Trasselli di Palermo, arrivati nelle vicinanze di Fantina stressati dalla fame e dalla sete. Avendo saputo della catastrofe dell’Aspromonte, cercavano di raggiungere il municipio per deporre le armi e quindi sciogliersi.

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http://www.ora-siciliana.eu/eccidio-fantina-1/

 

 

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– 7 settembre 1860: Garibaldi entra a Napoli scortato dalla camorra

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

L´ingresso nella grande capitale ha più del portentoso, che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai frammezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l´armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre I860!”. La “grande capitale” è Napoli, “io” è Giuseppe Garibaldi e “il 7 settembre 1860” è la data in cui il generale fece il suo ingresso nella città partenopea mentre il re Francesco II di Borbone si recava a Gaeta per organizzare l’ultima resistenza. L’eroe dei due mondi arrivò a Napoli a bordo di un treno accompagnato da tutte le personalità che erano andate a Salerno per accoglierlo. In testa al corteo Liborio Romano, Ministro di Polizia e Salvatore De Crescenzo, capo della camorra dell’epoca, detto “Tore ‘e Criscienzo”, i cui uomini mantennero l’ordine pubblico. Dopo aver percorso  via Marina, essere passato dinanzi il Maschio Angioino ed essersi fermato al Duomo per ascoltare il “Te Deum “e a Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, per fare un breve discorso, Garibaldi si diresse fino a Palazzo Doria D’Angri, dal cui balcone proclamò l’annessione delle province meridionali al Regno sabaudo.

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http://www.vesuviolive.it/cultura/108784-7-settembre-1860-garibaldi-entra-a-napoli-scortato-dalla-camorra/

 

 

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– (16 – 22 settembre) 1866, la rivolta del “Sette e Mezzo”

di Fara Misuraca, da ilportaledelsud.org

(immagine tratta da palermo.meridionews.it)

"Una tinta mattinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all'ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e ufficiuzzi governativi che dopo l'Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribllio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto. Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell'impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vìdiri e svìdiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addjrittura indomabile. Non tutti però a Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte erano ristati in piedi e viglianti quelli che aspettavamo che capitasse quello che doveva capitare. Erano stati loro a scatenare quella rivolta che definivano "repubblicana", ma che i siciliani, con l'ironia con la quale spesso salano le loro storie più tragiche, chiamarono la rivolta del "sette e mezzo", ché tanti giorni durò quella sollevazione. E si ricordi che il "sette e mezzo" è magari un gioco di carte ingenuo e bonario accessibile pure ai picciliddri nelle familiari giocatine di Natale. Il generale Raffaele Cadorna, sparato di corsa nell'Isola a palla allazzata, scrive ai suoi superiori che la rivolta nasce, tra l'altro, "dal quasi inaridimento delle risorse della ricchezza pubblica", dove quel "quasi" è un pannicello caldo, tanticchia di vaselina per far meglio penetrare il sostanziale e sottinteso concetto che se le risorse si sono inaridite non è stato certamente per colpa degli aborigeni, ma per una politica economica dissennata nei riguardi del Mezzogiorno d'Italia". (Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Edizioni Rizzoli – La Scala)

Così molto coloritamente Camilleri descrive l’inizio del “Sette e mezzo”. La rivolta davvero fu iniziata da squadre di contadini, circa 3 o 4000 uomini, provenienti dalle campagne circostanti Palermo. Erano guidate in buona parte da quegli stessi capisquadra che avevano partecipato all’impresa garibaldina del 1860.

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http://www.ilportaledelsud.org/setteemezzo.htm

 

 

 

SETTEMBRE 2015

 

PER NON DIMENTICARE

– 16 – 22 settembre 1866. La rivoluzione del Sette e Mezzo

Insorti a Palermo e provincia circa 35.000 civili.

Nella rivolta del Sette e Mezzo si ebbero duecento caduti da parte dello stato piemontese.

Non si conosce il numero dei caduti civili.

 

 

– Luoghi di Napoli: Le pietre di Piazza Mercato che raccontano la storia della città

di Germana Squillace, da vesuviolive.it

“Trabocca di vivi e di morti. C’è il famoso Corradino di Svevia, decapitato il 29 ottobre del 1268 […] Ci sono i roghi del 1346, sui quali bruciarono vivi, tossendo impeccabilmente dietro la mano guantata, il Gran Siniscalco del Regno e il conte di Terlizzi. Ci sono le innumerevoli vittime della forca e del ceppo situati stabilmente qui, da Landolfo e Giacomo della Polla (1348) fino ai liberali del 1799”. È facile capire che il luogo di cui Giuseppe Marotta scrive nel suo libro “Gli alunni del sole” è piazza del Mercato, o com’è semplicemente conosciuta dai napoletani: piazza Mercato.

È uno dei posti storici più importanti del capoluogo campano e un tempo era chiamato “Campo del Moricino” per la presenza di mercanti orientali. Occupava l’area confinante con le mura greco-romane, con il complesso di Santa Maria la Nova e il Lavinaio. Dopo l’uccisione di Corradino di Svevia, questo luogo divenne sedi delle esecuzioni capitali. Infatti nella piazza furono posti due patiboli e un cippo in maniera permanente. Nonostante questo, Carlo I d’Angiò cercò di valorizzare l’area trasferendovi, nel 1270, il polo commerciale di piazza San Gennaro all’Olmo e di San Gaetano e facendovi costruire anche la chiesa di sant’Eligio e di Santa Maria del Carmine. La piazza fu, così, prima chiamata del mercato di Sant’Eligio e poi semplicemente del Mercato. Nel 1346 furono condotti in questa stessa area Roberto Cabano, Gran Siniscalco del Regno, Raimondo Cabano e il conte di Terlizzi per essere bruciati vivi poiché accusati dell’omicidio di Andrea d’Ungheria, marito della regina Giovanna I. Nel 1647 fu proprio questo luogo a fare da sfondo alla rivolta napoletana guidata da Masaniello, che scelse un posto dove aveva trascorso tutta la sua vita, per radunare la folla e ribellarsi al malgoverno spagnolo. Oggi, in sua memoria, all’esterno della casa dove visse è murata un’epigrafe che recita: “In questo luogo era la casa dove nacque il XXIX giugno MDCXX Tommaso Aniello D’Amalfi e dove dimorava quando fu capitano generale del popolo napoletano”.

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http://www.vesuviolive.it/cultura/108545-luoghi-di-napoli-le-pietre-di-piazza-mercato-che-raccontano-la-storia-della-citta/

 

 

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PER NON DIMENTICARE

– 20 Agosto 1860 – Alcara Li Fusi (Me)

Fucilati 12 “imputati” a Piano S. Antonio, Patti. 

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

Fonte:

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere,  Ed. Isspe, pag. 24.

 

 

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– La caduta delle Due Sicilie. Una questione geopolitica?

di Nicola Donadio, da briganti.info

Dopo millenni di centralità dal punto di vista politico, militare, artistico e di pensiero, nel XIX secolo si assiste alla progressiva perdita di influenza dei paesi del Mare Nostrum. Innanzitutto bisogna correttamente specificare in cosa consistesse la centralità e di quali paesi si parli, poiché una trattazione da un punto di vista prettamente europeo potrebbe essere parziale e fuorviante. Troppo spesso si tenta di spiegare, ad esempio, l’evoluzione delle sorti del Regno delle Due Sicilie da un punto di vista ristretto, lasciando grossi interrogativi. Il più grande forse è: “Perché una buona parte della classe dirigente napoletana ha tradito il Re?”. La risposta più comunemente udita è quella più semplice, ovvero che si trattava, semplicemente, di traditori. Un osservatore acuto, però, non può fermarsi a una risposta così banale: come è possibile che gli uomini più influenti di un Regno, in blocco, decidano che la dinastia regnante vada sostituita? Per dare qualche risposta bisogna necessariamente capire come fosse strutturato il sistema di potere economico nel Mediterraneo prima e dopo la caduta del Regno.

 

Sistema politico-economico dai secoli XV – XVIII

Per analizzare un sistema economico così ampio bisogna prima di tutto fissare dei punti di riferimento fermi, altrimenti si rischia di perdere il filo del discorso e di fare grossa confusione. Dovrebbe risultare abbastanza chiaro che in un’economia basata sullo scambio di merci, effettuato principalmente per via marittima, il controllo dei punti di snodo implica potenza economica e di fatto politica. Nello specifico, nel Mediterraneo abbiamo: Gibilterra/Tangeri, Bosforo, Golfo di Aden, Golfo Persico (anche se non è nel Mediterraneo ne influenza in modo significativo l’economia). Questo sistema economico può essere, quindi, analizzato in via semplificata, verificando la disposizione delle forze in questi quattro punti strategici. Dopo la caduta definitiva dell’Impero Romano d’Oriente, una nuova potenza assume un ruolo primario per il commercio nel mar Mediterraneo: l’Impero Ottomano. Grazie a un sistema di agevole tassazione e flessibilità organizzativa, i turchi ottomani riescono a inglobare, in una nuova fitta rete commerciale, gran parte delle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo, ereditando le rotte commerciali dei bizantini e inglobando quelle degli arabi. Il controllo del Bosforo garantiva enormi introiti che riempivano regolarmente le casse del Sultano e che consentirono l’enorme sviluppo culturale dei secoli successivi. Secondo un ragionamento abbastanza logico, dopo il Bosforo, gli ottomani cercarono e riuscirono a impadronirsi del controllo del Golfo di Aden (conquista dell’Egitto) e successivamente, con alterne fortune, cercheranno di prendere il controllo del Golfo Persico, saldamente tenuto dagli imperi iraniani. Il controllo di Gibilterra si allontana definitivamente dalle loro mire dopo la battaglia di Lepanto, fatto che segnerà permanentemente le sfere di influenza oriente – occidente nel Mediterraneo. Da Mehmet II il conquistatore a Suleyman il magnifico l’opera di controllo delle principali rotte marittime è conclusa. I Regni di Napoli e Sicilia, in questo contesto, attraversano un XV secolo molto travagliato con un cambio di regime che li inquadrerà progressivamente nella Corona spagnola. Si può ben capire che in contesto simile le potenze navali sono destinate ad avere un’economia più forte. Nel 1581, in tutta Europa le monete d’oro di intero peso (non alterate e con le stampe migliori) sono quelle di Spagna, Napoli, Venezia, Genova e Firenze (1).

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http://briganti.info/la-caduta-delle-due-sicilie/

 

 

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– I Borbone e la Calabria: la rilettura di un’epoca

di Mimmo Stirparo, da ilredattore.it

Poco più di un secolo e mezzo da quando, 22 maggio 1859, è morto Ferdinando II di Borbone re delle due Sicilie. Da più carte documentali si legge che, ricevuta l’estrema unzione, avesse pronunciato commossi e forti accenti di addio: “Lascio questa bella, cara e amata famiglia; il Signore in questo momento mi dà la grazia di essere tranquillo e di non soffrire alcun dispiacere, di distaccarmi dalle persone e dalle cose le più amate; lascio il Regno, le grandezze, onori, ricchezze e non risento dispiacere alcuno. Ho cercato di compiere per quanto ho potuto i doveri di cristiano e di sovrano. Mi è stata offerta la corona d’Italia, ma non ho voluta accettarla; se io l’avessi accettata ora soffrirei il rimorso di aver leso i diritti dei sovrani e specialmente i diritti del Sommo Pontefice. Signore vi ringrazio di avermi illuminato. Lascio il Regno e il trono come l’ho ereditato dai miei antenati”. Fu vero il contrario, perché questo re, controverso e trattato dalla stampa del tempo come “Re Bomba”, in realtà lasciò all’erede Francesco II il più ricco regno della penisola e, perché no, anche uno dei più moderni certamente per quei tempi. Non certamente come lo dipinse “la propaganda risorgimentale” che, dovendo giustificare l’aggressione contro il Regno delle Due Sicilie, creò attorno ai sovrani partenopei una delle numerose ‘leggende nere’ che ancora infestano tanti manuali scolastici e che popolano l’immaginario popolare. ‘Borbonico’ è un termine dispregiativo, è sinonimo di oscurantismo, inefficienza, barbarie. La realtà, invece, fu ben diversa. A leggere la storia senza pregiudizi, ci si accorge che il regno borbonico fu caratterizzato, oltre che da ricchezza culturale e artistica, anche da benessere materiale, commerciale, agricolo e industriale” ( L. Calabretta). Durante tutto il secolo borbonico, la Calabria culturalmente conobbe una graduale evoluzione che la liberò – scrive Brasacchio – dall’ambito abbastanza limitato dello scolasticismo e delle erudizioni municipali, aprendo orizzonti nuovi attraverso anche il numeroso stuolo di sacerdoti che non disdegnarono di abbracciare il vangelo massonico ed illuministico e di vivacizzare la cultura attraverso la fondazione di Accademie letterarie e poetiche. Fu proprio con i Borbone la riscoperta della Magna Grecia grazie alle Tavole di Eraclea affiorate nel 1732, agli scavi di Ercolano e Pompei e le campagne archeologiche avviate a Locri da Domenico Venuti, allora direttore della Real Fabbrica Ferdinandea delle Porcellane.

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http://www.ilredattore.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=3564%3Ai-borbone-e-la-calabria-la-rilettura-di-un-epoca&Itemid=953

 

 

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– LA STORIA MAI RACCONTATA DEL PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP

di Ekaterina Blinova Sputnik, da stampalibera.com

Il patto Molotov-Ribbentrop, firmato da Unione Sovietica e Germania nazista il 23 agosto 1939, è ora utilizzato da “esperti” e media occidentali per accusare l’Unione Sovietica di “collusione” con Hitler e “tradimento” degli alleati francesi e inglesi, ma le prove suggeriscono il contrario.

Il 23 agosto 1939 Unione Sovietica e Germania nazista stipularono un trattato di non aggressione, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop; il documento fa scattare ancora un aspro dibattito spingendo l’occidente ad accusare l’URSS di “collusione” con Hitler alla vigilia della seconda guerra mondiale. Inoltre, dal 2008, questo giorno viene segnato nei Paesi europei come “Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”. “E’ un evento annuale (23 agosto), atteso con ansia dai propagandisti russofobi occidentali, per ricordarci del ruolo iniquo sovietico nell’avviare la seconda guerra mondiale. Oggi, naturalmente, quando i media dicono “sovietico”, vogliono che si pensi alla Russia e al suo presidente Vladimir Putin. I “giornalisti occidentali non sanno decidersi su Putin: a volte è un altro Hitler, a volte un altro Stalin“, dice il professor Michael Jabara Carley dell’Università di Montreal in un articolo per Strategic Culture Foundation. Curiosamente, “esperti” e mass media occidentali tacciono sul fatto che la maggior parte delle potenze europee firmò trattati simili con Adolf Hitler prima dell’Unione Sovietica.

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http://www.stampalibera.com/?a=30233

 

 

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– Quando i Borbone raggiunsero l'America

di Romualdo Gianoli, da informazionimarittime.it

Che l’Armata di Mare del Regno delle Due Sicilie (com’era allora chiamata la Marina da guerra borbonica) fosse la più importante tra le Marine preunitarie è un fatto noto. Molto meno noto, però, è che, all’indomani dell’unità d’Italia, Cavour ne adottasse le ordinanze, i regolamenti, i segnali e perfino lo stile delle uniformi duosiciliane, estendendole alla neonata Regia Marina del Regno d’Italia. Con buona pace di quella vera sciocchezza che fu la leggenda del “Facite ammuina”. Una tale decisione da parte di Cavour (uno non certo incline a nutrire simpatie per tutto quanto fosse stato borbonico) in realtà la dice lunga sulla considerazione e la stima di cui godeva l’Armata di Mare napoletana, i suoi uomini e i suoi mezzi, rispetto alle analoghe istituzioni preunitarie. Stima e considerazione che la Marina di Sua Maestà borbonica aveva saputo conquistarsi nel corso del tempo, attraverso tutta una serie di attività e iniziative che ne avevano fatto (per consistenza e capacità) la terza marina da guerra d’Europa e la prima d’Italia. Un esempio oggi ben poco noto (per non dire del tutto sconosciuto ai più) di queste attività, è l’avventurosa storia delle missioni oceaniche compiute da quelle navi che formavano l’orgoglio della nazione meridionale. E’ il caso, allora, di ricordare proprio una di queste missioni che si svolgeva proprio in questi stessi giorni di luglio di centosettantadue anni fa.

La partenza

Il 30 maggio del 1843, Teresa Cristina di Borbone, sorella del re di Napoli Ferdinando II, andò in sposa per procura a Dom Pedro II di Bragança, imperatore del Brasile. Di lì a poco questo avvenimento rappresentò l’occasione per mettere alla prova l’abilità dei comandanti di marina napoletani e la validità delle navi del Regno, fino ad allora destinate per lo più alla navigazione nel Mediterraneo. Una squadra navale delle Due Sicilie, infatti, ebbe l’incarico di scortare la principessa napoletana nella sua nuova patria americana. Della squadra facevano parte quattro navi: il vascello di linea Vesuvio (la più grande nave della flotta borbonica, armata con 84 pezzi d’artiglieria e varata nel 1824 nel cantiere di Castellammare di Stabia) la fregata di 1° rango Partenope e le due fregate di 2° rango Amalia e Isabella.

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http://www.informazionimarittime.it/ quando-i-borbone-raggiunsero-lamerica-6772

 

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– Il potere finanziario delle banche e la storia d'Italia

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

 

Senza denari non si cantano Messe, dice un antico proverbio. Le vicende greche delle ultime settimane lo dimostrano ancora una volta. I debiti finanziari con l'Unione europea e i rubinetti chiusi alle banche elleniche sono diventati un trauma drammatico per un Paese di così antica storia come la Grecia.Senza la civiltà greca non ci sarebbe stata la cultura europea e occidentale. Ma la finanza e i calcoli matematici su monete e bilanci sovrastano e annullano tradizioni, identità e gli immortali valori spirituali che hanno costituito l'anima profonda di una civiltà. E' la modernità, ci piaccia o no. E' la convivenza ridotta a moneta, la solidarietà a optional.Una trasformazione che nel mondo capitalistico occidentale ha almeno due secoli di vita, Naturalmente, anche nell'Italia dell'800 certi princìpi furono applicati e suggellati da chi era proiettato, con la sua cinica politica, verso il nuovo offerto dalla storia: lo Stato del Piemonte e il suo primo ministro Camillo Benso conte di Cavour.Si esaltano sempre le opere pubbliche che fu in grado di realizzare il piccolo Stato con capitale Torino, ferrovie in testa. Quelle opere, naturalmente, furono possibili solo attraverso grossi debiti con le banche e sovraesposizioni finanziarie che fecero scrivere a Francesco Saverio Nitti: "Nel Regno di Sardegna, le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovraesposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento". A seguire, lo statista lucano inserì un'aggiunta, che offre interessanti chiavi di lettura finanziarie all'unificazione italiana, raccontata quasi sempre come risultato unico di un'idea-forza dalle spinte ideali e dagli alti valori culturali-politici: "Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all'unità italiana, bisogna del pari riconoscere che, senza l'unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l'abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento".Così come si disse che, senza euro, unificazione monetaria e regole comuni di politiche di bilancio, gli Stati europei sarebbero stati condannati a perdere economicamente contro l'offensiva di Cina, Stati asiatici e Stati Uniti, così anche sull'unificazione italiana pesò la minacciosa ipoteca dello stato di necessità finanziario della Nazione che la pilotò.Il tremendo 1853 di crisi economica costrinse Cavour a contrattare un prestito con le banche del barone Rothschild per oltre 66 milioni nominali al tasso del 3 per cento. Fu concluso "a condizioni assai onerose" riconosce Adriano Viarengo, biografo e studioso di Cavour, fruttando solo 45 milioni. Quell'anno, le previsioni di bilancio a Torino calcolavano 147 milioni di spesa per poco più di 107 milioni di entrate. La formula risolutiva fu quella ricorrente anche oggi: riduzioni di spese e aumento di tasse.Nel 1855, all'avvicinarsi dell'ipotesi di partecipare alla guerra di Crimea, le entrate in Piemonte erano di 129 milioni con spese di 158 milioni. La spedizione militare fu una necessità diplomatica, sollecitata dall'Inghilterra per esigenze militari e politiche delle Nazioni alleate contro la Russia. Per dire sì, naturalmente, Cavour aveva bisogno di soldi. Prestiti bancari che, manco a  dirlo, arrivarono dall'Inghilterra.Scrisse Cavour al suo ambasciatore a Londra, Emanuele D'Azeglio: "Se non posso annunciare alla Camera che l'Inghilterra ci ha trasmesso la prima rata del prestito prima che le truppe partano per la Crimea, sarò lapidato. Cercate di ottenere subito le 200mila sterline". E, per l'importanza di quei soldi da ottenere, Cavour curò personalmente le trattative sui prestiti con le grandi case bancarie Hambro e Rothschild.Alla fine, arrivarono 25 milioni di crediti bancari inglesi ad un tasso di interesse del 3 per cento. A quello, seguirono altri due prestiti, sempre dalle stesse banche, con interessi versati fino agli inizi del Novecento. Li pagarono, attraverso le tasse, tutti gli italiani, non solo quelli che nel 1855 erano sudditi dello Stato piemontese.E' la finanza che influenzava le politiche anche di quel tempo, costringendo a scelte violente e interventi militari, per ampliare i mercati e piazzare titoli pubblici necessari a dare ossigeno alla produzione delle industrie indebitate con le banche. Lo scenario greco ed europeo di oggi è sotto gli occhi di tutti. Giornali e tv martellano anche con speciali notturni, ognuno può documentarsi, approfondire e ricavarne convinzioni personali. Lo scenario di ieri, quello legato alla storia dell'unità d'Italia, è meno conosciuto. Ognuno, però, se ne è incuriosito, può approfondirlo. Basta rivedere, con qualche curiosità in più, un po' di nostra storia.

Fonte:

http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/ il_potere_finanziario_delle_banche_e_la_storia_ditalia/0-46-5116.shtml

 

 

 

AGOSTO 2015

PER NON DIMENTICARE

 

– 30 luglio 1861 – Il massacro di Auletta

 

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

 

(foto tratta da infocilento.it)

(Da wikipedia.org.)

Il 28 luglio 1861, una nutrita colonna di legittimisti fedeli ai Borbone di Napoli, che si stava concentrando da giorni in località bosco Lontrano, entrò in Auletta, accolta festosamente dalla popolazione civile[2] lealista, mentre i pochi liberali presenti fuggirono a Pertosa e Caggiano, chiedendo l'intervento di truppe armate[1]. Similmente a quanto sarebbe avvenuto a Camerota nel luglio 1862 (vedi voce Giuseppe Tardio), dal palazzo del comune vennero rimossi e distrutti i ritratti di Vittorio Emanuele II e Garibaldi e vi fu innalzata la bandiera del Regno delle Due Sicilie. Contemporaneamente, nella locale chiesa di San Nicola di Mira viene celebrato un Te Deum a favore dei deposti sovrani, e le campane della chiesa vennero fatte suonare a distesa per invitare i cittadini alla rivolta[2].

I militari italiani, acquartierati nella vicina Pertosa, intervennero su Auletta con alcune decine di soldati della Guardia Nazionale Italiana e dei Reali Carabinieri, i quali vennero però respinti a fucilate. Resisi conto dell'importanza della rivolta, i vertici del VI comando decisero di stroncare sul nascere la ribellione ed inviarono un contingente di bersaglieri affiancati da una squadra della Legione ungherese[1].

Espugnato il piccolo centro, al mattino del 30 luglio, e messi in fuga i guerriglieri, i militari si accanirono sulla popolazione civile, compiendo uccisioni ed anche saccheggi.[3][1].

Tra le 45 vittime accertate vi fu il parroco Giuseppe Pucciarelli[1][2], mentre altri quattro religiosi furono pestati a sangue in piazza e costretti ad inginocchiarsi davanti al tricolore sabaudo. Uno di loro, settuagenario, cercò di rialzarsi, ma venne ucciso da un sergente a colpi di calcio di fucile alla testa[1]. Secondo altre fonti i morti «sembra fossero 130»[4]. I luoghi di culto furono saccheggiati e duecento cittadini vennero arrestati e tradotti nel carcere di Salerno con l'accusa di rivolta e di cospirazione[2].

Fonte:

https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Auletta

 

 

LUGLIO 2015

– 4 luglio 1299. La battaglia di Capo D’Orlando

da voluntassiculorum.wordpress.com

Ciò che mi accingerò a raccontare è una delle battaglie più epiche della storia medievale e non solo, rientrante all’interno della novantennale Guerra del Vespro.

I contendenti sono Giacomo II, re di Aragona, già re di Sicilia e deposto dal Parlamento Siciliano, a capo della coalizione antisiciliana di nazioni europee tra cui il papato; dalla parte opposta Federico III, re di Sicilia, eletto nel 1296 dal Parlamento proprio in sostituzione del fratello Giacomo accusato di tradimento.

Verso la fine di giugno del 1299 partì la spedizione contro la Sicilia; Federico III convocò il Parlamento a Messina dove si invitava tutti i siciliani a difendere la propria patria.

La flotta siciliana partì intorno al 2 luglio dalla città dello Stretto e composta da quaranta galee alla quale dovevano congiungersi, dalla Sicilia occidentale, le altre otto guidate dal Giustiziere del regno Matteo Termini. L’obiettivo era impedire lo sbarco delle navi aragonesi.

Durante la navigazione incrociarono una nave vedetta, precedentemente inviata in esplorazione, che portò ai siciliani la brutta notizia di cinquantasei galee nemiche all’altezza delle Eolie.

Si ordinò di velocizzare la navigazione e quando, giorno 3 luglio, le navi superarono il promontorio di Capo d’Orlando, la flotta aragonese era già ancorata lungo la spiaggia con le prue rivolte verso il mare. Alla vista del nemico diverse navi siciliane si lanciarono disordinatamente e con fatica si riuscì a farle rientrare nei ranghi.

All’alba del 4 luglio, sotto la pressione dell’equipaggio, che accusava il sovrano di non aver voluto attaccare per difendere il fratello, Federico III ordinò l’assalto senza nemmeno attendere l’arrivo delle galee guidate dal Termini e che avevano già superato Cefalù.

Per circa sei ore i siciliani tennero testa al nemico numericamente superiore, ma dopo mezzogiorno si incominciava a delineare la sconfitta.

La giornata era afosa e ad un tratto Federico III sviene sulla nave Ammiraglia. Tra la confusione del momento il conte di Garsiliato, che comandava la poppa dell’Ammiraglia, propose di arrendersi per salvare il re, ma a lui si oppose il conte di Squillace, Ugo de Empùries, che invece comandava la prua della stessa nave, suggerendo la fuga. Il suo consiglio venne accettato e la galea reale con immensa difficoltà uscì dalla formazione e si diresse verso Messina.

Alla vista della nave ammiraglia in fuga, il conte Blasco d’Alagona ordinò agli uomini della sua galea di ammainare le insegne e di seguire a protezione il re; altre undici navi seguirono il suo esempio e le navi che non riuscirono a sganciarsi continuarono a combattere per proteggere la ritirata. Accaddero scene di vera disperazione, come quelle dell’alfiere Ferrando Perez che, all’ordine di ammainare le insegne, per la vergogna della fuga si andò a spaccare la testa contro una parete della nave morendo il giorno dopo per le ferite riportate.

Quando re Federico riprese i sensi volle subito tornare indietro, ma i suoi più stretti collaboratori lo fecero desistere ricordandogli che egli rappresentava l’unità dello Stato e che fin quando fosse vivo nulla era perduto.

A Messina, intanto, erano già giunte notizie del disastro e molte famiglie erano preoccupate per la sorte dei propri congiunti; nonostante ciò non vi furono recriminazioni alcune e appena si seppe che la galea reale stava entrando nel porto, tutti accorsero ad accogliere calorosamente il proprio sovrano.

Le vittime siciliane della battaglia furono circa sei mila, ma a Giacomo II non andò meglio; egli perse buona parte della flotta e del suo corpo di spedizione, per cui preferì ritornarsene in Aragona dove avrebbe dovuto dare conto del suo operato.

La battaglia è talmente importante che essa, ad esempio, nel paese di Capizzi venne regolarmente ricordata, nella messa del primo dell’anno, per quattro secoli dopo la sua avvenuta, tra le date più importanti dell’umanità.

La cittadina di Capo d’Orlando, e la Regione Siciliana, dopo la riscoperta di questo avvenimento di importanza “nazionale” non possono e non devono fare in modo che esso ricada nuovamente nell’oblio. Non è corretto nei confronti dei nostri antenati che per la libertà misero in gioco la cosa più importante che avessero, vale a dire la vita; non lo è nemmeno nei confronti del popolo siciliano che senza la conoscenza del proprio passato non potrà mai fare scelte oculate per il proprio futuro.

Fonte:

https://voluntassiculorum.wordpress.com/2015/07/04/4-luglio-1299-la-battaglia-navale-di-capo-dorlando/

 

 

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– QUANDO UN ANGOLO DI TOSCANA ERA TERRITORIO NAPOLETANO

di Gerry Sarnelli, da napoliflash24.it

Pochi sanno che un angolo dell’attuale Toscana apparteneva territorialmente al Regno di Napoli. Parliamo dello Stato dei Presidii, un’unica entità territoriale che sin dal 1557 apparteneva al Viceregno spagnolo di Napoli e poi dal 1734 al Regno indipendenti di Napoli e Sicilia. Questi territori erano situati sulla costa toscana del Mar Tirreno, e ne facevano parte Orbetello – capitale dello stato- , Porto Ercole, Porto Santo Stefano, Talamone, Ansedonia, Piombino, e l’Isola d’Elba (che includeva il presidio di Porto Longone, l’attuale Porto Azzurro). Nel 1801, con l’irruzione in Italia di Napoleone Bonaparte, tali territori entrarono a far parte del neonato Regno di Etruria. Fu però il congresso di Vienna che decise ufficialmente di staccare questa parte dal regno delle Due Sicilie per farla confluire definitivamente nel Granducato di Toscana.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/quando-un-angolo-di-toscana-era-territorio-napoletano/

 

 

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– La Francesco I, la prima nave da crociera al mondo nel 1831!

da napoliflash24.it

La Francesco I vanto della cantieristica meridionale

Oggigiorno vedere navi da crociera, vere città galleggianti, attraccate nei porti di tutto il mondo, è una cosa normale. Ma quando nel 1833 la FRANCESCO I, prima nave da crociera al mondo, entrò nel porto di Costantinopoli, destò lo stupore di tutta la popolazione e l’ammirazione del Sultano. Preceduta da una campagna pubblicitaria simile a quelle attuali, sulla nave si imbarcarono nobili, autorità, principi reali provenienti da tutta Europa.

In poco più di tre mesi la nave passò per Taormina, Catania, Siracusa, Malta, Corfù, Patrasso, Delfo, Zante, Atene, Smirne, e Costantinopoli allietando i passeggeri con escursioni, visite guidate, balli, tavolini da gioco sul ponte e tante altre feste a bordo, rientrò poi a Napoli a mezzogiorno del 9 agosto 1833. Costruita nei cantieri di Castellammare di Stabia nel 1831, il piroscafo aveva una velocità eccezionale rispetto alle navi dell’epoca grazie a motori da 120 cavalli rispetto agli 80 dei francesi e ai 25 dei piemontesi, e riusciva a coprire la distanza tra Napoli e Palermo nella stessa tempistica di oggi. A seguito di questa prima crociera e l’apertura al pubblico degli scavi di Pompei e di Ercolano, si aprirono le prime agenzie turistiche proprio nel Regno delle Due Sicilie: Napoli e Parigi erano le città con maggiore affluenza turistica al mondo tra ‘700 e ‘800: nel 1838 solo negli alberghi di prima categoria risultavano oltre 8500 nominativi di visitatori. Sulla scia di questo successo nel 1836 fu fondata la prima Compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo e iniziarono i collegamenti commerciali con gli Stati Uniti. La prima nave Italiana che entrò nel porto di New York fu la Duosiciliana “Sicilia”nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/la-francesco-la-prima-nave-da-crociera-al-mondo-nel-1831/

 

 

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– LA CANCELLAZIONE DELLA STORIA

di Manlio Dinucci, da ilmanifesto.info

 

Il set­tan­te­simo anni­ver­sa­rio della vit­to­ria sul nazi­smo, il 9 mag­gio a Mosca, è stato boi­cot­tato su pres­sione di Washing­ton da tutti i gover­nanti della Ue, salvo il pre­si­dente greco, e messo in ombra dai media occi­den­tali, in un grot­te­sco ten­ta­tivo di can­cel­lare la Sto­ria. Non privo di risul­tati: in Ger­ma­nia, Fran­cia e Gran Bre­ta­gna risulta che l’87% dei gio­vani ignora il ruolo dell’Urss nella libe­ra­zione dell’Europa dal nazi­smo. Ruolo che fu deter­mi­nante per la vit­to­ria della coa­li­zione antinazista.

Attac­cata l’Urss il 22 giu­gno 1941 con 5,5 milioni di sol­dati, 3.500 car­rar­mati e 5.000 aerei, la Ger­ma­nia nazi­sta con­cen­trò in ter­ri­to­rio sovie­tico 201 divi­sioni, cioè il 75% di tutte le sue truppe, cui si aggiun­ge­vano 37 divi­sioni dei satel­liti (tra cui l’Italia). L’Urss chiese ripe­tu­ta­mente agli alleati di aprire un secondo fronte in Europa ma Stati Uniti e Gran Bre­ta­gna lo ritar­da­rono, mirando a sca­ri­care la potenza nazi­sta sull’Urss per inde­bo­lirla e avere così una posi­zione domi­nante al ter­mine della guerra.

Il secondo fronte fu aperto con lo sbarco anglo-statunitense in Nor­man­dia nel giu­gno 1944, quando ormai l’Armata Rossa e i par­ti­giani sovie­tici ave­vano scon­fitto le truppe tede­sche asse­stando il colpo deci­sivo alla Ger­ma­nia nazi­sta. Il prezzo pagato dall’Unione Sovie­tica fu altis­simo: circa 27 milioni di morti, per oltre la metà civili, cor­ri­spon­denti al 15% della popo­la­zione (in rap­porto allo 0,3% degli Usa in tutta la Seconda guerra mon­diale); circa 5 milioni di depor­tati in Ger­ma­nia; oltre 1.700 città e grossi abi­tati, 70mila pic­coli vil­laggi, 30mila fab­bri­che distrutte. Que­sta pagina fon­da­men­tale della sto­ria euro­pea e mon­diale si tenta oggi di can­cel­lare, misti­fi­cando anche gli eventi suc­ces­sivi. La guerra fredda, che divise di nuovo l’Europa subito dopo la Seconda guerra mon­diale, non fu pro­vo­cata da un atteg­gia­mento aggres­sivo dell’Urss, ma dal piano di Washing­ton di imporre il domi­nio sta­tu­ni­tense su un’Europa in gran parte distrutta.

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http://ilmanifesto.info/la-cancellazione-della-storia/

 

 

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– Palermo, 8 luglio 1960:

 

Andrea Gangitano, Francesco Vella, Giuseppe Malleo

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

 

 

(foto tratta da carmelolucchesi.wordpress.com)

 

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=w4mbT7IoR8k

 

di Serena Vullo, da youtube.com

 

 

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Dall’Istituto ricerche storiche Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo:

– II CENTENARIO DEL TRATTATO DI CASALANZA 1815-2015

(foto tratta da wikipedia.org)

PASTORANO: A Casalanza, in Terra di Lavoro, villa agreste appositamente requisita dagli austriaci, il 20 Maggio 1815 fu stipulato tra l'Esercito austriaco e quello Napoletano del Murat il trattato che pose fine al decennio napoleonico nel Regno. Per mezzo di esso, Francesco I d'Asburgo riconsegnò formalmente lo Stato all'alleato Borbone, spodestando definitivamente Gioacchino Murat il cui esercito, dopo la sconfitta di Tolentino, era ormai in rotta.

Il Trattato fu sottoscritto per i Napoletani (murattiani), da Pietro Colletta, plenipotenziario del Generale in capo Michele Carascosa; per gli Austriaci da Adamo de Neipperg, plenipotenziario del Generale in capo Federico Bianchi che, poi, per riconoscenza fu nominato da Ferdinando di Borbone duca di Casalanza e da lord Burghersh ministro plenipotenziario di Sua Maestà britannica presso la corte di Toscana. 

Fu così che dopo una lunga discussione  nella neoclassica galleria di casa Lanza, vennero ceduto ai Borbone tutti gli arsenali e le piazzeforti del Regno, con la temporanea eccezione di Gaeta, Pescara e Ancona.

L’evento storico appare in un articolo dell'epoca apparso su "Il giornale delle Due Sicilie": “Alle ore 8 del 20 Maggio 1815 si riunirono i Generali in capo delle due armate, Bianchi e Carascosa; il ministro inglese Lord Burghersh; i plenipotenziarii Generali Neipperg e Colletta. Le trattative si protrassero per 9 ore con 13 articoli…  Con il Trattato vi fu la cessazione ufficiale e definitiva della guerra nel Regno di Napoli; il cambiamento del Governo, non per Rivoluzione di interessi o di Fortuna, ma per placida evoluzione di nomi e di forme l'arbitrio di ognuno di restare o di partire Ferdinando IV per il Congresso di Vienna (I ottobre 1814  9 giugno 1815) e per il Trattato di Casalanza (20 maggio 1815) riebbe il Reame, dove entrò trionfante su di un bianco destriero il 17 giugno 1815. L'anno dopo (8 dicembre 1816) assunse il nome di Ferdinando I (delle Due Sicilie)”.

Nella convenzione veniva tra l'altro sancito lo scambio dei prigionieri, quindi un'amnistia generale, il riconoscimento del debito pubblico e garantita la nobiltà insieme a gradi, onori e pensioni dei militari che avessero giurato fedeltà al Borbone.

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http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2015/06/ii-centenario-del-trattato-di-casalanza.html

 

 

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– Finanze, economia e produzione delle Due Sicilie (1830-1859)

di Alberto Servidio, da quicampania.it

Vi proponiamo un ampio stralcio di un interessantissimo e documentatissimo articolo di Alberto Servidio pubblicato sulla rivista l'Alfiere, articolo dedicato ad un attento esame delle politiche economiche realizzate dal re Ferdinando II; si rimane colpiti dal fatto che la politica economica portata avanti da questo sovrano, nel suo lunghissimo regno, è probabilmente esattamente l'opposto di quello che ci si potrebbe aspettare dal re di uno stato, considerato dalla storiografia ufficiale, come arretrato e corrotto: Ferdinando II portò avanti una politica economica fondata sull'azzeramento del deficit, politica realizzata non con un incremento di tasse ma, quasi esclusivamente, con una riduzione drastica della spesa improduttiva.
Ulteriore elemento di riflessione è il numero degli addetti alle attività manufattiere nel Regno delle due Sicilie: un numero record (1.350.000) con una percentuale sulla popolazione complessiva ampiamente superiore a quella esistente all'epoca nelle altre zone d'Italia.

Buona lettura!

Per tracciare un profilo della situazione finanziaria, economica e produttiva delle Due Sicilie durante il regno di Ferdinando II userò un metodo d'indagine del tutto nuovo. Verificherò, cioè, i risultati della gestione borbonica facendo largo ricorso a dati e teorie pubblici ed ufficiali prodotti nei primi anni '60 dell'800 dagli avversari più preconcetti di quell'esperienza: gli "unitari".

L'azzeramento del deficit


Premettiamo che Ferdinando II, salito al trono ad appena 20 anni, dette inizio al suo governo con un atto che dovrebbe essere studiato ed imitato – nella logica economica e nella correttezza della prassi politica – ancora oggi. Con il Decreto 11 gennaio 1831, infatti, pose in essere una serie di interventi per azzerrare  il deficit di bilancio preesistente e rese disponibile, come primo provvedimento, una cifra cospicua per ridurre la pur non alta tassa sul macinato.
Quel che è ammirevole di quel decreto – ancora oggi – è il criterio e la scelta di metodo. Vale la pena riassumerlo. Dunque, Ferdinando partiva dalla coraggiosa denuncia pubblica dell'esatto ammontare del vero deficit dello Stato (1.128.167 ducati). Quanti governi, ancora oggi, ricorrono ad artifici contabili che occultano la realtà! Senza contare che in quei tempi nessun monarca pensava neppure alla lontana di essere tenuto a denunce "sconvenienti" di quel genere. Ma quel che è ancora più sorprendente (lo si ribadisce, ancora oggi!) è il fatto che dopo quella ammissione "non" si facesse alcun riferimento a tasse, ma, anzi, venisse deciso come provvedervi indicando innanzitutto la riduzione per 180.000 ducati annui dell'appannaggio personale del re e per ulteriori 190.000 ducati annui la riduzione dell'assegnamento della famiglia reale. Ulteriori 350.000 ducati vennero recuperati sui costi delle amministrazioni della Marina e della Guerra e 351.665 ducati derivarono dalle riduzioni di disponibilità degli altri ministeri. Pareggiato il bilancio del 1831, Ferdinando rese immediatamente disponibile la residua somma di 110.050 ducati per ridurre la tassa del macinato.

Cominciò così una lunga fase di effervescenza economica, di incremento della ricchezza e delle basi produttive, che in un ventennio doveva portare la situazione finanziaria, economica e produttiva del regno ad un livello che – per il tempo – era di valore assoluto. Valga – a titolo di pura e sintetica esemplificazione – quanto scrisse e pubblicò nel 1863 un capitano dello Stato Maggiore Generale dell' Esercito Sardo: il capitano A. Bianco di Saint Orioz:
"…II 1860 trovò questo popolo (ndr. Quello delle Due Sicilie) del 1859 vestito, calzato, industrie, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comperava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affìtti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l'opposto… La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita, cattedre letterarie e scientifiche in tutte le principali città di provincia. Adesso, invece…".

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http://www.quicampania.it/ilregno/finanza-economia-produzione.html

 

 

GIUGNO 2015

– Antonio Canepa, Carmelo Rosano, Giuseppe Lo Giudice

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Intorno alle ore otto del mattino di domenica 17 giugno 1945, un motofurgone con a bordo diversi separatisti dell’ E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano) incappa in un non casuale posto di blocco. A seguito di scontro a fuoco rimangono uccisi, alcuni più tardi a causa delle ferite riportate, Antonio Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.

“I Carabinieri si affrettarono a portare via i cadaveri per farli tempestivamente  tumulare nel cimitero di Jonia (oggi Giarre). Intendevano sbarazzarsi al più presto dei cadaveri di Canepa, Rosano e Lo Giudice. Nell’impellenza di compiere la traslazione delle salme commisero una grave scorrettezza. In gran segreto, all’alba di lunedì 18 giugno 1945, Nando Romano, in stato di incoscienza venne prelevato e trasportato con un camion militare scortato, su una barella, assieme ai cadaveri dei suoi compagni al cimitero, per essere seppelliti.

Giunti a Jonia, i militari imposero al custode del cimitero, Isidoro Privitera, di chiudere i cancelli mentre  venivano ricomposte le salme all’interno delle casse …

Il custode eccepì che mancavano i certificati di morte. I carabinieri si giustificarono dicendo  che << si trattava di banditi morti in conflitto >> da seppellire subito. Il Privitera tergiversò e insistette almeno perché gli declinassero i nomi degli sfortunati. Fu in quel  frangente che si accorse, per puro caso, che uno dei quattro non era morto  ed anzi respirava e lo seguiva con lo sguardo. Il custode credendo ad un fenomeno di rinvenimento da morte apparente, mise in salvo il “redivivo”, evitandogli di essere calato nella tomba.”

Salvatore Musumeci, Voglia d’Indipendenza, Armenio Editore, pag. 141, 142.

 

 

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QUANDO IL REGNO DELLE DUE SICILIE PERSE LA SUA PERLA: MALTA

di Gerry Sarnelli, da napoliflash24.it

Da quando fu sottratta alla dominazione araba nel 1091, Malta ha sempre fatto parte dell’antico Regno di Sicilia. Nel 1530 venne concessa in affitto perenne ai Cavalieri Ospitalieri al prezzo simbolico della fornitura annuale di un falco da caccia ammaestrato, ma il Viceré di Sicilia mantenne sempre il titolo onorifico di conte di Malta. Il dominio dei cavalieri finì quando nel 1798, Napoleone – che si stava dirigendo in Egitto – si stabilì per pochi giorni sull’isola, saccheggiando i beni dell’Ordine e instaurando un’amministrazione a lui fedele. Partendo alla volta dell’Egitto, lasciò una guarnigione sul posto al comando del generale Vaubois.

Gli occupanti francesi erano impopolari, soprattutto per la loro avversione alla religione e dopo poco i maltesi si ribellarono, aiutati in questo dall’Inghilterra e dal Regno di Sicilia che provvidero con le loro flotte a porre un blocco navale intorno alle isole, finchè nel 1800 i francesi si arresero. L’isola fu occupata da sole truppe inglesi, e nonostante le rimostranze di Re Ferdinando, legittimo sovrano dell’isola in quanto re di Sicilia e di Napoli, essa continuò a rimanere sotto il controllo inglese. Nel 1814 con il Congresso di Vienna, il Regno di Sicilia, pur avendo contribuito con uomini e mezzi a sconfiggere Napoleone, perse l’isola di Malta, punto strategico al centro del Mediterraneo, che divenne ufficialmente possedimento inglese.

Rinunciando a Malta in favore dell’Inghilterra, Re Ferdinando pagò a caro prezzo il suo reintegro sul trono di Napoli a maggior ragione poiché nel congresso circolava il nome di Gioacchino Murat. Si ricordano le parole del Re per giustificare la sofferta perdita pronunciate a Vienna “… il punto dei miei diritti di sovranità su Malta deve cedere all’interesse maggiore, di cui oggi si tratta, qual è quello di riavere il mio Regno di Napoli”. Altra curiosità che lega Malta alla nostra Sicilia fu la realizzazione del primo telegrafo elettrico d’Italia, inaugurato in pompa magna il 31 luglio 1852, che collegava Napoli, Caserta, Capua e Gaeta, ampliato poi nel 1858 con la messa in opera del telegrafo sottomarino tra Reggio e Messina che con altre linee e cavi marini collegarono la Sicilia a Malta.

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http://www.napoliflash24.it/quando-il-regno-delle-due-sicilie-perse-la-sua-perla-malta/

 

 

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– LA POLITICA DEL REGNO DUOSICILIANO

di “Un popolo distrutto”

(immagine tratta da italnews.info)

A metà del 1800 nella Penisola italica c’erano ben sette Stati, di cui solo tre pienamente indipendenti: il Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna e lo Stato della Chiesa; gli altri erano sotto il dominio diretto o indiretto dell’Austria. Il Regno meridionale mantenne sempre un profilo internazionale poco attivo, un pò ambiguo, ma mostrando però sempre un forte senso di indipendenza. Il Regno delle Due Sicilie rinasce nel 1816, dopo il Congresso di Vienna, dall’unione dei regni di Napoli e Sicilia, per mano di Ferdinando IV di Borbone, e finisce con l’invasione garibaldina e la seguente annessione al Regno di Sardegna, nel 1861. Nella sua breve durata è ben governato dalla Real Casa di Borbone, che gestisce i suoi territori “al di là e al di qua del faro” (di Messina). Ferdinando II di Borbone, re dal 1830 al 1859, è il vero personaggio chiave della politica estera del Regno, credeva molto nel principio: “ AMICI DI TUTTI, NEMICI CON NESSUNO”, che però comportava non pochi svantaggi, significava infatti che, nessuna relazione con un Paese straniero potesse essere troppo stretta, per non indisporre gli altri. E ciò comportava anche che i tentativi di ingerenza delle potenza del tempo (Francia, Inghilterra, Austria), venissero respinti con dei giochi di equilibrio non sempre fruttuosi. I Borbone si ritennero sempre molto legati soltanto allo Stato Pontificio, che completava, in qualche modo, il “meccanismo di protezione” del Regno: Un regno ben difeso…”per tre lati dall’acqua salata e per il quarto dall’acqua santa”, questa era la convinzione di Ferdinando II, che mai mise in discussione la fedeltà al Papa e che gli faceva concepire il confine nord dei suoi territori come invalicabile. La politica estera dei Borbone viene da alcuni storici identificata come isolazionista, lontana dalle grandi potenze davvero alleate, Spagna e Russia, l’una militarmente poco utile, l’altra troppo distante. Il Regno comunque, sebbene geograficamente piccolo, soprattutto a confronto con i grandi stati europei, era riconosciuto da patti internazionali e godeva di un certo rispetto.

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Dall’Istituto ricerche storiche Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo

– MARIA SOFIA DONNA, REGINA, GUERRIERA

da istitutoduesicilie.blogspot.it

Maria Sofia Amalia era nata il 4 ottobre del 1841 nel Castello di Passenhofen in Baviera dai Duchi Massimiliano von Wittelsbach e Ludovica, figlia del re di Baviera, Luigi I. 

Le cinque figlie del duca Max, le chiamavano da giovani die Wittelsbacher Schwestern, le sorelle Wittelsbach, portavamo tutte e cinque le treccie nere, ricondotte a giro appena al di sopra delle orecchie e sulla fronte, al modo delle contadine dello Oberbayern. Maria Sofia era la terza e somigliava molto alla sorella Elisabetta, la famosa Sissi, Imperatrice d’Austria. Era "alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose".

Aveva appena diciott’anni quando giunse a Bari il 1 febbraio 1859 per conoscere il giovane Duca di Calabria, Francesco, suo marito, erede di un Regno, il più esteso, ricco, il più bello di tutta la penisola italica.

“V’ ‘o ggiuro nnanz’ ‘e sante! Nn’ èramo nnammurate tuttuquante!” così Ferdinando Russo fa dire al suo “surdato ‘e Gaeta” ed effettivamente Maria Sofia, col suo fascino e la giovanile bellezza si attirò subito le simpatie di quanti la conobbero. Primo fra tutti fu il Re a rimanere favorevolmente impressionato dalla figura della nuora, poi i giovani cognati, la popolazione accorsa festante ad accoglierla, i soldati che, durante l’assedio di Gaeta, da lei ricevevano nuova energia per resistere ai colpi del nemico, e poi Gabriele D’AnnunzioMarcel ProustLeonardo Sciascia (che ne conservava una immagine nel suo studio) fino a quel Giovanni Ansaldo, allora giornalista del Corriere della Sera, che la intervistò ormai anziana, pochi mesi prima della morte.

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– Il 17 giugno 1945 a Randazzo ci fu una strage di Stato.

A tutt’oggi ancora avvolto nel mistero l’agguato di “Murazzu Ruttu” (Parte prima)

di Giuseppe Scianò

La mattina del 17 giugno 1945, sulla strada che da Cesarò porta a Randazzo e in prossimità del bivio per Bronte, in contrada “Murazzu Ruttu”, un rumoroso e malandato motofurgone Guzzi 500 incappa in un posto di blocco, non casuale, dei Regi Carabinieri.

Non è un motofurgone qualsiasi, che avrebbe comunque dato nell’occhio perché sono tempi tristissimi nei quali sono pochi gli automezzi in circolazione. Sono più comuni i quadrupedi e i carretti.

Questo motofurgone è particolare perché trasporta armi nel cassone e ha a bordo il fior fiore dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia). Probabilmente i carabinieri ne erano stati informati. Chi c’è, in pratica, sul furgone? In tutto sei persone.

Alla guida, isolato nella semicabina anteriore, c’è Giuseppe Amato Papaleo (nome di battaglia: Joe, anche se gli amici lo chiamano Pippo), vice comandante dell’EVIS, amico di vecchia data e principale collaboratore del comandante Mario Turri, con il quale ha condiviso la inquietante lunga esperienza di agente dell’Intelligence britannica. Pippo è un giovane molto efficiente e preparato, è di idee socialiste e appartiene a una prestigiosa famiglia borghese di Catania. Da poco ha compiuto ventuno anni, essendo nato il 9 giugno 1924.

All’interno del furgone ha preso posto il comandante Mario Turri. È questo, infatti, lo pseudonimo scelto dal prof. Antonio Canepa, nato a Palermo il 25 ottobre del 1908, docente dell’università di Catania, protagonista di diverse iniziative politiche e talvolta rivoluzionarie, quanto meno nelle intenzioni. Era stato attivo collaboratore, se non un agente, dei servizi segreti britannici in funzione antifascista e antitedesca.

Non sappiamo perché nel 1943, quando, con lo sbarco degli Alleati, già in Sicilia si sarebbe potuta giocare la carta dell’indipendenza, il prof. Canepa invece se ne sia andato in Continente a fare il partigiano italiano. Ma, in quel 17 giugno 1945, Canepa ha già da tempo lasciato alle spalle l’esperienza di partigiano vissuta, con lo pseudonimo di Tolù, fra gli Abruzzi e la Toscana.

E ha anche abbandonato la guida di un partito marxista-leninista fondato a Firenze, unitamente a una battagliera testata giornalistica. Non sappiano, né ci interessa sapere, quanto la sua attività fosse apprezzata dal Comitato toscano di liberazione nazionale. Siamo sicuri però che un certo “scrusciu” lo faceva.    

[1] continua

Fonte:

http://www.ora-siciliana.eu/articoli/randazzo-1/

 

 

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PER NON DIMENTICARE

– Epifanio Mazzocca + dodici

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

 

Il 3 giugno 1860 a Nissoria (En), a seguito delle ribellioni contro la mancata promessa di divisione delle terre, venivano fucilati Epifanio Mazzocca e altri dodici civili. A seguito di questo evento si formò una banda di “briganti” che si diede alla macchia per combattere l’invasore.

 

 

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– IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SAN MAURIZIO CANAVESE NEL 1861

da appunti2008.blogspot.it

ITALIANI, DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E DEGLI ALTRI STATI ITALIANI "PREUNITARI",  DEPORTATI E RINCHIUSI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO E STERMINIO DAL 1860 IN POI.

 

Quanti sono gli Italiani del Sud  e degli altri Stati Italiani "preunitari" fatti prigionieri di guerra militari e civili e deportati e rinchiusi nei vari campi di concentramento e di sterminio dal 1860 in poi?

Se ne perde il conto!

Il Campo di Concentramento di San Maurizio Canavese, nella Zona delle Vaude, presso Lombardore, che è qui sopra illustrato in una stampa dell'epoca, era il più grande delle decine di campi di concentramento e delle centinaia di luoghi di detenzione per i prigionieri delle guerre dal 1860 in poi, e, a suo tempo, contenne contemporaneamente fino a più di 10'000 prigionieri di guerra duosiciliani, ma dato che molti venivano avvicendati, dato che vi era: chi moriva per la durissima vita, senza ripari di alcun genere dalle intemperie e dormendo per terra all'addiaccio, chi si ammalava e veniva spostato in qualche ospedale militare, chi comunque con varie motivazioni veniva spostato altrove, se del caso anche presso altre carceri militari ordinarie o straordinarie e punitive come la famigerata Fortezza di Fenestrelle, chi accettava di abiurare dalla fedeltà al suo Stato e veniva fatto entrare nei ranghi dell'esercito dei vincitori,  è ovvio che per quel campo si avvicendarono molti più dei 10'000 prigionieri di guerra che furono il livello numerico massimo di coloro che vi erano contemporaneamente imprigionati .

Successivamente, ancora fino a qualche decennio fa, l'area militare dell'ex Campo di Concentramento di San Maurizio Canavese era stata usata dall'esercito come "Poligono di Lombardore" per l'addestramento con i carri armati, ragion per cui anche nei paesi circostanti si era persa la memoria del suo tragico uso iniziale come campo di concentramento nel 1861.

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http://appunti2008.blogspot.it/2015/04/campo-di-concentramento-di-san-maurizio.html

 

 

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– Garibaldi, professione corsaro 3

di Angelo Severino, da ora-siciliana.eu

Garibaldi processato a Palermo e a Napoli,
accusato di decine di crimini.

Capitolo 3

di Angelo Severino.

Fra le prove vi è una copia dell’intervista rilasciata al quotidiano “Cronache di Napoli” dallo storico Stanislao, discendente di Ippolito Nievo, a testimonianza del fatto che il piroscafo Ercole, partito da Palermo il 4 marzo del 1861, affondò per un attentato. Fra le 78 persone a bordo c’era anche Nievo, custode di tutte le carte della spedizione dei Mille e delle successive operazioni militari. Quelle carte avrebbero dimostrato la corruzione dei garibaldini, i loro furti e soprusi con la complicità di alcuni traditori borbonici.

Ai giudici è stata anche consegnata una copia della relazione dell’ammiraglio inglese Mundy, dalla quale emerge il totale coinvolgimento britannico nelle operazioni garibaldine. Un discorso a sé merita la falsità del plebiscito che annetteva il Regno delle Due Sicilie all’Italia. È dimostrato che votarono, anche più volte, non solo gli aventi diritto ma anche gli stranieri, le donne, i mercenari garibaldesi e persino i bambini.

Durante il processo sono state inoltre depositate le dichiarazioni del capitano garibaldino Forbes, secondo il quale «non una sola casa di Palermo era disponibile ad accogliere i feriti garibaldini», e di Luigi Carlo Farini per il quale «nel novembre del 1860 non erano più di cento i sostenitori della causa garibaldina».

Vi è poi l’affermazione di D’Azeglio che, oltre ad aver definito Garibaldi «una nullità assoluta come intelligenza», pensava che «non abbiamo diritto di tirare fucilate su altri italiani che non ci vogliono». E c’è anche la copia della lettera che lo stesso Garibaldi scrisse nel 1868 ad Adelaide Cairoli in cui rivelava: «Non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi cagionato colà solo squallore e suscitato solo odio».

Alla fine del processo di Napoli, l’imputato Garibaldi Giuseppe è stato condannato «per avere invaso, senza alcuna dichiarazione di guerra, un regno legittimo». Il presidente del tribunale ha poi dichiarato «non eseguibile la condanna per impossibilità materiale di notifica all’imputato Garibaldi Giuseppe». E questo sicuramente non per mancanza di ufficiali giudiziari.

 

Trafficante di coolies cinesi, spericolato bandito in Sud America.

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http://www.ora-siciliana.eu/articoli/garibaldi-3/

 

 

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– Le celebrazioni del 2 giugno: dalla festa piemontese dello Statuto alla festa della Repubblica

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

(foto tratta da ilazzarto.org)

Ci siamo. Il 2 giugno, la nostra Repubblica compie 69 anni. Un anniversario importante, che ricorda il passaggio fondamentale della storia italiana. Finalmente, 69 anni fa si voltava pagina, mettendo fine a dinastie regnanti e allo Statuto pensato e scritto da aristocratici conservatori per il piccolo Piemonte.
Quello Statuto, sbilanciato nei poteri a favore del sovrano, fu calato dall'alto da Carlo Alberto, che la storia ha definito "re tentenna". Le forze politico-culturali uscite sconfitte nel Risorgimento, repubblicani, democratici e cattolici, furono poi 85 anni dopo gli artefici della nuova Costituzione repubblicana.
L'Italia alla nuova pagina della sua storia, dopo l'esperienza del secondo mito fondante della Nazione: la Resistenza. Il 2 giugno è festa della Repubblica e quella data non è stata scelta a caso. La proclamazione ufficiale fu voluta, per farla coincidere con una festa nata nel piccolo Stato del Piemonte. A chi continua a sostenere che la penisola unita fu qualcosa di nuovo rispetto al regno di Vittorio Emanuele II basta ricordare a quali regole, consuetudini e simboli si ricorse per costruire un'identità comune nell'intera penisola. Un'identità che bisognava creare da zero.

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http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/le_celebrazioni_del_2_giugno_dalla_festa_piemontese_dello_statuto_alla_festa_della_repubblica/0-46-4997.shtml

 

 

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– PELAGOSA L’ARCIPELAGO DIMENTICATO, DOVE SI PARLAVA NAPOLETANO

di Gerry Sarnelli, da napoliflash24.it

L’arcipelago di Pelagosa, situato nel mare Adriatico a circa metà strada tra il Gargano e la costa Croata, è costituito da tre isole: Pelagosa Grande, Pelagosa Piccola e Caiola (oltre a 13 scogli secondari) che in passato furono covo di pirati e saraceni, oltre che occasionale rifugio di pescatori. Lo Stato italiano ne ha da sempre ignorata la loro importanza, tant’è che nel 1861 sarebbero dovute passare di diritto al neonato Regno d’Italia, ma nessuno si preoccupò di occuparle. Eppure furono per secoli il baluardo del Regno delle due Sicilie nell’Adriatico. Amministrativamente appartenevano alla provincia della Capitanata e furono popolate per volontà dei Re Ferdinando II – come le isole Tremiti – da famiglie di pescatori ischitani.

Con l’avvento del Regno d’Italia l’incuria e l’inefficienza delle nuove istituzioni nazionali fecero sì che i pescatori emigrassero tutti entro la fine dell’Ottocento. Anche negli anni successivi il Regno d’Italia non colse l’importanza strategica dell’arcipelago e lo ignorò fino al punto di dimenticarsene. Fu allora che gli Austriaci, con un’azione unilaterale, se ne impossessarono nel 1873 e vi eressero un faro il 25 settembre 1875 impiantando così una propria presenza stabile sulla Grande Pelagosa. Tale occupazione venne tacitamente tollerata e nemmeno una successiva interrogazione del deputato radicale napoletano Imbriani al presidente del Consiglio Di Rudinì (1891) servì a riaprire la questione. Gli italiani la riconquistarono l’11 luglio 1915 e il tricolore sventolò per 32 anni consecutivi. “Sono molti, e fra questi anche uomini di governo, che non hanno mai saputo che cosa siano le Pelagose, dimenticate dagli italiani, come il mare nel quale esse sorgono”, scriveva nel 1911 il professor Antonio Baldacci. Il trattato di pace a seguito della seconda guerra mondiale sancì ufficialmente la perdita di questo territorio ex Duosiciliano – dove si è sempre parlato il napoletano – a favore della Jugoslavia. Un vero peccato, soprattutto se si pensa che, sono stati scoperti intorno all’arcipelago dei grossi giacimenti di petrolio.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/pelagosa-larcipelago-dimenticato-dove-si-parlava-napoletano/

 

 

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In occasione dell’anniversario della scomparsa di Ferdinando II di Borbone, su invito di Aniello Sicignano sulla pagina Fb. di Notizie Neoborbonche, volentieri pubblichiamo:

 

 

 

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– 154 ANNI FA INIZIAVA LO STERMINIO DEL POPOLO DUOSICILIANO

da informarexresistere.fr

(immagine tratta da informarexresitere.fr)

11 Maggio 1860 – Mille avanzi di galera sbarcarono a Marsala. Non erano mille, erano 702. Violenti malfamati, protetti dagli Inglesi, con a capo un Criminale massone di nome Giuseppe Garibaldi, ladro di cavalli, a cui avevano mozzato le orecchie in Argentina perché beccato in flagranza di reato.

Un’orda barbarica scese dal Piemonte !

“Parlavano una strana lingua e bestemmiavano in continuazione…

donne stuprate, uomini e bambini uccisi e trucidati. Interi paesi bruciati e rasi al suolo. Ogni ricchezza venne saccheggiata…”

I crimini commessi dai lombardo-piemontesi contro il popolo meridionale sono INENARRABILI.

Furono talmente EFFERATI che ancora oggi vengono taciuti.

Altro che fratelli d’Itaglia! Non siamo nemmeno parenti.

Quante menzogne, quanti massacri, quanto sangue e quante lacrime abbiamo versato e stiamo versando per questa Italia bugiarda.

Tu che conosci la verità sei pregato di divulgarla, farla conoscere a tutti. Cerca le verità sepolte e riportale alla luce. Divulgale a chi ignora. Il Regno delle due Sicilie era il terzo Stato più ricco al mondo. L’Unità d’Italia ha distrutto l’Italianità ed il buon rapporto fra gli stessi Italiani. Prima dell’Unità da noi ci si cibava di Bellezza fra arte e cultura in quei palazzi, che erano i più belli d’Europa.

Francesco II di Borbone profetizzò che non ci sarebbero rimasti neanche gli occhi per piangere. Infatti è e sarà così con questa maledetta falsa Unità, da ora e per le generazioni a venire.

Il Regno delle due Sicilie ed il Veneto distrutti nel 1861, insieme alla Sardegna, La Dalmazia e l’Istria distrutte alla fine del secondo conflitto mondiale. L’italianissima Corsica data in pasto alla ferocia degli aguzzini francesi. Briga e Tenda e la Contea di Nizza cedute alla stessa Francia. Il tricolore massonico ebraico rothschildiano ha seminato solo morte e fatto versare tanto sangue innocente.

L’unità d’Italia è stato un crimine contro l’umanità.

Fonte:

http://www.informarexresistere.fr/2015/05/14/154-anni-fa-iniziava-lo-sterminio-del-popolo-duosiciliano/

 

 

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– Garibaldi frega i Siciliani

di (fu) Prof. Corrado Mirto, da ora-siciliana.eu

I Piemontesi rapinano i beni ecclesiastici
e tagliano le teste ai contadini.

Il 1860 fu l’anno della grande catastrofe per la Sicilia e per l’Italia meridionale. Fu l’anno in cui in queste pacifiche regioni, eredi della grande civiltà della Magna Grecia, irruppero i “tagliatori di teste” provenienti dal Piemonte.

Bisogna chiarire che l’espressione “tagliatori di teste” non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata da fotografie che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito per le atterrite popolazioni meridionali.

Con l’occupazione piemontese del Sud si ebbe la fine della identità nazionale di intere popolazioni, il moltiplicarsi delle tasse, la leva militare obbligatoria (con la quale si deportavano in lontane regioni per anni e anni masse di giovani ridotti in schiavitù per servire i nuovi padroni) e il crollo dell’economia. E questo non fu tutto. La classe dirigente del Piemonte e del movimento “risorgimentale” era formata per la maggior parte da atei che odiavano il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica.

In questa situazione non tardò molto la persecuzione organica contro la Chiesa Cattolica, in Sicilia come nelle altre regioni, ed ebbe inizio la rapina, per legge, dei beni ecclesiastici. In Sicilia monaci e monache furono cacciati dai soldati piemontesi dai loro conventi, dei quali si impadronì lo Stato italiano. Anche i beni di ordini monastici, di vescovati, di enti religiosi furono tolti ai loro legittimi proprietari e finirono nelle mani dello Stato cosiddetto “liberale e democratico”.

Fu un crimine contro la Chiesa, ma anche un crimine contro i Siciliani. Fu l’interruzione di moltissimi servizi sociali, che quelle strutture ecclesiastiche assicuravano su tutto il territorio. Dagli ospedali agli orfanotrofi. Dalle scuole professionali e artigianali alle case di riposo per vecchi e disabili. Dagli asili e dalle scuole elementari agli istituti di cultura superiore. Tutti gli assistiti, in qualunque condizioni si trovassero, furono buttati impietosamente in mezzo alla strada.

Decine di migliaia di famiglie che vivevano lavorando per gli ordini religiosi (anche nelle campagne, dal momento che i conventi e le chiese concedevano in affitto terreni a un prezzo equo e senza scadenza) e migliaia di lavoratori qualificati che vivevano discretamente caddero così nella più nera miseria. La gente, insomma, moriva di fame. Nel tentativo di porre rimedio, sia pur parziale, a questa tragedia, si inquadra l’attività del “Boccone del povero” del beato Giacomo Cusmano che a Palermo portava un tozzo di pane a chi moriva di fame per le strade.

Come ciliegina sulla torta, infine, lo Stato mise in vendita i beni rapinati. E i Siciliani dovettero così, ancora una volta, pagare allo Stato italiano le ricchezze che questo, via via, sottraeva alla Sicilia. Il ricavato di tale vendite, ovviamente, finivano nelle casse di Torino e veniva poi investito nel Nord Italia.

Un ultimo particolare da non sottovalutare è che i terreni sottratti alla Chiesa, così come quelli provenienti dalle liquidazioni di usi civici, non andavano ai contadini rimasti senza lavoro ma a speculatori o, nella migliore delle ipotesi, ad agricoltori già abbastanza ricchi.

Mentre i terreni del demanio di uso civile andavano, e in quota doppia, ai garibaldini (o ai sedicenti tali) senza concorso e senza che a quest’ultimi si chiedesse se fossero o no lavoratori della terra. Insomma, un’altra truffa a vantaggio degli unitari e a danno del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana.

Fonte:

http://www.ora-siciliana.eu/articoli/garibaldi-frega-siciliani/

 

 

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– Isola Liri: Una messa per ricordare i “martiri” isolani del 1799

da istitutoduesicilie.blogspot.it

Il 12 maggio del 1799 le soldataglie francesi del generale Watrin, incalzate dall'armata sanfedista del cardinale Ruffo, fuggendo dal napoletano verso Roma, giunte ad Isola del Liri, trucidarono ben 537 persone tra cui 350 poveretti che avevano trovato rifugio nella chiesa di San Lorenzo. Fu un giorno terribile per Isola Liri, la graziosa città delle cascate. Di certo il più nefasto della sua lunga e gloriosa storia. Così annotava nel “Liber Mortuorum” l'arciprete-canonico Nicolucci: “Tutto devastò, tutto rapì il nemico: non scamparono al bottino né greggi, né armenti; non sopravvisse uomo; non vi fu donna, ancorché fanciulla, non contaminata dalla violenza dei soldati; quegli empi profanarono gli altari e lo cose più sacre”. L'atroce carneficina andò avanti per due giorni interi. I guasti più spaventosi i giacobini li compirono nella chiesa di San Lorenzo dove si scorgevano, come scrive Benedetto Fornari, “centinaia di corpi decapitati o infilzati già in via di decomposizione; cadaverini di bimbi ricaduti sugli altari dopo essere stati violentemente scagliati contro le pareti; vetrate in frantumi e porte fracassate, danni ingenti alla costruzione, agli arredi e alle suppellettili: ovunque i segni dell'odio, della razzia, della profanazione”. 

La chiesa di San Lorenzo fu così devastata che potè essere riaperta alla pratica del culto solo a Natale. Senza considerare la rovina, le macerie e i roghi che si vedevano ovunque nella città. I cronisti dell'epoca raccontano che il sangue delle vittime era così copioso da colorare di rosso il fiume Liri. Nel 1899, a cent'anni di distanza dall'eccidio, la municipalità isolana collocò nella chiesa di San Lorenzo, sulla parete di destra rispetto alla porta d'ingresso, una epigrafe marmorea a ricordo dell'infausto evento. 

Da quel giorno, salvo sporadiche e quasi carbonare rievocazioni, su un evento così drammatico è calata, fitta ed impenetrabile, la nebbia dell'oblio. Sui libri di storia, inspiegabilmente, non c'è spazio per la tragedia di Isola del Liri: eppure in quel drammatico 12 maggio 1799, giorno di Pentecoste, trovarono la morte tanti poveri innocenti. Un'altra grande ingiustizia della nostra storia alla quale è doveroso porre rimedio. Anche perché ricordare significa soprattutto non dimenticare. Ed è proprio questo lo scopo dell'evento organizzato dall'Associazione Identitaria “Alta Terra di Lavoro”, presieduta dall'infaticabile Claudio Saltarelli, sabato 23 maggio, ad Isola del Liri. Nella chiesa di San Lorenzo, luogo dell'eccidio, alle ore 17.00, sara celebrata una messa per commemorare le vittime della ferocia giacobina del 1799. Il rito sarà officiato da don Mario Branca. Alla fine della messa, dopo una breve ricostruzione storica dei drammatici eventi, sarà possibile visitare i luoghi che videro consumarsi l'immane ma, ahimè, poco conosciuta tragedia. Per informazioni, prenotazioni e quant'altro ci si può rivolgere al Presidente Claudio Saltarelli (339.1699422) oppure inviando una mail a info@claudiosaltarelli.it

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http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2015/05/isola-liri-una-messa-per-ricordare-i.html

 

 

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– Il sesso “liberale" al tempo dei Borbone. Omosessuali puniti al Nord.

di Claudia Ausilio, da vesuviolive.it

Gli atti omosessuali, nei tempi antichi, erano una pratica diffusa e tutt’altro che anomala. Era normale vedere due uomini in atteggiamenti omosessuali durante un simposio, oppure due donne insieme nel gineceo.

Con l’avvento del Medioevo le cose cambiarono nettamente. La Chiesa cattolica puniva con la morte chi andava con persone dello stesso sesso ed è stato così per molti secoli, fino ad oggi in cui l’omosessualità è “tollerata”, anche se non mancano episodi spiacevoli di omofobia.

Ma una cosa che non tutti sanno è che le leggi sull’omosessualità vigenti nel Regno delle Due Sicilie erano le più illuminate dell’Italia prima dell’unificazione. Nel codice penale del Regno l’omosessualità non era nemmeno citata, infatti quando si parlava di reati sessuali (stupro, sevizie, ratto, violenza su minori, oltraggio al pudore e simili), il codice se ne occupava a prescindere dal sesso dei soggetti. Si riteneva, quindi, che il sesso della vittima fosse, dal punto di vista penale, un particolare per niente importante.

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http://www.vesuviolive.it/cultura/89623-il-sesso-liberale-al-tempo-dei-borbone-omosessuali-puniti-al-nord/

 

 

MAGGIO 2015

 

PER NON DIMENTICARE

– Giovanni Giorgio

 

(immagine tratta da madreluna.altervista.com)

Il 25 maggio 1862, durante un conflitto a fuoco, cadeva Giovanni Giorgio, capo degli insorti di Nissoria (En) datisi alla macchia contro la infame occupazione sabauda.

 

 

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– 3° guerra mondiale: la corrispondenza tra Pike e Mazzini

da veritanwo.altervista.org

Tra la fitta corrispondenza intercorsa tra i massoni di elevato rango Pike e Mazzini, sono state ritrovate delle lettere, datate 1870, dove si “profetizza” tre guerre mondiali, “necessarie” per spianare la strada al governo unico mondiale. Un progetto che certo non è realizzabile nel giro di pochi anni, e che prevede grandi cambiamenti sociali e culturali, per divenire realizzabile. Un progetto che viene da molto lontano…

Albert Pike (1809-1891), massone del 33° grado, Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del R.S.A.A. (Rito Scozzese Antico e Accettato) della Giurisdizione Sud degli Stati Uniti. 
Membro onorario di quasi tutti i concilii supremi del mondo, e membro del K.K.K, Ku Klux Klan. 
Amico del frammassone Giuseppe Mazzini

Mazzini tratteneva una fitta corrispondenza col Pike: ai fini del nostro studio sono ben significative due lettere in particolare: quella che Mazzini inviò al Pike il 22 gennaio 1870 e quella del Pike a Mazzino datata 15 agosto 1871. Jean Lombard annota che questa corrispondenza si trova depositata negli archivi di Temple House, la sede del Rito Scozzese di Washington, ma off limits cioè di consultazione vietata; pur tuttavia la lettera di Albert Pike, scritta il 15 agosto 1871, venne una volta esposta alla British Museum Library di Londra. Là un ufficiale di marina canadese, il commodoro William Guy Carr (presente in veste di consulente per gli Stati Uniti alla Conferenza di San Francisco del 26 giugno 1945) poté prenderne conoscenza e pubblicarne un riassunto nel libro citato Pawns in the Game.

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http://veritanwo.altervista.org/3-guerra-mondiale-la-corrispondenza-tra-pike-e-mazzini/#

 

 

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– 155° del 5 maggio

di Giuseppe Scianò, da fns-siciliaindipendente.org

A parere dell’FNS “Sicilia Indipendente”, anche quest’anno la macchina della mitologia risorgimentalista sarà messa in moto, in occasione della ricorrenza dell’anniversario della partenza (da Quarto verso la Sicilia), della cosiddetta “Spedizione dei Mille” con alla testa Giuseppe Garibaldi.

E ciò, nonostante il fatto che siano trascorsi ben 155 anni dall’evento e nonostante il fatto che quella parte del “mito” – che attiene in modo specifico alla conquista ed alla riduzione in colonia della Sicilia – sia stata, soprattutto negli ultimi anni, smentita e “smontata”. Talvolta anche da esponenti della cultura ufficiale italiana.

Ci sembra doveroso, comunque, fare qualche sintetica considerazione a tal proposito.

Nella notte fra il 5 ed il 6 maggio del 1860, infatti, erano stati messi a disposizione dell’Eroe Nizzardo, nel porto di Genova, due grossi piroscafi, “il LOMBARDO”  ed “il PIEMONTE”, già acquistati e pagati profumatamente alla Compagnia Rubattino dal Governo Sabaudo, (Primo Ministro Camillo BENSO Conte di CAVOUR).

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http://fns-siciliaindipendente.org/155-del-5-maggio/

 

 

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– Re Ladislao I progettò un’Italia Unita con capitale Napoli.

di Claudia Ausilio, da vesuviolive.it

Ladislao I di Napoli, conosciuto come “il Magnanimo”, nacque a Napoli, l’11 luglio 1376 dove morì il 6 agosto 1441. Fu re di Napoli ed ebbe i titoli di re di Gerusalemme, re di Sicilia, conte di Provenza e Forcalquier (1386-1414), re d’Ungheria (1390-1414) e principe d’Acaia (1386-1396). Dal 1406 fu anche principe di Taranto e fu l’ultimo discendente maschio del ramo principale della dinastia degli Angioini.

Figlio di Carlo III e di Margherita di Durazzo, divenne re di Napoli nel 1386, all’età di dieci anni con la reggenza della madre. Fu questo un periodo di grandi sconvolgimenti per il regno, in cui la morte di Carlo fece precipitare Napoli nel caos e in cui ci fu uno scontro tra i sostenitori del giovane re e il partito favorevole agli Angioini di Francia, che voleva approfittare della debolezza della reggente per impadronirsi del trono. I filo-francesi proclamarono re Luigi II d’Angiò, futuro capo del ramo cadetto degli Angioini che dopo uno scontro riuscì ad impossessarsi del regno.

Ad appena 23 anni, Ladislao deciso a conquistare il trono di Napoli, occupò la città, mentre Luigi d’Angiò era impegnato nella lotta contro i principi pugliesi, che al ritorno decise di arrendersi e lasciare il Regno. Quella di Ladislao I era una personalità dispotica e spietata che usò per affermare il suo dominio, seminando terrore e morte, peggio di come aveva fatto il padre Carlo. Agli inizi del XV secolo Ladislao I era noto come capo politico e militare di forte tempra e dalle grandi ambizioni.

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http://www.vesuviolive.it/cultura/86802-re-ladislao-i-progetto-unitalia-unita-con-capitale-napoli/

 

 

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– La truffa dell’Unità d’Italia: dal ladro Garibaldi ai Rothschild

di Enrico Novissimo, da informarexresistere.fr

Il processo di Unità di Italia ha visto come protagonisti una sfilza di uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi illustri: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi ora a cavallo…ora in piedi che impugna alta la sua spada, alcune volte indossa la celebre camicia rossa…altre volte si regge su un paio di stampelle come un martire. Tuttavia un ritratto che di certo non vedremo mai vorrebbe il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.

È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?

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http://www.informarexresistere.fr/2014/03/11/la-truffa-dellunita-ditalia-dal-ladro-garibaldi-ai-rothschild/

 

 

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– La Primula Rossa.
dalla pag. Fb. di “Briganti”, su segnalazione di Placido Altimari

Ci hanno inculcato parecchie strane idee. Che i briganti fossero comuni delinquenti. Che la nobiltà del Regno abbia accolto i piemontesi compiacendoli. Poco si sa dei nobili che combatterono strenuamente i savoiradi, puniti dal nuovo governo con la confisca di tutti i beni, socialmente cancellati, costretti all’esilio. Eccone uno, Giovanni Maria D’Alessandro, Duca di Pescolanciano, detto « la primula rossa » perché imprendibile, astuto, estremamente pericoloso per il nuovo stato. Perse tutto, tutto gli fu confiscato, ma non si piegò mai. [GioD]

Fonte:

https://www.facebook.com/o.Briganti.o/photos/a.391443948947.170468.302334778947/10151028599438948/?type=1&theater

 

 

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Da una segnalazione Fb. di Angelo Ciampi e Rosalba Valente:

 

 

 

 

 

 

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Aprile 2015

Dalla Fondazione Francesco II di Borbone riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Ritratto di un sovrano  che amò sinceramente il suo popolo

di Mariolina Spadaro

27 dicembre 1894: l’ultimo sovrano delle Due Sicilie si congeda dalla scena del mondo in punta di piedi, con lo stesso stile sobrio e dignitoso con cui aveva vissuto. Nel suo testamento, Francesco II di Borbone aveva scritto: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono a coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.

La Discussione di Napoli, nel riportarne la notizia, commentava: “Con l’anima serena dell’uomo giusto, con gli occhi estaticamente rivolti alla visione di quel sereno cielo che lo vide nascere, è morto il Re adorato, alle porte dell’Italia, in un modesto albergo, situato in una regione non sua…”.

Matilde Serao, in un articolo apparso sul Mattino del 29 dicembre, scrisse: “Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.

Ad Arco di Trento, l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa aveva vissuto gli ultimi anni della sua breve vita, in perfetta umiltà e dignitoso anonimato.

Fu l’ultimo Re, disse l’Italia intera; ed il cordoglio per la morte prematura di un sovrano tanto nobile, leale e generoso, fu sincero, quanto tardivo il riconoscimento del suo alto profilo morale.

Ma chi era davvero Francesco II?

La storia ci ha abituati a conoscerlo come “Franceschiello”, un epiteto dispregiativo per sminuirne la figura e renderne insignificante l’operato: l’ultimo Re delle Due Sicilie era stato capace, in meno di un anno, di perdere regno e ricchezze, combattendo dalla parte sbagliata. Perché è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde, quando la storia la scrivono i vincitori. E Francesco, pur consapevole della fine imminente, non si era voluto piegare a nessun compromesso. Perciò, aveva perso. Non aveva cercato facili alleanze: avrebbe potuto salvare almeno se stesso, conservare le fortune personali, ereditate dagli avi  o, persino, usare quelle ricchezze (che nessun altro stato italiano poteva vantare di possedere in tale quantità) per corrompere quanti, nell’ora più difficile del Regno, preferirono abdicare alla propria dignità, barattando la patria napoletana con l’oro piemontese e massonico.

Invece, non fece nulla di tutto ciò. Non si oppose alla storia, ma non abdicò mai al ruolo che la storia gli aveva assegnato: morì da Re, assolvendo fino alla fine il suo compito, con coraggio e dignità.

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https://www.facebook.com/notes/1587064424913920/

 

 

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– Messina 1857; inaugurazione della statua di Ferdinando II

Collezione Franz Riccobono, da una segnalazione di Placido Altimari

 

 

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– Divario Nord-Sud: tutto iniziò con l’Unità d’Italia. L’incapacità ‘genetica’ non c’entra

di Alessandro Cannavale, da ilfattoquotidiano.it

Ancora una volta, gli scritti dei grandi meridionalisti del passato trovano un riscontro perfettamente congruente in studi e ricerche attualissimi. Francesco Saverio Nitti, politico lucano e grande esperto di finanze, ne “Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1897” sostenne che l’Italia del Regno delle Due Sicilie portava in dote “minori debiti e più grande ricchezza pubblica”, fino a ricordare che nel primo periodo si ebbe un notevole “esodo di ricchezza dal Sud al Nord”.

Dunque, al contrario di quanto – purtroppo – si continua a leggere e dire a sproposito circa l’incapacità – persino genetica – delle genti del Sud di produrre sviluppo e progresso, lo scenario senza veli e pregiudizi è ben diverso: gli Stati preunitari versavano in condizioni tra loro affini, se non congruenti. La grande soluzione di continuità che innescò la creazione e l’accrescimento del divario tra Nord e Sud del paese furono proprio il processo di unificazione risorgimentale e, soprattutto, le successive politiche in materia di industrializzazione e infrastrutturazione.

In “La finanza italiana e l’Italia meridionale”, ancora Nitti: “Nei venti anni che seguirono l’unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli imprenditori di opere di Stato: e fra essi non vi erano quasi meridionali, come un documento parlamentare, presentato dall’on Saracco, dimostra a evidenza. La situazione della Valle Padana ha reso più facile la formazione delle industrie, cui la politica finanziaria dello Stato, in una prima fase, e in una seconda le tariffe doganali, hanno preparato l’ambiente; di quasi tutte le industrie di cui lo Stato italiano negli ultimi trenta anni ha voluto assumere la protezione, nessuna quasi è meridionale: dalla siderurgia allo zucchero, dalle industrie navali alle industrie tessili, ecc., tutto è nelle mani degli stessi gruppi capitalistici”. 

E questa è, come si suol dire, storia nota. Cosa oltremodo interessante è scoprire come recenti ricerche condotte dai ricercatori Vittorio Daniele (UniCz) e Paolo Malanima (Cnr) abbiano portato nuovi riscontri scientifici a quanto sosteneva Nitti. Un loro articolo molto interessante del 2013riporta una indagine accurata inerente la nascita e l’evoluzione delle disparità regionali nel nostro paese. Il divario economico tra Nord e Sud come noi lo conosciamo nacque solo alla fine dell’Ottocento. Nel 1861 tutto il paese unificato presentava prevalentemente una economia preindustriale (64% di lavoratori in campo agricolo, la restante parte suddivisa tra industria e servizi). I due scienziati riportano una assenza di differenze significative nello sviluppo industriale, per tutto il primo decennio successivo all’unificazione. Il grafico che riporto, (con il consenso degli autori), mostra chiaramente come il numero dei lavoratori impiegati nell’industria fosse sopra la media nazionale in Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia. Già nel grafico che fotografa la situazione del 1911 si assiste alla formazione del “triangolo industriale” in Nord-Ovest.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/25/divario-nord-sud-tutto-inizio-con-lunita-ditalia-lincapacita-genetica-non-centra/1535817/

 

 

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L’isola di Lampedusa appartiene all’Italia

per merito esclusivo e personale di

Re Ferdinando II

 

(Immagine tratta da lampedusamare.it)

 

          Volendo sintetizzare in poche righe la storia degli ultimi quattro secoli dell’isola, deve dirsi che questa fu concessa nel 1430 da re Alfonso V d’Aragona a Giovanni De Caro dei baroni di Montechiaro. Nel 1630 Carlo II di Spagna concesse alla famiglia di Giulio Tomasi di Lampedusa (avo del celebre autore de “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi), il titolo di principe di Lampedusa. Nel giugno dell’anno 1800 la principessa Francesca di Lampedusa cedette in enfiteusi una parte dell’isola  a un gruppo di coloni maltesi della famiglia Gatt. Nel 1810 Salvatore Gatt subconcedette una porzione delle terre all’inglese Alessandro Fernandez per cui dopo una lunga controversia giudiziaria la principessa Tomasi nell’anno 1839 riuscì ad ottenere una sentenza con la quale poteva intimare alla famiglia Gatt la decadenza del contratto in enfiteusi.

          Il principe Tomasi allora chiese al re l’autorizzazione di vendere l’isola all’Inghilterra.

          Re Ferdinando perfettamente consapevole dell’inestimabile importanza strategica dell’isola collocata al centro del mediterraneo centrale, intuì il pericolo che per il regno sarebbe stato il possesso di Lampedusa da parte di una potenza marittima quale era l’Inghilterra, e con un gesto veramente preveggente comperò Lui l’isola al prezzo di 12.000 ducati e la incorporò al regno di Sicilia.

          Va ascritto perciò a merito di questo monarca l’avere agito fulmineamente e saggiamente sborsando una notevolissima somma per acquisire quello che in quel tempo sembrava essere uno scoglio quasi deserto.

          E fu per questo che il 21 settembre 1843 partirono dal nostro Molo di Girgenti le navi RONDINE  e ANTILOPE con 90 uomini e trenta donne, in massima parte agricoltori ed artigiani che si trasferirono nell’isola per viverci e coltivarla.

          Alle ore 13 dell’indomani essi sbarcavano ed il capitano di fregata cavaliere Bernardo Maria Sanvisente prendeva possesso delle isole di Lampedusa e Linosacon la carica di “governatore di S.M. Ferdinando II di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie”.

          Della spedizione facevano parte un prete, un medico, un distaccamento militrare agli ordini di un ufficiale, guardie urbane e sanitarie ed artigiani di ogni ramo. Fu iniziata immediatamente la costruzione di 90 cvase, magazzini, locali per gli uffici sanitari e doganali e un cimitero.

          Nel giugno del 1847 Ferdinando II venne ancora una volta a Girgenti. Sceso al nostro Molo Egli volle assistere personalmente alle diverse fasi dell’apertura del canale che era stato fatto nel braccio del molo a poca distanza dalla Torre per consentire una comunicazione  tra il bacino portuale ed il mare aperto allo scopo di evitare l’insabbiamento del porto.

          Successivamente alla cerimonia il Re, la regina, il principe ereditario Francesco (il futuro Francesco II) e il principe di Satriano si imbarcarono per andare a visitare Lampedusa. Ed in quell’isola arrivarono inaspettatamente. La poplazione ed il governatore che nulla sapevano della visita, completamente sbalorditi all’arrivo del re, della regina, del principino Francesco, che allora aveva 11 anni, improvvisarono festose accoglienze.

          Il re visitò minuziosamente l’isola ed ascoltò attentamente le spiegazioni e le richieste del governatore Sanvisente mentre la regina da parte sua si intratteneva con tutte le donne dell’isola.

          Prima di ripartire Maria Teresa regalò una dote ad ogni ragazza nubile di Lampedusa.

          L’isola si dimostrò sempre attaccatissima alla casa dei Borboni e una statua a re Ferdinando fu innalzata dagli isolani.

           Caduto il Regno delle Due Sicilie, il nuovo governo sabaudo ignorò le due isole (Lampedusa e Linosa n.d.r.) per dodici anni, fino al 1872.

           In quell'anno venne inviato nell'isola un Regio Commissario straordinario nella persona di un certo Maccaferri.

           Assieme a lui però arrivarono gli ordini per la coscrizione militare obbligatoria, la decisione di destinare l'isola a colonia penale per i condannati al domicilio coatto  e la novità del pagamento di canoni  al demanio marittimo  per coloro che utilizzavano per abitazioni o per ovili le grotte dell'isola…

Tratto daI Borboni e il Molo di Girgenti, di Giovanni Gibilaro, Edizioni Centro Culturale Pirandello – Agrigento, marzo 1988, pag. 358, 359, 360.

 

 

 

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– Scoperta l’autostrada dell’antichità: collegava Siracusa a Selinunte

di Isabella Di Bartolo, da castelvetranoselinunte.it e da una segnalazione Fb. di Giuseppe Clemente e Giovanni Catsellana

 

L’autostrada dell’antichità torna alla luce. Sulle orme di Paolo Orsi, nuove indagini testimoniano l’esistenza di una sorta di superstrada costruita dai Greci per collegare la città di Siracusa alle sue colonie Akrai e Kasmenai e ancora a Gela e Akragas fino, appunto, a Selinunte. Si tratta della seconda arteria stradale più importante della Sicilia sudorientale antica, dopo la via Elorina che collegava Siracusa a Eloro, nei pressi dell’attuale Noto.

Quest’ultima si snodava verso est, mentre la via Selinuntina conduceva a ovest. Era attraverso queste vie di collegamento che gli antichi abitanti delle città siciliane di epoca greca si dedicavano agli scambi commerciali o si spostavano per ragioni strategiche e belliche. Strade percorse a piedi o da carri trainati dai buoi di cui restano, perfettamente visibili, le tracce dei solchi scavati dal passaggio delle ruote. E proprio i resti di carraie antiche sono stati individuati in un’area archeologica aretusea: Cozzo Pantano.

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http://www.castelvetranoselinunte.it/scoperta-lautostrada-dellantichita-collegava-siracusa-a-selinunte/65318/

 

 

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– 2 aprile 1985 – La strage degli innocenti

di Trapani nostra, da youtube.com

(foto tratta da giornalekleos.it)

VIDEO

https://www.facebook.com/video.php?v=422896457870227

 

 

 

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Marzo 2015

– L'acqua nel Regno delle Due Sicilie

di Rete Due Sicilie, da youtube.com

(foto tratta da viaggiareinpuglia.it)

 

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=BxCMtSkysUA&feature=autoshare

 

 

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– L’insurrezione del Vespro

del fu Prof. Corrado Mirto (massimo esperto contemporaneo di storia del Vespro e di storia della Sicilia medioevale), da ora-siciliana.eu


Ricorre il 31 marzo l’anniversario dell’insurrezione popolare del Vespro. Anche questo avvenimento deve fare i conti con la campagna di annientamento dell’identità siciliana. La sistematica opera, in atto dal 1860, volta a distruggere l’identità siciliana e a fare scomparire i Siciliani dalla storia, si è svolta su due direttrici: cancellare nella storia di Sicilia quello che si poteva cancellare, alterare quello che non si poteva cancellare.

L’insurrezione del Vespro, universalmente conosciuta in Europa, non poteva essere cancellata. Quindi, si doveva alterare. Allora, la parola d’ordine è stata quella che l’insurrezione del Vespro non è la conseguenza di una iniziativa dei Siciliani ma è la conseguenza di una iniziativa di altri (Regno d’Aragona, Impero bizantino), i quali si sono serviti dei Siciliani per i loro scopi.

Cominciamo, ora, a occuparci degli avvenimenti. Carlo I d’Angiò, divenuto re di Sicilia dopo la battaglia di Benevento del 1266, instaurò nel Regno un governo vessatorio e oppressivo. I Siciliani sopportarono per sedici anni. Poi, il 31 marzo del 1282, mentre Carlo I preparava una crociata, che stranamente avrebbe avuto come primo obiettivo uno Stato cristiano, l’Impero bizantino, (in Sicilia si disse che Carlo non aveva preso la croce di Cristo ma la croce del ladrone), la rivolta scoppiò a Palermo davanti alla chiesa di Santo Spirito e si estese subito a tutta la città, travolgendo in breve le strutture politiche e militari angioine.

Alla notizia dei fatti di Palermo, l’insurrezione dilagò per tutta l’Isola. Il 5 aprile essa aveva già raggiunto l’estremità sud-orientale della Sicilia e le bandiere della libera Sicilia sventolavano a Modica, Ragusa e Scicli. Il 28 aprile insorse anche Messina dove la presenza di un forte presidio angioino aveva spinto alla prudenza. Fu creata una confederazione di città siciliane, la cosiddetta “Communitas Siciliae”, sotto la protezione della Chiesa. Ma il papa Martino IV sconfessò la rivoluzione e scomunicò i Siciliani ribelli, mentre Carlo I d’Angiò assalì con grandi forze Messina che resistette con disperato valore. Malgrado ogni sforzo e l’appoggio di mezza Europa, gli Angioini non tornarono più in Sicilia e i Siciliani mantennero la loro indipendenza.

Ma, per i programmi di alcuni “amici” della Sicilia, i Siciliani dovevano essere un popolo senza storia e a loro doveva essere tolta la paternità della resistenza allo straniero. E allora è stato posto il quesito: «L’insurrezione del Vespro fu un moto improvviso di popolo o il risultato di una trama organizzata da potenze straniere come il Regno d’Aragona e l’Impero Bizantino?».

Gli “amici” della Sicilia si sono schierati in massa a sostegno della tesi della trama internazionale. Era, infatti, possibile che un popolo geneticamente inferiore, mentalmente sottosviluppato come quello siciliano, fosse il protagonista di una iniziativa che aveva messo in crisi la potenza angioina? I Siciliani in quella vicenda avrebbero fatto soltanto quello che, per loro attitudine a delinquere, erano in grado di fare: avrebbero fornito la mano d’opera per effettuare i massacri dei Francesi. Noi non affronteremo il problema organicamente, ma ci limiteremo a una riflessione elementare.

Gli organizzatori di una trama che avesse avuto in programma la rivolta e il successivo intervento aragonese, anche se non dotati di una intelligenza brillante, per muoversi avrebbero atteso due cose: la partenza dell’esercito angioino per la Grecia contro l’Impero bizantino e la mobilitazione dell’esercito di Pietro III d’Aragona per la spedizione di soccorso in Sicilia. Invece, alla fine di marzo del 1282, l’esercito angioino era ancora in Italia e l’esercito aragonese di soccorso non esisteva.

Una spedizione aragonese partirà, con forze modeste, solo a giugno e nemmeno sarà diretta in Sicilia ma nell’Africa nord occidentale. Per quanto riguarda il presunto ruolo giocato dall’oro bizantino nello scoppio dell’insurrezione, va precisato che si tratta di ipotesi non suffragata da nessun documento.

In realtà, alla fine del secolo XIII la ricchezza dell’Impero bizantino era soltanto un ricordo del passato. Gli emissari bizantini, poi, che sarebbero stati così attivi nell’intessere trame e nel distribuire oro, a rivolta iniziata si sarebbero dimenticati di dare l’attesa notizia all’imperatore bizantino, il quale alla fine del mese di aprile sicuramente ancora ignorava l’accaduto.

Infatti i Messinesi, dopo la loro adesione alla “Communitas Siciliae”, nella speranza di ricevere aiuti, inviarono a Costantinopoli un loro ambasciatore per comunicare all’imperatore Michele Paleologo la notizia dell’insurrezione della Sicilia e per chiedere soccorsi. L’imperatore bizantino, nell’ascoltare le parole dell’inviato, molto si rallegrò per la notizia particolarmente lieta e attesa ed esclamò: «Sia benedetto il nome del Signore!». Dell’invio di aiuti però non fece alcun cenno.

Del resto, lo stesso Carlo II d’Angiò in una sua lettera del 10 agosto 1298 non additava come causa della rivolta le trame di cospiratori stranieri ma, con molta franchezza e onestà, la sfrenata licenza degli ufficiali di suo padre. Con buona pace dei “nostri amici Piemontesi”, possiamo quindi affermare con certezza che l’insurrezione del Vespro fu fatta soltanto dai Siciliani.

Fonte:

http://www.ora-siciliana.eu/articoli/vespro/

 

 

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– Massoneria e Istruzione pubblica

di Maurizio Spezia, da losai.eu

 

«Michele Coppino (1822-1901), il Ministro che legò il nome alla citata legge del 1877 e che al governo dell’Istruzione Pubblica dell’Italia unita impresse un impulso di durevole efficacia […]. Questo insigne letterato e uomo politico, che in Parlamento fece segnare la sua presenza dal 1860 al giugno 1900, quando, ottantenne e malato, accorse a pronunziare il suo assenso per la “svolta liberale” guidata dal governo Zanardelli-Giolitti, incoraggiato dal conforto delle forze ispirate dal Grand’Oriente di Ernesto Nathan […]. Dell’Uomo è presto detto. Cinque volte Ministro dell’Istruzione Pubblica (una prima volta con Urbano Rattazzi, nell’anno di Mentana; poi sempre con Agostino Depretis e nel primo Governo Crispi: 1876-1878 e 1884-1888) Coppino resse il governo della scuola italiana per un periodo di oltre sette anni: per pochi mesi inferiore alla durata in carica di Guido Baccelli – a sua volta autorevole dignitario massonico […]. Candidato “democratico” nelle elezioni del 1857, con le quali Cavour sbaragliò la presenza clericale nel Parlamento subalpino, solo nel 1860 – in occasione della prima elezione del Parlamento nazionale – Coppino venne eletto deputato. Due mesi prima (17 febbraio 1860) egli aveva fatto ingresso nella prestigiosa Loggia madre della risorgente Massoneria italiana: l’”Ausonia”. Fervore civile e rinnovamento individuale andavano di pari passo: ed entrambi si fondevano in una vigorosa capacità d’iniziativa pubblica, d’impegno culturale e, infine, di azione politica intesa ad aprire una nuova età storica […].

Continua a leggere su:

http://www.losai.eu/massoneria-e-istruzione-pubblica/

 

 

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– ALCUNI PRIMATI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (Sicilia)

di Ecomuseo Naturale Real Favorita

 

A scopo di pura curiosità, si citano alcuni primati siciliani che tratteremo prossimamente in un album mirato

1 – Il Centro Storico più grande d'Europa (Controverso, ma agli atti dell'UNESCO è tale. Se la batte con quello di Lisbona).

2 – A Palermo si trova il documento cartaceo più antico d'Europa. Si tratta della lettera bilingue (greco e arabo) di Adelasia (o Adelaide) degli Aleramici, moglie di Ruggero I, conte di Sicilia e di
Calabria.

3 – Noi abbiamo la 'Pietra di Palermo', giudicato il secondo più importante – dopo la stele di Rosetta – testo bilingue per la traduzione della lingua egizia.

4 – A Palermo si trova, al museo Salinas, una delle più vaste collezioni di Arte Etrusca al Mondo (collezione Bonci – Casuccini da Chiusi).

5 – il Teatro Massimo è il primo Teatro dell'Opera d'Italia ed il terzo in Europa, secondo solo all'Opera di Parigi e al Wiener Staatsoper di Vienna.

6 – Palermo vanta alcune delle più grandi porte urbane d'Europa.

7 – La Lingua Italiana è nata a Palermo presso La Scuola Siciliana alla corte di Federico II.

8 – L'Orto Botanico di Palermo è il più grande d'Europa.

9 – il Palmeto di Villa Bonanno è stato giudicato il più vasto d'Europa.

10 – Il Ficus Magnoloides di Piazza Marina è tra gli alberi più grandi d'Europa.

11 – Il Parco della Favorita è il più grande parco urbano d'Italia.

12 – Il Parlamento Siciliano è il parlamento più antico al mondo, insieme a quello Islandese e delle Isole Fare Oer. Nel 1130 Re Ruggero ne convoca la prima assise.

13 – Palermo fu la prima città al Mondo ad avere ben due teatri lirici.

14 – La Palazzina Cinese è l'unico edificio in Europa con il medesimo stile architettonico.

15 – I Qanat sono unici in tutta Europa, li possiamo trovare solo ed unicamente in Iran e Siria.

16 – Il soffitto ligneo della Cappella Palatina è considerato il massimo monumento d'arte islamica del pianeta.

17 – Il soffitto ligneo dell'Aula Magna del Palazzo Chiaramonte-Steri è considerato, in Europa, il massimo livello pittorico su legno d'epoca medievale.

18 – La Galleria degli Specchi del Palazzo Valguarnera-Gangi è la massima produzione d'arte barocca-rocaille d'Europa.

19 – Il lampadario di murano del salone da ballo di Palazzo Pietratagliata è il più grande d'Italia

20 – La Villa Giulia è il più antico parco urbano del Mondo aperto anche alla "plebe".

21 – L'architettura del Castello di Maredolce è unica in Europa e la ritroviamo soltanto nei paesi del Maghreb.

22 – La Necropoli Punica di Palermo è la più estesa del mondo punico.

23 – L'Abisso della Pietra Selvaggia, grotta carsica verticale sul monte Pellegrino, è la più estesa del SudItalia.

24 – I graffiti delle Grotte dell'Addaura sono considerate un unicum nell'arte rupestre preistorica.

25 – Il Trionfo della Morte, oggi a Palazzo Abatellis, ispirò Picasso per la Guernica.

26 – Il trittico del Mabuse a Palazzo Abatellis è considerato uno dei massimi esempi d'arte fiamminga al Mondo.

27 – Giacomo Serpotta fu il più grande stuccatore di tutti i tempi.

28 – Il ciclo pittorico del salone di Villa Igiea di Ettore de Maria Bergler è considerato uno dei massimi esempi d'arte Liberty al Mondo.

29 – Non esistono altri esempi al mondo dei graffiti ritrovati nel Palazzo della Santa Inquisizione.

30 – La Cisterna d'Acqua nei sotterranei del palazzo Marchese è stata identificata da studiosi provenienti da Gerusalemme come il più antico e più grande bagno rituale ebraico d'Europa.

31 – Nell'osservatorio Astronomico di Palermo Giuseppe Piazzi scoprì una classe di asteroidi, chiamando il primo da lui scoperto come Cerere, adesso classificato come pianeta nano. Verrà visitato nel 2015 dalla sonda Dawn della Nasa. Inoltre nel medesimo osservatorio l'astronomo collaborò con il Piazzi alla stesura dei primissimi cataloghi stellari, e scoprì l'ammasso globulare NGC 6541, e diede il nome alle due principali stelle della costellazione del Delfino.

Fonte:

https://www.facebook.com/ecomuseo.naturalerealfavorita/media_set?set=a.1572452319659848.1073741848.100006852846694&type=1

 

 

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– Come si manipola la storia attraverso le immagini

di Pietro Purini, con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki» da megachip.globalist.it

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2015/02/fucilazione-a-Dane-31-luglio-1942.jpg

Un plotone d'esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespaper la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul PupoAlessandra Kersevan.

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt'altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l'occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell'immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d'esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l'immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

Continua a leggere su:

http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=117100&typeb=0

 

 

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Teresa Cristina di Borbone, "Madre dei Brasiliani"

di Giovanni Cervero, da positanonews.it e da una segnalazione su pag. Fb. di Angelo Ciampi

 

Dare dignità storica a Teresa Cristina di Borbone e Imperatrice del Brasile, riesumarla dall'oblio dei posteri è un atto dovuto per una "Donna della terra di Napoli". 

La storia che andremo a raccontare e ricca di fascino e di avventura, e più che una biografia in senso stretto, si vuole dare il contributo a una riconsiderazione del periodo nel quale Italia e Brasile ponevano le basi delle rispettive identità nazionali (purtroppo mai compiuta appieno) con ricadute forti che arrivano fino a oggi.

Teresa Cristina delle Due Sicilie (Napoli, 14 marzo 1822 – Porto, 28 dicembre 1889) soprannominata "Madre dei Brasiliani", fu l'Imperatrice consorte di Pietro II del Brasile che regnò dal 1831 al 1889. 

Teresa Cristina era la figlia dell'allora Duca di Calabria, che più tardi salì al trono del Regno delle Due Sicilie, come re Francesco I, rimasta poi orfana di suo padre nel 1830. Sua madre, apparentemente la trascurò dopo aver sposato un giovane ufficiale nel 1839. Crebbe in solitario isolamento, in un contesto di superstizione religiosa, intolleranza e di conservatorismo. A differenza di suo padre o di sua madre, Teresa Cristina aveva un carattere dolce e timido. Non era aggressiva e imparò ad essere soddisfatta di qualsiasi circostanza in cui si fosse trovata. Non brillava in bellezza, ma non era nemmeno così brutta come qualche storico garibaldino l'ha ingiustamente descritta, possedeva una bella voce che la portò spesso a praticare il canto. Le ricerche e gli studi di Aniello Angelo Avella, condotti su fonti napoletane e brasiliane, finora mai esplorate, hanno rivelato una personalità femminile di notevole spessore umano e culturale, lontano dalla figura sottomessa e discreta. Si riscopre, dunque, una donna energica, influente sul piano politico e dispensatrice di consigli, amante e protettrice delle arti, della musica, dell’archeologia, della pittura. Una donna che amò profondamente la Terra brasiliana. Grazie alla sua presenza in Brasile, il periodo 1843-1889 (dal suo arrivo a Rio de Janeiro fino alla morte in esilio) fu uno dei periodi decisivi per la costruzione dell'identità brasiliana e, contemporaneamente, per il processo di integrazione fra Napoli e Brasile. 

Continua a leggere su:

http://www.positanonews.it/articolo/141771/teresa-cristina-di-borbone-madre-dei-brasiliani

 

 

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– Il Risorgimento nel Sud: fu vera gloria? Gramsci nutriva molti dubbi

di Ignazio Coppola, da lavocedinewyork.com/Sicilia

(immagine tratta da esseblog.it)

Uno dei padri nobili della sinistra italiana – che la storia del nostro paese la conosceva bene – già nei primi anni del ‘900 metteva in discussione tutti i luoghi comuni sulla ‘presunta’ unificazione italiana del 1860. L’occasione, oggi, per riaprire il dibattito su questo tema spinoso. 

 Nel contesto di quelle che, qualche tempo addietro, furono le manifestazioni celebrative del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e della impresa dei Mille tra ricordi, polemiche e  trionfalismi sarebbe stato opportuno in quel contesto ricordare quel  che del risorgimento e dell’impresa dei Mille pensava e scriveva un grande intellettuale di sinistra del secolo scorso come Antonio Gramsci, che certo non si può tacciare di derive separatiste, antiunitarie o filo borboniche. Gramsci nel suo autorevole e lucido saggio intitolato, appunto, “Sul risorgimento” definisce la spedizione dei Mille una “radunata rivoluzionaria” che fu resa solo possibile per due motivi. Primo: Garibaldi s’innestava nelle forze statali piemontesi. Secondo: le imbarcazioni dello stesso Garibaldi vennero protette dalla flotta inglese che consentì lo sbarco di Marsala e la presa di Palermo, sterilizzando la flotta borbonica.

Gramsci, in buona sostanza, nel suo autorevole saggio sul risorgimento, non faceva altro che delegittimare la “gloriosa” spedizione garibaldina evidenziando che non fu altro che una grande mistificazione storica. E fu con questa radunata rivoluzionaria – che Gramsci chiama “rivoluzione passiva” o, meglio ancora, “rivoluzione-restaurazione” – che trionfò la logica gattopardiana che tutto avvenne perché nulla cambiasse. Una “rivoluzione-restaurazione” che fa dire allo scrittore e all’uomo politico sardo che, nel suo contesto, il popolo ebbe un ruolo molto marginale, anzi subalterno, così che il risorgimento si caratterizzò come “conquista regia” e non come movimento popolare, perché appunto mancava al popolo una coscienza nazionale.

In questo vuoto di coscienza nazionale e nella estraneità del popolo al moto unitario fu così possibile ai moderati cavourriani dirigere il processo di unificazione e modellarlo  ai propri fini e ai propri interessi in chiave antimeridionalista e a tutela degli interessi del Nord, cosa che dura sino ai nostri giorni, con la creazione di un nuovo Stato che di questi fini e di questi interessi ne fu portatore. Con la “ rivoluzione-restaurazione” il Piemonte assume una funzione di “dominio” e non di dirigenza reale e democratica di un processo di rinnovamento che in effetti non ci fu. Si passò, nelle regioni meridionali, dall’assolutismo paternalistico borbonico al costituzionalismo repressivo piemontese. “Dittatura senza egemonia”, opportunamente la definisce ancora Gramsci, che fece pagare al Sud e alla Sicilia, sotto tutti i punti di vista – repressivi ed economici – il prezzo più alto. E a proposito delle repressioni  e degli eccidi operati dai piemontesi nel Mezzogiorno subito dopo l’Unità d’Italia – eccidi passati impropriamente alla storia sotto il nome di lotta al brigantaggio, mentre in effetti si trattò di una vera e propri guerra civile, di lotta partigiana e contadina – ancora una volta  Gramsci, nel 1920, in un suo puntuale articolo su “Ordine Nuovo” così ebbe a scrivere: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”.

Per questo crediamo che, per una obiettiva rivisitazione storica degli avvenimenti, dei vizi d’origine e delle cause di debolezza che portarono a una mal digerita e mai metabolizzata Unità d’Italia sia oggi più che mai opportuna un’attenta rilettura degli scritti di  Gramsci e di tanti altri autori su tale argomento, perché al di là di celebrazioni retoriche e trionfalistiche, per rispetto della verità storica siano consentiti a ognuno di noi e ad alcuni storici significativi e doverosi momenti di riflessione. In tal senso vanno riletti gli scritti di tanti storici ed economisti quali  tra gli altri Giorgio De Sivo, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Carlo Alianello, Nicola Zitara, Gigi Di Fiore, Lucy Riall, Michele Topa, Lorenzo Del Boca e Pino Aprile. Scrittori che, nel corso del tempo, arrivando ai nostri giorni, si sono cimentati nel ricostruire, in un processo di  revisionismo storico quelle verità che purtroppo ci sono state per lungo tempo negate dagli storici di regime.

Ripercorrere la storia attraverso queste riletture e ribadire, a differenza da quanto propinatoci dalle storiografie e dalle iconografie risorgimentali ufficiali, che il processo unitario si è realizzato sulla pelle e con il contributo delle genti del Sud, che Garibaldi non è stato un eroe, che Vittorio Emanuele II non fu affatto il re galantuomo riportato enfaticamente sui libri di storia e che i piemontesi non furono tanto liberatori quanto conquistatori e massacratori delle popolazioni del Sud. E che la “questione  meridionale” è sorta con l’occupazione “manu militari” del Mezzogiorno d’Italia. Contro questa cultura storica negazionista serve un atto di verità. Oggi bisogna rendere giustizia alle popolazioni meridionali e alla Sicilia che al processo unitario hanno sempre dato il proprio peculiare contributo. Crediamo sia opportuno per questo e su questi argomenti  aprire, a partire da ora, una puntuale  riflessione ed un approfondito  dibattito su temi storici che, da sempre, ci sono stati negati dalla storiografia ufficiale e scolastica, al fine di ripercorrere la vera storia della nostra terra e, se ce ne sarà data l’occasione, ‘La Voce di New’, nel prosieguo potrà essere una buona palestra storico- culturale di discussione.

Fonte:

http://www.lavocedinewyork.com/Sicilia/Il-Risorgimento-nel-Sud-fu-vera-gloria-Gramsci-nutriva-molti-dubbi/d/10251/

 

 

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– La storia vera sull’aggressione al Regno delle Due Sicilie

da Ecomuseo Naturale Real Favorita

 

COME SI ESPRESSERO LE DIPLOMAZIE DEI SEGUENTI PAESI: PRUSSIA – BAVIERA – SPAGNA – BELGIO – RUSSIA – IN OCCASIONE DELL’AGGRESSIONE E DELLA RELATIVA CARNEFICINA A DANNO DEI TERRITORI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (L’OCCUPAZIONE AVVENE DI SORPRESA, SENZA ALCUNA DICHIARAZIONE DI GUERRA)

 

 

Fonte:

https://www.facebook.com/ecomuseo.naturalerealfavorita/media_set?set=a.1554617228110024.1073741841.100006852846694&type=3

 

 

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– Il Regno delle Due Sicilie baluardo contro lo schiavismo. La storia dei due moretti Marghian e Badhig

di Jerry Sarnelli, da napoliflash24.it

Nel XIX secolo i regnanti napoletani si schierarono apertamente contro la pratica dello schiavismo per il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei popoli, condannando severamente tale attività. Una testimonianza dello spirito umanitario con cui i Borbone si erano posti nei confronti delle popolazioni di colore, è costituita dall’accoglimento, nell’ambito della famiglia reale, di due giovani mori, portati a Ferdinando II dal generale Paolo Avitabile.

Il Re accolse subito da padre i due giovani fanciulli, li fece battezzare e diventando anche loro padrino di cresima. Al piú grande, Marghian, diede il proprio nome; al più piccolo quello di Francesco, dal nome del principe ereditario. Perché potessero avere un futuro li fece istruire nel collegio dei Gesuiti e successivamente in quello dei Barnabiti. Sia lui che la Regina Maria Teresa, parlando dei due moretti, li definivano “i nostri figli neri” per sottolineare il grande affetto maturato nei loro confronti.

Finiti gli studi, Ferdinando Marghian ebbe un impiego nella biblioteca privata del Sovrano, mentre Francesco Badhig, cagionevole di salute, fu affidato al guardarobiere del Re, Gaetano Galizia. Entrambi, diventati adulti, rimasero fedeli alla famiglia reale anche nella sventura: seguirono Francesco II a Capua, poi a Gaeta e, dopo la resa della fortezza, nel 1861, a Roma. Prima di morire, nel 1859, il sovrano accordò loro una pensione dalle sue sostanze private. Ferdinando Marghian dopo alcuni anni ritornò a Napoli ormai provincia di un nuovo Regno, e per tutta la sua vita non mancò un solo giorno di recarsi nella basilica di Santa Chiara, Pantheon dei Borbone due Sicilie, per portare al suo augusto padre un fiore bianco.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/il-regno-delle-due-sicilie-baluardo-contro-lo-schiavismo-la-storia-dei-due-moretti-marghian-e-badhig/

 

 

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– La vera storia della fine di Craxi e l’euro-rovina dell’Italia

da libreidee.org

L’Italia si radicalizza, nel dopoguerra, intorno a due poli: un polo cristiano e un polo di sinistra, che si scinde in più realtà. E poi ha delle forze storiche – liberali, repubblicani – che provengono dalla storia risorgimentale. In questo quadro l’Italia resiste finché non crolla il Muro di Berlino. Fino ad allora, gli americani finanziano la Dc, i russi finanziano il Pci, gli altri si procurano da vivere un po’ come possono. E il sistema politico va avanti, in una specie di benessere garantito dai finanziamenti esteri su cui si modellano i due grossi partiti, mentre gli altri partiti hanno campo libero nel finanziamento illecito, cioè nel finanziamento che ipocritamente veniva considerato illecito, cioè sottobanco. Cosa succede nel 1989? Crolla il Muro. E nel momento in cui vengono meno i due blocchi e gli americani non hanno più paura dei russi, pernsate che diano ancora soldi alla Dc? I russi a loro volta non esistono più, ma le strutture dei partiti rimangono uguali: dipendenti da mantenere, sedi, palazzi, giornali, volantini da distribuire. Dove prenderli, i soldi? In più, finché c’era solo una emittente televisiva il costo della politica era di un certo importo; una volta nata la Tv commerciale, che gli spot se li fa pagare, e non c’è più solo la “Tribunale elettorale” di Jader Jacobelli, il costo aumenta ancora.

Tutto questo costo dove viene trasferito? Nel finanziamento illecito. Che invece di essere un fenomeno sopportabile perché residuale al grosso del finanziamento della politica, diventa un dramma, perché tutto costa il triplo. E come reagisce il sistema italiano a tutto questo? Non reagendo. Cioè, invece di capire che deve correre ai ripari, si fa cogliere di sorpresa. Da che cosa? Da una casta, che era stata toccata nei suoi interessi, e reagiva: era la casta dei magistrati. Dopo il caso Tortora, e dopo aver cercato più volte di prendere il sopravvento sulla politica – ma non ci riusciva, perché allora c’erano delle garanzie come l’immuità parlamentare, dei limiti al suo potere – i magistrati sferrano l’attacco di Tangentopoli avendo diversi obiettivi. Il primo, la reazione di casta al referendum che Craxi gli aveva fatto, sulla responsabilità dei magistrati – referendum vinto ma non eseguito, perché in quel rederendum si aboliva il fatto che i magistrati non rispondessero nei loro errori. E i magistrati allora hanno preteso, tramite i due maggiori partiti e mettendo in minoranza Craxi, che invece, pur riconosciuti responsabili dei loro errori, non li pagassero – né sul piano della carriera, né sul piano economico.

Continua a leggere su:

http://www.libreidee.org/2015/02/la-vera-storia-della-fine-di-craxi-e-leuro-rovina-dellitalia/

 

 

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– 26 FEBBRAIO 1154… 861 ANNI FA MORIVA RUGGERO II, PADRE DELL'INDIPENDENZA DEI "POPOLI DELLO SCIROCCO", DALLE VETTE D'ABRUZZO AL CANALE TRA SICILIA E TUNISIA.

da Rete Due Sicilie

(foto tratta da nobili-napoletani.it)

 

Ruggero II d'Altavilla fu il fondatore e il primissimo sovrano del prospero Regnum Siciliae. Un sagace condottiero e grande stratega, un re dal cuore nobile con tanti interessi culturali. Affascinato dalla campagna e dai paesaggi del suo regno che con lui raggiunse una tale potenza e fioritura artistica-culturale da suscitare ammirazione da parte degli altri sovrani mediterranei contemporanei. Il suo desiderio prima di spirare fu quello di riposare o a Cefalù o a Palermo città da lui così definita:- <<la chiave di tutto, il luogo dove le arti islamiche convivono in pace con i riti di noi cristiani.>> La sua tomba oggi è visitabile nella cattedrale normanna di Palermo la sua amata e multietnica capitale… luogo che fu l'inizio dell'indipendenza dei popoli di quel regno proteso sulle calde acque del Mediterraneo. (Ruggero II – Flaccovio Editore).

 

 

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– Nel Regno delle Due Sicilie la settima Ambascita USA nel mondo

di Jerry Sarnelli, da napoliflash24.it e da una segnalazione di Davide Cristaldi Del Bosco sulla pag. Fb. di Sicilia Borbonica.

Il 16 dicembre scorso si sono festeggiati 218 anni dall’istituzione della prima rappresentanza diplomatica americana in Italia. Questa fu aperta a Napoli, allora capitale del Regno delle due Sicilie, in via Chiatamone, divenendo così la 7^ ambasciata al mondo aperta dagli americani. Un’ennesima dimostrazione dell’importanza che rivestiva il Regno nello scacchiere internazionale in campo sociale, economico e militare. I contatti erano già iniziati prima che l`Inghilterra riconoscesse l`indipendenza degli Stati Uniti. Carlo III di Borbone non volle però esporsi nel riconoscere subito un governo considerato all`epoca rivoluzionario. Addirittura Napoli, racconta De Marco, «ha ispirato alcuni princìpi della Costituzione americana come dimostra il carteggio tra Gaetano Filangieri e Benjamin Franldin».

Nel Dipartimento di Stato a Washington si conservano due microfilm di lettere sulle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e il Regno delle due Sicilie. Il documento più antico, che attesta la presenza di un diplomatico italiano a Washington, é la lettera credenziale che il Ministro degli esteri del Regno delle Due Sicilie, Francesco Luigi De Medici, inviò al Segretario di Stato Henry H. Clay il 19 luglio 1826 per accreditare il Conte Federico Lucchesi Palli di Campofranco in qualità di inviato straordinario del Re, con l’incarico di stabilire una rete di uffici consolari. Lucchesi Palli stabilì la sede della rappresentanza diplomatica a New York prima di partire alla volta del Brasile, lasciando il compito di completare la rete degli uffici consolari a Charleston, New Orleans e Baltimora al suo successore, Domenico Morelli.

Prima di essere spostata nell’attuale sede di piazza della Repubblica, a Napoli, tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del 900, l’ambasciata si trovava a via Nazario Sauro.

Fonte:

http://www.napoliflash24.it/nel-regno-delle-due-sicilie-la-settima-ambascita-usa-nel-mondo/

 

 

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– FERDINANDO II, L'INTREPIDO RE DELLE DUE SICILIE.

(Dall'Armonia, n. 74, del 1° aprile 1857).

da una segnalazione Fb. Di Gianni Ciunfrini

Fa da re, ed è re davvero». Vita del Re di Napoli scritta da Mariano d'Ayala:Torino 1858, p. 16.

Egli pare che la questione napoletana ornai volga al suo termine. Già l'Inghilterra pensa a riappiccare le sue relazioni diplomatiche col governo delle Due Sicilie, e già sotto voce si vanno ripetendo a Parigi i nomi di quei personaggi che si recheranno a rappresentare la Francia alla Corte di Re Ferdinando II. Questo gran Re, che il 15 di maggio del 1848 schiacciava la rivoluzione, nel 1857 ha sconfitto la diplomazia, a nostro avviso egli merita dai contemporanei e dai posteri l'aggiunto L'INTREPIDO, e noi quind'innanzi accompagneremo sempre il suo nome con questo titolo.
L'intrepidezza è carattere ammirabile di Re Ferdinando. Mazzini, che è tristo, tristissimo, ma pure ba buona vista nel discernere le virtù o le magagne de' Principi, mandava nell'ottobre del 1846 una sua nota ai cooperatori della Giovane Italia, per mezzo di due emissarii, che partiti da Losanna passavano per Ciamberì, e nel novembre erano in Torino. Mazzini diceva agli Amici £ Italia come s'avessero a vincere alcune difficoltà, e quali fossero i mezzi per compiere la rivoluzione. Paratamente indicava come si potessero imbrogliare i Principi, i Grandi, il Clero, il Popolo, tutti.
E quanto a' Principi dicea che bisognava corbellare il Re di Piemonte coll'idea della Corona d'Italia; il Granduca di Toscana coll'inclinazione ed imitazione; non mettersi in gran pena della parte della penisola occupata dagli Austriaci; i piccoli Principi avrebbero da pensare ad altro che a riforme. Giunto al Re di Napoli Mazzini avvertiva i suoi amici che bisognava prenderlo per la forza. Mazzini avea da buona pezza riconosciuto l'anima intrepida del Re delle Due Sicilie.

Continua a leggere su:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=405064129648099&id=281927528628427&fref=nf

 

 

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– Il Castello a mare di Palermo

da una segnalazione Fb. Di Massimo C Plescia e Sicilia Borbonica


 

 

Febbraio 2015

– Garibaldi, Velletri 1849 e il falso mito sbugiardato da don Benedetto

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

(Immagine tratta da attualità.tuttogratis.it)

Un mito, si sa, nasce su un fondamento di verità con l'aggiunta di tante esagerazioni. Un mito ha bisogno di alimenti di fantasia, iperboli, a volte anche vere e proprie invenzioni.

Se quel mito, poi, deve giustificare e dare forza ideale ad una identità costruita, allora non c'è verso di smentire le bugie. C'è, in Italia, mito più popolare in tutto il mondo di Giuseppe Garibaldi? L'eroe dei due mondi, il conquistatore con un pugno di volontari di un regno difeso da centomila soldati, l'intrepido generale.

Tra i tanti "padri del Risorgimento" probabilmente Garibaldi è quello che più si è esposto, che almeno ha rischiato di proprio, coerente con le proprie idee politiche. E lo dimostrò quando fu uno dei pochi ad andare in soccorso della Francia soccombente nella guerra contro la Prussia, o quando decise di difendere in Parlamento i suoi volontari contro Cavour e la sua maggioranza. Lo confesso, è quello che più mi fa simpatia.

Ma ci sono invenzioni che sono servite ad ingigantire la mitologia dell'eroe invincibile. Insopportabili. Come quella della vittoria del 19 maggio 1849 a Velletri contro i soldati di Ferdinando II di Borbone. Gli antefatti sono noti: il re delle Due Sicilie decise di andare in aiuto a papa Pio IX, unendosi ai francesi contro i volontari delle Repubblica romana, Ci fu un piccolo scontro, poi i francesi chiesero ai napoletani di tornare indietro. Avrebbero fatto da soli.

Continua a leggere su:

http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/garibaldi_velletri_1849_e_il_falso_mito_sbugiardato_da_don_benedetto/0-46-4601.shtml

 

 

 

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– Carlo III di Borbone a Rosarno

da una segnalazione di A. Ciampi su pag. Fb. DiNotizie neoborboniche

 

 

 

 

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– Ritratto a tre colori di Ruggiero Settimo

di Davide Cristaldi, da associazioniduesicilie.it e da Comitato Storico Siciliano

 

CATANIA – A volte capita nella vita di fare di quelle scoperte che rendono improvvisamente carta straccia decine di libri agiografici e convizioni ideologiche che rasentano il fanatismo. E' il caso di uno dei personaggi che spiccano dall'archivio storico dei Grandi del Risorgimento Italiano, sezione "Separatismo Siciliano", il siciliano Ruggiero Settimo dei Principi di Fitalia, personaggio centrale ed eroe dell'Unità d'Italia, almeno così si riterrebbe a giudicare dalle vie, piazze e vicoli a lui dedicati in tutta Italia e non solo in Sicilia.

Se l'intitolazione di qualche strada ad un personaggio della levatura del Settimo certo non basta a farne di lui un pilastro del Risorgimento, di certo aiutò molto la carica ricevuta di presidente del Senato del Regno d'Italia[1] che pur volendo non potè esercitare perchè avanti nell'età e per questioni di salute, come lui stesso ammise[2]. Ma se nemmeno questo basta a rendere la figura del Settimo "tra le più pure e più accette glorie del risorgimento italiano" [3] ci sarebbero anche nel suo ricco curriculum i titoli di "Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata" e "Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro" [4] massime onoreficenze di Casa Savoja che il re di Torino concesse al Settimo nel 1860, ma fino ad allora riservate solo a Re, principi ed Imperatori.

Non si renderebbe giustizia a tale campione dell'Italianità se ci dimenticassimo di menzionare anche lalettera di lodi che il Ruggero Settimo scrisse a Garibaldi. (rimetto qui il link per comodità)

Ma quanto elencato non è ancora sufficiente per far si che il vecchio Principe di Fitalia, fosse considerato un perfetto patriota garibaldino e fervido sostenitore della tricolorata bandiera, ecco la prova finale che toglie ogni dubbio su quella persona che fino a qualche anno prima, era, e si considerava un "patriota siciliano" e che dimostrano quanta acqua fosse passata sotto i ponti da quando fu nominato Presidente del Consiglio Rivoluzionario del Parlamento Siciliano durante i famosi fatti del '48-49.

Il dipinto in alto rappresenta un ritratto del Settimo con nastro tricolore al petto, opera del pittore ottocentesco Giuseppe Mazzone di Vittoria (RAGUSA), personaggio di nota fede garibaldina…

Fonte:

http://www.associazioniduesicilie.it/portal/index.php?option=com_content&view=article&id=322%3Aritratto-a-tre-colori-di-ruggiero-settimo&catid=46%3Adocumenti&Itemid=43

 

 

 

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– Lettera di Ruggiero Settimo al Ministro dell'interno del Parlamento Subalpino sulla carica di Presidente del Senato

di Davide Cristaldi, da associazioniduesicilie.it

 

"Malta, 28 febbraio 1861.

Eccellenza, la benevolenza di S.M. l'Augusto nostro Monarca [Vittorio Emanuele II n.d.r] e del suo governo ha voluto aggiungere, a proposta dell' E.V., alle varie onorevoli dimostrazioni largitemi l'alto onore di chiamarmi alla Presidenza del Senato di questo primo Parlamento Italiano, che deve compiere il voto di tanti secoli, la costituzione del Regno d'Italia.

Il Governo che nel conferirmi tanto onore ha potuto riguardare soltanto alla mia devozione per la Italia e pel Re, può ben comprendere quanta sia la mia gratitudine, quanto il mio desiderio di assumere immantinente il distintissimo ufficio. Ma la età senile, e lo stato di mia salute mi vietano assolutamente in questa stagione un lungo viaggio anche coi mezzi di agiato trasporto, che la squisita cortesia dell'E.V. mi offriva.

E' però prego lei umiliare a S.M. il Re l'omaggio della mia devota gratitudine e dei miei voti per la sua persona, per bene dell'Italia.

Gradisca l'E.V. i sentimenti della mia rispettosa stima.

Firmato all'originale.

Ruggiero Settimo."

Fonte:

http://www.associazioniduesicilie.it/portal/index.php?option=com_content&view=article&id=321%3Alettera-di-ruggiero-settimo-al-ministro-dellinterno-del-parlamento-subalpino-sulla-carica-di-presidente-del-senato&catid=46%3Adocumenti&Itemid=43

 

 

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– Appello al Presidente Mattarella: apra gli archivi sulla strage di Portella della Ginestra

di Giulio Ambrosetti, da lavocedinewyork.com

Richiesta al nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella: aprire gli archivi segreti che custodiscono i documenti relativi alla strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947 in Sicilia. C'è ancora molto da chiarire sulla banda di Salvatore Giuliano, i leader comunisti, i fascisti, la mafia, gli americani… Ecco a proposito cosa ha scoperto lo storico Giuseppe Casarrubea negli archivi USA.

Ora che si sono conclusi i festeggiamenti per l’elezione di Sergio Mattarella vorremmo lanciare una proposta, rivolta proprio al nuovo capo dello Stato italiano: egregio Presidente della Repubblica, che ne direbbe di aprire gli archivi segreti che custodiscono i documenti relativi alla strage di Portella della Ginestra dell’1 maggio 1947? Tutto il nostro Paese aspetta questo momento da lunghi decenni. Nel 1996, quando la sinistra è andata al potere, sembrava cosa fatta. Ma proprio la sinistra – ministro degli Interni venne nominato un certo Giorgio Napolitano – ha preferito tenere ben chiusi questi archivi, in perfetto stile democristiano. Chi scrive, proprio in forza della sua elezione alla massima carica dello Stato italiano, pensa che sia arrivato il momento di raccontare agli italiani la verità sulla strage di Portella.

Egregio Presidente, lei è in politica dal 1983. Ed è persona ammirevolmente pacata. Chi scrive si occupa di politica per mestiere. Da cronista politico ricordo che una sola volta Lei ha risposto per le rime. E l’ha fatto replicando a un suo collega che, tanto per cambiare, ha tirato in ballo la storia di suo padre, onorevole Bernardo Mattarella – più volte parlamentare nazionale eletto in Sicilia e più volte ministro della Repubblica dal secondo dopoguerra sino alla fine degli anni ’60 del secolo passato – chiamato in causa per la strage di Portella della Ginestra. Ricordo ancora la sua replica, quando ha ricordato che suo padre è sempre stato avversario degli agrari. 

Bene. Adesso potrebbe essere arrivato il momento della verità. Non faccia come il suo predecessore, il già citato Giorgio Napolitano, che da ministro degli Interni e da Presidente della Repubblica ha tenuto gli archivi sui fatti di Portella protetti dall’assoluto segreto di Stato. Facendo ciò ha solo avvalorato la tesi che la sinistra siciliana di quegli anni (con riferimento ad alcuni dirigenti del Pci e del Psi) sulla strage di Portella la sapeva lunga. Su questo argomento torneremo più avanti. Ora proveremo a chiarire il perché l’apertura degli archivi segreti sui fatti di Portella della Ginestra sarebbe un fatto positivo. 

In questo ‘viaggio’ alla ricerca della verità sulla prima strage di Stato – la strage dell’1 maggio 1947 che ha ‘battezzato’ la Repubblica italiana senza verità, per dirla con Leonardo Sciascia – ci facciamo aiutare da Giuseppe Casarrubea, uno storico che, a proprie spese, negli anni passati, si è recato negli Stati Uniti d’America dove ha preso visione di documenti che sono stati resi pubblici. L’America è un Paese democratico. E, come tutte le democrazie, non teme di confrontarsi con la propria storia. L’Italia non è un Paese veramente democratico. Al contrario, è un Paese dove la politica nasconde la propria storia, forse perché fatta di vergogne e di delitti che debbono restare ‘perfetti’. Da Portella fino alle stragi del 1992.  

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http://www.lavocedinewyork.com/Appello-al-Presidente-Sergio-Mattarella-apra-gli-archivi-sulla-strage-di-Portella-della-Ginestra/d/9714/

 

 

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– Napoli e la sua bi millenaria cultura filosofica

di Antonella Mastrocinque, da vesuviolive.it

Narra la leggenda che una sirena di nome Parthenope, costernata dal dolore per non aver saputo attirare Ulisse con il suo canto, sia approdata sull’isola di Megaride, dove poi sarebbero arrivati i coloni Greci, dando origine ad una città che avrebbe lasciato un grande segno nella storia: dal punto di vista artistico, culturale e filosofico. Nel luogo dove era approdata la sirena sarebbe poi sorto, in epoca normanna, Castel dell’Ovo: icona della città nel mondo. Confusi dall’immagine, che troppo spesso viene offerta da buona parte dei media nazionali, di una Napoli violenta, lacera, disonesta, molti dimenticano che questa meravigliosa città vanta una tradizione filosofica più che millenaria: unica al mondo a detenere questo “primato”.

Neapolis (come la chiamavano i greci) è stata centro culturale d’eccellenza sin dall’antichità e questo suo ruolo è andato sempre più ampliandosi con il passare del tempo, pur conoscendo periodi di relativo appiattimento culturale. Questa rubrica si propone di esplorare la lunga tradizione di pensiero che caratterizza Napoli: un viaggio affascinante attraverso il pensiero degli uomini che hanno contribuito in maniera fondamentale all’arricchimento e alla crescita culturale dell’intera umanità.

Napoli capitale della cultura filosofica, quindi, ma non solo. Una tradizione di pensiero più che bimillenaria, quella napoletana, che ha consegnato alla storia alcuni tra i più grandi filosofi dell’umanità. In questa città si sono formate schiere di pensatori che hanno reso Partenope l’unica città al mondo a vantare una tradizione ininterrotta di pensiero ad altissimo livello per oltre duemila anni.

Continua a leggere su:

http://www.vesuviolive.it/cultura/67264-napoli-e-la-sua-bimillenaria-cultura-filosofica/

 

 

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– La morte della ex regina Maria Sofia nell'articolo pubblicato dal Mattino 90 anni fa

di Gigi Di Fiore, da ilmattino.it

(foto tratta da associazione-legittimista-italica.blogspot.com)

 

L'ultima regina delle Due Sicilie, Maria Sofia di Wittelsbach, morì 90 anni fa. Era il 18 gennaio 1925, quando una polmonite le scatenò conseguenze fatali. Aveva 84 anni, viveva a Monaco di Baviera ospite del fratello Carlo Teodoro che faceva il dentista. Era rimasta vedova 30 anni prima, quando l'ex re Francesco II era morto ad Arco di Trento il 27 dicembre 1894 per "diabete mielitico".

Era un altro pezzo di storia meridionale che se ne andava. Maria Sofia fu sepolta nella tomba di famiglia a Stergensee, poi trasportata ad Irach accanto al marito. La peregrinazione di quel corpo doveva ancora continuare: nel 1938 la tumulazione a Roma, poi nel 1984 la definitiva sepoltura con Francesco II nella basilica di Santa Chiara a Napoli.

Nelle collezioni storiche del Mattino, c'è anche l'articolo che il 21-22 gennaio 1925 fu pubblicato sulla notizia della morte. Rievocava l'arrivo a Napoli, l'incontro con Francesco II e accennava soprattutto all'epopea di Gaeta che aveva fatto diventare la regina un culto d'ammirazione anche per scrittori come Proust e poeti come D'Annunzio.

Continua a leggere su:

http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/la_morte_della_ex_regina_maria_sofia_nelarticolo_pubblicato_dal_mattino_90_anni_fa/0-46-4508.shtml

 

 

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– 23 GENNAIO 1799: INIZIA IL NEFASTO SEMESTRE DELLA REPUBBLICA NAPOLITANA A NAPOLI E IN SICILIA CITRA

di Gabriele La Cava – Rete Due Sicilia – Caserta

 

Il 23 gennaio è una data di fondamentale importanza per il popolo della città di Napoli e per tutte le popolazioni delle Due Sicilie. E' la giornata conclusiva di una triade ben più famosa: le tre giornate di Napoli (che videro la "capitolazione" o arresa provvisoria dei Lazzari) quest'ultimi  avevano già strenuamente combattuto in difesa della città e del Regno di Sicilia citeriore (la parte del regno duo siciliano continentale) contro l'assedio delle truppe francesi del generale Championnet a supporto dei giacobini partenopei filo-rivoluzionari e la conseguente proclamazione-inizio della Repubblica Napolitana o Partenopea. Nella settimana che precedette le tre giornate, il popolo Lazzaro è fiero di Napoli, alla notizia del riparo di Re Ferdinando (IV di Sicilia Citra e III di Sicilia Ultra) nell'isola di Sicilia e all'imminente discesa delle truppe francesi, immediatamente predispose l'estrema difesa della città. I partenopei si munirono di armi di fortuna, nella maggioranza dei casi, si fecero rifornire di fucili dalla milizia civica e presero il controllo di Castel Sant'Elmo e delle postazioni strategiche di Poggioreale e Capodichino. I giacobini borghesi ed i filo-francesi, terrorizzati dall'energica reazione legittimista dei napolitani, immediatamente chiamarono a rinforzo le truppe francesi, ormai alle porte di Napoli. Il 20 gennaio, una folla di oltre 50000 lazzari giura fedeltà a San Gennaro, alla corona e al Re e si dichiara pronta a morire per la difesa della patria nel nome di Dio.

E' il 21 gennaio: inizia una delle battaglie più sanguinose ed eroiche della nostra storia. All'alba, i francesi iniziano con l'incendiare i paesi del comprensorio napoletano (Pomigliano) per far terra bruciata alle loro spalle e si avvicinano alla città. Lo scontro si focalizza su due punti nevralgici della città: la zona che va da Capodimonte a Capodichino (e il ponte della Maddalena) e la zona di Porta Capuana. Su entrambi i fronti le baionette francesi devono fare i conti con l'ineguagliabile eroismo dei napolitani: un muro di carne umana ostacola le truppe di Championnet, con i Lazzari pronti a immolarsi sul ferro rovente e sul fuoco ardente dei francesi, a testimonianza imperitura dell'amor patrio e della strenua difesa dei valori cattolici e umili del nostro Regno e dei popoli delle due Sicilie.

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http://rete2sicilie.blogspot.it/2015/01/23-gennaio-1799-inizia-il-nefasto.html

 

 

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– KROTON TRA STORIA E MITO!

di Magna Grecia Front, da youtube.com

(foto tratta da wikipedia.org)

 

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=QeB6VLgIs8M&feature=youtu.be

 

 

 

Gennaio 2015

– Quando i reclutamenti di combattenti volontari li facevano gli inglesi per "liberare" le Due Sicilie

di Gigi Di Fiore, da ilmattino,it

 

Oltre 50 sono partiti dall'Italia, addirittura un migliaio dalla Francia. Dopo il folle attacco terrorista a Parigi, in questi giorni si sono fatti di nuovo i conti sui giovani musulmani dell'ultima ora, quelli cresciuti in Occidente, che corrono a combattere in Siria con lsis o si arruolano nello Yemen con i capi di al Qaeda.

Il meccanismo di arruolamento è la Rete, o il passaparola di gruppi di amici. Il volontario addestrato nel 2.0 è una realtà. E dall'attualità il richiamo storico di casa nostra va a 155 anni fa, quando il reclutamento, in nome delle battaglie di libertà liberali, veniva fatto in Inghilterra per arruolare combattenti da inviare nell'Italia meridionale.

Erano i volontari che si aggregavano alle camicie rosse di Garibaldi. La parola libertà significava per loro libertà di circolazione delle merci prodotte dalla rivoluzione industriale, che si era consolidata soprattutto nel Regno unito. Significava abbattere la Nazione delle Due Sicilie.

Gli inglesi raccolsero molto denaro, per sostenere l'impresa di Garibaldi: Charles Forbes parla di 30mila sterline. Si pubblicarono diversi annunci sui giornali per mettere insieme volontari combattenti. Oggi c'è la Rete, allora il "Daily news". Con annunci come questo: "Il capitano Edward Styles dello Stato Maggiore di Garibaldi sarà a Londra per pochi giorni. Se qualcuno dei nostri volontari pensasse di scambiare per un po' di tempo i campi di battaglia di Hampstead con quelli di Calabria, riceverebbe una calda accoglienza da Garibaldi"

La selezione londinese era affidata a Boyle Minchin. Si presentarono 1500 giovanotti, ne furono scelti 1000. Sul Volturno, combatterono 800 inglesi. Erano in gran parte ex militari che avevano avuto esperienze nei corpi volontari inglesi, combattendo in Crimea e India. I loro comandanti furono Giovanni Dunn, Charles Forbes e Percy Wyndham.

L'ufficio di reclutamento fu aperto in Salisbury street. Volontari inglesi, che nel Sud d'Italia si aggiunsero alla Legione ungherese, formata anche da polacchi, e ai volontari francesi. Stranieri che corsero con Garibaldi per "liberare" il Sud dagli stranieri (sic!). Contro avevano soldati calabresi, siciliani, pugliesi, lucani, campani, abruzzesi. 

Fonte:

http://www.ilmattino.it/blog/gigi_di_fiore/quando_i_reclutamenti_di_combattenti_volontari_li_facevano_gli_inglesi_per_liberare_le_due_sicilie/0-46-4480.shtml

 

 

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– Dal Regnum Siciliae 1130 "All'unità d'Italia — 1861 L'infamia ed il silenzio"

di CX76 – Regnum Siciliae, da youtube.com e da una segnalazione Fb. di Angelo Ciampi

(immagine tratta da wikipedia.org)

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=Tx6EOFecsnQ

 

 

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– «Il Medioevo valorizzò la donna, l’illuminismo la chiuse in casa»

da uccronline.it

 

Certamente il Medioevo fu il periodo storico in cui la Chiesa poté esercitare la sua massima influenza sulla società ed è da questa evidenza che si giustifica la leggenda nera dei “secoli bui”, creata dai sedicenti “illuministi” dell’800. Ancora oggi resiste l’esclamazione del “torniamo al medioevo” quando qualcosa non gira per il verso giusto.

Eppure, fior di storici hanno dedicato la loro vita a smontare questo antistorico pregiudizio, primo fra tutti l’agnostico Jacques Le Goff, secondo il quale addirittura non è mai esistito il Rinascimento, poiché si è trattato semplicemente di un lungo Medioevo, dal VI al XVII secolo. Nessun “uomo nuovo”, il progresso è il Medioevo stesso, disse: «Il Medio Evo è stato sempre considerato come un periodo di passaggio tra l’Antichità e la Modernità, ma passaggio significa soprattutto sviluppo e progresso. Nel Medio Evo progressi straordinari ci sono stati in tutti i campi, con i mulini a vento e ad acqua, l’aratro di ferro, la rotazione delle culture da biennale a triennale. Ma non c’è nessuna rottura fondamentale tra Medioevo e Rinascimento, tra il 14esimo e il 17esimo secolo». Nel Medioevo nascono la scienza, gli ospedali moderni, le università, l’anatomia, la notazione musicale (pentagramma) ecc.: in nessun periodo storico si è assistita ad una tale accelerazione del progresso. Tanto che il prestigioso storico della scienza francese Jean Gimpel ha scritto: «La prima rivoluzione industriale risale al Medioevo. I secoli XI, XII, XIII hanno creato una tecnologia sulla quale la rivoluzione industriale del secolo XVIII si è appoggiata per il suo sviluppo. Le scoperte del Rinascimento hanno avuto solamente un ruolo limitato nell’espansione dell’industria» (J. Gimpel, “La révolution industrielle du Moyen Age”, Éditions du Seuil 1975, pp. 256). Interessante a questo proposito anche l’articolo intitolato “Le radici medioevali della Rivoluzione industriale“, scritto dal prof. Terry S. Reynolds, professore emerito di Storia presso la Michigan Technological University.

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http://www.uccronline.it/2015/01/05/il-medioevo-valorizzo-la-donna-lilluminismo-la-chiuse-in-casa/

 

 

 

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– STORIA: E così fecero L’Unità D’ITAGJA!

(Sicilia n.d.r.)

da goodmorningmagazine.wordpress.com

 

A Biancavilla, durante il governo del prodittatore Depretis; si segnala una piccola cronaca dei fatti, annotata in una lettera, letta nella Camera di Torino, negli atti della tornata di gennaio 1861, nella quale si raccontavano le imprese, di un certo Biondi patriota garibaldino che in pochi giorni, ebbe a commettere 27 omicidi, sopra i più agitati proprietari terrieri di quella cittadina, ancora fedeli al Re di Napoli, il rimanente dei quali, circa 50 persone, furono costretti ad indossare indumenti di villici per salvarsi la vita, dal furore di quella gente.

A Trecastagni, a San Filippo D’Agira, a Castiglione e a Noto, ci sono state stragi di decine di siciliani fedeli alla casa di Borbone.Un certo La Porta e Santi Meli di Ventimiglia, erano al comando di brigate fiancheggianti le camice rosse, conosciuti da molti Siciliani come feroci assassini: i quali con molti seguaci, in nome del re d’Italia, portavano seco la morte a tanti civili. A Palermo si temette una reazione, durante il protettorato del Depretis, dove vi furono indirizzati alcuni battaglioni garibaldini in fretta e furia, provenienti dalle campagne vicino a Messina.

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https://goodmorningmagazine.wordpress.com/2014/12/23/storia-e-cosi-fecero-lunita-ditagja/

 

 

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